Ho da poco compiuto cinquant’anni e a dire la verità non me li sento per niente.
Non sono di quelle che girano apparecchiate come delle ragazzine adolescenti; mantengo la freschezza interiore di quegli anni, custodendola gelosamente.
Certo, alcune cose sono cambiate: alla sera la televisione è diventata una sorta di suppellettile superflua, spesso sono stanca persino per questo genere di cose.
Un telegiornale per essere aggiornata sui fatti del giorno e stop.
Ci sono gli affetti, la casa, la scrittura, talvolta lo sport e lo yoga. Non ho tempo per i programmi televisivi e non sento di aver perso niente.
Invece sono consapevole che mentre mi arrabbio con mio nipote perché sta sveglio fino a tardi a chattare su Whatsapp o a giocare con le app del telefonino, mi accorgo che io stessa investo molto tempo della mia vita attaccata a questa prolunga che da servizio è diventata una sorta di mania: lo smartphone.
L’altra giorno seguivo un servizio in tv che raccontava di un esperimento colossale:
in una scuola superiore gli insegnanti hanno proposto a una settantina di ragazzi di rinunciare allo smartphone per un mese. Se non ricordo male solo una ventina o poco più hanno avuto il coraggio di aderire all’iniziativa e soltanto due di loro l’hanno portata fino alla fine.
Martiri o eroi?
In attesa di conoscere la vostra opinione in merito, immaginatevi senza il cellulare in mano, a controllare gli aggiornamenti social mentre vi annoiate dalla vita, e a rinunciare ad esso per un mese intero.
Ci riuscireste?
Quando ci lamentiamo delle generazioni che seguono la nostra, interroghiamoci su quanto spessore abbiamo trattenuto delle lezioni del passato nella nostra.
Se la linea che tiriamo dovesse essere sottile, allora è giunto il tempo di farsi la domanda di tutte le domande:
I tormenti di una giovane cinquantenne
Rinunciare a farsi avanti
All’università ho diligentemente lavorato gratis su questioni di mio interesse, in attesa che qualcosa accadesse. Speravo nel classico posto per un dottorato di ricerca.
Sapevo che avrei dovuto attendere che la lunga coda dei “promessi dottorandi” terminasse, ma ero fiduciosa. Nelle mie capacità e nel sistema.
Per quanto riguarda la seconda questione, mi sbagliavo di grosso.
In realtà quando mi hanno spiegato che dovevo aspettare i prenotati dei professori più influenti del mio, il che significava restare in stand by per tre/quattro anni, mi sono fatta due conti in tasca.
Non potevo permettermelo. Ne ho preso atto, e mi sono cercata un lavoro.
In seguito ho incontrato tante persone della mia età che avevano passato più o meno la stessa cosa e in seguito assaggiato i gusti più amari di un mercato del lavoro che già allora puntava alla precarizzazione della forza lavoro, rendendola appunto ostaggio del sistema.
Insieme abbiamo deciso di opporci a questo stato di cose e abbiamo lottato per cambiarlo.
Il risultato non è lusinghiero, ma andiamo avanti.
Ho trovato un lavoro che mi ha consentito di vivere dignitosamente.
Tuttavia ho patito per la mancanza di autonomia e di rispetto per ciò che sentivo di essere. Quante volte mi sono sentita squalificata come donna, impossibilitata a fare carriera perché l’informatica è cosa da tecnici, “cosa da uomini”.
Fino a quando la politica non ha bussato alla mia porta.
E da lì si è aperta una strada durata qualche anno, che poi mi ha portato al sindacato, dopo un periodo di rientro in azienda, durissimo.
Quando torno con la memoria a quei giorni, mi viene da pensare se sia possibile che la mia esperienza come quella degli altri non abbia saputo trasformarsi in qualche cosa di abbastanza forte da cambiare le condizioni che dovevano essere cambiate.
E ora che mio nipote ripercorre la mia strada, essendosi iscritto al liceo che sia io che mia sorella frequentavamo e dove io mi sono formata politicamente, mi chiedo se ciò che ho lasciato sia stato abbastanza solido da consentire loro di partire da uno scalino più su per rimontare.
E invece.
Dicono che il ricambio generazionale nel paese ci sia stato. Il giovanilismo incombe, insieme alla totale assenza di competenze portata addosso come un vanto, forse anche un po’ per colpa nostra, della nostra generazione, dei cinquantenni che hanno rinunciato a prendersi il posto che gli spettava nel mondo e che ora scimmiottano gli altri modelli senza averne uno proprio.
Sento la mancanza di una filosofia, di una visione del mondo che parta dall’elaborazione di questa generazione.
Vale per tutti i settori, ma certo nella società si sente più che altrove.
Fuori dai giochi
Ci sto ad ammettere che la mia età non aiuta.
