Che fine ha fatto la nostra generazione?
Femminile, plurale

I tormenti di una giovane cinquantenne

Ho da poco compiuto cinquant’anni e a dire la verità non me li sento per niente.

Non sono di quelle che girano apparecchiate come delle ragazzine adolescenti; mantengo la freschezza interiore di quegli anni, custodendola gelosamente.

Certo, alcune cose sono cambiate: alla sera la televisione è diventata una sorta di suppellettile superflua, spesso sono stanca persino per questo genere di cose.

Un telegiornale per essere aggiornata sui fatti del giorno e stop.

Ci sono gli affetti, la casa, la scrittura, talvolta lo sport e lo yoga. Non ho tempo per i programmi televisivi e non sento di aver perso niente.

Invece sono consapevole che mentre mi arrabbio con mio nipote perché sta sveglio fino a tardi a chattare su Whatsapp o a giocare con le app del telefonino, mi accorgo che io stessa investo molto tempo della mia vita attaccata a questa prolunga che da servizio è diventata una sorta di mania: lo smartphone.

L’altra giorno seguivo un servizio in tv che raccontava di un esperimento colossale:

in una scuola superiore gli insegnanti hanno proposto a una settantina di ragazzi di rinunciare allo smartphone per un mese. Se non ricordo male solo una ventina o poco più hanno avuto il coraggio di aderire all’iniziativa e soltanto due di loro l’hanno portata fino alla fine.

Martiri o eroi?

In attesa di conoscere la vostra opinione in merito, immaginatevi senza il cellulare in mano, a controllare gli aggiornamenti social mentre vi annoiate dalla vita, e a rinunciare ad esso per un mese intero.
Ci riuscireste?

Quando ci lamentiamo delle generazioni che seguono la nostra, interroghiamoci su quanto spessore abbiamo trattenuto delle lezioni del passato nella nostra.

Se la linea che tiriamo dovesse essere sottile, allora è giunto il tempo di farsi la domanda di tutte le domande:

Cinquantenni: dove siamo finiti?

Che fine ha fatto la mia generazione

Rinunciare a farsi avanti

All’università ho diligentemente lavorato gratis su questioni di mio interesse, in attesa che qualcosa accadesse. Speravo nel classico posto per un dottorato di ricerca.

Sapevo che avrei dovuto attendere che la lunga coda dei “promessi dottorandi” terminasse, ma ero fiduciosa. Nelle mie capacità e nel sistema.

Per quanto riguarda la seconda questione, mi sbagliavo di grosso.

In realtà quando mi hanno spiegato che dovevo aspettare i prenotati dei professori più influenti del mio, il che significava restare in stand by per tre/quattro anni, mi sono fatta due conti in tasca.

Non potevo permettermelo. Ne ho preso atto, e mi sono cercata un lavoro.

In seguito ho incontrato tante persone della mia età che avevano passato più o meno la stessa cosa e in seguito assaggiato i gusti più amari di un mercato del lavoro che già allora puntava alla precarizzazione della forza lavoro, rendendola appunto ostaggio del sistema.

Insieme abbiamo deciso di opporci a questo stato di cose e abbiamo lottato per cambiarlo.

Il risultato non è lusinghiero, ma andiamo avanti.

Ho trovato un lavoro che mi ha consentito di vivere dignitosamente.

Tuttavia ho patito per la mancanza di autonomia e di rispetto per ciò che sentivo di essere. Quante volte mi sono sentita squalificata come donna, impossibilitata a fare carriera perché l’informatica è cosa da tecnici, “cosa da uomini”.

Fino a quando la politica non ha bussato alla mia porta.

E da lì si è aperta una strada durata qualche anno, che poi mi ha portato al sindacato, dopo un periodo di rientro in azienda, durissimo.

Quando torno con la memoria a quei giorni, mi viene da pensare se sia possibile che la mia esperienza come quella degli altri non abbia saputo trasformarsi in qualche cosa di abbastanza forte da cambiare le condizioni che dovevano essere cambiate.

