Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia.
L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni.
Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare come è. In cui tutto scorre per non passare davvero.
Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale
Pier Paolo Pasolini da “Scritti corsari”, Garzanti, Milano, 2001
A 5 anni dalla pandemia le parole di Pier Paolo Pasolini mi sembrano più attuali che mai. Un’osservazione valida per molti aspetti della nostra vita e che potrebbe dare vita a molteplici riflessioni, specie seguendo il filo del suo ragionamento, legato mi pare più che altro alla dimensione politica della nostra esistenza.
Un buon incipit per una storia che voglio raccontare, cinque anni dopo il lockdown e la pandemia da Covid 19, rimossa fin troppo in fretta dalla coscienza collettiva. Una storia che ci ha riguardato tuttə e da cui, come spesso accade per i traumi, abbiamo preso le distanze, non solo fisiche ma soprattutto emotive.
A 5 anni dalla pandemia, qualcosa è cambiato e qualcosa ancora no. Di sicuro non è cambiata la propensione a dimenticare, a rimuovere non solo le morti, 216 mila decessi registrati, ma anche ciò che ci ha condotto a questa tragedia collettiva.
Ma sono cambiata io. Ed è cambiato il modo con cui ci relazioniamo, gli uni agli altri. Quella distanza fisica si è solidificata in indifferenza. Per questo io oggi scelgo di ricordare.
Pandemia: cosa è cambiato?
Sono tra coloro che non hanno tenuto un diario della pandemia. Perché farlo?
In fondo avevo e ho un blog, ed è qui che ho tenuto la traccia di questo cambiamento.
Ci avevo pensato qualche volta, soprattutto all’inizio dell’incubo. Se lo avessi fatto oggi avrei avuto il piacere di rileggermi, perché temo proprio che molto di quel periodo anche io lo abbia dimenticato.
Compio dunque uno sforzo di memoria di cui sento il bisogno, di quando restavamo chiusi in casa dominati dalla paura di un male ignoto, di cui non conoscevamo l’origine né la forma, prigionierə di immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo che ricordo bene, come se le avessi viste ieri.
La prima immagine della pandemia che ricordo
E’ legata a un giovane cinese che si accascia improvvisamente alla fermata di un metro. Come lui, molti altri cadevano come sacchi vuoti su strade inconsapevoli e allarmate.
Ricordo la ribellione massiccia e repressa duramente in Cina, il paese da cui tutto è partito, dove il contenimento arrivò a picchi di incredibile follia, come sprangare in un condominio persone per contenere il contagio che poi morirono come topi bruciati da un incendio improvviso.
O le terribili immagini dei carri militari in ingresso a Bergamo e in Lombardia dove si è tardato a prendere atto di ciò che stava accadendo, mentre si facevano affari sulla pelle delle persone e si rifiutava di ammettere il pericolo immenso che stavamo correndo.
Ricordo le polemiche sui vaccini e le incredibili fandonie che circolarono e che circolano ancora oggi.
Un tema divisivo che non voglio omettere. Io mi sono vaccinata e con me la mia intera famiglia. Tornassi indietro, rifarei le code agli Hot Spot vaccinali con la mascherina addosso, quella FFP3 che andava a ruba, o quelle davanti alle farmacie per un tampone che mi permettesse di circolare tranquilla, senza danneggiare me e gli altri.
E ricordo i tamponi antigenici che tenevo in un cassetto insieme alle mascherine e che facevo periodicamente, imparando a rollare il tampone nelle narici e in gola, restando in trepidante attesa, in quei quindici minuti che, soprattutto all’inizio, significavano davvero togliersi un gran peso.
Perché la malattia a me faceva paura, lo ammetto. E volevo restarne alla larga.
Il lock down
Il 2 gennaio del 2020 eravamo appena partiti per un viaggio in crociera verso le Isole Canarie, un viaggio meraviglioso i cui effetti durarono ben poco.
Solo pochi giorni dopo infatti ci siamo resi conto del pericolo che avevamo corso. A bordo di quella nave festosa alcuni lavoratori asiatici che svolgevano i servizi in camera si erano ammalati, di influenza intestinale si disse, e noi tutti a pensare al cibo potenzialmente avariato, ignari di ciò che sarebbe accaduto da lì a poco.
