Pillole d'autore - Recensioni,  Scrittura creativa

La povertà fa paura? Ecco perché raccontarla

Vi siete mai chiesti qual è l’emozione sull’onda della quale scrivete? Amore, passione, odio, invidia, amicizia. E chissà quante altre ancora.

Ma c’è qualcosa di cui scriviamo poco: la povertà.

 

Cercando nella memoria qualcosa che mi raccontasse della povertà, la mia mente è caduta nel vuoto. Come se non parlarne allontanasse questa terribile paura dalle nostre vite. Eppure la povertà è intorno a noi, lambisce le nostre esistenze, per molti le travolge irrimediabilmente.

Non possiamo fare finta di niente, nemmeno nella scrittura.

 

E poi, siamo sicuri che non parlarne basti per esorcizzarla? E invece non la fissi ancora più a fondo nella nostra carne?

 

Questo post parla delle nostre paure e delle remore che esse determinano nella scrittura.

 

Comincio dalla povertà, perché è lo spettro con cui molte persone devono fare i conti, ogni giorno della loro vita, specie in questo ultimo scorcio di secolo e in questo tempo così complesso che la pandemia ci ha lasciato.

 

La povertà fa paura? Ecco perché raccontarla

 

 

La povertà che fa paura

Cominciamo con l’intenderci su cosa vuol dire povertà. Per povertà intendo una condizione non solo materiale, ma spirituale, mentale e anche economica, della nostra intima esistenza.

Un’accezione ampia per significare ciò che temiamo di più: la perdita delle nostre facoltà, siano esse la nostra autonomia economica, mentale, fisica o spirituale.

Povertà è essenzialmente mancanza di -. Mancanza di autonomia, di benessere, di cibo, acqua, una casa, un lavoro.

 

Come raccontiamo un personaggio cui manca qualcosa?

Non è difficile riscontrare personaggi in miseria nei romanzi. nell’ottocento, ma anche oggi, sono presenti figure che ci raccontano la marginalità della nostra esistenza.

 

Per esempio Martine, la giovane donna che nel romanzo

Lettera al mio giudice del grande Georges Simenon

si lascia irretire dal fascinoso Charles, medico affermato, fino all’estremo epilogo (lo racconto nelle mie pillole d’autore, hai il link qui sopra).

 

Oppure Guma, protagonista di

Mar Morto di un grande Jorge Amado

che deve guadagnarsi da vivere ogni giorno e ogni ora della notte sfidando il mare e i suoi pericoli.

 

Di recente ne ho descritti anch’io nel mio Càscara.

 

Sono storie che raramente finiscono bene e che rappresentano la miseria dell’uomo e una morale che richiede attenzione e distanza, come una sorta di ammonimento.

Il confine che non si deve valicare, la condizione che teniamo a distanza dal cuore, perché ci fa paura e appunto la temiamo.

 

La povertà nella letteratura ottocentesca

Ma è nella letteratura ottocentesca più che altrove che il tema della povertà e della miseria è onnipresente, per ragioni storiche facilmente comprensibili. Le stesse che potrebbero richiamare l’attenzione oggi degli scrittori e delle scrittrici, visto cosa stiamo vivendo.

La spiegazione è dunque piuttosto semplice: la povertà nell’ottocento era presente nella società in maniera diffusa, molto più che al giorno d’oggi, ed era qualcosa di normale, di comune e in qualche modo di superabile.

 

Il mito dello sviluppo che di lì a poco avrebbe invaso la nostra vita economica e dunque anche la letteratura, offriva agli scrittori la possibilità di descrivere una sorta di redenzione, un viatico per uscire dal pantano della miseria, attraverso fatti concreti e credibili o miti.

 

Il giovane Aladin cerca la sua fortuna in una lampada, mentre Ismaele il suo riscatto nel lavoro, protagonista e narratore nel capolavoro di Melville Moby Dick, di cui ho raccontato qui.

 

E come dimenticare Dickens, che l’ha raccontata riscattandola dal duro giudizio morale di quei tempi.

 

La povertà oggi

Nel nostro secolo, dopo la furia degli anni 80 e 90, la povertà è diventata un disvalore. Una condizione da nascondere o simulare, investendo tutte le nostre risorse in oggetti che hanno lo scopo di respingerla come idea, se non come condizione quotidiana.

Un cellulare potente, una giacca firmata, magari taroccata, la musica piratata e tutto il resto. Purché sia salva l’esteriorità.

E una povertà culturale di cui nessuno parla ma che pesa, e anche tanto, nello sviluppo armonico della nostra società.