E ora che mio nipote ripercorre la mia strada, essendosi iscritto al liceo che sia io che mia sorella frequentavamo e dove io mi sono formata politicamente, mi chiedo se ciò che ho lasciato sia stato abbastanza solido da consentire loro di partire da uno scalino più su per rimontare.

E invece.

Dicono che il ricambio generazionale nel paese ci sia stato. Il giovanilismo incombe, insieme alla totale assenza di competenze portata addosso come un vanto, forse anche un po’ per colpa nostra, della nostra generazione, dei cinquantenni che hanno rinunciato a prendersi il posto che gli spettava nel mondo e che ora scimmiottano gli altri modelli senza averne uno proprio.

Sento la mancanza di una filosofia, di una visione del mondo che parta dall’elaborazione di questa generazione.

Vale per tutti i settori, ma certo nella società si sente più che altrove.

Fuori dai giochi

Ci sto ad ammettere che la mia età non aiuta.

Se siamo rimasti fuori dai giochi un motivo ci sarà. Sarà forse ciclico?

Hai un bel da dire che bisogna reclamare degli spazi, se non hai niente di nuovo da proporre.

Mi guardo intorno e quello che vedo mi lascia perplessa.

Uomini incapaci di assumersi responsabilità di lungo periodo, anche quando vincolati da matrimonio, donne che hanno riscoperto la loro femminilità, troppe che la manifestano in modo audace mentre nascondono la loro alterità sotto un rossetto.

Ragazze e ragazzi attempati in bilico sulla corda dell’età adulta.

E’ facile semplificare.

 

Siamo la generazione degli anni ’80 in cui tutto era accessibile, facilmente raggiungibile. E ora non è più così

Smarriti, ci siamo svegliati in un presente dove tutto è più complicato e inarrivabile, come trovare un lavoro dignitoso, una casa, relazioni umane di qualità.

Siamo impreparati.

Anche a precipitare nella realtà che ci circonda.

Abbiamo avuto molto di più dei nostri genitori. Scuola, divertimento, autonomia decisionale, un’infanzia lontano dal lavoro. Tutto ciò lo abbiamo raggiunto senza sforzi, sull’onda del boom economico.

Ma che cosa ne abbiamo fatto?

Come ricostruiamo un punto di vista, una visione capace di far discutere le nuove e le vecchie generazioni?

Un rapporto solidale, non all’interno di una sola generazione, ma tra generazioni?

Una parte di questo disagio l’ho raccontato attraverso il personaggio di Luce, la mia protagonista di Così passano le nuvole, che rifiuta il modello dominante ma non sa che cosa contrapporvi.

Chi scrive parte dal racconto delle proprie emozioni e patimenti individuali, fonti inesauribili di ispirazione per i nostri personaggi e le nostre storie.

Che in fondo, se qualcuno pensa che lo scrittore scriva sempre di fatti autobiografici, pone male la domanda:

non è lo scrittore a scrivere di sé ma il proprio sé a permeare ogni riga di ciò che scriviamo

Il punto è che se non abbiamo provato noi stessi a farcela, non possiamo chiedere a loro di essere credibili nei confronti dei lettori.

Per scrivere bisogna vivere. 

E ogni tanto, farsi qualche domanda.

Sei un cinquantenne? Sapevi di appartenere alla Generazione X?

31 Comments

  • Marina

    Leggo “cinquanta” e mi dico: ma come ci sono arrivata anch’io! Cioè ci arriverò a maggio, ma già è come se li avessi addosso. Ci sono arrivata seguendo tutte le tappe che volevo seguire: laurea, matrimonio, maternità, dunque potrei quasi dire di non avere rimpianti. Dico “quasi” perché uno ce l’ho: quello di avere attraversato il periodo in cui i concorsi pubblici cominciarono a scarseggiare fino ad esaurirsi del tutto, cosa che ha lasciato il mio studio un po’ per aria: non volevo fare l’avvocato e mi sono preparata per accedere a qualche qualifica funzionale, ma davvero sono arrivata a fare due/tre concorsi, poi finito tutto. E da madre, adesso, vedo una generazione che ha competenze che io, alla stessa età, mi sognavo e prego ogni giorno che tutte queste menti “aperte” possano trovare una giusta strada, senza vivere il fallimento prima ancora di avere sperimentato la ricerca della felicità.

