Comunicare, secondo me

Perché è importante esprimere le nostre emozioni

Spesso ho l’impressione che la nostra società sia vittima di discrasia*: assegniamo un valore molto alto alle emozioni al punto che ne celebriamo a ogni piè sospinto l’importanza.

Poi, quando temiamo che ci scappino di mano, facciamo di tutto per cacciarle indietro non appena si presentano, come se temessimo di rimanerne imbrigliati, travolti.

Si tratta di modelli comportamentali divaricati e opposti che talvolta co esistono dentro di noi, generando tensioni, in una direzione e nell’altra.

Quando siamo dentro questa condizione, spesso si affacciano domande come

Dovrei lasciarmi andare? O invece dovrei trattenere questa parte di me affinché nessuno possa vederla (e poi chissà cosa può succedere).

Vi torna?

Sembra che la faccenda si presenti al pari di un out out: o ti comporti razionalmente o sei preda dell’istinto e dunque diventi vulnerabile.

Ah l’invulnerabilità… Quante volte abbiamo cercato di crearcela, o siamo stati convinti di possederla!

E quanto male fa accorgersi che siamo fragili, nonostante tutte le nostre corazze!

Il punto è proprio questo: esprimere le nostre emozioni è importante perché importante è prendere coscienza della nostra fragilità e viverla, fino in fondo.

Perché è importante esprimere le nostre emozioni

Perché è importante esprimere le nostre emozioni

Spesso si associa la capacità di essere razionali al maschile (poi esteso all’uomo in quanto individuo) e la capacità di essere emotivi al femminile (esteso alla donna).

Questa semplificazione non ci aiuta nel prosieguo del ragionamento, perciò vi propongo qui di assumere il maschile e il femminile come parti integranti della personalità di ciascuno, una sorta di equilibrio che la nostra esperienza di vita e la società in cui viviamo sanno costruirci. Più che una gabbia, essi sono una sorta di ancoraggio al quale fare riferimento nella vita di ogni giorno.

Questa distinzione è importante, almeno per me. Se avessi considerato la dicotomia selvaggia maschile/femminile – razionalità/emozione, mi sarei persa qualche informazione importante che mi è stata utile per elaborare il mio vissuto di adolescente.

L’anaffettività è transgender

Provengo da una famiglia in cui la manifestazione delle emozioni è sempre stata un problema, al punto da generare relazioni tra di noi apparentemente fredde e distaccate.

Di mia madre in particolare ricordo pochi momenti affettuosi, spesso frettolosi, timidi, disagevoli.

Di mio padre ricordo bene i rimproveri a fin di bene, che hanno finito per farmi sentire fragile e inadeguata, quando avrei avuto bisogno di fiducia, in me stessa e nelle mie emozioni.

Penso che la mia esperienza, che qui per pudore accenno appena, non sia un caso remoto ma una condizione piuttosto comune.

Non so se si possa parlare di una questione generazionale. Le generazioni passate avevano rapporti molto più “freddi” reciprocamente, questo è vero, pensate all’uso del voi in famiglia.

Oggi la possibilità di gustarsi una sana emozione, con tutte le sue conseguenze (il riso, il pianto, la rabbia, il dolore) è una conquista dell’evoluzione della società.

Le emozioni sono parte integrante del nostro viaggio come persone.

Vanno difese, promosse, vissute come uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per crescere e per ottenere il nostro benessere generale. Con il tempo impariamo a viverle con sempre maggior consapevolezza e sempre minor imbarazzo.

Lo so bene io che mi commuovo per niente, arrossisco ancora davanti a un complimento o mi arrabbio quando qualcosa non va. Un tempo queste reazioni mi facevano sentire sbagliata. Ora so che sono parte di me. Insomma, voglio loro del bene.

Le emozioni sono direttamente proporzionali alla nostra crescita personale e quando le osserviamo, significa che abbiamo fatto un bel pezzo di strada.

Sapersele godere o, nel caso di uno scrittore, poterle suscitare con un proprio testo, è un’abilità che va annaffiata e guardata con cautela, ogni giorno.

Giulia ha inaugurato una nuova rubrica su questo blog, Le similitudini dell’amore, che mira proprio a questo. Se ve la siete persa, venite a dare un’occhiata qui.

