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La casa di nonna

L’altro giorno a causa di un’interruzione della strada che compio di solito per andare a lavorare, ho deviato verso una via che non percorrevo da anni, quella in cui si trova la casa di mia nonna. E’ proprio nel borgo in cui sono cresciuta, su una direttrice di spostamenti che non ho mai riattivato.

Rivederla ha provocato in me sentimenti importanti e ha risvegliato ricordi che, ho scoperto, erano ancora vividi dentro di me.

Sono passati più di quarant’anni da quando mia nonna è mancata. Era ancora giovane e il peso della vita l’aveva resa fragile. Dietro quell’involucro voluminoso in cui si era rifugiata c’era una donna piena di rimorsi e sofferenze mai rimarginate.

L’acquisto di quell’appartamento, in una via popolare e tranquilla, fu per lei e le sue figlie una sorta di conquista, il segno di un miglioramento sociale cui anelavano da tempo. Spesso vi passavo le mie giornate, dopo l’asilo e poi dopo la scuola elementare; sempre accanto a lei, letteralmente attaccata alle sue gonne. Nonna Italia era la mia isola di protezione dalla durezza della vita che una bimba può assaggiare in molti differenti modi. E forse è un destino che ci riguarda tutte e tutti.

Nonna
Da sinistra a destra: lo zio Vittorio, mio zio Roberto, la zia Carmela, nonna Italia. In basso: mamma Paola, zia Gabriella e la cara cugina Marie Noelle. La bimba allegra sono io. Papà invece scattò la foto

Quella casa me la ricordo come se ci fossi stata soltanto ieri: l’appartamento all’ultimo piano di una palazzina con l’ingresso da un portone in cima a una scala di cinque scalini e intorno il vuoto di un cortile ombreggiato al centro del quale si apriva il passo carraio, verso uno spazio circondato da bassi fabbricati adibiti a garage.

Il segno della borghesia era anche su quelle porte a vetro e nella pulizia e nel rigore di comportamenti che dovevano sempre essere adeguati. Il che significava che i nostri giochi di bambine dovevano essere silenziosi, quasi invisibili. Ma quanti angoli nascosti avevamo individuato! E che gioia sbirciarne di nuovo l’esistenza!

Da allora tutto per me è cambiato. Ma ritrovare quella casa, esattamente come la ricordavo, senza interventi di modifica ma solo di continua manutenzione, è stato per me una sorta di sollievo. Come un mausoleo che conserva tutto quello che sapevo di me e di lei, di noi.

E’ stato un attimo tornare a quei giorni felici.

Italia era grossa e pesante e portava i capelli color castano scuro. Aveva avuto un marito, Vittorio, morto a soli 39 anni. Ho sempre pensato che due nomi come i loro avrebbero dovuto fare faville insieme, invece il loro amore finì quasi subito ed io non conobbi mai mio nonno materno, piegato dall’alcol che scorreva a fiumi per reggere il caldo e la fatica dei forni ghisa delle Ferriere del Parco Dora. Oggi accanto a ciò che rimane di quella fabbrica, uno degli esempi più interessanti dell’archeologia industriale della mia città, ci abito. Non è strano?

Rimasta vedova giovane, mia nonna si adattò a fare qualunque tipo di lavoro, senza mai badare alle maldicenze e senza mai sminuire ciò che faceva e aveva fatto per molta parte della sua vita. Era orgogliosa di avere avuto cura di molte famiglie e ora si prendeva cura di me, di noi, con quel carattere duro che a me faceva tanta tenerezza.

Me lo ripeteva sempre: essere una persona per bene non ha nulla a che fare con la tua stirpe. Dipende solo da te.

E lo diceva mentre mi preparava la mia pietanza preferita, la polenta bianca da tagliare col filo accompagnata da uno stufato di coniglio. Una vera delizia, non ho mai più assaggiato niente di simile.

Era stanca e malandata e la vita me l’ha portata via troppo presto. Aveva solo sessant’anni.