    In estate, quando scendo in Sicilia, vado a stare in campagna dai miei: lì, il campo è azzerato e io, per forza di cose, devo rinunciare a internet con tutti i suoi collegamenti. I primi anni, maledicevo l’etere :), poi mi sono abituata. Ecco, una cosa che bisognerebbe saper fare bene è abituarsi, adattarsi a ogni nuova situazione, anche se più scomoda della precedente. Vivo bene il presente, forse, perché ho imparato a farlo.

    • Elena

      Dicono che la caratteristica fondamentale degli esseri senzienti sia pro la capacità di adattamento. Eppure, abbiamo sempre l’impressione che sia il contrario. Io per esempio noto che più divento “grande” più mi sento consolidata, per non dire rigida, nelle scelte. Ma siamo sicure che sia proprio così? Vivere il presente è esattamente ciò cui tendo da tempo. La migliore via per la serenità. Non ti faccio gli auguri, ci sarà tempo. Ci sei arrivata alla grande, questo si può già dire

  • Rosalia Pucci

    Che bella riflessione proponi, cara Elena! Non ti nascondo che anch’io mi pongo le tue stesse domande- Oggi mi capita di pensare se la strada che ho percorso fino a oggi sia quella giusta, o se piuttosto la mia vita avrebbe potuto prendere un corso diverso, più confacente alle mie aspettative. Ma con i “se” non si va da nessuno parte, preferisco concentrarmi su cosa si può fare per migliorare, per cambiare ciò che non va. La tecnologia mi sta stretta, la vivo più come una gabbia che come una possibilità. Non credo che potrei mai rinunciarvi, ma vorrei limitarla al massimo per riscoprire il valore della lentezza. Il turbinio dei social, persino del blog, dove tutto viene macinato e poco rimane, mi crea stress, e non è un bel segnale. Così spesso sparisco dal web, mi prendo le mie pause e faccio pace con i miei tempi e i miei bisogni.

    • Elena

      Io ho sce di stare il più possibile al passo della tecnologia. Se voglio comprendere il mondo in cui vivo, devo stare al suo passo. Non sempre ci riesco. Ciò non vuol dire che non veda i limiti che la tecnologia ha. Sarebbe miope e sbagliato. Per il resto, cara Rosalia, non rinnegato nulla. Sono felice di quello che sono e sono certa che per te vale lo stesso. Chi decide di scegliere sarà sempre libero

  • Brunilde

    Anch’io sono lontana dalla soglia dei cinquanta: nel senso che l’ho superata da un pezzo e mi sto avvicinando pericolosamente a quella dei sessanta. E forse gli interrogativi sono ancora maggiori.
    Ho passato la prima parte della mia vita a farmi perdonare per non essere nata maschio : sono figlia unica, mi è stato messo un nome simile a quello di mio padre proprio per consolarlo della delusione. Non sembra, ma è qualcosa che ti porti dentro, così come il disagio del farti strada in un mondo in cui prima sei troppo femminile, troppo carina, troppo giovane per essere presa sul serio, poi improvvisamente ti ritrovi troppo anziana e troppo obsoleta per essere competitiva in un mondo giovanilistico, tutto social e iperteconologico, tu che hai studiato greco antico.
    Aver fatto questo ( lungo ) pezzo distrada mi ha insegnato a fregarmene, e a pretendere i miei spazi. Anche in un mondo in cui i miei valori sembrano non più degli di cittadinanza!