Il 12 gennaio del 2020 abbiamo toccato terra. Nemmeno dieci giorni dopo l’Italia e tutti gli altri paesi del mondo avrebbero chiuso porti, aeroporti e ogni altro mezzo di comunicazione con l’esterno.
Dovevamo chiuderci in casa, questo era l’ordine, per proteggerci da qualcosa che nessuno di noi conosceva.
Mi sono resa conto che abbiamo scampato per un pelo il rischio di rimanere confinati in quella nave, come accadde a molti pochi giorni più tardi.
Un piccolo sollievo, nel panico che in quei giorni ci riguardava. Una piccola fortuna nel disastro, perché chissà davvero cosa sarebbe successo se fossimo rimasti lì.
La mania del pane fatto in casa
I primi quindici giorni di lock down sono stati tremendi. Ricordo bene come decidevamo di andare a comprare da mangiare ai supermercati. Sceglievamo con la massima precisione possibile l’orario e il luogo, per evitare gli altri.
Acquistavamo di tutto, perché non sapevamo cosa aspettarci. La nostra dispensa era diventata qualcosa di simile ai racconti di mia madre relativi al primo dopoguerra, quando, dopo tanto patire la fame, si investivano i denari disponibili per accaparrarsi di tutto, soprattutto zucchero, farina e uova.
Abbiamo imparato come tutti a farci il pane in casa, anche per impegnare il tempo ed evitare di pensare troppo. Ricordo bene la penuria di lievito nei supermercati che a pensarci oggi sembra davvero incredibile.
E ricordo gli acquisti massicci di alcolici che vedevamo trasportare faticosamente in casse strapiene mentre ci affacciavamo dal nostro balcone in città, sebbene avessimo già una piccola casa di campagna.
Siamo stati tra quelli che hanno rispettato alla lettera la consegna di non spostarsi fuori dalla propria abitazione abituale per nessuna ragione, mentre avremmo potuto forzare i divieti e trasferirci sul lago, come molti ho poi saputo hanno fatto.
Di sicuro avremmo passato giornate meno recluse e angosciose come quelle che abbiamo passato a Torino, insieme a molti altri.
Giorni difficili in cui assistevamo a stupide polemiche mentre invece ci sarebbe stato un bisogno disperato di fidarsi di qualcuno che ci tirasse fuori dai guai.
Giorni in cui i Paesi reagivano convulsamente alla pandemia, privi di piani pandemici adeguati, che consentissero di gestire a modo la crisi.
Abbiamo scoperto le inefficienze di uno Stato incapace di previsione, con un Piano Pandemico Italiano non aggiornato da molti, troppi anni e che ancora oggi non siamo stati in grado di mettere a segno.
Qualcosa sarà cambiato, ma non la nostra incapacità di imparare dalla sofferenza.
E poi ho beccato il Covid
Nonostante tutte le cautele, alla fine dentro il Covid 19 ci sono cascata anche io. Nonostante il vaccino, nonostante la cura con cui mi disinfettavo le mani e non toccavo più nessuno, letteralmente, eccetto il mio compagno che usava la mia stessa cautela.
E’ stato solo nel dicembre del 2022 che mi sono ammalata, piuttosto tardi in effetti, quando ormai di Covid già non parlava quasi più nessuno.
E’ stata un’esperienza molto dura, che ho raccontato in questo post, ma per fortuna non ho avuto conseguenze gravi, come invece ho saputo essere capitato ad altri.
Anche questa la considero una cosa per cui celebrare.
La sanità dimenticata dopo la Pandemia
In quei giorni si faceva un gran parlare di come, una volta usciti dalla crisi, la nostra sanità avrebbe dovuto migliorare. Invece, a distanza di cinque anni, le cose non solo non sono cambiate ma sono addirittura peggiorate. Di nuovo, siamo incapaci di imparare dalla sofferenza.
Abbiamo ancora bisogno di chiedere medici e paramedici ad altri, mentre nei pronto soccorso il personale è ancora in misura deficitaria, a causa di mancate assunzioni.
Abbiamo accettato l’aiuto di altri Paesi che consideriamo erroneamente più fragili di noi e che invece ci hanno salvato la vita.