Se siamo rimasti fuori dai giochi un motivo ci sarà. Sarà forse ciclico?
Hai un bel da dire che bisogna reclamare degli spazi, se non hai niente di nuovo da proporre.
Mi guardo intorno e quello che vedo mi lascia perplessa.
Uomini incapaci di assumersi responsabilità di lungo periodo, anche quando vincolati da matrimonio, donne che hanno riscoperto la loro femminilità, troppe che la manifestano in modo audace mentre nascondono la loro alterità sotto un rossetto.
Ragazze e ragazzi attempati in bilico sulla corda dell’età adulta.
E’ facile semplificare.
Siamo la generazione degli anni ’80 in cui tutto era accessibile, facilmente raggiungibile. E ora non è più così
Smarriti, ci siamo svegliati in un presente dove tutto è più complicato e inarrivabile, come trovare un lavoro dignitoso, una casa, relazioni umane di qualità.
Siamo impreparati.
Anche a precipitare nella realtà che ci circonda.
Abbiamo avuto molto di più dei nostri genitori. Scuola, divertimento, autonomia decisionale, un’infanzia lontano dal lavoro. Tutto ciò lo abbiamo raggiunto senza sforzi, sull’onda del boom economico.
Ma che cosa ne abbiamo fatto?
Come ricostruiamo un punto di vista, una visione capace di far discutere le nuove e le vecchie generazioni?
Un rapporto solidale, non all’interno di una sola generazione, ma tra generazioni?
Una parte di questo disagio l’ho raccontato attraverso il personaggio di Luce, la mia protagonista di Così passano le nuvole, che rifiuta il modello dominante ma non sa che cosa contrapporvi.
Chi scrive parte dal racconto delle proprie emozioni e patimenti individuali, fonti inesauribili di ispirazione per i nostri personaggi e le nostre storie.
Che in fondo, se qualcuno pensa che lo scrittore scriva sempre di fatti autobiografici, pone male la domanda:
non è lo scrittore a scrivere di sé ma il proprio sé a permeare ogni riga di ciò che scriviamo
Il punto è che se non abbiamo provato noi stessi a farcela, non possiamo chiedere a loro di essere credibili nei confronti dei lettori.
Per scrivere bisogna vivere.
E ogni tanto, farsi qualche domanda.





Il tuo pensiero è lampante, Elena. Temevo che non lo fosse il mio.
Leggo “cinquanta” e mi dico: ma come ci sono arrivata anch’io! Cioè ci arriverò a maggio, ma già è come se li avessi addosso. Ci sono arrivata seguendo tutte le tappe che volevo seguire: laurea, matrimonio, maternità, dunque potrei quasi dire di non avere rimpianti. Dico “quasi” perché uno ce l’ho: quello di avere attraversato il periodo in cui i concorsi pubblici cominciarono a scarseggiare fino ad esaurirsi del tutto, cosa che ha lasciato il mio studio un po’ per aria: non volevo fare l’avvocato e mi sono preparata per accedere a qualche qualifica funzionale, ma davvero sono arrivata a fare due/tre concorsi, poi finito tutto. E da madre, adesso, vedo una generazione che ha competenze che io, alla stessa età, mi sognavo e prego ogni giorno che tutte queste menti “aperte” possano trovare una giusta strada, senza vivere il fallimento prima ancora di avere sperimentato la ricerca della felicità.
In estate, quando scendo in Sicilia, vado a stare in campagna dai miei: lì, il campo è azzerato e io, per forza di cose, devo rinunciare a internet con tutti i suoi collegamenti. I primi anni, maledicevo l’etere :), poi mi sono abituata. Ecco, una cosa che bisognerebbe saper fare bene è abituarsi, adattarsi a ogni nuova situazione, anche se più scomoda della precedente. Vivo bene il presente, forse, perché ho imparato a farlo.
Dicono che la caratteristica fondamentale degli esseri senzienti sia pro la capacità di adattamento. Eppure, abbiamo sempre l’impressione che sia il contrario. Io per esempio noto che più divento “grande” più mi sento consolidata, per non dire rigida, nelle scelte. Ma siamo sicure che sia proprio così? Vivere il presente è esattamente ciò cui tendo da tempo. La migliore via per la serenità. Non ti faccio gli auguri, ci sarà tempo. Ci sei arrivata alla grande, questo si può già dire
Che bella riflessione proponi, cara Elena! Non ti nascondo che anch’io mi pongo le tue stesse domande- Oggi mi capita di pensare se la strada che ho percorso fino a oggi sia quella giusta, o se piuttosto la mia vita avrebbe potuto prendere un corso diverso, più confacente alle mie aspettative. Ma con i “se” non si va da nessuno parte, preferisco concentrarmi su cosa si può fare per migliorare, per cambiare ciò che non va. La tecnologia mi sta stretta, la vivo più come una gabbia che come una possibilità. Non credo che potrei mai rinunciarvi, ma vorrei limitarla al massimo per riscoprire il valore della lentezza. Il turbinio dei social, persino del blog, dove tutto viene macinato e poco rimane, mi crea stress, e non è un bel segnale. Così spesso sparisco dal web, mi prendo le mie pause e faccio pace con i miei tempi e i miei bisogni.