    • Elena

      Cara Brunilde, la storia del tuo nome mi ha fatto venire in mente un episodio che riguarda un periodo molto triste della mia vita. Dopo aver passato anch’io la mia vita a fare il maschiaccio per sopravvivere, quando è mancati mio padre mi sono sentita improvvisamente scoperta. Forse cercavo di somigliargli. Prima di morire mi affidò mia madre e mia sorella dicendomi “sei tu ora l’uomo di casa”. Un peso enorme di cui ancora non non mi sono liberata…

  • Calogero

    Io sono dell’opinione che ‘C’è posto per chi sa stare a posto’* come cita una nota canzone di Ligabue.

    L’apporto (sul piano dell’esperienza) dei cinquantenni è FONDAMENTALE; chi le forma altrimenti le nuove generazioni?
    L’apporto delle nuove leve è FONDAMENTALE; chi le apporta altrimenti forze fresche e innovazioni?
    L’apporto degli anziani è FONDAMENTALE, ma non c’è posto per tutti, o comunque non dovrebbe esserci*: chi ci insegna altrimenti l’umiltà e l’umanità?

    *Per chi non c’è posto, allora?
    Per i settanta-ottantenni con la pancia piena che continuano a sottrarre spazio e risorse ai giovani che devono formarsi e acquisire risorse (soldi per campare). Un solo esempio: Adriano Celentano che a 81 anni sente ancora il bisogno di racimolare grano. Ecco per chi non dovrebbe esserci posto.

    Ma questa è solo la mia opinione personale.

    • Elena

      Mi sembra di capire che tu ce l’abbia con la gerontocrazia. In Italia non esiste potere più consolidato, ovunque si guardi. Mi chiedo : quando raggiungeremo noi quell’età, saremo in grado di fare un passo indietro?

      • Calogero

        Non sapevo che esistesse un termine specifico per definire il fenomeno 😀
        Di cosa mi stupisco? Se c’è un fenomeno è logico che abbia anche un nome.

        Poni una domanda che spinge a confrontarsi in primis con se stessi. Speriamo una volta raggiuntà l’età critica di avere la pancia abbastanza piena e di aver conseguito tutti gli obiettivi che ci siamo prefissi. In caso contrario, beh… chi può dirlo?
        E’ scontato che non si possa includere nel fascio la categoria degli ultrasessantacinquenni che per svariati motivi non hanno ancora maturato i contributi necessari per accedere alla previdenza, quasi tutti facenti lavori usuranti, oltretutto.
        Per i Gianni Morandi di turno nessuno sconto però.
        In genere ho la tendenza a dissociarmi da quegli atteggiamenti verso i quali provo fastidio, quindi mi sento abbastanza immune al virus della gerontocrazia. Mi auguro di non giungere impreparato (o ipocrita) alla prova dei fatti.

        • Elena

          Alludevo a chi gestisce un pezzo di potere. Non certo a chi si guadagna il pane e si è visto posticipare il diritto al riposo da un giorno all’altro

  • Giulia Lu Dip

    La vita è passata così in fretta che mi sento sempre più sgomenta. Io ho 54 anni, ma non mi sento diversa da quando ne avevo trenta, tranne per il fatto che oggi sembra tutto molto più precario. A trent’anni mi sembrava di avere molte più certezze, forse era il mondo a essere più leggero, anche se forse era una leggerezza illusoria. Il mondo attuale più tecnologico, ma molto più oscuro, non ci lascia grandi margini. Io ho un lavoro stabile, frutto di sudore e fatica, ma ogni giorno mi sembra di stare in trincea mentre in passato non era così, tutto è diventato più complesso o, forse, è semplicente il fatto che siamo sempre di meno a gestire un lavoro sempre più complesso. Leggendo il commento di Monica mi è venuto in mente che anch’io avrei dovuto nascere maschio, essendo la terza figlia femmina, sono ancora arrabbiata per certe affermazioni fatte dai miei genitori quando ero bambina, frutto di un retaggio culturale stupido e ignorante di un paese retrogrado. Tra l’altro nel 2019 le cose non sembrano migliorate per le donne. Riguardo al cellulare non credo di poterne fare a meno, salvo forse dell’unica funzione che ha il cellulare ossia le telefonate, sono quasi tutte rotture di scatole, per il resto uso il cellulare per ascoltare la musica, per leggere e per scrivere (ogni tanto prendo appunti su Pages) è solo per questo che mi mancherebbe…

