Teatro Regio
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Dalla parte del palco del Teatro Regio

 

La settimana scorsa ho avuto l’occasione di salire sul palco del Teatro Regio di Torino.

No, non ho cambiato mestiere, faccio sempre la sindacalista 😀

Il palco era il luogo in cui abbiamo potuto organizzare un’assemblea in tempi di Covid: distanziati e con lo spazio necessario per accogliere tutti i nostri iscritti che si preparano al rinnovo delle elezioni della RSU (facciamo loro gli in bocca al lupo!).

Entrando mi sono concentrata sulla fila di sedie rosse di velluto su cui musicisti, artisti, tecnici, amministrativi del Teatro stavano seduti in abiti “civili” (mentre siamo abituati a vederli in abito di scena e/o nascosti dietro le quinte ad armeggiare 😮 ), rivolti verso il centro del palco dove di solito si sistema il Maestro.

Li ho salutati, e  mi sono sistemata al centro, i piedi quasi nell’esatto punto in cui il maestro Ezio Bosso suonò la sua “Oceano Silenzio” quando tornò, dopo tanto tempo, nella sua Torino.

A dir poco ero emozionata.

 

Solo allora mi sono resa conto di cosa avevo alle spalle.

Il luogo dove io stessa, come spettatrice, avevo assistito a tanti spettacoli, con ricordi che risalgono anche alla me bambina.

Il Teatro Regio mi è apparso allora in tutta la sua iconica bellezza, vuoto come un alveo che ha esalato il suo ultimo respiro.

Le luci, il rosso del velluto lucente, l’ampio spazio convesso che avvolge in un caloroso abbraccio.

Ed anche a me è mancato il fiato.

 

Dalla parte del palco del Teatro Regio

 

Le poltrone vuote sono il segno di quanto sta avvenendo nel nostro paese.

Il Covid è stato capace di chiudere due assi fondamentali per il progredire di una società democratica: la scuola e la cultura, segnatamente l’istruzione, l’arte, lo spettacolo, la musica.

Le conseguenze di questo inspiegabile stop si vedono già: i dati del lock down sui teatri e cultura in Piemonte (Fonte Osservatorio Culturale del Piemonte) parlano di una situazione allarmante.

Sono quantificati sotto il profilo economico, ma hanno effetti sul complesso della società.

Leggiamo dal Rapporto:

 

La partecipazione culturale registra alcune dinamiche in flessione che è opportuno segnalare: cala di più di 20 punti in 10 anni (da poco sopra al 60% nel 2009 a poco meno del 40% nel 2019) la popolazione dei piemontesi maggiore di 6 anni che ha letto un quotidiano almeno una volta alla settimana.

Complice, sicuramente, la diffusione on line delle news, ma nella stessa direzione anche la lettura di libri subisce nel decennio una flessione sensibile, scendendo attorno ai 5 punti percentuali, al di sotto del 50%, la percentuale di coloro che – maggiori di 6 anni – hanno letto almeno un libro all’anno.

Se muore un teatro muore un’idea

 

La sensazione che percepisco tra quelle sedie rosse di velluto è quella di un senso di abbandono cui si resiste solo grazie all’incapacità di arrendersi all’incompetenza, alle polemiche sterili intorno alla cultura come espressione elitaria, il cui contro canto è l’idea che essa debba essere fruibile, ovvero terreno di mercimonio turistico o, peggio, di una imminente campagna elettorale.

 

E colgo nelle parole di questi professionisti ciò che troppo spesso la politica dimentica: c’è un sapere nel mondo del lavoro ce non va dimenticato e che spesso è l’unica via d’uscita cui appellarsi per frenare la deriva.

C’è da scolpirselo in testa…

 

Seduta dal lato del palco, accovacciata accanto a una pedana, ho pensato di essere molto fortunata.

Dalle prime file delle poltrone, dove sfila chi conta nelle occasioni importanti, tutto questo non si può vedere.

E allora, bisogna raccontarlo.

 

Bisogna raccontare che la battaglia delle lavoratrici e dei lavoratori del Regio non è solo per se stessi.

Se fossimo ancora capaci di costruire una visione più vasta sapremmo che ogni teatro, palco, luogo di arte e spettacolo che chiude è un fiore che muore, un luogo in meno per decollare, sognare, aprire le nostre anime al bello e all’essenza di ciò che ci circonda.

Che l’arte a questo serve, a metterci in contatto con un universo di sensazioni che nella nostra quotidianità dimentichiamo e che colmano il vuoto delle nostre giornate troppo spesso avvolte nel grigio tran tran cui la produzione di massa ci costringe.

 

Se muore un Teatro muore tutto questo, muore la storia che lo rappresenta, muore un’idea.

Quella che ha guidato la mia città negli ultimi anni, quella che pensa che la cultura sia il motore dell’emancipazione della società, la bellezza la forza che può trasformarla, la musica ciò che può ridare sostegno ai sogni di un mondo che non vuole finire.

 

Un’arte di cui dovremmo beneficiare tutti.

Per questo gli investimenti pubblici non possono venir meno.

Perché se davvero tutto ciò deve essere fruibile dai molti, se la cultura è elemento di progresso per la società in cui viviamo, allora non può quantificarsi con la sola cifra del risultato economico.