Ricordo il contributo dei medici Cubani, che Cuba ha mandato in Italia per aiutarci a gestire ritmi impossibili per medici, infermieri e personale ospedaliero che abbiamo abbandonato e cui abbiamo rivolto qualche peloso grazie, mentre non reggevano più la fatica.
A Torino sono arrivati qualche mese dopo il lock down. Sono andata a sostenerli e a ringraziarli quando sono ripartiti. Come ho raccontato sul blog, quei medici della Brigata Henry Reeve dissero che erano venuti a condividere ciò che avevano, non ciò che gli era rimasto. Una grande lezione di umanità in un paese che ha sofferto meno di altri il Covid 19 e che investe da sempre nella salute pubblica, nell’istruzione, nel lavoro, nonostante l’embargo interminabile inferto dagli Stati Uniti d’America.
Una lezione che non ho dimenticato.
Oggi continuiamo a non assumere medici e infermieri e a reclutare ancora a medici e infermieri di altri paesi, non solo più cubani, per sostenere il peso di un servizio sanitario sempre più de finanziato a favore della sanità privata, che, se ci pensate, durante il Covid si è chiamata completamente fuori da ogni responsabilità di agire, senza investire nulla di proprio in quella che avrebbe potuto essere il capitolo finale della nostra storia.
La pandemia ci ha allontanatə, ma il lavoro ci ha reso liberə
Per molto tempo le persone non si sono toccate, nemmeno sfiorate. Ci guardavamo di sbieco per capire chi di noi fosse infetto e colpevolmente malato, mentre ritornavamo gradualmente al nostro lavoro e ai nostri compiti quotidiani.
Il Paese ha retto perché molti di noi hanno continuato a lavorare, per tenere il paese in funzione, mentre altri si preoccupavano di sopravvivere.
Sono i milioni di lavoratrici e lavoratori della sanità e della manifattura, dell’industria alimentare e dei servizi, che ci hanno permesso di mantenerci in vita e ai quali oggi rispondiamo con flessibilità che preferisco chiamare precarizzazione.
Li abbiamo protetti dai licenziamenti di massa che pure erano un rischio concreto in quei giorni.
Lo è stato per altri paesi, con una legge fortemente voluta dal sindacato e presto dimenticata, come ogni cosa buona che accade.
Siamo andati avanti. Senza pretendere elogi, ma almeno il rispetto, quello sì. Quello lo pretendiamo, perché oggi davvero manca.
Ricordo che in quei mesi i provvedimenti uscivano a ritmo di uno al giorno e lavoravamo da remoto scoprendo lo Smart Working per spiegare a tutte e tutti cosa ogni provvedimento comportasse nell’immediato per le nostre vite quotidiane.
I miei orari in quei mesi erano arrivati alle 18 ore giornaliere. Talvolta anche di notte rispondevamo alle richieste che provenivano dai luoghi di lavoro aperti e da quelli chiusi, perché le persone non riuscivano a stare dietro a tutto quello che accadeva e soprattutto erano preoccupate di intercettare ogni provvedimento che veniva messo in campo per proteggere il proprio salario o almeno una parte di esso.
Ancora una volta, sono stati messi in campo strumenti straordinari di protezione sociale chiesti e ottenuti dal sindacato. Anche questo dimenticato troppo in fretta.
Non mi lamentavo e non mi lamento oggi. Ho fatto la mia parte e ne sono orgogliosa.
La mia resilienza
Ho lanciato dalle pagine di questo blog momenti di condivisione e allegria, per provare a superare le barriere. Cantare, fotografare, sorridere. Ogni cosa poteva funzionare.
Abbiamo condiviso dai nostri balconi o dalle nostre finestre momenti di pura follia e divertimento mentre tutto fuori era silenzio, un silenzio di morte e disperazione.
La nostra Pasquetta insieme, chi se la ricorda? L’ho proposta in questo post il 10 aprile del 2020, chiedendo di condividere le foto di una festa completamente stravolta dal lock down. Qualcuno di voi ha aderito, molti non mi leggono più o, perlomeno, non me ne accorgo perché non commentano più.
Anche la vita sul blog è cambiata, in quei giorni era molto più attiva, avevamo tuttə più voglia di non restare solə, di condividere, sorridere, per restare vive, soprattutto dentro.
