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Intervista all’attore Marco Gobetti

 

Sembra che questa sia la settimana buona. Dopo tredici mesi di stop ecco che anche il settore dello spettacolo riparte, sebbene tra mille incertezze e regole che ci cullano nell’apparenza piuttosto che nella sostanza.

I rischi ci sono e sono ancora tanti. Come andrà?

Le risposte alle domande arriveranno, suppongo, anche per merito di un ampio movimento delle lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che ha alzato la voce e la testa e tenuto alta l’attenzione rendendo finalmente visibili professionisti e lavoratori, oltre che intrattenitori e artisti. Vediamo se sarà abbastanza.

Oggi vogliamo dare voce a uno di loro, un attore che a Torino è “sulla piazza” da molto tempo e che ci è molto vicino. Sentiamo cosa ne pensa di ciò che è stato.

A voi la mia intervista all’attore Marco Gobetti.

 

 

Intervista all’attore Marco Gobetti

Marco Gobetti

Caro Marco, sono felice di ospitarti sul mio blog, benvenuto! Ti va di cominciare a raccontarci come hai vissuto la pandemia? Come artista e come uomo?

Con una grande difficoltà, come gran parte dei miei colleghi. Nel medesimo tempo ho tentato di trovare una spinta possibile nella difficoltà stessa, per scorgere le opportunità che ne potevano nascere.

Ho provato a pensare, investendo il tempo a progettare un futuro possibile.

E, ogniqualvolta le regole lo hanno permesso, ho ripreso a lavorare anche pubblicamente.

Quali sono gli spettacoli che sei riuscito a "tenere vivi"? Quali tematiche affrontano?

In gran parte hanno a che fare con le tematiche della memoria, del lavoro, della lingua, della verità storica e della solidarietà. Fra tutti, ci sono i tanti titoli delle Lezioni recitate, insieme a Cristo muore in fabbrica: è solo un altro incidente, La memoria non è mai cimitero, Di come precipita il doppio di un migrante ovvero L’anciuvé suta prucess, 130 repliche de Il nome della rosaTeatro di riciclo®…

Proprio tramite il meccanismo del Teatro di riciclo®, fra l’altro, ho cercato di tenere vivi, o riportare in vita, spettacoli passati; mentre ho tentato di farne nascere di nuovi tramite il lavoro drammaturgico e la creazione pubblica.

Qual è stato l'impattato più evidente delle chiusure e della pandemia sulle vite degli artisti e delle artiste?

Credo che il risultato più evidente sia la paura. Una paura nuova, che difficilmente – o comunque non velocemente – ci scrolleremo di dosso. Una paura che ci accomuna, che unisce ogni classe sociale; e che a sua volta induce a tentazioni pericolose: dai falsi ecumenismi, ai pietismi e alle lamentazioni collettive; sino ai complottismi beceri, che annacquano, zittiscono e rendono inutili le poche voci lucide che si levano.

Non riusciamo proprio a ricordare quanto la paura, da sempre, sia lo strumento usato dai poteri forti per asservire le masse e zittirne qualunque legittima pretesa. Per gli artisti e le artiste – almeno per molti di noi, credo – alla paura si sono aggiunti inizialmente disperazione e smarrimento.

Ti va di dare un giudizio sui provvedimenti che sono stati presi a sostegno di questo settore? Cosa manca, a tuo avviso?

Non ho l’autorevolezza sufficiente per dare giudizi, ma posso ribadire ciò che credo sia sotto gli occhi di tutti: non c’è stato, alla base, un pensiero organico e articolato. Di conseguenza, si sono spesso seguiti criteri meramente economici e securitari, con scopi solamente “tamponanti”.

Ma è pure vero che l’emergenza spinge sempre, pericolosamente, a pensieri unici e azioni parziali; sarebbe essenziale avere il coraggio di dettare i tempi per la fine dell’emergenza, creando così le condizioni reali per una quotidianità consapevole e, ove possibile, felice.