Io ho sce di stare il più possibile al passo della tecnologia. Se voglio comprendere il mondo in cui vivo, devo stare al suo passo. Non sempre ci riesco. Ciò non vuol dire che non veda i limiti che la tecnologia ha. Sarebbe miope e sbagliato. Per il resto, cara Rosalia, non rinnegato nulla. Sono felice di quello che sono e sono certa che per te vale lo stesso. Chi decide di scegliere sarà sempre libero
Anch’io sono lontana dalla soglia dei cinquanta: nel senso che l’ho superata da un pezzo e mi sto avvicinando pericolosamente a quella dei sessanta. E forse gli interrogativi sono ancora maggiori.
Ho passato la prima parte della mia vita a farmi perdonare per non essere nata maschio : sono figlia unica, mi è stato messo un nome simile a quello di mio padre proprio per consolarlo della delusione. Non sembra, ma è qualcosa che ti porti dentro, così come il disagio del farti strada in un mondo in cui prima sei troppo femminile, troppo carina, troppo giovane per essere presa sul serio, poi improvvisamente ti ritrovi troppo anziana e troppo obsoleta per essere competitiva in un mondo giovanilistico, tutto social e iperteconologico, tu che hai studiato greco antico.
Aver fatto questo ( lungo ) pezzo distrada mi ha insegnato a fregarmene, e a pretendere i miei spazi. Anche in un mondo in cui i miei valori sembrano non più degli di cittadinanza!
Cara Brunilde, la storia del tuo nome mi ha fatto venire in mente un episodio che riguarda un periodo molto triste della mia vita. Dopo aver passato anch’io la mia vita a fare il maschiaccio per sopravvivere, quando è mancati mio padre mi sono sentita improvvisamente scoperta. Forse cercavo di somigliargli. Prima di morire mi affidò mia madre e mia sorella dicendomi “sei tu ora l’uomo di casa”. Un peso enorme di cui ancora non non mi sono liberata…
Io sono dell’opinione che ‘C’è posto per chi sa stare a posto’* come cita una nota canzone di Ligabue.
L’apporto (sul piano dell’esperienza) dei cinquantenni è FONDAMENTALE; chi le forma altrimenti le nuove generazioni?
L’apporto delle nuove leve è FONDAMENTALE; chi le apporta altrimenti forze fresche e innovazioni?
L’apporto degli anziani è FONDAMENTALE, ma non c’è posto per tutti, o comunque non dovrebbe esserci*: chi ci insegna altrimenti l’umiltà e l’umanità?
*Per chi non c’è posto, allora?
Per i settanta-ottantenni con la pancia piena che continuano a sottrarre spazio e risorse ai giovani che devono formarsi e acquisire risorse (soldi per campare). Un solo esempio: Adriano Celentano che a 81 anni sente ancora il bisogno di racimolare grano. Ecco per chi non dovrebbe esserci posto.
Ma questa è solo la mia opinione personale.
Mi sembra di capire che tu ce l’abbia con la gerontocrazia. In Italia non esiste potere più consolidato, ovunque si guardi. Mi chiedo : quando raggiungeremo noi quell’età, saremo in grado di fare un passo indietro?
Non sapevo che esistesse un termine specifico per definire il fenomeno :D
Di cosa mi stupisco? Se c’è un fenomeno è logico che abbia anche un nome.
Poni una domanda che spinge a confrontarsi in primis con se stessi. Speriamo una volta raggiuntà l’età critica di avere la pancia abbastanza piena e di aver conseguito tutti gli obiettivi che ci siamo prefissi. In caso contrario, beh… chi può dirlo?
E’ scontato che non si possa includere nel fascio la categoria degli ultrasessantacinquenni che per svariati motivi non hanno ancora maturato i contributi necessari per accedere alla previdenza, quasi tutti facenti lavori usuranti, oltretutto.
Per i Gianni Morandi di turno nessuno sconto però.
In genere ho la tendenza a dissociarmi da quegli atteggiamenti verso i quali provo fastidio, quindi mi sento abbastanza immune al virus della gerontocrazia. Mi auguro di non giungere impreparato (o ipocrita) alla prova dei fatti.
Alludevo a chi gestisce un pezzo di potere. Non certo a chi si guadagna il pane e si è visto posticipare il diritto al riposo da un giorno all’altro