Negli ultimi anni si occupava delle pulizie comuni dello stabile, a giorni alterni. La osservavo con gusto rifinire con testarda volontà la lucidatura dei cinque piani di scale in marmo chiaro che splendevano a ogni passaggio e su cui scivolavo deliziata per giocare e scherzare con lei. Oppure mentre dava sfogo alla sua mania di lucidare i pomelli delle porte con il Sidol, prodotto che ho in casa da sempre e che uso rarissimamente. Lo tengo solo perché mi ha insegnato a usarlo lei.

Finiti i compiti la seguivo in qualunque attività si impegnasse, fosse la cura della sua abitazione o delle scale infinite e così basse per la sua schiena e la sua mole imponente. O mentre faceva la spesa nei negozi del vicinato e qualche rammendo per arrotondare una pensione troppo misera per essere abbastanza.

Ero sempre con lei. Tranne quando ramazzava l’ampio cortile.

Aveva un balcone con una ringhiera di ferro battuto nera e fili da stendere che lo percorrevano per intero e una panca sulla quale d’estate si sedeva a prendere il fresco dopo il lavoro. Era di legno, con la seduta di paglia, un po’ sfilacciata e rimessa in ordine alla bene e meglio che teneva sempre lì, in balcone, qualunque temperatura ci fosse.

Appena si alzava mi ci sedevo sopra, e giocavamo a chi ci arrivava prima. Ridevamo per niente, ridevamo con niente. Era tutto ciò che avevo mia nonna, in un periodo in cui avevo già grandi conflitti con i miei genitori e lei era il mio solo rifugio.

L’altro giorno passando lì sotto ho ricordato tutto questo nello spazio di un attimo. E anche quell’episodio che le rubò anni di vita, durante un pomeriggio primaverile come ce n’erano stati tanti. Quel giorno in cui la osservavo in cortile dal suo balcone, seguendo come al solito il suo modo di lavorare preciso e organizzato, spazzare con cura, una zona dopo l’altra, tutto il perimetro dei garage, fino a quando non sparì dietro un muro divisorio e io persi il contatto visivo con lei. Solo qualche minuto, non di più, ma fu come se il sole si oscurasse. La cercavo ma non riuscivo a vedere quella chioma bruna leggermente mossa, legata da un nastro cadente, mentre sentivo distintamente il rumore della saggina che graffiava il cemento del cortile.

Così presi lo sgabello e ci salii sopra. Non pensai a nulla. Sporsi il mio corpo oltre il mancorrente della ringhiera e guardando più in avanti verso sotto provai a cercarla con lo sguardo. Fu allora che sentii la panca mancare sotto i miei piedi e d’istinto mi aggrappai ai fili per non cadere. Non so come lo seppe ma il rumore della saggina sull’asfalto si interruppe, sbucò oltre il muro e vidi il suo volto terreo guardare in su. La scopa le cadde di mano e urlando mi intimò di non muovermi e di rimettere i piedi sulla panca e scendere. Corse come non l’avevo mai vista fare e seppi dopo che aveva fatto cinque piani di scale in pochi minuti, per timore di perdere tempo aspettando l’ascensore.

Mi trovò immobile come mi aveva chiesto. Mi agguantò, trafelata, mi strinse a sé così forte che credevo sarei soffocata. Quando tutto il suo corpo si era sincerato della mia incolumità mi diede una sberla e mi mise in castigo, in quello sgabuzzino con la porta a specchio che conteneva tutte le sue scatole di scarpe.

Ci rimasi il tempo che le servì a sbollire la rabbia e la paura.

L’altro giorno passando di lì ho rivisto lo sguardo di mia nonna. Uno sguardo che mi manca perché era capace di dirmi tutto e di salvarmi, ogni volta che ne avevo bisogno.

Uno sguardo che mi sento addosso ancora oggi.

Ciao, adorata nonna mia.