Allo stesso modo, per dirla con una battuta, credo occorrerebbe iniziare a parlare e ragionare, anziché di misure di sicurezza, di sicurezza delle misure…

Quali nuove consapevolezze queste difficoltà hanno prodotto nel settore?

La consapevolezza, nei lavoratori dello spettacolo, è arrivata come una doccia fredda e spesso ha prodotto buoni risultati: il primo è la coscienza dell’aspetto “anche lavorativo” della propria attività e, conseguentemente, del possesso di ulteriori diritti; il secondo è la scoperta – o l’accrescimento di un sentire, laddove già vi fosse – della funzione sociale dell’arte.

Del dovere che ha l’artista – per usare parole di Artaud – di “calamitare le angosce della propria epoca”.

Per risollevare il settore dovremmo, forse, tenere bene a mente, uniti, in un confronto costante, questi due elementi. Ogni volta che li dimentichiamo o ne elaboriamo solo uno, a mio parere, cadiamo in rivendicazioni sterili, atteggiamenti autoreferenziali e finiamo per coltivare inutili orticelli personali, frammentando il settore.

Non è che non servano le autonomie; anzi, ci sono vitali. Ma devono essere figlie di pensieri e capaci di figliarne altri, i quali a loro volta producano azioni.

Spesso gli spettacoli dal vivo sono rappresentati in strutture disponibili nelle città. Come si può allargare la fruizione dell'offerta culturale? E' una ricerca che deve riguardare la forma o i contenuti?

Riguarda senz’altro i contenuti, ma non bisogna dimenticare la forma. La forma ha un peso enorme. Non si può che partire dalla forma per immaginare e realizzare uno spettacolo dal vivo sostenibile.

Occorre una profonda assunzione di responsabilità. È nella forma che si annidano le possibilità “politiche” dello spettacolo dal vivo; e, soprattutto, di un certo teatro.

Dico “politico” pensando alla polis, alla città. Se pensiamo anche alla forma, capiamo quanto la fruizione dell’offerta culturale “prodotta” dallo spettacolo dal vivo coincida con il concetto di partecipazione.

Se pensiamo alla forma non escludiamo il pubblico e lo rendiamo, anzi, parte essenziale del processo: va cavalcata la possibilità – per usare un pensiero fortissimo di Gian Renzo Morteo – di trasformare «il tipico trinomio: produzione-prodotto-consumo nell’uguaglianza: produzione=consumo, con totale eliminazione del momento intermedio».

Perché questo accada non occorrono solo strutture che garantiscano grandi numeri; per quanto riguarda il teatro, ad esempio, occorrerebbe, con percentuali – almeno inizialmente – autoimposte o garantite da meccanismi istituzionali, la pratica di teatri avventurosi e provvisori, nei quali la partecipazione del pubblico sia frutto di una conquista, più che di un’attesa nei luoghi deputati.

I grandi numeri possono nascere da somme di infiniti piccoli numeri. Incredibilmente, abbiamo in questo momento una grande opportunità: le soluzioni che combatterebbero gli effetti negativi della pandemia sulle possibilità lavorative per chi opera nel mondo dello spettacolo e sulle possibilità di partecipazione del pubblico, coincidono con le soluzioni che risolverebbero la crisi in cui già versava lo spettacolo dal vivo ben prima della pandemia, restituendo al teatro, ad esempio, autenticità, magia e socialità; oltre che la sua innata funzione pedagogica.

E anche per questo aspetto pedagogico, parlerei di forma, prima che di contenuti… Mentre, al riguardo, è assai in voga un certo fraintendimento. Queste tematiche stanno facendo capolino nelle discussioni di settore ed esistono già persino ipotesi di soluzioni precise, prospettate sotto forma di intelligenti disordini. So che c’è online un documento intitolato Politiche produttive illuminate, fra i risultati del gruppo Centimorgan (cM): lo so perché lo conosco bene, avendo fatto parte di quel lavoro, realizzato nell’ambito del progetto “Argo. Materiali per un’ipotesi di futuro” del Teatro Stabile di Torino.