Chi ha paura delle emozioni?

La verità è che spesso le emozioni ci spaventano. Mettono in luce qualcosa di noi che talvolta nemmeno conosciamo.

Per proteggere noi stessi e l’effetto che il nostro sé produce sugli altri e che temiamo non poter governare, spesso mettiamo in campo ogni strategia disponibile per allontanare da noi l’emotività, ovvero il prodotto e l’effetto che ha sul nostro cuore una persona, un gesto, una cosa.

Il nostro piccolo cuore. Che a forza di tenerlo lontano dalle sensazioni o dalla sofferenza che pensiamo possano produrre, si incupisce, si restringe, perde tono e vigore.

Una storia che emozioni, uno storytelling che emozioni, serve a questo: a impedire che il nostro cuore inaridisca.

Per questo è essenziale che chi scrive continui a scrivere.

Conoscerle per non evitarle

Se stiamo alla definizione del dizionario Treccani, scopriamo che la parola emozione significa:

Impressione viva, turbamento, eccitazione. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici.

Una definizione che a ciascuno di noi fa venire in mente cose diverse. Ma il significato letterale ci riporta a uno stato di turbamento ed eccitazione che naturalmente deve avere una causa scatenante.

27 tipologie di emozioni

Secondo uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’università di New York (qui il link, in Inglese)  esistono ben 27 tipologie di emozioni fondamentali, molte di più di quello che la moderna psicologia ha riconosciuto.

Per comodità le elenco qui di seguito, così potete scovare quella che vi suona maggiormente: 

ammirazione, adorazione, apprezzamento estetico, divertimento, ansia, soggezione, imbarazzo, noia, calma, confusione, desiderio, disgusto, dolore empatico, estasi, invidia, eccitazione, paura, orrore, interessamento, gioia, nostalgia, amore, tristezza, soddisfazione, desiderio sessuale, simpatia, trionfo

Ora osservate la vostra reazione mentre le leggevate; qualcuna di queste ha avuto un effetto quasi calmante, altre vi hanno respinto e vi hanno fatto ricordare che quando le provate, la reazione tipica è tentare di controllarle.

Obiettivo complesso e faticoso (e forse anche doloroso). Non è così?

Le strategie che mettiamo in campo per riuscirci sono molteplici. A proposito di rabbia, qui un articolo su come tenerla lontano da noi e vivere meglio.

Mettiamo benzina nel serbatoio del controllo, misuriamo il grado di normalità ovvero di uniformità di qualcuno o qualcosa, la sua affidabilità, la capacità di rispondere meglio di altri a schemi predefiniti nel gruppo cui si fa riferimento.

Quando non la fedeltà, il grado di aderenza ai valori richiesti o imposti da un determinato gruppo sociale. Qualcosa che ha molto a che fare con la parola omologazione.

Tutto questo per non sentirsi liberi di provare emozioni. Non è incredibile?

Tutto per apparire forti e imperturbabili.

Il valore delle emozioni

Nell’universo delle emozioni, quelle che dovremmo prima o poi concederci, sono altri i valori di riferimento.

La capacità di lasciarsi andare alle cose che accadono senza fuggirne, la possibilità di sperimentare schemi diversi da quelli operanti in un determinato contesto, magari compiendo scelte difformi dalla maggioranza e forse più pesanti sul piano emotivo.

Ma foriere di incredibili scoperte.

Oppure semplicemente permettersi la diversità e sostituire la fedeltà con la lealtà, che richiede una componente di esperienza e di arbitrio soggettivo.

Emozionarsi è un gesto rivoluzionario.

Straordinaria occasione per crescere, differenziarsi, sperimentare qualche deviazione libera o reazione inattesa.

Proprio ciò che un’emozione può produrre.

Le emozioni sono necessariamente percorsi non imbrigliabili, dunque inevitabilmente distinti dalla dimensione razionale dell’esistenza. Distinti, non in contrapposizione.  Diversi, non escludenti.

Le emozioni sono la parte più libera di noi.

Esprimerle significa permetterci di vivere una vita che ci rappresenti. Sempre e comunque. Siete pronti a viverla fino in fondo?