    • Elena

      Cara Giulia, siamo cresciute negli anni ottanta, gli anni degli yuppies e della pseudo crescita della ricchezza. C’era euforia e il mondo del lavoro non era precario come adesso. Io sono felice di essere nata donna ma la fatica che abbiamo compiuto è veramente tanta. Ancora non credo che la vita ce ne abbia restituito una parte sufficiente per dire “questa l’ho cambiato in un meglio”
      Forse non accadrà mai. Ma è il tentare che mi da la forza di andare avanti

  • Barbara

    “Uno può cambiare le regole del gioco quando è arrivato, non mentre è per strada. E una come me non arriva, se non cambia le regole.” dal film Una donna in carriera, 1988
    E dal 1988 in qua non è cambiato nulla per una donna lavoratrice. O per una donna in generale.
    Anche se nell’informatica ci sono più donne di un tempo, se vai a vedere come sono distribuite le certificazioni (quegli attestati onerosissimi che servono solo per dimostrare che sai fare il tuo lavoro, anche quando lo fai da 20 anni) ti accorgi che le aziende preferiscono investire sui maschi. Perché non c’è il rischio che restino a casa dopo la maternità, vanificando l’investimento dell’azienda in formazione.

    E sul cellulare: il mio utilizzo è per lo più professionale, anche quando sembro “cazzeggiare” sui social in realtà sto facendo rete, coltivando relazioni, amicizie, contatti. Non a suon di gattini o vignette sporche, ma a suon di informazioni utili, un giorno ne ricevo, un altro ne regalo. E’ questo il motivo per cui è stato pensato internet, uno strumento di condivisione per migliorarci la vita e toglierci qualche affanno. Non per esserne schiavi!
    Così quando sono in giro tra giardino e garage e il cellulare me lo dimentico come soprammobile da qualche parte, quando rientro mi trovo 47 notifiche, 16 mail, 7 messaggi, il cui ultimo è “MA DOVE SEEEIIII??”
    (e il più delle volte per cose assolutamente non urgenti…)
    L’ultima volta ho risposto: “Scusa, stavo zappando…” 😀

    • Elena

      Odio chi scrive “ma dove sei” come se fosse un delitto non rispondere nei trenta secondi successivi! Mi piace la frase che hai riportato, ti ho ringrazio. Credo che non ci siano alternative se non esserci per cambiare le regole. Fuori di giochi del potere noi donne possiamo solo trovare un posto tranquillo in cui leccarsi le ferite

  • Giuseppe

    Cara Elena, mi trovi alquanto impreparato. La soglia dei cinquanta per me è ancora un po’ lontanuccia. Tuttavia voglio soffermarmi a riflettere, brevemente, su una frase che hai proposto alla nostra riflessione: “Per scrivere bisogna vivere”. Penso che chi scriva non sia avulso od estraneo alle storie che racconta. C’è sempre del personale, delle esperienze vissute in prima persona, dei sentimenti positivi o negativi che pervadono la nostra vita e che magari riempiono pagine e pagine facendole calzare a pennello ai nostri personaggi. C’è sempre un qualcosa di noi nelle pagine che scriviamo. Credo anche sia difficile per noi essere così freddi e apatici, privi di ogni emozioni nel non pregnare qualche personaggio delle nostre idee o humus. Non siamo asettici. siamo persone.