Ho letto molto ma ho anche passato momenti in cui leggere non mi dava alcuna soddisfazione. Ho avuto la possibilità di riscoprire grandi classici del cinema come l’Angelo Sterminatore, il film di Bunuel che allora parlava direttamente alla mia, alla nostra esperienza.
Ho rimesso in discussione la mia scrittura per imparare dalla crisi la resilienza, e per un periodo ho messo il broncio al blog, nonostante durante il periodo del lock down avesse raddoppiato i suoi accessi, facendomi raggiungere vette di visualizzazioni inarrivabili e mai più raggiunte.
Leggevamo di tutto. Ci leggevamo con apprensione e curiosità, cercando tra le pagine delle blogger amiche qualcosa che mi riportasse alla mia esperienza personale. Per non sentirmi più sola di quanto già non fossi.
Per capire che stavamo tutte lottando contro la stesa paura.
Ognuno protegge tutti. Tutti proteggono ciascuno
Ciascuno nel suo nido. Case che si sono rivelate talmente grandi da scatenare crisi di autentica solitudine e terrore. O troppo piccole per proteggersi da follie e violenze che accadevano ad alcune di noi.
Chissà se quelle donne sono riuscite a liberarsi dai propri aguzzini, mariti o compagni che fossero, o se sono rimaste prigioniere, anche dopo il lock down.
Ho scoperto che nella mia vita c’era qualcosa di troppo e qualcosa che mancava. Così ho tagliato via i rami secchi e imparato a riflettere su ciò che stavo facendo e sui miei perché.
Ho passato momenti di autentica crisi che ho trasformato nel modo migliore che conosco: studiare. E diventare ciò che desideravo diventare da molti anni ma che non avevo mai avuto il coraggio di esplorare. Ho liberato i desideri sopiti consapevole che forse non avrei avuto un’altra possibilità.
Sono diventata una coach per cambiare lavoro. Ho continuato a fare lo stesso lavoro essendo una coach.
Il vero cambiamento
A pensarci bene, il leitmotiv di quei mesi è stato il cambiamento.
La capacità di coglierlo, di intravederlo e di perseguirlo. La capacità di usare la sofferenza e la paura e trasformarla in energia per andare avanti e modificare ciò che avevo accettato supinamente fino a quel momento.
L’uscita dalla pandemia è stata per me una gigantesca opportunità di resettarmi e ricominciare, con entusiasmo, sì, soprattutto.
Perché ero viva, eravamo ancora entrambi vivi. Io, il mio compagno, la mia famiglia.
Non avevo molto altro da celebrare ma davvero tutto ciò mi sembrava abbastanza.
Di quell’energia sento ancora dentro il calore. In fondo se qualcosa è davvero cambiato è accaduto dentro di me.
Di questo e di tutto il resto posso solo essere grata.
Cosa pensate sia cambiato dalla Pandemia nella vostra vita e in quella degli altri?
Cosa resta ancora da cambiare?




Ricordi nei dettagli tanti aspetti di quel periodo e soprattutto come ti sei sentita, come li hai vissuti tu. Leggendoti, ho pensato che potrei fare la stessa cronistoria, perché davvero, e forse oggi più che mai a distanza di tempo, la sensazione che la pandemia ci ha lasciato è di una fase talmente straordinaria e tragica sotto diversi aspetti da restare unica. Io ne ho ricordi anche positivi se penso alla mia capacità di adattarmi alla mia casa h24, la scuola divenne a distanza, conservo ancora tutte le lezioni registrate e inviate agli alunni. Ma fu traumatico da questo punto di vista, anche il mio teatro ragazzi ebbe un contraccolpo gravissimo, con defezioni inattese in seguito, quando eravamo pronti per lo spettacolo e diversi ragazzi per sfinimento mollarono, malgrado avessimo ripreso da mesi a vederci.
