Nel 2020 mi colpì una notizia giunta dall’Argentina: era nato spontaneamente un movimento di donne contro la violenza, “NonUnaDiMeno“, un nome che evoca sin da subito la più grande delle battaglie, quella per la sopravvivenza di noi donne alla violenza e prevaricazione maschile.
Da allora il movimento promuove importanti iniziative per tenere vivi gli obiettivi del gruppo e il movimento transfemminista internazionale, il principale dei quali è denunciare il femminicidio in tutto il mondo, con l’ausilio di una piattaforma per conquistare la parità di genere. E uno sciopero per conquistarla.
Questo è il sito del movimento.
8 marzo, sciopero
Da allora ogni 8 marzo le donne e gli uomini che si riconoscono in questo movimento promuovono lo sciopero delle donne in collaborazione con i sindacati di base e quelli confederali di luoghi di lavoro.
Il movimento assume il colore viola e nero come simboli cromatici riguarda donne e soprattutto giovani donne, generazioni per cui non sempre è semplice stare insieme ma mai come in questi tempi necessario.
Ho aderito qualche volta allo sciopero ma mi sono sentita sola. Non nelle piazze, che straripano di gente, ma nel mio luogo di lavoro. La parità di genere non è ancora un obiettivo comune e, soprattutto, uno scopo per cui vale la pena di lottare.
Qualcosa va ripensato se il messaggio non raggiunge tutte le donne e gli uomini, ma mai mollare.
Verso l’8 marzo. La parità è ancora da conquistare
C’è un vecchio proverbio russo che richiama lo stato in cui versa la società erede del post Unione Sovietica.
Se ti picchia vuol dire che ti ama
Non è un errore o un vecchio adagio dimenticato. La lotta che vi è in Italia contro la libertà di abortire, le leggi dei repubblicani americani e la scelta della Duma, il Parlamento Russo, con l’autorizzazione di Putin, di varare una legge che depenalizza la violenza familiare a mero reato amministrativo la dicono lunga sullo stato dell’arte e sulla necessità di lottare. Con lo sciopero e con tutto ciò che serve.
Leggi di più sull’Internazionale: La Russia legalizza le percosse in famiglia.
Le donne “equivalenti”
Questo pensiero alato viene dalla Turchia, per bocca del suo presidente, Erdogan, che si da un bel daffare per entrare in Europa.
Ha affermato che
“A volte le donne rivendicano uguaglianza tra uomini e donne. Ma il modo corretto di porre la questione è ‘uguaglianza tra gli uomini’ e ‘uguaglianza tra le donne’”. “L’uguaglianza trasforma la vittima in carnefice e viceversa. Quello di cui le donne hanno bisogno è di essere equivalenti, non uguali“.
Per non parlare di quello che pensa Erdogan sull’aborto, connotato come “omicidio”.
Naturale conseguenza del ragionamento è che
“nel mondo del lavoro non si possono imporre le stesse condizioni a una donna incinta e a un uomo“. “il posto delle donne nella società è la maternità“.
Non sono frasi avulse dalla nostra realtà, anzi.
Come va la parità in Italia
Parliamo di disparità salariale? A parità di mansioni le donne guadagnano il 17% in meno, alla faccia della Costituzione. Solo 7 anni fa la percentuale era del 15%. Le cose, si sa, non possono latro che peggiorare se non intervieni a correggere.
Lo stesso vale per le pensioni. La ministra della Salute, Lorenzin, ha promulgato una campagna che mortifica le donne costrette a ricorrere all’inseminazione artificiale e ha sostenuto che in Italia l’aborto non è più un problema e non lo è nemmeno l’obiezione di coscienza. Poi è entrata nel PD (ndr) . Quella cosa di chi non cambia idea è uno stupido va un po’ rimessa a punto.
La campagna elettorale italiana si è aperta e già loschi figuri inneggiano alle restrizioni sulla salute e sul corpo delle donne, come la libertà di avere figli ma anche di non averne.
La parità genitoriale è formalmente assunta, ma in alternativa tra i coniugi e i lavori di cura, non riconosciuti, sono tutti sulle spalle delle donne. Anche quelli retribuiti, ci avete fatto caso? (poi messa un po’ a posto all’inizio della pandemia, questo articolo ne parla ma in rete ne trovate molti altri)
E in Piemonte?
