Il mondo fuori, come in un film di Bunuel
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Il mondo fuori, come in un film di Bunuel

 

Dopo quasi due mesi di quarantena forzata, da ieri è cominciato il “disgelo”.

Non si tratta di un ritorno alla normalità, ma riappropriarsi di alcuni spazi di libertà sospesi, anche se in venti modi diversi. Tante infatti sono le ordinanze delle regioni.

Tocca studiarsi quella giusta e incrociare le dita 🤞

Quanto a me, la prima cosa che ho fatto è stata andare a trovare mia madre e fare una lunga passeggiata con lei.

Temevo che la solitudine l’avesse scossa, ma come al solito, mi sbagliavo: è più forte di me, tocca dirlo.

 

In questo tempo passato a casa sento di aver perso molte delle mie certezze, e credo di non essere la sola.

Per qualcuno di noi il lockdown ha significato la rottura di una relazione, la perdita del lavoro o della propria condizione di salute e, forse anche, della vita.

Ognuno misura le sue perdite e tiene la sofferenza per sé, perché, fatta eccezione per coloro con cui siamo rinchiusi in casa, è stato impossibile aprirsi.

E non venite a dirmi che al telefono è lo stesso che vedersi.

 

Ciò che credevamo impossibile è successo. E abbiamo imparato che nessuno può proteggerci dagli imprevisti della vita.

Possiamo solo limitare i danni.

 

Eppure anche questa semplice affermazione sembra incomprensibile ai più, a giudicare da quanti se ne vanno in giro senza mascherine, assembrati davanti agli uffici postali senza alcun rispetto per gli altri e per chi ci lavora, in coda ai supermercati per fare un giro con la scusa di comprare il latte.

O al lavoro, stipati negli autobus, perché produrre è necessario, produrre è tutto.

 

Questo vale per chi sta bene. Per tutti gli altri, almeno qui in Piemonte, c’è il peggio.

Chi attende da due mesi gli esiti di un istologico e convive con i propri dubbi, chi dovrebbe proseguire le cure già avviate prima della pandemia e non può.

Chi deve ricevere assistenza domiciliare e resta a bocca asciutta, perché qui da noi medici di base, specialisti, privati rifiutano qualunque intervento presso il domicilio.

L’unico a funzionare è il 118.

Grazie a tutti coloro che rendono questo presidio di umanità e cura possibile.

 

Ammalarsi nel 2020 è un lusso che nessuno si può’ permettere.

Per questo la casa, il nostro nido, è diventata la nostra foglia di fico.

 

In qualche modo me ne ero accorta già a Pasqua, ricordate?

Lo avevo scritto in questo post, quanto il nido mi sembrasse caloroso e accogliente, protettivo e avvolgente.

Praticamente una trappola.

Così, mentre orde di finalmente liberati si accalcano sui lungo mare e nelle vie a passeggiare, altri come me coltivano la speranza di poter fare lo sgambetto alla sorte restando chiusi in casa, affacciandosi al balcone per respirare un po’ della vita che vi hanno tolto aggrappandomi il più possibile al lavoro da remoto.

 

Il mondo fuori, come in un film di Bunuel

 

Lo ammetto, non solo le mie abitudini sono cambiate, ma lo sono anche le mie aspettative, i miei desideri, i miei bisogni per il futuro. 

Erano anni che non passavo tanti fine settimana a casa.

Sono sempre stata troppo impegnata per godermela, in giro per le regate o per le sortite in quel di Viverone.

Devo dire che la novità non mi dispiace.

Ho ritrovato la semplicità delle cose quotidiane e compreso la solidità del mio rapporto affettivo.

Decisamente importante per non impazzire, almeno credo.

 

Ho persino ripreso la lettura integrale dei quotidiani.

A proposito, vi segnalo un servizio di stampa internazionale con un abbonamento mensile piuttosto conveniente che credo sia di buona qualità.

Si tratta di PressReader, un servizio disponibile anche per Android e Ios. Qui le notizie ci sono davvero, sono così stanca del gossip politico dei giornali nostrani!

 

Ed è stato proprio un articolo su El Pais che mi ha fatto riflettere sulla mia personale preparazione al via libera.

Se non sarà a metà maggio sarà a giugno, ma arriverà.

E io, ora l’ho ben capito, non sono affatto pronta.

 

Ricordate il film di Luis Bunuel del 1962, “L’angelo sterminatore”?