Mi chiedo spesso come mai non se ne parli più. La risposta che mi sono data è che nessuno vuole ragionare su ciò che non ha funzionato, preferendo invece pontificare su quello che dovrà avvenire. Faccio questa magra considerazione perché non c’è niente che mi irriti di più che una grande sofferenza che si rivela inutile. Questo mi è parso la pandemia. Morti inutili che non servono nemmeno più come monito. Di recente ho visto un film drammatico, di scarso valore a mio avviso, Muori di lei, che parla del periodo della pandemia ma lo lascia sullo sfondo. Nemmeno l’arte ha il coraggio di guardarci dentro. E per la cronaca, di quel film e della pandemia che descrive salvo solo i segni profondi sul volto della medica tradita dal protagonista. Il che mi ha fatto oltremodo irritare: con i ritmi che i medici hanno dovuto sopportare, cornuti e mazziati. Chissà che la fuga da ciò che è stato non sia anche una parte delle ragioni dei tuoi ragazzi. Scriviamo le nostre memorie della pandemia, non dimentichiamo
La Pasqua condivisa me la ricordo benissimo, ricordo proprio la foto precisa che feci. E quel trionfo di fiori e la desolazione nei cuori.
5 anni, a tratti sembra ieri, altre volte il secolo scorso, altre che non sia davvero successo.
Nessuno tra i miei affetti più vicini ne è morto, e neppure è stato ricoverato ma è stata dura comunque per noi lombardi, ho pianto ed è stato straziante su diversi fronti.
2 mesi di cassa integrazione usati per scrivere, incontri fugaci all’aperto con mia mamma, quando si poteva di nuovo uscire, i camion di Bergamo, un anno senza vedere il mare, la gioia per il vaccino a giugno 2021 e la sfiga di dover tornare a Milano per la seconda dose piazzatasi in mezzo alle vacanze.
Un sacco di tamponi fatti per paura, il covid preso dicembre 2023 alla cena di Natale aziendale ammassati, ciotolone dove pescare la pasta senza criterio, io che appena vedo la situazione dico “qualcuno si becca il covid” salve sono io!
Cosa ci ha lasciato?
Forse solo il ricordo delle persone con le quali abbiamo realmente condiviso il periodo, gli aperitivi on line ad esempio, il terrore sottopelle.
Comunque è stata una tragedia immensa. Grazie per esserci stata in quei giorni.
Ah ma allora ti ricordi! Grazie a te per esserci stata, siamo sopravvissute anche grazie le une alle altre! La follia del contagio se ci penso mi pare allucinante anche oggi. Irrazionalità, incoscienza, azzardo: troppa superficialità, forse qualcuno sarebbe ancora con noi. Ma anche per te come per @Giulia, la pandemia ha portato qualcosa di buono. A lei una pausa, a te la scrittura. La mia testa funzionava meno del previsto, quindi poca scrittura e molto studio. Forse ero troppo impegnata a restare viva e a badare a mia madre. Gli anziani hanno avuto la peggio, dovremmo ricordarcelo sempre. Per fortuna abbiamo avuto qualche mese di pura solidarietà. Finita subito: le persone fanno fatica ad essere altruiste, figuriamoci a restarci a lungo. Celebriamo la nostra salute @Sandra e tanti grandi baci
Cara Elena, mi tocca dire una cosa che non piacerà ai più ma la pandemia mi ha salvato la vita, anche se può sembrare un paradosso. Lavoravo a ritmo continuo oltre 12 ore al giorno, sempre in presenza, per stare dietro a una serie di scadenze impossibili dovute all’ennesima riorganizzazione del mio settore.
Ricordo che a metà febbraio 2020 facemmo un week end lungo di vacanza a Milano prendendo treni e girando molti locali, tra cui anche un concerto in un affollatissimo club Alcatraz. Tornati a Bologna il fine settimana successivo cominciarono le chiusure. A pensarci ora sembra incredibile.
Quando arrivò la pandemia e tutti fummo costretti a restare a casa io mi ritrovai a lavorare in presenza ( 3 giorni su 5) con poche colleghe separate nei nostri uffici, per garantire una forma di collegamento con i colleghi che lavoravano a casa, e trasformare i documenti cartacei in documenti digitali (c’era ancora un notevole uso della carta). Non potevamo fermare l’amministrazione e la contabilità, in pratica non mi sono fermata un giorno, con dei ritmi sempre molto alti, ma la distanza fisica da certe persone mi ha giovato moltissimo. A pensarci anche adesso, con la nuova organizzazione del telelavoro, poter lavorare da casa permette una gestione migliore dei tempi lavorativi (pur con i carichi sempre altissimi che ho).