Ogni anno centinaia di donne nella mia regione, il Piemonte, (ma immagino non sia troppo diverso ahimè nel resto d’Italia), sono vittime di violenza di genere.
Nel 2015 le donne che si sono rivolte ad uno dei 17 centri antiviolenza presenti sul territorio sono state 1650, di cui 1091 italiane e 544 straniere.
Sempre in Piemonte, secondo l’ISTAT su 64.362 donne fra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza nel 2014, solo 3.200 hanno fatto richiesta di aiuto a strutture o servizi specializzati. Sono dati pubblicati dal quotidiano “La Stampa“.
Non c’è niente da fare: se non marciamo donne e uomini insieme per la parità e contro la violenza, le nostre impronte saranno cancellate dalla prossima onda.
Tocca a ciascuna e ciascuno di noi fare la differenza.




Il mio 8 marzo è quello di una donna che è stata libera di scegliere fra il lavoro e fare la mamma, di una donna che ha scelto di rimanere a casa e, credimi, mio marito è un uomo che mi ha sempre spinto a crescere e fare ciò che desidero. Anche questo è progresso
La cosa più importante è esercitare una libera scelta. Anche quella di essere madre e casalinga lo è, al pari delle altre. Hai un marito prezioso….
Eh già!
Cara Elena, anche se con netto ritardo, ti ringrazio per questo spunto, perché mi consente di rivivere la parte più importante della mia adolescenza.
La stanza più importante della mia casa era quella delle mie quattro sorelle, nella quale mi era consentito entrare solo quando era possibile che io condividessi i loro racconti, gli scambi di opinione, il loro punto di vista sulle vicende familiari. Ero l’unico maschio, ma ciò non pesava affatto sulla schiettezza dei nostri rapporti. Mi pesava il fatto che avessi delle limitazioni, perché ovviamente mi opponevano il loro legittimo diritto alla privacy, ma quando loro erano rinchiuse nella loro stanza mi sentivo escluso. Mio padre gestiva un cinema teatro, sempre alle prese con le prime proiezioni o con una rivista di qualche Compagnia di turno, tra comici e ballerine, e tutte le volte che mi vedeva rattristato, mi ammoniva, rinacarando la dose, ricordandomi che, “nella fossa dei leoni”, così la definiva, ci si poteva entrare solo su invito. Mia madre era un’insegnante, e quando era a casa, non perdeva occasione per esaltare la bellezza della nostra famiglia. Cinque femmine e due maschi. Tutti intorno al tavolo, sempre a condividere i momenti conviviali. Comprese le occasioni in cui papà portava a casa i componenti di qualche compagnia teatrale, comici e ballerine.
Insomma, Elena, sono cresciuto tra le donne, senza misteri, imparando, con passione, a condividere le loro sofferenze, le loro passioni sentimentali e, persino, i loro dolori mestruali. È stato molto bello. Non ricordo di aver mai festeggiato la festa delle donne, perché non ne ho mai sentito parlare. Ma tutti i giorni, a pranzo o a cena, le domeniche e alle feste comandate, in casa mia era festa, e a far da maestri di sala, nel bene e nel male, soprattutto quando si litigava, erano le mie sorelle con mia mamma, e a loro spettava sempre l’ultima parola. E per me era un sollievo.
Ho sempre mal sopportato, Elena, le discriminazioni. E quando, facendo formazione sulle politiche di genere, in particolare con i compagni degli apparati, mi capitava di verificare come non sapessero nemmeno dell’esistenza di una legge sulle pari opportunità, allora misuravo la distanza che ci separa da una società giusta. Nei luoghi di lavoro, le distanze sono ancora drammaticamente culturali, e si fanno sentire sul piano delle progressioni, sia verticali, sia orizzontali. Distanze che si riflettono, inevitabilmente, anche nelle dinamiche relazionali familiari. C’è molta strada da fare, anche in CGIL. L’8 marzo è un giorno di festa? Forse, in questo momento epocale, non fosse altro che per stigmatizzare quegli atteggiamenti padronali che hanno ripristinato condizioni di lavoro ottocentesche, prive dei più elementari presupposti di dignità, sarebbe opportuno ricordare questa data per il luttuoso evento storico che rappresenta. Un’occasione per un giorno di lotta. Per me la festa è rimasta nei miei ricordi.