Quanto valore assegnate alle emozioni nella vostra vita e nella vostra scrittura?


* discrasia:  Secondo la dottrina umorale ippocratica, lo squilibrio nella composizione o temperamento (crasi) dei quattro umori dell’organismo umano, che caratterizza e condiziona ogni stato morboso


27 Comments

  • Giulia Lu Mancini

    Grazie per avermi citata anche qui Elena! Le emozioni sono importanti, sono il succo della vita però viviamo in un mondo in cui mostrare le proprie emozioni fa sembrare deboli. Questo è quello che ci hanno insegnato e, forse, in certi contesti può essere giusto, per esempio nell’ambiente lavorativo. In famiglia invece è bello poter esprimere le proprie emozioni liberamente (se non possiamo farlo almeno in famiglia allora dove?), ma questo non accade sempre. Ricordo che a casa mia con mia madre c’era un rapporto molto affettuoso, mentre con mio padre (che sembrava più severo e distante) c’era più freddezza. Da bambina soffrivo molto di questa dicotomia, poi con il tempo si è attenuato. Purtroppo solo dopo la morte di mio madre ho imparato a capire meglio mio padre, non era freddo era solo timido (uomo d’altri tempi in una famiglia di sole donne, una moglie e tre figlie femmine, poverino). Con il tempo ho imparato a esternare di più i miei sentimenti nei confronti di mio padre. Non è semplice esternare le emozioni perché è come mostrare un nervo scoperto e il rischio è quello di essere feriti…

    • Elena

      Cara Giulia, hai ragione è più facile esprimere le nostre emozione in famiglia o in un contesto affettivo che sul lavoro, o almeno sulla carta dovrebbe essere così. Ma al di là del mio caso, di cui accenno nel post, mi pare che ormai teniamo talmente tutto dentro che il rischio è che a un certo punto esploda. I danni sono allora ingenti. Eppure proprio nelle famiglie si apprende, nostro malgrado, l’anaffettivita, la distanza, le maschere indossate per non soffrire. Proprio nell’ambiente più familiare conosciamo gli schemi che poi applichiamo. Questo mi pare il vero dramma. L’educazione all’affettivita mi parrebbe una scelta di fondo per permetterci un’umanità che stiamo perdendo. Che ne pensi? Buona serata

      • Giulia Lu Dip Mancini

        In effetti proprio in famiglia si impara a dissimulare, spesso per quieto vivere.
        Comunque concordo con te, è importante non tenersi tutto dentro per non rischiare di fare del male alla nostra salute (c’è una teoria sul fatto che certe tensioni non espresse facciano sviluppare delle gravi malattie).

        • Elena

          Io credo in quella teoria! Credo nel potere della mente, nel bene e nel male, proprio in questi giorni sto rileggendo un vecchio testo, “Il magico potere della vostra mente” di Germain, che richiama proprio quelle “teorie”. Combinazioni o sincronicità? 😀

  • Maria Teresa Steri

    Dici cose giuste. Senza dubbio tutti abbiamo molto da imparare su questo fronte, a prescindere dalla famiglia, dal temperamento e dai rapporti personali. C’è però un grosso MA e riguarda le emozioni negative. Se è vero che quelle positive è sempre bene non tenersele dentro, su quelle negative ci sono molti ostacoli nella vita reale perché l’esprimerle non abbia conseguenze. E’ vero che ci sono persone con cui abbiamo un grado di intimità tale che possiamo permetterci di manifestare tutte le emozioni negative che proviamo, ma nella maggior parte dei casi non è così. Ci sono tipi di emozioni che comprometterebbero i rapporti, li distruggerebbero, o ci allontanerebbero dalle persone invece di avvicinarci. Purtroppo non siamo ancora maturi come umanità per una sincerità totale.