In quel periodo ho scritto e letto molto, ho recuperato il mio tempo e soprattutto evitato quei momenti di socialità che mi soffocavano. Questo non vuol dire che non abbia sofferto, dopo un po’ mi sono sentita parecchio in gabbia, soprattutto nella mia casa senza balconi. Non ho mai fatto il pane in casa, perché mangiavo già di più del normale e sto ancora scontando il peso di quei chili in più di cui non riesco a liberarmi…
Poi sono arrivati i vaccini, il tira e molla tra quelli a favore e quelli contro, quelli che gridavano al complotto, quelli che celebravano medici e infermieri come eroi, per poi dimenticarsene una volta scampato il pericolo. Purtroppo siamo un paese senza memoria, ma forse non é solo l’Italia, mi sembra che la memoria scarseggi in tutto il mondo che sta andando sempre più verso una terribile deriva. E se un virus mortale colpisse quei tiranni che oggi tengono in scacco il mondo? Ogni tanto ci penso, ma non accadrà.
Se esistesse un virus selettivo saprei bene dove inviarlo! ;) Ma non è così. Il virus ha colpito tutti, senza guardare sesso, censo, età, spazi abitativi. In molti casi ha lasciato dietro di sé disastri, ma in alcuni ha offerto nuove prospettive, come è accaduto a te. Anche per me il tempo recuperato, al di là degli orari impossibili, è stato fantastico. Anche scoprire che il confino con il mio compagno era una splendida occasione di stare insieme e non una tragedia, come è accaduto per molte. Molte cose sono state orribili, ma altre molto positive. Anche riprendersi i tempi di vita e di lavoro, come è accaduto a te, ha la sua importanza. In fondo se in Italia si è diffuso lo Smart Working lo dobbiamo alla pandemia, così come una spinta alla digitalizzazione, colpevolmente indietro, almeno qui da noi. Come spesso accade, nulla accade solo in modo negativo. Certo, alcune cose non sono cambiate, come i carichi di lavoro. Ma questo forse dipende da noi, non dal virus…
È tipico delle persone dimenticare quello che è spiacevole e ricordare solo il piacevole. La storia non ha insegnato nulla e quella del COVID ancora meno. Hanno detto di tutto che era il bollettino del terroreche si violle volontà personali, ecc. come hai ben descritto nel post. Nell’ottobre del 2019, quindi qualche mese prima dell’inizio della pandemia, ho avuto un grosso problema cardiaco e ho vissuto questi cinque anni sempre in apnea per evitare di incappare nella malattia che avrebbe potuta avere risvolti non proprio piacevoli. Così ho potuto vedere di persona come la nostra sanità è peggiorata nel tempo dopo la fiammata della fase acuta.
I grandi progetti su come affrontare le pandemie sono stati scritti in riva del mare e le onde le hanno cancellati.
Caro Gian, ecco qualcuno che ha pagato sulla pelle le inefficienze della sanità pubblica, ma sei ancora qui a raccontarlo, dunque bene. Se qualcosa non va come dovrebbe è anche merito nostro. Ogni volta che ci chiedono di esprimerci, sbagliamo scelta. C’è da pensarci , Spero che il tuo cuore vada un po’ meglio. Ti abbraccio forte
Strani ricordi, quelli del periodo pesante della pandemia. Il pane in casa, sì, e vuoti gli scaffali dei supermercati in cui acquistare gli ingredienti; le lezioni di Pilates su YouTube, le ossessioni igieniche cui riuscivo a partecipare soltanto in parte. Mi è rimasta, da allora, una sensazione di disagio quando le persone si avvicinano troppo, per abitudine o per vicinanza obbligata, alle casse o altrove. Concordo con te quando parli dell’aiuto di paesi che consideriamo erroneamente più fragili di noi. Sono convinta che nelle nostre teste ci sentiamo ancora parte di un paese solido e benestante, quando in realtà da tempo i servizi si sbriciolano sotto i nostri piedi e nazioni che consideravamo Terzo Mondo sono un passo avanti a noi. Qui c’erano gli antichi romani, c’era Leonardo, c’era il Rinascimento, è nato qui Versace, e pure la pizza. Ma quelli erano altri tempi. Forse dovremmo prenderne atto con onestà.