Buona sera Vito e bentornato! La tua storia è molto piacevole, ora finalmente comprendo la tua gentilezza da dove proviene ;). Credo che ben poche persone abbiano potuto beneficiare di una fanciullezza così aperta e dialogante, non solo con le tue sorelle ma in generale nella tua famiglia. Forse la professione di tuo padre e il contesto culturale hanno agevolato questo scambio davvero prezioso. Io non riuscivo a parlare di certe cose nemmeno con mia sorella!
Ma ciò che intendi, se capisco bene, non è tanto riferito agli schemi culturali familiari, che non possiamo modificare tanto facilmente, ma a quelli che permeano la nostra società, una società ancora di ineguali. Scrivere su questo blog è un grande esercizio di vita e di immersione nella realtà. E’ un po’ come essere costretti a mettere i piedi per terra ogni giorno, a volte nel fango. Mi piace perché mi apre finestre su mondi che non pratico o non frequento e non mi fa mai dimenticare dove stiamo andando. Io continuo a pensare che ci sia molto da fare perché non mi arrendo all’idea che le cose non si possano cambiare, che le disuguaglianze non si possano colmare e che le donne abbiano pari agibilità degli uomini. In politica, nelle relazioni , nel lavoro. Su quest’ultimo c’è il lavoro più grosso da fare: fino a quando ci sarà qualcuno che giustifica un salario diverso perché “è una donna”, allora non potremo deporre le armi. Insomma amico mio, si va avanti, confrontandoci ma sempre sapendo esattamente a che punto siamo. Che era poi l’intento non demagogico di questo post… A presto e grazie per essere tornato
Ciao Elena. Certe feste, secondo il mio modesto parere, dovrebbero servire a fermarci e riflettere su quanto abbiamo fatto, conquistato e quanto ancora c’è da fare. Perché c’è sempre qualcosa da fare per migliorare noi stessi e la società. Ma il pensiero che sottostà a questa festa o ad altre deve guidare la nostra vita giorno dopo giorno. Oggi si parla di parità tra i sessi: non so se effettivamente questa parità l’abbiamo raggiunta, anche perché vedo intorno molta disparità. Disparità che deriva dal nostro retaggio di società maschilista, a sua volta derivante dalle antiche religioni dove l’uomo era il patriarca o il pater familias e la donna semplicemente proprietà dell’uomo. Si guardi ad esempio l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam.
Giuseppe caro, l’esperto di religioni sei tu e credo che questo accenno di ragionamento potrebbe riempire pagine di blog! La religione ha un grande ruolo nella sottomissione della donna, nell’idea della regina del focolare, nella produzione di terribili sensi di colpa per quelle mamme che scelgono (più o meno forzosamente) di lavorare, trascurando di dedicare l’intera giornata ai figli per mantenerli. La vita è grama per tutti, se almeno la religione potesse renderla più lieve e sostenibile… Invece spesso ci mette il carico da undici (si dice così?). Però esempi di civiltà religiosa ci sono, anche se il conservatorismo è senza dubbio lo sfondo più ingombrante della nostra cultura….. Sull’Islam taccio perché c’è una distanza abissale tra quello delle scritture e quello praticato oggi in molti paesi, che mortifica le donne.
La dignità delle donne si difende giorno, dopo giorno, insegnando il rispetto per tutti e per tutto. Non vorrei l’uguaglianza, perché uguali non siamo. La battuta d’arresto della nostra società, secondo me, è data dal fatto che molte donne hanno scambiato le pari opportunità, con il diventare una “brutta copia” degli uomini. Chi coltiva ancora le caratteristiche prettamente femminili di collaborazione, empatia …??? Se vogliamo rimettere in piedi questo mondo, forse, dovremmo riappropriarci di noi stessi, uomini e donne, mettendo in comune ciò che ognuno può offrire. Le manifestazioni, la mimosa, mi sembrano solo un gran “fumo”, che non nasconde alcun arrosto. Buona giornata.
Ciao Sabrina, non siamo uguali! E nemmeno la brutta copia degli uomini, sono d’accordo. Eppure qui ma anche altrove donne della mia età e anche più giovani mi scrivono che le donne devono smetterla con la storia delle differenze e della parità, che abbiamo esagerato e che spaventiamo gli uomini. Una vecchia storia, me lo sono sentito dire tante volte. Si spaventano gli uomini che sono deboli, insicuri, irrisolti. Eppure dovrebbero conoscere la fatica di crescere..