    • Elena

      La sincerità è un valore che giustamente va ricercato e non può essere imposto, convengo. Ma credo che l’urgenza riguardino proprio le emozioni negative. Tutti le proviamo talvolta lasciano segni profondi. Non sono forse queste le prime da imparare a manifestare senza che esse esplodano facendo molti danni, al di fuori o dentro di noi? Ho scritto questo articolo pensando a tutte le volte che non osiamo manifestare gioia, soddisfazione, entusiasmo, piacere. Ma mi fai ragionare intorno a ciò che di doloroso ci accade e che se non troviamo un modo di esprimerlo, incanalarlo, fa danni. Il modo migliore forse è proprio accettare ciò che ci accade, il bello e il brutto. E trovare il coraggio di dire “sto bene con te” o “mi fai stare male” al mattino seconda dei casi. Come sostieni, serve maturità. Chissà se ti senti vicina a questo ipotetico obiettivo? Come esprimi le tue emozioni nella scrittura, tu che spesso scrivi di zone buie e non solo metaforicamente?

      • Maria Teresa Steri

        In effetti, ora che mi ci fai riflettere, molte emozioni negative si riversano nella scrittura. Anche quelle positive, probabilmente, ma quando si tratta di “zone buie” come dici sono soprattutto certe emozioni a essere in primo piano. In questo senso la scrittura è sempre molto catartica!

        • Elena

          Si Maria Teresa, te ne parlai proprio perché mi è già capitato di sperimentare la funzione per così dire terapeutica della scrittura (ci avevo pure scritto un post). Nello scrivere, nel mettere nero su bianco un’emozione negativa, è come se la guardassimo bene e poi la allontanassimo da noi. Diciamo la verità: scrivere certe volte ci salva la vita

  • Marina

    Tutto quello che nella quotidianità rimane chiuso in uno scrigno, nella scrittura tenta di emergere. Un tentativo, però, perché anche lì, spesso, tiro fuori i miei inconsci paletti e le emozioni si percepiscono oppure si intuiscono, ma non si vedono sul serio. Questa è la mia terapia pro-emozioni: provare a esprimerle in ciò che scrivo. Già, altrimenti, cara Elena, mi vivo ogni aspetto dell’emotività in un piccolo mondo tutto mio, che non condivido con nessuno. L’unica cosa che so fare senza inibirmi è abbracciare le persone (e con questo dimostro tutto il grado di affetto che mi lega a esse), per il resto mi blocco e non sono in grado nemmeno di dire “ti voglio bene”, quando è il caso o il momento di dirlo. Credo che ciò sia da addebitare al mio carattere e anche a quello che ho ereditato dalla famiglia, che sembra essere proprio uguale alla tua, con rapporti formali, poca confidenza (con mia mamma) e scambi di affettuosità rarissimi. Nei gesti sono tirata, ma mi rifaccio coi fatti: ecco, qui almeno dimostro come sono realmente e, a quel punto, si capisce molto di me.

    • Elena

      Marina abbracciare le persone è un gesto bellissimo che vale più di mille parole! Pochi sono capaci di farlo perché presuppone un donarsi, un contaminarsi che è spesso fonte di timori e diffidenze. MI hai fatto riflettere sul ruolo della scrittura da questo punto di vista: solo uno strumento per esprimere qualcosa che dobbiamo scegliere di tirare fuori. E a volte proteggere certe parti di noi non solo è utile ma addirittura necessario… Ti abbraccio 🙂

  • Brunilde

    Mi hai riportato indietro nel tempo: da bambina ero l’unica a dare del tu e a baciare la mia nonna paterna, tutti le davano del voi, inclusi i suoi figli.
    Da tempo più che dare spazio alle mie emozioni cerco di praticare il distacco: un tentativo di vivere in maggiore armonia con me stessa, senza privarmi della pienezza dei sentimenti e delle emozioni ma cercando di non farmi predominare.
    Non è facile ma credo sia la via, almeno per me!

    • Elena

      Mi hai fatto ricordare lo Zen, l’imeprturbabilità e la liberazione dalle emozioni e dal desiderio. Dottrine che ho appena sfiorato e che mi fanno sempre pensare a quale sia effettivamente il giusto equilibrio. Di mio sono una che nelle emozioni si butta. Ormai non ho più paura di mostrarle, nè di dire ti voglio bene con il viso arrossato. Penso che sono stanca di manierismo. E’ tempo di freschezza e autenticità. Che ne pensi? Ps: un saluto a quella bambina… 😉