Se passasse questa idea, non tarderebbero molto a trasferire il ragionamento alla sanità e finanche alla scuola.

 

La lotta del Teatro Regio diventi la lotta di tutto il mondo della cultura

 

Guardo ancora le lavoratrici e i lavoratori del Teatro e penso che questa energia non può, non deve morire.

Dalla parte del palco tutto ora è più chiaro ed essere dalla loro parte una scelta inevitabile.

Ma perché si vinca, questa scommessa deve trovare sponde ovunque. Nel corpo vivo della città ma anche oltre.

 

Quanti sono i teatri in Italia ancora chiusi?

Quanti spazi non riapriranno?

Quanti artisti, lavoratrici e lavoratori al pari degli altri, sono ancora sospesi, molti senza nemmeno ammortizzatori sociali?

 

Bisognerò trovare la forza di far parlare di questa e di tutte le altre realtà della città e del paese che soffrono, per il Covid, e per un’incuria che ne fa luogo di scambio e di battaglia politica.

 

Ne abbiamo bisogno, se non vogliamo diventare sordi. Non solo alle note che vibrano dai palchi ma a quelle che vibrano dai cuori.

E che suggeriscono che tutti, ma proprio tutti, hanno diritto alla bellezza.

 

 

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Barbara
3 anni fa

Non sono una frequentatrice di teatro, ma nemmeno del cinema se è per quello. Anzi, con l’età è pure fatica tenermi una mezz’ora davanti alla televisione! 😀
Però riconosco il valore del teatro, e soffro per tutto il comparto dello spettacolo che in questo momento è gravemente fermo (pensiamo a tutti i tecnici che di solito si adoperano per gli allestimenti dei grandi concerti… sono migliaia di posti di lavoro!) E ahimè vivo proprio in una delle zone dove la frase “con la cultura non si mangia” si sente spesso. Purtroppo chi la usa non sa (perché non ha studiato?) che è la cultura a permettere lo sviluppo di soluzioni innovative, è la cultura a tirarci fuori dalle crisi economiche (ed è la mancanza di cultura a portarcele…).
C’è una bella frase, attribuita a Peter Drucker che dice: “La cultura mangia la strategia a colazione.” La paternità della frase non è certa, e qualcuno la interpreta credendo si parli di cultura aziendale, ma Drucker è uno che credeva nello sviluppo aziendale tramite la valorizzazione di ogni singolo lavoratore, per lui le persone (e non i macchinari) erano le risorse più preziose di ogni azienda. Ho detto tutto. 😉

Luz
3 anni fa

È bello e significativo questo tuo post. Hai centrato perfettamente il senso: la morte del teatro è la morte delle idee, inteso come tutto il patrimonio di anima e pensiero che l’uomo possa mettere in atto. Il teatro come luogo di aggregazione, di condivisione, di apprendimento, come luogo deputato delle arti, è qualcosa di fondamentale. Non comprendo perché in Italia, patria di tanto teatro, si sia completamente sordi a ciò. Il teatro in altri paesi è luogo di espressione e di rappresentazione dell’identità, se penso alla Russia, alla Germania, alla Francia, ai paesi anglosassoni, agli Stati Uniti. In questi paesi il teatro conserva una sua sacralità che qui non riesce a emergere. Qui il teatro è ritenuto un luogo ricreativo e null’altro, e imperversa la convinzione che “l’arte non dà da mangiare”, in una visione ottusa e limitata. È avvilente pensare a tutto questo.

Giulia Lu Dip
Giulia Lu Dip
3 anni fa

Io credo che bisogna trasmettere il messaggio di poter convivere con il virus senza per questo fermare tutto. Alcune attività sono riprese, per esempio, qui a Bologna, il cinema all’aperto in sicurezza, volevo andarci con un’amica che, però, è talmente terrorizzata dall’idea di contrarre il virus che ha declinato l’invito, quindi ho rinunciato anch’io. Io all’aperto a vedere un film con le distanze di sicurezza mi sento abbastanza tranquilla (meno tranquilla di andare a prendere un aperitivo in una piazza piena di giovani senza mascherina e non abbastanza lontani da me).

Sandra
3 anni fa

Abbiamo un abbonamento a teatro con 2 spettacoli non goduti, prima fila, la felcità di questo inverno, mi pare sia passato un secolo da quelle sere in centro, così luminose. A quest’ora senza covid sarei già andata a rinnovarlo per la stagione 20/21, ora invece non so neppure se riprenderà. Tristezza.

s
s
3 anni fa

Abbiamo un abbonamento a teatro con 2 spettacoli non goduti, il teatro, abbiamo visto anche qualcosa fuori abbonamento, è stato qualcosa di speciale che ha caratterizzato i mesi pre covid da novembre, dopo anni ci eravamo decisi a rifare l’abbonamento, che avevamo avuto per un paio di stagioni anni fa. Mi manca tantissimo, adoro le commedie brillanti, e tutta l’atmosfera che ci gira intorno, a quest’ora, senza covid, sarei già andata a rinnovarlo per la stagione 20/21, invece non so neppure se ripartirà.

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