Mi piacerebbe che lo leggessero in tanti: soprattutto perché possano nascere altri pensieri.

Mi pare un progetto interessante, invito tutti ad approfondire cliccando sui link che ci hai fornito. Mentre ti ascoltavo mi hai fatto tornare in mente un concetto su cui c'è dibattito da tempo: si può parlare di arte popolare?

È una questione annosa e complicata. Uno di quei casi, credo, in cui una definizione rischia di essere, allo stesso tempo, troppo stretta e troppo evasiva.

Mi viene voglia di risolverla così: si può parlare di “arte, lavoro e popolo”; e solo una di queste parole si può usare per includere anche le atre due. È la terza.

Arte, lavoro e popolo. Ti senti parte di una classe?

Sento che proprio la congenita relazione che il teatro ha con la cittadinanza mi impone qualcosa di più rispetto a una semplice solidarietà di categoria.

Sento di fare parte della grande classe del proletariato contemporaneo: voglio e devo, quindi, solidarizzare con chiunque abbia un reddito sotto una certa soglia o veda minacciato l’esercizio di propri inalienabili diritti.

Una simile “sensibilità larga”, capace di abbracciarne e nutrirne ogni altra necessaria (a cominciare da quella artistica), forse potrebbe portare fortuna e concorrere a costruire felicità consapevoli per tanti.

Cosa dobbiamo fare subito per evitare che questo settore resti fermo ancora a lungo?

Agire. Anche contro ogni apparente evidenza di impossibilità.

C'è un ruolo per il sindacato in tutto questo?

Certamente. Il sindacato può e dovrebbe essere il denominatore comune, il ponte strategico, il soggetto capace di raccogliere e incanalare le istanze dei neonati gruppi di base; oltre che di analizzare le ragioni profonde della crisi del settore, incluse quelle precedenti l’evento pandemico.

Può svolgere questi due ruoli, rispettivamente, perché ha canali di interlocuzione già avviati con le istituzioni; e perché ha alle spalle una storia e un’esperienza che possono produrre visioni e analisi comparate, eterogenee e non univoche. Un pensiero organico, appunto. Da cui possano scaturire azioni organiche.

Sicuramente, perché questo accada, sarebbe anche necessario che il sindacato rafforzasse le proprie capacità attrattive nei confronti dei lavoratori di questo settore; lo può fare offrendo, soprattutto, possibilità concrete a lungo termine. Ma la responsabilizzazione deve essere collettiva.

Mi auspico che cresca, nel sindacato, nei suoi attuali iscritti e in quelli potenziali, nei gruppi di discussione e di confronto, il desiderio di cogliere il lato positivo nascosto in una parola che oggi, comprensibilmente, fa soprattutto paura: contaminazione.

Questo settore non rimarrà fermo ancora a lungo – in ogni senso – se tutti saremo capaci di contaminare e di farci contaminare, mettendo da parte diffidenze e pregiudizi; l’ambito di contaminazione, in questo caso positivamente virale, è ancora quello del legame fra pensieri ed azioni.

In questo settore partiamo avvantaggiati, se vale ciò che scriveva riguardo agli artisti, un secolo fa, Piero Antonio Gariazzo: «le società devono temerli perché sono acidi dissolventi che le bruciano, mostrandole, e rivelandole a sé stesse: inconsci fautori del domani».

Commiato

L’intervista finisce qui. Resta per me una domanda: abbiamo perso di vista quella che Marco Gobetti chiama “funzione sociale dell’arte”?

E’ questa la ragione per cui questo settore è stato “sacrificato”?

Una piccola nota mia finale: come sindacato ce l’abbiamo messa tutta, anche a Torino. Qui il video della nostra bella manifestazione del 30 ottobre 2020 cui Marco era presente.