  • Sandra

    E’ una vita sul serio, da sempre insomma, che mi sento ripetere che sono troppo emotiva. Solo in tempi molto recenti ho fatto pace con questa definizione (non è proprio la stessa cosa ma mi hanno sempre rimproverata anche di questo) avendo letto qualcosa circa essere ipersensibili che non è fragilità bensì un valore aggiunto.
    Non avrei mai voluto essere diversa, eppure quanta fatica per rapportarsi agli altri.
    Esprimo le emozioni senza problemi, del resto è bellissimo manifestare la gioia per esempio di un incontro, trasmettendo proprio coi nostri gesti e le parole quanto si è felici di vedersi. Chiaramente tocca mettere dei freni, ci sono luoghi e situazioni per cui risulta disdicevole lascarsi troppo andare, es. sul lavoro, ma reprimersi troppo fa danni enormi, di questo sono davvero convinta.
    Ho preso a calci un muro in un momento di dolore e rabbia profondi e non me ne vergogno per niente.

    • Elena

      Beh, io ho distrutto con un pugno il copri water dei miei, diciamo che tra me e te continua la sintonia su ogni cosa, anche il modo di esprimere la rabbia 🙂
      Tu sei l’emozione. Lo sono i tuoi libri, lo è il tuo blog, in cui senza veli ti racconti anche quando le cose non vanno per il verso che vorresti. Hai ragione tu, non si tratta di fragilità ma di forza: quando siamo capaci di accettare noi stesse esprimiamo la forza più grande, quella che risiede nel profondo noi e che ci fa superare ogni avversità… con un sorriso. Abbracci

  • Grazia Gironella

    Le emozioni sono molto importanti per me, sia personalmente che nella scrittura. Non solo in sé, ma soprattutto perché sono una porta che permette di arrivare altrove: conoscere me stessa e gli altri, e capire cosa c’è di ancora più importante delle emozioni. Non è facile da spiegare. Per me le emozioni intense sono spesso scomode, perché fanno emergere lati di me poco apprezzati dalle persone, cosa che mi rende dolorosamente chiaro quanto io sia legata all’approvazione altrui. L’emancipazione, in questo senso, per me è iniziata da poco, ma la curo meglio che posso. 🙂

    • Elena

      Cara Grazia, mi hai fatto pensare. Dici che oltre l’emozione c’è altro e “l’altro è conoscere meglio se stessi e gli altri”. Molto bello questo ponte che mi disegni tra ciò che sappiamo di noi e il nostro inconscio che attraverso l’emozione emerge. E quanti contenuti veri, autentici, scopriamo, anche nel dolore. Sono stata allevata nell’assenza di affettività manifesta eppure ho sviluppato molta empatia, forse proprio come reazione al bisogno. Per dire che l’intensità delle emozioni, anche di quelle più scomode, ha un lato bello: farci fare quel salto che altrimenti non faremmo. Ho più paura di restare “ferma” che di muovermi in modo scomposto ma, alla fine, verso una nuova direzione. Chiamiamola emancipazione. Qualcosa da curare e da difendere, sempre

  • silvia

    Le emozioni credo che siano il centro della vita. Senza emozioni saremmo poco più di un albero. Per tanto tempo anch’io sono stata vittima del controllo delle emozioni. Quando ho imparato a smettere di controllarle, per assurdo mi sono scoperta molto meno emotiva di quello che pensavo. Nel senso che ora me le vivo in pieno, nel bene e nel male, ma le lascio andare abbastanza in fretta e sono molto più calma e padrona di me.
    Nella scrittura non potrebbero mai mancarmi. Proprio qualche giorno fa mi sono resa conto che a volte quando scrivo per lavoro, soprattutto quando mi occupo di storytelling, mi capita quasi di commuovermi. Ed è bellissimo. È senza dubbio la parte che mi piace di più del mio lavoro.