    • Elena

      Ciao Giuseppe, trovarti impreparato in questo caso è un vanto, niente nota sul diario ! Ma certo che è così, scriviamo di noi e di ciò che abbiamo intorno. Altro che fantasia o fantascienza. Tuttora parte dalla nostra esperienza. Non si inventa nulla se non qualcosa che avevamo già tracciato, magari inconsapevolmente

  • newwhitebear

    per quanto riguarda lo smartphone dico subito che per me non esiste. Esiste il telefono che uso per telefonare e ricevere o inviare qualche messaggio. Per il resto nulla, anche perché a parte WP non frequento altro. Facebook senza account, Twitter dismesso, il resto non pervenuti.
    Mercato del lavoro? Beh, ne sono uscito e vivo la mia pensione. Lavoro di più, nel senso non ho tempo libero perché tra un impegno e l’altro saturo la mia giornata. Però devo dire che ho seguito sempre il mio istinto facendo solo quello che mi piaceva. Non ho mai attribuito alla carriera più importanza di svolgere una professione che mi dava soddisfazioni.

    • Elena

      Indubbiamente uno stile di vita condivisibile. Ho sempre pensato di dover stare al passo coi tempi e ci sono riuscita. Richiede la possibilità di stimolare la mente e crescere. Come si fa a cambiare il mondo se non siamo capaci di cambiare noi stessi?

  • mattinascente

    “Fra le virtù più importanti di un essere umano, una delle più rispettate fra
    gli Indiani era senza dubbio la saggezza. Era una delle doti richieste ai
    capi, insieme con l’autocontrollo, la generosità, il coraggio e l’audacia. Ma
    fra tutte era anche la meno ‘dimostrabile’. Un uomo era ritenuto saggio
    quando era capace di dispensare validi consigli al prossimo, quando infondeva
    fiducia ai guerrieri prima di una spedizione di guerra, quando riusciva a
    trovare mediazioni durante le liti tra i mèmbri della comunità, quando aveva
    una conoscenza superiore delle tradizioni della tribù, delle forze della
    natura e del regno degli Spiriti. Gli anziani della comunità erano i custodi
    di tutte le tradizioni, dei canti, delle storie, dei miti, e per questo erano
    ascoltati e venerati. Dato che tutto veniva tramandato oralmente, un anziano
    era, forzando un po’ il paragone, ciò che per noi è una biblioteca: il
    ricettacolo del sapere della società. E il suo compito era trasmettere ai
    giovani tutta la sua conoscenza, affinchè la tradizione, e quindi la tribù
    stessa, potesse sopravvivere.” Tratto da Storia degli Indiani del Nord America- D.Guasco
    Forse il punto è proprio nel cercare di fare capire alle nuove generazioni che, la conoscenza, non è solo quella che si trova cliccando un tasto sullo smartphone, ma quella frutto di esperienze, di errori, di valori ereditati, di scambi di opinioni. Il nostro compito non è più quello di essere dei combattenti in prima fila, ma quello di essere dei pazienti sostenitori, dei consiglieri. L’età mi ha fatto ben comprendere che non riuscirò mai a cambiare il mondo, ma posso essere un semplice punto di riferimento per chi mi è vicino. Mi scuso per essermi dilungata e ti ringrazio per la profonda riflessione. Buona giornata.

    • Elena

      Ti ringrazio per questa bella citazione e non c’è bisogno di scusarsi. Ho da poco finito di leggere un saggio di Nuto Revelli sulla civiltà contadina e racconta come dopo la seconda guerra mondiale nei paesini di un’Italia martoriata la figura del saggio, del consigliere esisteva ed era utilizzata per ogni problema. Poteva essere un anziano o anche un uomo di mezza età (ma sempre uomo) che aveva vissuto o viaggiatori o comunque fatto esperienze al di fuori della comunità. Se abbiamo vissuto bene i nostri anni, ci è capitato lo stesso. È ciò che apre le nostre menti e le mantiene attive. La tecnologia non svolge questa funzione a mio avviso. Che ne pensi?