Sarebbe proprio il caso di vederlo o rivederlo, perché, anche se uscito nel 1962, fa al caso nostro.

Perché se siamo rimasti nelle nostre case mentre l’angelo sterminatore dell’Esodo compiva il suo massacro, ora tocca uscire.

Senza sapere se l’angelo è andato via oppure è ancora in circolazione.

 

 

“L’angelo sterminatore” di Luis Bunuel

 

La trama del film è tra le più originali di sempre: un gruppo di amici alto borghesi, dopo aver passato la serata all’Opera, si riuniscono in un salottino della villa di uno di loro e da lì non riescono più a uscire, per giorni.

Si interrogano sul motivo senza poterlo spiegare e restano chiusi lì, abbruttendosi,molto a lungo, mentre il mondo fuori prosegue incapace di aiutarli.

Qualcuno muore, altri impazziscono, altri tirano fuori il peggio di loro stessi.

La ragione per cui Bunuel scrive e gira questo film è la sua critica fortissima alla società borghese del suo tempo.

Fuori dal contesto sociale che ci costruiamo, le persone abbandonano la maschera di civiltà che indossano per diventare al pari di animali.

Ma la verità è che tutto ciò si tratta solo di un’interpretazione di altri.

Bunuel non ha mai ufficializzato il senso che egli stesso intendeva attribuire il film. Per questa ragione lo ha reso eterno.

 

Il film porta all’esasperazione questo concetto di cui credo ciascuno di noi non farà fatica a riconoscere un fondo di verità, persino riguardo a noi stessi.

Per uscire bisogna essere pronti.

 

Se mi guardo in giro, mi coglie un senso di tristezza misto a rassegnazione.

La maggior parte delle persone non lo è.

E non solo perché dribblano i divieti e le raccomandazioni, ma perché è come se tutto ciò fosse passato invano.

Come se la pandemia, ben lungi dall’essere superata, non avesse insegnato nulla.

 

In fondo è la storia dell’umanità.

Qui il darwinismo non c’entra. Se c’entrasse gli individui più forti diventerebbero portatori di nuova conoscenza, nuovi comportamenti, nuove abitudini.

Nelle relazioni, nelle scelte, nella vita.

Invece là fuori tutto il marcio che ho sempre visto non aspetta altro che di poter tornare a vivere, esattamente come prima.

E’ per questo che io desidero con tutta me stessa cambiare tutto ciò che non va.

Perché dopo quello che stiamo passando, il peggio che possa capitarci è di tornare esattamente a ciò che eravamo prima.

Di finire cioè come i borghesi del film di Bunuel, che finalmente, dopo molto orrore, scoprono che potranno uscire, liberarsi da quella prigionia, soltanto tutti assieme.

Per poi, tutti assieme, partecipare alla messa celebrata per devozione e per ringraziamento per essersi salvati, tornando alle loro abitudini e conformismi e d’improvviso non riuscire più ad uscire, nemmeno da quel luogo.

 

Una sorta di Karma che occorre espiare imparando la lezione che anche questa esperienza ci lascia.

 

Com’è andata la vostra”ripartenza”?

 

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mattinascente
4 anni fa

Il cambiamento necessita, spesso, di rinunce e dovrebbe partire da noi stessi. A cosa siamo disposti a rinunciare? Questo virus ha minato le certezze di alcuni e ha acuito i disagi di altri, creando una voragine tra chi si chiede “che senso ha una vita fatta di corse, fine settimana in montagna, al mare … se poi basta un virus e in un attimo arriva la parola FINE?” E chi si chiede “come farò a dare da mangiare ai miei figli domani?” Solo la ripresa dei rapporti umani, può riavvicinare queste due realtà. E’ vero che siamo discendenti di Caino, ma “guai a chi tocca Caino!” E’ un attimo passare dall’ essere Abele, a quello di essere Caino… a volte basta un virus. Grazie della tua riflessione e buona giornata.

newwhitebear
4 anni fa

pacato e intelligente il tuo post. Sì, la gente pensa a un liberi tutti e speriamo che me la cavo.
Come è andata? Senza scosse ho continuato a muovermi come se la quarantena non fosse finita. Beccarsi adesso il virus pare una beffa dopo averlo scansato nel picco.