    • Elena

      Cara Silvia, la scorsa settimana era il sessantesimo compleanno di Carlos Un appuntamento importante che la pandemia rischiava di far passare inosservato, inadeguatamente celebrato. Così ho inventato una festa in video call con tutti gli amici, da tutte le parti del mondo, che gli hanno fatto una meravigliosa sorpresa. E’ stato molto bello. Durante l’evento ho proiettato un video con le foto che avevo meticolosamente raccolto più significative della sua vita. Le sue conquiste, le sue passioni, i figli, la famiglia, noi. Mentre lo montavo, con le mie difficoltà da apprendista stregona, più e più volte mi sono emozionata, da sola, piangendo al vedere quelle immagini e ciò che rappresentavano. Quando parli di scrittura o di storytelling e dici di emozionarti ti capisco in pieno. Ogni modalità che scegliamo per raccontare una parte importante di noi suscita emozioni. Ho imparato anche io a lasciarle andare e ho capito che se le vivo intensamente gli effetti di ciò che “produco” sono infinitamente più potenti. Emozione è in fondo il sale delle nostre vite. Certe volte fanno male, ma senza sarebbero davvero parecchio insipide.

  • Luz

    Le emozioni sono una parte costante della mia vita. Non ho mai tentato di nasconderle. Pensa che mi emoziono davanti a un brano particolarmente bello e forte anche quando spiego un argomento a scuola e mi lascio andare, perché trovo che vedere una prof emozionata susciti un movimento in loro. In tal caso, può ben dirsi che le emozioni siano anche una risorsa educativa!
    Per non parlare delle emozioni che attraverso assieme ai miei allievi durante il laboratorio teatrale e poi lo spettacolo (quanto ci manca vederci di persona!!!). Lì fare teatro diventa proprio una palestra delle emozioni. L’emotività si incontra con la razionalità della tecnica e viene fuori l’attore.

    • Elena

      Eh beh, ti aspettavo al varco, cara la mia coach teatrale ;)! Se non maneggi tu con facilità le emozioni, chi può farlo? Il teatro è tutta emozione, offerta e ricevuta, in uno scambio continuo tra gli attori e il pubblico ,. un gioco meraviglioso dove riconosciamo noi stesse e gli altri attraverso i mille specchi che ci troviamo di fronte. In un commento su Facebook un amico a questo proposito richiamava il tema delle maschere e di come proteggono dalle emozioni e nascondono le emozioni. E di maschere il teatro ne sa qualcosa, non è così?

      • Luz

        La maschera “sostanzia” la narrazione teatrale, e contiene il paradosso: esprime una verità assoluta, celandola dietro la finzione. È il più bello dei paradossi. 🙂

  • Cristina

    D’istinto ho sempre associato le emozioni a qualcosa di piacevole e liberatorio, non a ‘paura’ o ‘disgusto’ che invece sono ugualmente importanti.
    Figlia unica, sono stata allevata da due genitori antitetici nelle loro manifestazioni affettive: mio padre era allegro, solare ed emotivo proprio perché aveva avuto una madre dolcissima e un padre terribile e non avrebbe voluto essere uguale al genitore; mia madre è sempre stata molto chiusa e burbera. Si tratta di una persona che esprime molto amore a livello gestuale quando si è bambini, il che è andato rarefacendosi dall’adolescenza in poi. Ho scoperto però, ora che è quasi novantenne, che ama quando le do un bacio e la abbraccio. Io penso che il gesto di affetto vada più di mille parole, per questo ci pesa tanto questa rinuncia a usare il nostro corpo nella pandemia.
    Diciamo che esprimevano lo stesso grado di affetto nei miei confronti in maniera diversa: mio padre con incoraggiamento e fierezza espliciti, mia madre occupandosi di me dal lato pratico.
    Esprimere le nostre emozioni è importantissimo, o altrimenti ci lavorano sottotraccia con gravi conseguenze. Non sempre si può fare perché siamo inibiti dai contesti pubblici. Anch’io riverso le mie emozioni nella scrittura, che è una forma importantissima di terapia proprio come il disegno. Chissà quanti bambini non avrebbero potuto essere curati se non avessero disegnato i loro traumi…