  • Sandra

    Da coetanea dico che la nostra è davvero una generazione tradita.
    Siamo passati dagli Yuppy – chi li ricorda più? – alle banche che ti davano il 7% di interesse su un normale c/c alla precarietà lavorativa e alle banche fallite.
    In mezzo chi ha puntato al lavoro, chi alla famiglia, chi si è massacrato per gestire entrambi.
    Ora, troppo vecchi per ricollocarsi sul lavoro, con genitori anziani, noi nell’anima ancora molto pimpanti, cerchiamo di portare a casa quei risultati che ci sono sfuggiti prima, per mille motivi, ma non è facile la concorrenza con chi ha magari 20 anni meno di noi.
    Fregati pure dalla pensione, che quando inizia a lavorare ci sarei andata dopo 35 anni di lavoro.
    Noi che abbiamo lavorato col telex e adesso la mail è già quasi vecchia.
    Sto bene nei miei 50, ma oggettivamente mi rendo conto che per molti aspetti pesano e i luoghi migliori dove stare sono quelli scelti con mio marito, quando tutto il resto non interferisce, o nei miei adorati libri.

    • Elena

      La penso come te Sandra. Anch’io mi rifugio “nel mio”, adoro la solitudine e il silenzio, e le serate io e lui rilassati, io coi miei miei libri o la mia scrittura, lui con la sua radio. Sarà un modo per chiamarsi fuori da tutto ciò che, come ho scritto, nonché riesco a capire? Comunque mi sento pimpante anch’io!

  • Banaudi Nadia

    io senza cellulare avrei problemi quasi sicuramente, ma potrei abituarmi, certo smetterei di tante consuetudini e mi farei assorbire da altro. Al cinquanta per cento lo uso in maniera scorretta, ma per il restante sono certa di farne l’uso multimediale per cui è stato progettato, cioè alleggerirmi la vita.
    La tv invece è un bel suppellettile che per lo più sta spenta, troppe volgarità, quindi condivido il tuo punto di vista.
    Ma soprattutto sulla tua ultima considerazione mi trovo concorde: per scrivere si deve vivere altrimenti le idee si esauriscono e sanno di stantio.

    • Elena

      Mi viene il dubbio di aver sostituito il loisir della televisione con il telefonino e le sue app. Non mi sento poi così lontana dalla dipendenza. La “giusta causa” secondo me non è una giustificazione valida. Ma senza non potrei per esempio seguire le discussioni sul mio blog. Non parliamo poi del lavoro… Vivere vivo intensamente. Come sai, forse anche troppo!

  • andrea benzi

    Leggo con piacere e spesso condivido le opinioni espresse negli articoli . Stavolta , da ultra cinquantenne , mi permetto di dire che il problema da risolvere è il qualunquismo in cui sono cadute un pò tutte le generazioni nate dopo gli anni sessanta ( compresa la mia ). La soluzione è quella di fermarsi ad ogni ostacolo e demolirlo . Vi faccio due esempi :
    – al Carabiniere che ferma la mia auto e mi chiede i documenti rispondo di no e gli spiego che prima di chiedere i documenti a me fa chiudere il finto centro massaggi cinese a 10 metri dal suo posto di blocco .
    – al tecnico comunale che mi ferma i lavori di ristrutturazione, in virtù di un suo errato modo di interpretare la legge, rispondo che io nn ci sto e che io vado avanti e che o si ravvede o il giorno dopo mi trova armato sulla porta di casa mia .
    In entrambi i casi ho vinto io . Il centro massaggi ha chiuso ed io ho proseguito i lavori di ristrutturazione .
    Se volete che il mondo cambi siete voi singolarmente che dovete cambiarlo .
    Buon vento.

    • Elena Ferro

      Caro Andrea, innanzitutto grazie per il tuo apprezzamento ai miei articoli, non solo sulla vela! E’ bello sapere che ci sei e dunque grazie anche per questo commento.
      Peraltro assolutamente sagace.
      L’idea di te alle prese con il carabiniere o il tecnico comunale (e li riduci al silenzio) mi diverte molto. a suggerisce anche una strada per uscire da questa empasse. Una strada che percorro anche io ogni giorno, col rischio di passare per pedante o “accanita”. Ma vera. La verità infatti è rivoluzionaria, e mettere di fronte le persone a una verità da cui non si può scappare ha un indubbio potere. Anche questa verità del fallimento o del qualunquismo di una o più generazioni può e deve essere messa in luce. Solo così potremo guardarla in faccia e, magari, affrontarla. Buon vento anche a te!