 

La povertà fa paura? Ecco perché raccontarla

 

Se non hai mai fatto i conti con la paura della povertà dei tuoi personaggi, ti offro un piccolo esercizio per aiutarti a definirla.

 

Intanto, tieni conto di alcune implicazioni della paura della povertà nel quotidiano, per descrivere meglio i tuoi personaggi.

 

La paura:

  1. paralizza la facoltà di ragionare. Impedisce di agire senza condizionamenti, poiché ogni pensiero, ogni mossa viene immediatamente misurato in relazione al rischio che puo’ produrre. Se il tuo personaggio ha paura della povertà, allora sarà statico, ragionerà senza lucidità, sempre alle prese con le proprie condizioni materiali da cui difficilmente saprà liberarsi.
  2.  distrugge l’immaginazione. Colui che sta per perdere tutto prova solo disperazione, dolore e tragedia. Immaginare un futuro roseo è impossibile, si spegne una luce dentro e il tuo personaggio sarà incapace di compiere azioni positive, di allietare il lettore, perderà la gioia di vivere. Sarà un personaggio cupo, privo di fiducia in sé stesso, senza entusiasmo, indeciso, procrastinatore, privo di passione e di autocontrollo.
  3. Toglie ogni fascino alla personalità, elimina la possibilità di riflettere accuratamente, devia la concentrazione dagli sforzi, indebolisce la tenacia, annulla la forza di volontà, distrugge l’ambizione, offusca la memoria e favorisce il fallimento in ogni sua forma.
  4. Uccide l’amore e le emozioni più sublimi, scoraggia l’amicizia e favorisce ogni tipo di disgrazie, porta all’insonnia, alla tristezza e alla disperazione. 

 

La paura della povertà è senza dubbio la più distruttiva delle paure che io conosca.

 

E, fatalità, è la più difficile da sconfiggere, perché non dipende soltanto da noi.

È nata dalla tendenza ereditaria dell’uomo a depredare economicamente i suoi simili e trae grande soddisfazione dal “divorarli” economicamente.

 

Desideriamo così tanto possedere ricchezze da cercare di procurarsele in qualsiasi modo possibile.

 

Quando approcciamo la paura come autori o autrici, dobbiamo ricordarci che pubblico ministero e avvocato difensore, accusatore e accusato, perché l’oggetto del processo è il personaggio stesso, ovvero quanto di te stesso hai lasciato che vivesse in lei o in lui.

 

Ho già scritto sull’importanza di vivere le proprie emozioni, la paura non fa differenza.

Essa è talmente sottile e così profondamente radicata in ciascuno di noi che si può vivere tutta la vita schiacciati dal suo peso, senza mai esserne consapevoli.

 

Scrivere un personaggio che ha paura della sua povertà è un percorso dentro ciascuno di noi che ci porta a confrontarci con ciò che ci manca. Un vuoto che può fare paura.

e non è certo con qualche soldo in più in tasca che il problema potrà essere risolto.

 

In realtà, non possiamo colmare alcun vuoto fino a quando non ci siamo passati attraverso e lo abbiamo vissuto.

 

E voi care Volpi, avete mai descritto personaggi che vivono in condizioni di povertà? Quanto questa esperienza risuona nella vostra esistenza?

 

 

14 Comments

  • Barbara

    Ho mai scritto della povertà? No, non credo. Perché ho paura della povertà? No, i miei nonni erano poveri e con molta fatica si sono rialzati da un difficile dopoguerra. Ma comunque la povertà non era vissuta con paura. La fame si, la povertà no, e se sei cresciuto in campagna non vanno proprio di pari passo.
    Scriverò di povertà? Giusto or ora mi è balenata un’ideuzza… magari ci starebbe bene come racconto per Natale, vedremo… 😉
    Che la povertà ai nostri giorni è una questione di prospettiva.

    • Elena

      Natale e povertà hanno fatto molte volte rima… Sarò curiosa di leggere la tua personale visione . E finisce che scrivere delle nostre paure riesce pure a mettere intorno moto la nostra creatività

  • Giulia Lu Dip

    Eh sì, direi proprio che Marco Freccero avesse ben colto il senso del tuo post.
    La povertà non piace, forse è per questo che sembra non se ne parli troppo nei romanzi, ma nelle mie letture mi è capitato di leggere di personaggi poveri (nei thriller di Robert Brindza per esempio vengono ben descritti alcuni personaggi davvero ai margini). Mi dispiace parlare di me ma nei miei romanzi – in particolare ne L’amore che ci manca- i personaggi (anche se non sono poveri ridotti a non riuscire a sbarcare il lunario) sono sempre costretti a fare i conti con una realtà economica che non permette loro di fregarsene del lavoro…

    • Elena

      Cara Giulia, che male c’è a parlare di noi stessi? Se hai sperimentato la scrittura intorno alla povertà è perché hai una sensibilità che altri non hanno. E’ un tema che mi sta a cuore, specie in questo periodo. Prima di tutto questo chiasso intorno ai migranti ho scritto un racconto che ho pubblicato in una raccolta e anche sul blog: Il ladro di sogni. Parla di migranti e integrazione, ma anche di povertà. Una povertà di cui troppo spesso ci dimentichiamo.