    • Elena

      Cara Cristina, grazie per questa tua condivisione tanto intima. Non aggiungo altor, se non che un po’ invidio la tua infanzia, non ho conosciuto cosa significhi avere un genitore allegro e solare, ma non ne faccio una colpa ai miei avevano molti e pesanti problemi. Pensa che la così detta anaffettività di mia madre, che in questo ultimo scorcio di esistenza si sta un po’ appianando, la porta comunque a esprimere le sue emozioni attraverso la pittura. Mi sono accorta del ruolo che stava esercitando su di lei questa forma d’arte quando è mancato mio padre: in quei giorni dipinse un albero secco senza nemmeno una foglia, tutto nero e su uno sfondo di un paesaggio al tramonto. non dissi nulla in allora ma tenni quel messaggio per me. L’ho appeso nel mio studio. In seguito dipinse una copia coloratissima de “L’urlo” e oggi dipinge e disegna fiori e frutti ben maturi e floridi. Insomma, l’arte è l’espressione più alta del nostro intimo, anche quando non siamo disponibili a manifestarlo a parole o, come tu affermi, con i gesti, importantissimi per chi ci sta accanto. Per taluni è la scrittura, per altri la pittura. Ho un amico che fa sculture straordinarie. La sua sofferenza esce dal materiale che usa e quasi ti aggredisce. Insomma, le emozioni sono molto potenti. Occorre maneggiarle con cura…

  • Barbara

    Non penso possa esistere un autore che non vive le sue emozioni, che tipo di scrittura sarebbe la sua? Saggistica, ma non narrativa. In fondo si legge per provare emozioni, svariate e diverse, magari anche completamente distanti dal nostro sentire.

    • Barbara

      Ecco un’emozione in diretta: se questo computer lo fa un’altra volta, di inviare il commento prima che io abbia finito, lo spiaccico al muro. XD
      Stavo scrivendo… Provengo anch’io da una famiglia particolare, non posso dire anaffettiva, ma controllata e misurata sulle emozioni positive (i bei voti erano solo “tuo dovere”), mentre a briglia sciolta su quelle negative. Sono cresciuta nel momento in cui non ero più io a lasciare la stanza sbattendo la porta, ma qualcun altro, mentre io mi sedevo calma ad argomentare la mia posizione.
      Con l’età, cambiando ambiente, ho imparato ad abbracciare le persone e vivermi le emozioni belle, posso dire di avere parecchio arretrato. Ma altre emozioni vanno tenute chiuse in un cassetto, se le lasciassi andare potrei commettere sciocchezze, per rabbia e vendetta potrebbero arrestarmi. Come dice Bud Spencer (che non è sua, ma come la dice lui suona verissima): “Non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo!”
      Se poi la questione è delicata, pensiamo ai rapporti di lavoro, occorre allenarsi alla faccia da poker: sia che tu abbia in mano un full d’assi, sia che tu non abbia proprio nulla da giocare, sorridi. 🙂

      • Elena

        Ahahah mannaggia al pc, ma bello averti sentita arrabbiarti quasi in diretta ! Sono una pessima giocatrice di poker, o almeno credo di esserlo, perché purtroppo il mio viso è come la cartina di tornasole delle mie emozioni , le manifesta tutte, anche quelle che sarebbe meglio nascondere. non sai che fatica fare il processo inverso a quello che la maggior parte delle persone devono fare, ovvero controllare la propria emotività ed empatia! Le nostre famiglie sono state famiglie sollecitate da contesti in cui hanno reagito come hanno potuto. Noi abbiamo già fatto enormi passi in avanti. Certo ognuno di noi ha il suo tallone d’Achille (e qualcuno, se l’è pure spezzato a forza di usarlo! 😉 ) e fa di tutto per tenere a bada il buono di Bud Spencer perché a volte anche ai buoni scappa la pazienza!

    • Elena

      Sono d’accordo con te, la scrittura è sempre una reazione a uno stato emotivo, precedente o addirittura contestuale all’atto di raccontare. Ma è sempre possibile trasmettere questa emozione? Ritengo di no, assolutamente no. Leggo di continuo racconti o romanzi, magari anche scritti bene, che non mi arrivano al cuore. Non sto parlando di storie più o meno ben costruite, ma di sensazioni, emozioni, identificazioni. Non ti capita? Per questo penso che , al di là della saggistica o dei manuali scientifici, in cui tuttavia le emozioni potrebbero ugualmente trovare uno spazio, scrivere emozionandosi ed emozionando sia un livello di complessità ulteriore che forse non sempre abbiamo ben presente. Emozioni belle ed emozioni brutte, s’intende

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