Stamattina sono andata a fare la mia solita corsetta domenicale nei boschi. A un certo punto il sentiero si è acceso di giallo: un cespuglio di mimosa, pieno di luce.
Mi sono fermata, ho fatto una foto e ho pensato che fosse il regalo più autentico che potessi farvi oggi.
Ho sempre considerato l’8 marzo una giornata di lotta.
E quella mimosa — così semplice, così ostinata — mi ha ricordato perché.
Perché l’8 marzo si regalano le mimose
L’idea della mimosa nacque nel 1946, un anno dopo la Liberazione dal nazifascismo. Una data che ricordiamo troppo poco, ma che a mio avviso dà il senso di una giornata che è, prima di tutto, lotta.
Fu infatti l’UDI, l’Unione delle Donne Italiane, a lanciarla. Dopo una discussione tra l’allora segretario del Partito Comunista, Luigi Longo, e alcune dirigenti dell’organizzazione, venne posta a tre donne la questione di scegliere un fiore per la giornata dell’8 marzo, proprio come il papavero era diventato il simbolo della Resistenza.
Teresa Mattei, insieme a Rita Montagnana e Teresa Noce, respinse la proposta di Longo di utilizzare la violetta: troppo sofisticata e poco diffusa.
Per celebrare la nuova conquista — il voto, che avrebbe portato il Paese verso la Repubblica — le donne, secondo Teresa Mattei, avevano bisogno di un fiore popolare. Un fiore che crescesse libero nelle campagne, alla portata di tutte.
La scelta cadde sulla mimosa che divenne il simbolo dell’8 marzo, ancora oggi resta una giornata di lotta.
Gialla come il sole. Simbolo della nostra inesauribile energia.
Perché l’8 marzo è ancora una giornata di lotta
Ho passato l’ultima settimana a congegnare, valorizzare e lottare insieme ad altre e altri per diritti delle donne ancora inascoltati, e talvolta perfino inespressi.
Sono stata a Cantù, dove le donne del collettivo Intrecciat3 — cui partecipa anche la CGIL di Como — mi hanno invitata a raccontare la storia della nostra vittoria al TAR che ha portato alla chiusura della Stanza dell’Ascolto dell’ospedale pubblico Sant’Anna.
Sapevamo che quella non era che una battaglia di avamposto. E infatti così è stato: anche nel comasco, in un ospedale che fatalmente si chiama anch’esso Sant’Anna, è stata aperta una stanza antiabortista in cui si sollecitano le donne a non abortire, in barba alla Legge 194/1978.
È stata una serata riuscita. Un altro ricorso al TAR è stato tentato, la strada da percorrere è ancora lunga, ma con la forza e l’allegria che quei colori — il rosso, il giallo, il viola — sanno regalarci, andremo avanti fino alla prossima vittoria!
Quando denunciare diventa una seconda battaglia
Qualche giorno prima ero con il Centro Antiviolenza Punto a Capo per avviare un progetto comune contro la violenza di genere nei luoghi di lavoro.
In quell’occasione abbiamo ascoltato la testimonianza di una donna straordinaria e coraggiosa che ha denunciato il padre delle sue figlie, suo ex marito, per continue violenze e sopraffazioni.
Una situazione ancora aperta. Perché la sua storia ha messo in luce qualcosa di terribile: la violenza istituzionale che è nei fatti una seconda violenza.
Dopo aver denunciato, non essere creduta.
Non essere supportata.
Non essere aiutata e protetta da chi dovrebbe farlo — lo Stato, le istituzioni, il tribunale.
È qualcosa che lascia sgomente.
Ci vuole molta forza per denunciare e ce ne vuole altrettanta per resistere e andare avanti, spesso contro tutto e tutti.
Quel giorno abbiamo toccato con mano un altro buco nero: quando le leggi non bastano, se non ci sono le scelte conseguenti.
Una violenza istituzionale che si manifesta anche in proposte legislative incomprensibili. In molti paesi europei è ormai chiaro che il sesso senza consenso è stupro. Qui invece Giulia Bongiorno ha proposto la formula della “manifestazione del dissenso”.
Il consenso — cioè il diritto di una donna a dire no ed essere creduta — finisce così per scomparire.
Quel disegno di legge va respinto. Che a proporlo sia una donna è il segno dell’assuefazione al patriarcato che dobbiamo contrastare.
Il lavoro che pesa ancora sulle donne
Con le lavoratrici del commercio e dei servizi, in una mattinata dedicata, di rientro da Como, abbiamo riflettuto sulle differenze di genere nei luoghi di lavoro: salariali e di carriera.
Non dipendono dai contratti nazionali — che ovviamente non prevedono paghe diverse per uomini e donne — ma da tutto il resto. Ma dai superminimi, dai premi discrezionali, da quel “merito” che spesso coincide con la disponibilità ad allungare o cambiare gli orari di lavoro all’ultimo momento.
E poi c’è il lavoro di cura: per i figli e, in una società che invecchia, per genitori non autosufficienti.
Un lavoro che ricade ancora quasi interamente sulle donne e che incide pesantemente sul loro percorso professionale.