Quali emozioni suscitano i ricordi dei vostri nonni?


Raccontatemelo, se vi va, nei commenti qui sotto. Non vedo l’ora di leggervi!

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Luz
7 mesi fa

Quanta bellezza nei nonni. La mia storia è un po’ diversa. Due di loro erano lontani e li ho visti solo un paio di volte in vita mia (le altre volte non le ricordo, viaggiavano raramente) perché abitavano in Sicilia. Purtroppo siamo tornati poco nella terra natale di mio padre e ciò non ha permesso di venire a contatto con la loro realtà. Oltretutto morirono negli anni 80, avevo sui 15 anni e ne ho ricordo sbiadito. Di mia nonna Maria quando la vidi nel 1982 per l’ultima volta ho un ricordo più netto se dovessi fare una differenza fra i due.
I nonni materni invece erano vicini e il ricordo più bello che ho con mia nonna Agata fu un viaggio che facemmo a Fragagnano, in provincia di Taranto. Avevo 5 anni. Sai che mi hai fatto venire voglia di raccontarlo in un post? 🙂
Comprendo quella nostalgia e struggimento dinanzi a quello spazio che condividevi con lei. Sono ricordi talmente potenti.

Davide CervelloBacato
8 mesi fa

Bellissime storie. E se ci pensi hai portato un po’ di tua nonna in queste righe, facendola vivere anche per chi non l’ha mai conosciuta. La scrittura e lo storie sono proprio una magia.
Comunque io ho avuto la fortuna di avere tutti e 4 i nonni e una bisnonna almeno fino ai 20 anni. Ora bisnonna e nonna paterna non ci sono più, ma conservo ricordi preziosi e mi godo più che posso (a 32 anni) i miei 3 super nonni (che nel frattempo sono a loro volta diventati bisnonni).

BRUNILDE
BRUNILDE
8 mesi fa

Io non conosco la dolcezza dei nonni: la mia nonna materna era cattivissima! Ha vissuto fino a 93 anni, era scostante, acida,non andava d’accordo con nessuno. A mia madre aveva sempre detto che era stata una figlia indesiderata ( che delicatezza! ), a noi nipoti , semplicemente, non voleva bene. Eppure, mio cugino aveva vissuto molti anni in famiglia con lei, e aveva ereditato i suoi capelli biondo cenere e i suoi bellissimi occhi azzuri ( risultato: lui gran figo, io capelli color topo morto e banali iridi marroni, va bè …). Niente da fare: non aveva tenerezza nè per me nè per lui.
Ogni tanto ci penso, quando perdo la pazienza con quel meraviglioso ragazzino di 11 anni che per le strane vicende della vita si trova ad avermi come unica nonna, anche se non abbiamo legami di sangue ( è il nipote del mio compagno ). Allora cerco di recuperarla, la pazienza, e di essere più affettuosa che posso: perchè è solo questo, in fondo che si chiede a una nonna!

Giulia Mancini
Giulia Mancini
8 mesi fa

Che bel ricordo che hai raccontato, mi hai fatto commuovere, ho davvero visto la vita di tua nonna, con tutta la fatica e l’amore di cui era capace, in più mi ha fatto tremare quella scena da cardiopalma in cui stavi per cadere dal balcone.
I miei nonni li ho vissuti poco, la nonna materna è morta quando avevo 5 anni, l’altra nonna Anna, ne ho raccontato in un post, è vissuta più a lungo ma l’ho divisa spesso con i miei cugini e passavo poco tempo a casa sua. Di entrambe ho un ricordo molto forte.

newwhitebear
8 mesi fa

Ho conosciuto solo le nonne e di sfuggita quello paterno. Della nonna materna ricordo che aveva sempre le carte in tasca per fare una partita a briscola. Ma è un ricordo sfocato perché molto lontano nel tempo.
Comunque un bel post per ricordare una figura che ha lasciato ricordi indelebili nella tua memoria.

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