Come si dice, la lotta paga. Finalmente, dopo tante proteste, nei giorni scorsi abbiamo avuto il primo confronto con il Governo su tutti i temi di questo settore.

Grazie a Marco per aver condiviso con noi il suo punto di vista ed essersi reso disponibile per l’intervista. Le sue risposte sono cibo per la mente di ciascuno di noi. Ne faremo tesoro.

Se vi è piaciuto stare in sua compagnia, suggerisco di dare un’occhiata al suo blog, Se una pecora bruca il sole, dove troverete la biografia di Marco e una nutrita selezioni di articoli e produzioni che vale la pena di conoscere, e, quando sarà possibile, andare a guardare.

Se anche abbiamo dimostrato che il teatro pur senza un pubblico in presenza può ancora esistere, tuttavia non esiste arte, né fruizione, né bellezza che possa prescindere dalla relazione che si stabilisce con i nostri sensi che il teatro è capace di attivare.

Come parte di un pubblico, spero solo di poter tornare presto a provare le sensazioni e le emozioni che solo il palco può regalare. L’ultima volta che ho messo piede in un teatro è stato per un’assemblea al Teatro Regio di Torino. Vi ho raccontato quelle emozioni qui, ma non vedo l’ora di riprovarle dal lato spettatori!

Cosa vi manca di più di uno spettacolo dal vivo? C’è qualcosa nelle parole di Marco Gobetti che vi ha colpito più del resto?

Ditelo come sempre qui, nei commenti. Un saluto, care Volpi.

15 Comments

  • Brunilde

    Questa pandemia è stata un’onda violenta che ha spazzato via tutto, in particolare uno stile di vita che ritenevamo acquisito e che comprendeva la possibilità e l’abitudine di fruire di varie forme d’arte. Non so quando riusciremo a tornare sufficientemente in sicurezza per recuperare la possibilità di andare al cinema o a teatro, forse ci saranno difficoltà nuove ( distanziamento, alcuni spazi diventeranno inadeguati, le prenotazioni saranno tassativamente obbligatorie, ecc ).
    A volte temo che, abituata a non uscire dal guscio, troverò tutto troppo complicato, e finirò per rinunciare.
    Chi fa spettacolo per professione ha pagato un prezzo inaccettabile.
    Davvero, tanta solidarietà per tutti loro, e l’augurio che possano recuperare al più presto il loro lavoro e la loro arte, che regala a tutti noi emozioni e pienezza di vita.

    • Elena

      Grazie Brunella per la solidarietà e vicinanza anche se io non faccio arte mi sento di farlo a nome di coloro che in qualche modo questa intervista rappresenta. Sara tutto più difficile, perché abbiamo cambiato abitudini e siamo tutti o meglio, la maggior parte, un pò più poveri. Oggi i biglietti in streaming sono alla portata di tutti, ma domani se il teatro non diventa del popolo nell’accezzione di cui sopra, allora avremo fatto un mezzo passo in avanti e uno intero indietro. Il punto è quello che centri : dubito che si sia pronti organizzativamente ma conto sulla creatività di cui noi italiani disponiamo ampiamente!

  • newwhitebear

    direi molto interessante perché vista da un’altra angolazione: quella dell’angoscia e della paura di non riuscire più a fare spettacolo.
    È verissimo che il blocco è stato lungo, forse più del necessario ma teatro e cinema hanno strutture particolari che rende difficoltoso lo stare insieme. Inoltre gli ambienti chiusi di certo non favoriscono la sicurezza.
    Comunque se qualcosa si sta muovendo è un timido tentativo al ritorno di una simil-normalità.
    Credo che il percorso sia lungo è accidentato e non è di certo il vaccino al ritorno di tutti noi a come eravamo prima anche nello spettacolo.