Per questo è particolarmente grave che sia stata respinta la proposta di congedo parentale paritario proposta dalle opposizioni. Respinta dal primo Governo presieduto da una donna. Il che dimostra che non basta essere di sesso femminile per fare gli interessi delle altre. Occorre che le altre vegano viste.
La richiesta era di un congedo uguale per donne e uomini. Alcuni paesi rendono obbligatoria la compartecipazione. Non solo perché è giusto che i padri crescano i propri figli, ma perché solo così il percorso professionale diventa davvero paritario.
Altrimenti il prezzo lo pagano sempre le donne.
Si può lottare anche sorridendo
E poi c’è stata la grande manifestazione del 7 marzo a Torino di Non Una Di Meno, a cui abbiamo partecipato.
Una giornata di lotta che ha portato corpi, sguardi e parole in piazza contro il patriarcato e per i nostri diritti.
È bello darsi appuntamento con chi, tra lavoro, famiglia e mille incombenze, decide di scendere in piazza un sabato pomeriggio per un sabato di lotta.
Camminare insieme.
Parlarsi.
Confrontarsi.
Sentirsi parte.
E sorridere.
Sì, perché si può lottare anche sorridendo. Non c’è forza più grande di questa. Per questo oggi voglio regalarvi questo sorriso. Fate lo stesso con qualcuna di noi, perché di storie difficili ne abbiamo tante. E a volte basta poco: uno sguardo complice, un gesto inatteso, un sorriso improvviso.
Possono cambiare il segno di una giornata, costruire legami. Legami che rendono possibili le battaglie più grandi.
Stamattina quella mimosa nei boschi mi è sembrata proprio questo: un piccolo segno di luce.
Perché la vita è imprevedibile. E se c’è gioia, è meglio condividerla.
Buon 8 marzo, amiche e amici delle Volpi. 💛





La mimosa è un bel fiore e credo rappresenti bene le donne, ma ogni 8 marzo vorrei meno mimose e più opere a favore delle donne, per esempio la legge sul congedo uguale per uomini e donne, che consentirebbe maggiore parificazione sul lavoro, o la legge sul consenso. Per ora non è ancora così, ma è bello comunque regalarci un sorriso tra combattenti.
La contraddizione più grande è proprio questa cara @Giulia combattente: in prossimità di questa ricorrenza, con tutto il significato che porta con sé, le scelte del governo vanno in altre direzioni. Quello che stanno costruendo non è un paese per donne, loro che con la lotta delle donne, specie di quelle che hanno costruito la nostra democrazia, non hanno nulla a che fare. Bisogna cambiare tutto
Questo è un taglio che mi piace, il sorriso che aleggia, la passeggiata incontro alla mimosa a cui restituisci la dignità del significato originale, e da lì i tanti aspetti della condizione femminile, non elencati nella teoria ma raccontati come momenti vissuti sul campo. E il sorriso che ritorna alla fine nella foto della manifestazione da’ maggiore serietà alle tue parole
Grazie @massimolegnani, il sorriso mi accompagna sempre. E’ la forza di una scelta fatta molto tempo fa sempre valida. E anche una mia caratteristica. Quella foto è bellissima, soprattutto per l’entusiasmo di cui ero circondata…
Leggo ‘patriarcato’ e mi rizzano i capelli in testa, perché se non cambia la mentalità delle donne, questo diventerà sempre più evidente. All’interno della famiglia è la madre a convincere il figlio maschio che è diverso rispetto alle sorelle, che loro devono obbedirgli, ecc. Quindi è da qui che bisogna cominciare. La Buongiorno non ha fatto che sancirlo nella legge che sta portando avanti. Quindi dalla famiglia deve partire l’assunto che non esiste differenza tra maschio e femmina, a parte che il maschio non può partorire.
Questo deve essere un lavoro psicologico a lungo termine che non può essere ridotto a leggi o altro ma solo attraverso un’opera di convincimento.
Gentile amico volpacchiotto, condivido pienamente! Personalmente, ho sempre pensato che sarebbe stato interessante avere un figlio maschio, per poterlo educare in modo ” non patriarcale”. Invece il destino mi ha riservato una figlia femmina: l’ho educata prima di tutto al rispetto per se stessa. Spero per lei e per tutte le donne un futuro migliore…
Non ho avuto figli o figlie e dunque entrare in questa discussione è difficile. Certo la famiglia fa molto, più con l’esempio, i comportamenti quotidiani, che con le parole. Ma il punto è la società: la discussione che non decolla su questi temi, l’agenda politica che non ne parla e chi dovrebbe dirigere un paese ispirandolo, invece di lavorare per superare pregiudizi, stereotipi e violenze le perpetua e le legittima con leggi sbagliate e informazione di parte. Per me il tema è essenzialmente politico, nel senso più nobile del termine
L’educazione sessuo affettiva a mio avviso è la risorsa a lungo termine più rigorosa ed efficace. Intanto però evitiamo leggi sbagliate e riproduzioni di stereotipi dannosi e svilenti. E’ un lavoro psicologico di lungo termine e soprattutto culturale. Poi concordo che molte donne siano imbevute di patriarcato fino a diventarne espressione. Tristezza, anche perché la consapevolezza non si costruisce, in effetti non saprei dire come favorirla