newwhitebear
Rispondi  Elena
4 anni fa

concordo con te. Vedo che molti portano mascherine che sarebbero da gettare – sporche e altro- e non coprono il naso o la bocca. Tanto vale non mettere nulla.

newwhitebear
Rispondi  Elena
4 anni fa

immagino il proseguimento

Barbara
4 anni fa

Nessuna ripartenza al momento, continuiamo lo smart working al bisogno, perché comunque con le aziende chiuse, tutta l’economia gira di meno.
Quelli che hanno già ricominciato (o non hanno mai smesso) mi dicono che frequentare gli uffici con le nuove modalità è parecchio depressivo. Misurazione della temperatura, mascherina tutto il tempo (qualcuno riporta problemi alla gola a fine giornata), guanti, gel, distanziamento. Che se sei in un laboratorio o in produzione, ne capisco il senso di tornare in azienda. Ma se sei dietro un computer, in qualsiasi ufficio, no. Non ne capisco proprio il bisogno.
Bisognerebbe imparare da altre nazioni che hanno investito e usato meglio tutta la tecnologia informatica a servizio dell’uomo e non solo per svuotare i cinema (per la cronaca: in Italia sono 15 giorni che il sito di My Peak Challenge è bloccato sull’intera rete nazionale TIM e sono giorni che litigo con tecnici ottusi, solo ieri uno mi ha dato finalmente ascolto, che no, non è un problema dei computer di tutta Italia, non è il modem, e nemmeno il cavetto di tua sorella, siete voi in TIM che state sbagliando l’instradamento delle chiamate… e mi domando dove cavolo vogliamo andare con questa ripartenza…)
Vorrei dire che da questo periodo abbiamo imparato qualcosa.
Ma no.
Temo che la maggioranza tornerà a girare la ruota come un criceto impazzito, senza un domani. Perché è così che va il mondo. E io ho voglia di uscire, ma non in questi termini. Vorrei un’economia più consapevole stavolta. Se non cambiamo adesso, non cambiamo più. 🙁

Marco Freccero
4 anni fa

Purtroppo queste esperienze insegnano solo a chi vuole imparare. Forse qualcuno ha imparato qualcosa; molti purtroppo crederanno di non avere nessuna lezione da assimilare. È sempre andata così.

Sandra
4 anni fa

Che bel post, Elena, pieno di buon senso, del resto sei tra le persone che ho sentito più vicine a me in questo lungo periodo.
Poi siamo nelle zone più colpite. Ieri la terribile notizia circa i decessi in generale, confrontati con quelli dello scorso anno, i morti nella prov. di Bg sono stati oltre il 500% in più, a Milano quasi raddoppiati. Non è finita, ma per molti è ancora: nord untori, non venite al sud, però poi ah ma come facciamo con il turismo? Ci volete o non ci volete? E cito solo un esempio di quel chiacchiericcio che ha assunto toni odiosi, e mi fermo. Ho trovato detestabile la polemica sui congiunti, perché i cugini sì e gli amici no, perché bisognava mettere un paletto. Perché la gente invece di sprecare energie per ste scemenze non le usa per inventarsi qualcosa di creativo, meglio se redditizio? Oppure per studiare qualcosa – una lingua straniera – che potrebbe servire alla ripartenza.

Ieri la nostra ripresa non ha avuto alcun cambiamento, mia mamma abita a 1km e 300 metri da casa mia e l’ho vista un paio di volte perché è la via dove faccio la spesa, morale lei scendeva maschera guanti ecc io pure, lontane e ci si parlava. Non vedrò i nipoti, non voglio afrettare i tempi, potrei, ma li amo troppo per metterli in pericolo. E col lavoro io e l’Orso abbiamo sempre lavorato, tra ferie, cassa integrazione, smart ecc entrambe le ditte non erano chiuse.
Non siamo pronti e ieri andando dal panettiere, 100 metri da casa, ho visto diverse persone senza mascherina, che invece dai, ci siamo abituati a portrare, no? Ho cambiato 2 modelli, il primo era più fastidioso, questo manco lo sento, quindi la userò ancora a lungo.
Psicologicamente la paura è ancora forte, tanta.
Al primo posto la salute, e pure quella dei malati no Covid le cui cure si sono arrestate, mia mamma è in attesa di un intervento, a me hanno annullato un controllo e ho deciso, visto che non sono cose vitali, di rimandare tutto a settembre, ma non sempre è possibile.
Un caro abbraccio

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