    • Elena

      Ciao Gian, non sono d’accordo sul fatto che teatri e cinema siano stati chiusi perché hanno strutture particolari da gestire. A quanto ne so una fabbrica o un ufficio postale, sempre stati aperti hanno problematiche anche maggiori vista la continua e improgrammabile frequenza. Il punto è che si è sacrificato un settore perché lo si considerava “inutile allo sforzo bellico ‘infelice frase che fu attribuita in vero agli anziani dal governatore ligure, ricordi? Si applica bene a questo settore. Sono convinta che qualcosa doveva essere chiuso o ridotto. Ma almeno una compensazione. Specie nei fondi per la ripresa. C’è una scelta sulle cui motivazioni mi piacerebbe un giorno aprire un’altra riflessione. Abbracci e buona giornata

      • newwhitebear

        sulla fabbrica sono d’accordo. Per gli uffici postali soluzioni si possono trovare. Per queste due tipologie la chiusura sarebbe stata troppo forte.
        Certo che ricordo la frase di Toti ma è nello stile della persona.
        Per quanto riguarda le compensazioni, hai ragione. Si è privilegiato le partite iva che forse non ne avevano bisogno e qui mi fermo.
        Sì, ci sarebbe molto da riflettere su tutto questo e forse un giorno, che vedo molto lontano, si potrà ragionare con calma.
        Buona serata. Un abbraccio forte.

        • Elena

          Forse, Gian, lo sguardo della storia può posarsi sulle vicende umane solo quando non sono i protagonisti a guardarle. Un peccato. Perché gli errori così non possono essere corretti. Una bella giornata per te

          • Elena

            Eh ma tu le domande me le stimoli proprio! Chi ha fatto la storia? I vincitori o in egual misura i vinti? Comunque condivido il tuo desiderio e anche la tua consapevolezza, ahimè. 😀 Buona serata caro

          • newwhitebear

            La storia la fanno sempre i vincitori. Ai vinti rimane la vergogna di aver perso. Però non è sempre così. A volte sono i vinti a stimolare la storia. Le guerre non sono mai giuste ma sempre sbagliate. Potrebbe sembrare strana l’affermazione perché potrebbe essere una rivalutazione implicita dei vinti della seconda guerra mondiale. In questo caso i vinti hanno sbagliato a scatenare il conflitto. Comunque ci sarebbe da scrivere molto su questo argomento.
            Buona serata.

          • Elena

            Il mio timore è per chi non ha mai voce. Per questo forse mi appassiona il giornalismo d’inchiesta. Un abbraccio Gian

          • newwhitebear

            hai ragione ma chi non ha mai voce di solito è emarginato dalla società.
            Un abbraccio forte.
            O.T. arrivati i primi due bozzetti da parte di Simo. Ho fatto un post. È veramente brava

  • Giulia Lu Dip

    Molto bella questa intervista, quello che mi ha colpito di più è la parte in cui si parla della paura, la sensazione vissuta da tutti ma credo soprattutto da alcuni settori, molto meno tutelati di altri, uno di questo è proprio il campo dello spettacolo.
    All’improvviso molti si sono ritrovati senza lavoro e senza nessuna tutela, tra l’altro con una visione e una considerazione limitata anche da parte dello stesso governo che non ha emanato provvedimenti adeguati per tutte le categorie, anzi, in certi casi, si è proprio dimenticato di certe realtà.
    Gli spettacoli dal vivo mi mancano molto, perché sanno dare emozioni molto forti e tangibili.

    • Elena

      Anche a me mancano tanto e con questa pandemia ho affinato e ampliato i miei gusti, il che non è male! Ci pensavo l’altro giorno alla paura delle prime settimane. Subito è stato paura di morire, di perdere le persone care di non vedere la fine del contagio. Poi la paura di essere tagliati fuori. Molti lavoratori l’hanno provata, Marco descrive bene il disagio profondo. Spero che la paura possa essere trasformata in qualcos’altro. Chissà se queste sensazioni permeeranno anche l’arte? Tu che ne dici? Io penso di sì, ma se Marco ci legge e vuole dire la sua… Grazie Giulia per il commento e buona giornata!

Che ne pensi? Dimmelo qui!

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