  • Luz

    Io ho sempre amato quei romanzi in cui la povertà è il perno della vicenda. Se scriverne oggi è anacronistico, è innegabile che comunque abbia fatto da motore di moltissime storie della letteratura inglese e americana, citando quelle più note.
    Mi viene in mente, su tutte, la bellissima vicenda di Jane Eyre e il momento più cupo dell’intreccio. La fame e la disperazione, e la sua tenacia.
    Sublime.

    • Elena

      Ciao Luz, non ero certa che fosse una buona pista questa della povertà anacronistica, ma dai vostri commenti ho compreso che è proprio così. E spesso, come hai notato, sono le donne a resistere e a reagire. A proposito di resilienza, un’affare per pochi a quanto pare

  • Sandra

    In effetti, e scusa se parlo di me ma l’esempio è estremamente calzante, nel mio Quando non ci pensi più, c’è un personaggio povero, Giovanna, nato tanto tempo fa da un racconto e riciclato più volte perché molto intendo, ebbene giusto qualche giorno fa mi ha chiamata una lettrice del romanzo, che l’ha molto apprezzato ma, la breve parte di Giovanna proprio non le è piaciuta e siccome è all”inizio del romanzo ha pensato “oddio, speriamo non sia tutto così!” Giovanna è povera, di una povertà a tutto tondo, vive nel degrado economico, culturale e quindi sociale e la vita le remerà contro. Io l’ho molto amata ma è vero, la povertà mediamente allontana.

    • Elena

      Sono andata a rileggere il tuo personaggio Giovanna perché non mi ritrovo minimamente nelle osservazioni della tua lettrice, ma tant’è, il mondo è bello perché è vario. Nemmeno la tuareg scrittrice se la passa benissimo ma per lei una sorta di riscatto ci sarà. Non è che quando leggiamo di personaggi “poveri” pretendiamo di vederli affrancarsi invece di accettarli per come sono? Io mi sono convinta che la gente abbia così paura della povertà che può accettare di guardarla solo se per miracolo svanisce e la favola dell’uomo o della donna che si è fatta da se può continuare…

  • Brunilde

    Sono una privilegiata, che ha avuto l’ opportunità di realizzare le proprie aspirazioni con la serenità di ” avere le spalle coperte”. Eppure, il tema della povertà mi tocca da vicino, e mi si presenta spesso, non solo nei miei peggiori incubi ma soprattutto nell’incontro quotidiano con persone che , spesso con dignità e con grande spirito di sacrificio, semplicemente non ce la fanno, e vivono ogni giorno lottando per la sopravvivenza.
    Da uno di questi incontri è venuto fuori un mio romanzo, pubblicato nelle edizioni Un cuore per capello : si intitola Ricominciare.

    • Elena

      Credo sia un segno di grande sensibilità e com passione essere in grado di comprendere una condizione dell’altro che non ci riguarda. Ci mette in gioco e come nel tuo caso permette di tirare fuori il meglio di noi. Come un racconto. Per testimoniare di una condizione che va superata. Altro che paura, per guardare in faccia la povertà ci vuole coraggio

  • Grazia Gironella

    La povertà va rimossa, come l’invecchiamento,la malattia, la morte. Non viviamo in una cultura capace di accettare la vita in ogni suo aspetto; e non lo dico in generale, ma partendo da me stessa. La paura della povertà ci impoverisce, come rilevi tu, e può impoverire anche le storie che scriviamo.

    • Elena

      È interessante questa tua riflessione Grazia. La povertà impoverisce, sembrerebbe un ossimoro e forse lo è. Tutti siamo poveri di qualcosa ma siamo capaci di ammetterlo? Forse è questa la nostra paura più grande. Grazie

  • Marco Freccero

    Quello che mi ha spinto a scrivere certe storie non è tanto la paura della povertà; ma la sua “scomparsa”. I poveri ci sono e sono sempre di più; però devono sparire perché, si sa: siamo qui per vincere, e vincere alla grande. Non è consentito niente di meno della vittoria. Quindi, meglio non parlare della povertà.

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