  • Elena Ferro

    Gianni ha partecipato alla discussione ma commentando sulla mia pagina Bios, il commento originale risiede lì. Lo riposto qui perchè mi pare utile alla nostra bella discussione:

    “Ci hanno distratti facendoci inseguire chimere, prima illusi e successivamente disillusi… è vero avevamo il dovere di ribellarci, ma avremmo dovuto farlo a vent’anni! Ora non abbiamo più la forza, ci è stata portata via facendoci deviare sulla loro retta via! Sento ripetere che dobbiamo cambiare mentalità, per poter assorbire le nostre ultime stille di consapevolezza, che questa società usa e getta ci sta massacrando. In questa frangente, mi piace citare George Orwell, ritenuto un visionario grazie al suo romanzo “1984” e la “fattoria degli animali”. Oggi dico che Orwell è stato profetico

    • andrea benzi

      o ti ribelli e cerchi di lasciare un mondo migliore alle generazioni future o ti rassegni e perdi il diritto al ” mugugno “

  • Monica

    La nostra è la generazione di mezzo e come ogni “di mezzo” non possiamo stare ne’ su’ ne’ giù… Io vorrei volare , sono anni che lotto con le unghie e con i denti, ho iniziato a lottare da bambina contro un’infanzia rubata, mai vissuta, oggi nei miei 40 anni , mi domando cosa ho fatto per meritarmi questo susseguirsi di fallimenti eppure io spingo sempre a mille, fin dal giorno in cui mi hanno detto che io DOVEVO NASCERE MASCHIO E non la terza femmina … Oggi lotto dopo mille altre lotte , perché un presidente che non è il presidente di nessuno , uno che nessuno ha eletto, decide che se voglio insegnare nonostante io sia abilitata e ,sinceramente pure valida insegnante , io devo ancora dimostrare a lui che non ha alcuna “abilitazione” a governarmi , devo dicevo dimostrare che so insegnare … E poi forse , tra qualche decennio verrò stabilizzata … Ed io che faccio?!? Mi iscrivo al concorso perché nessuno dei 200,000 miei coetanei e contemporanei alza la testa e dice NO CAZZO! “IO SONO ! ” TU NON PUOI CHIEDERMI ANCORA UNA VOLTA DI DIMOSTRARTI CHI SONO, quando sei tu il primo a non avere un cazzo di abilitazione al governo … la nostra generazione non sa dire di no, abbassa la testa tace e subisce, questa sono io, questa è la nostra generazione… Ed è solo un angolo di vita, ma mille altri angoli diversi eppure identici mi vivono , o meglio sopravvivono accanto. Questi siamo noi

    • Elena Ferro

      Cara Monica, mi hai molto colpito quando racconti di quando ti hanno detto che “dovevi nascere maschio”. Deve essere un’esperienza dura che ci porterebbe altrove rispetto ai contenuti della discussione di oggi ma che vorrei fare prima o poi, con te. Se non in altro modo almeno su questo blog. Quello che mi f più arrabbiare non sono coloro che si sono seduti e hanno atteso, mi rattristano, ma non provo rabbia. La rabbia nasce quando qualcuno vorrebbe volare e non può farlo, quando vorrebbe lavorare e non può farlo, quando è continuamente richiesto di dimostrare qualcosa a qualcuno per ottenere un piccolo risultato, magari nemmeno stabile nel tempo. Quando, come te mi pare di capire vorrebbe insegnare perché questa è la sua vocazione e il suo percorso formativo, e non può farlo. Ci state facendo del male. Ecco la nostra generazione. Donne e uomini in attesa di un riconoscimento da altri, per forza o per amore, ma sempre “esterno”. Io vorrei dire con questa discussione che è ora di riferire solo e soltanto a noi stessi. E artre da lì. Il resto è tutto terreno da conquistare.
      Ti mando un grosso abbraccio … Resta con noi

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