La femminilità poi è così preziosa che trovo discutibile l’idea di mortificarla, in qualunque modo. “Se vogliamo rimettere in piedi questo mondo, forse, dovremmo riappropriarci di noi stessi, uomini e donne, mettendo in comune ciò che ognuno può offrire”. Concordo. L’umanità è un sistema complesso di anime preziose proprio perché differenti. Non vale solo per la parità e i generi.
E’ proprio questo però il punto: come possiamo essere noi stesse se non siamo libere di esprimerci? Se decidiamo che con un uomo è finita ma non possiamo andarcene senza rischiare la vita, o la faccia? Un abbraccio e buona serata a te
Ciao a tutti: passavo di qui… ma è la prima volta che intervengo. Quindi grazie per l’ospitalità.
Ecco la mia esperienza.
Trascorro in Africa circa un paio di mesi all’anno, in un luogo dove la donna non è donna se non fa figli. Così la prima gravidanza arriva da adolescenti. Poi …vanno avanti a fare bambini ( con padri diversi, perchè gli uomini restano un po’ poi se ne vanno, senza farsi carico della prole ) che allevano come possono, spesso facendo “rete” fra loro: nonne zie sorelle amiche. Alcune, invece, parcheggiato il primo figlio, scelgono una diversa opzione: agganciare uomini europei in vacanza, accompagnandosi a loro per qualche tempo per rimediare pranzi e cene al ristorante, vestiti, le ricariche al cellulare e un po’ di soldi, neanche tanti. Da notare che di solito questi latin lovers hanno dai sessanta in su, laidi quanto basta, mentre le ragazze a volte sono a malapena maggiorenni.
Trascorro in Italia il resto del tempo, svolgendo una professione che mi porta ad occuparmi di minori in difficoltà e famiglie che si sfasciano.
La violenza ha molte facce, e paradossalmente quella fisica non è la peggiore ( se non sfocia nel delitto ). Usare e manipolare i figli è una violenza immonda, togliere al coniuge casa, denaro, e modo di sopravvivere con dignità, è una violenza che uccide, a volte anche fisicamente. Spesso viene agita dagli uomini e subìta dalle donne e dai minori. Ma capita anche il contrario, e con frequenza.
La mia riflessione, valida per l’Africa, e per il nostro paese, e per tutti i luoghi del mondo: senza cultura non c’è sviluppo, nè rispetto o dignità.
Cultura contro i colonialismi, le clientele, le mentalità arcaiche e le superstizioni.
Cultura della convivenza civile e del rispetto dell’altro.
Cultura perchè non accada mai più che una ragazza in Calabria possa essere incendiata dal fidanzato, reo confesso, e che lei, ustionata e scampata alla morte, lo protegga e lo difenda urlando a tutti che lui la ama pazzamente.
Cara Brunilde, benvenuta tra noi, grazie per esserti fermata un momento su questo blog. L’Africa è un continente difficile e duro, specie per le donne. Penso al controllo delle donne attraverso l’infibulazione, una vera e propria violenza e mutilazione. Serve ogni tanto anche a noi osservare gli altri, perché siamo molto restii a guardare con sufficiente distacco la nostra cultura e i nostri limiti. Donne spintaneamente convinte a restare a casa dal lavoro per occuparsi della famiglia, che perdono la loro autonomia. Ne conosco, quando si lasciano andare, specie se il rapporto è in crisi, si mostrano sofferenti… La violenza passa attraverso una miriade di forme differenti, molte delle quali sono diventate costume quotidiano, accettate. Ho conosciuto una persona che si occupa di sostenere le donne vittime di violenza familiare. Sono persone fragili già prima di entrare in storie sbagliate.
Mi ha colpito molto questa informazione e mi ha fatto riflettere. Per uscire dalla spirale della violenza serve la cultura , l’autonomia, il lavoro. La nostra dignità. Penso sia la forma di prevenzione più forte, insieme alla solidarietà di altre donne. Forse la cosa più complessa da ottenere. Ciao Brunilde, ti aspetto alla prossima