Generazione X

Sono nata alla fine degli anni 60 e dunque appartengo alla famigerata Generazione X.

Alla scuola elementare, me lo ricordo bene, ci andavo a piedi ed entravo dall’ingresso riservato alle femmine, sul lato destro dell’edificio.

Indossavo un grembiulino blu con il colletto bianco e un fiocco fatto da mia madre di cui andavo molto fiera.

Portavo scarpe ortopediche orribili, che mi facevano sentire diversa dalle altre bambine, anche se il mio carattere allegro e socievole mi ha aiutata a non farci troppo caso.

Mi ricordo che passavo gli intervalli, specie in quarta e in quinta, a sbirciare oltre la porta della classe maschile che avevamo accanto, alla ricerca di quel bambino biondo che mi piaceva tanto e che non sapevo come avvicinare.

Ci provavo quando andavamo a giocare in cortile, nel doposcuola, ma la separazione che ci imponeva la scuola durante le lezioni restava ben definita.

Ci ho messo un po’ di tempo per recuperare quella distanza, specie quando alle medie mi sono ritrovata in una classe con soggetti maschili in piena tempesta ormonale. Un lavoraccio.

La mia insegnante elementare era giovanissima, alla sua prima esperienza con l’insegnamento, ma ha reso i miei cinque anni di scuola elementare meravigliosi.

Approfittai del suo entusiasmo e della sua energia per imparare cose che a casa mia madre non aveva tempo di insegnarmi e feci la mia prima gita fuori porta, ad Aosta, a visitare la città e la fabbrica di Fontina. La prima volta che mettevo il muso fuori dalla mia città, .

Erano gli anni ’70, i tempi dei Decreti Delegati e delle prime elezioni dei rappresentanti dei genitori a scuola. C’era un’atmosfera di partecipazione intensa e mio padre, molto attivo nella scuola, discuteva per ore con gli altri su come affrontare le differenze che c’erano tra di noi in base alle possibilità economiche e sociali delle famiglie cui appartenevamo.

La mia scuola era nel quartiere operaio di Borgo Vittoria, di cui ho parlato molte volte. Eravamo figli e figlie della classe operaia, chi di noi stava meglio era figlio di commercianti. Eravamo molto solidali e non c’era alcuna gara all’acquisto del gadget più bello o costoso, come mi pare accada ora. Insomma, un altro mondo.

Quello di oggi è il mondo che ho descritto più volte, l’ultima nell’articolo Realtà virtuale e reale. La pia illusione di farle coincidere.

Oggi torno sull’argomento, per riflettere su Che fine ha fatto la mia generazione e su chi siamo e dove vogliamo andare. Insieme.

Generazione X. Chi siamo e dove vogliamo andare

Generazione X

“La rete e i social network ci danno l’illusione di libertà e c’è chi sfrutta politicamente e socialmente questo aspetto. Le piazza appartengono al passato. Io non ho risposte per sapere come potremo esprimere assenso o dissenso per il nostro domani odierno, ma dobbiamo impegnarci per trovare le nuove modalità di protesta che ci permetteranno di cambiare le cose. Qualcuno ha detto che la musica ha avuto un ruolo determinante per la fine della guerra in Vietnam, io sono abbastanza d’accordo con questa visione romantica e vorrei da queste nuove generazioni una rivoluzione nella comunicazione altrettanto potente”.

Cominciava così il lungo commento di Paolo, amico e lettore del blog (il resto e gli altri commenti cliccando qui).

Il problema più grande della Generazione X, sostiene Paolo, è che non siamo né carne né pesce: non abbiamo fatto le proteste del ’68, non siamo nativi digitali, insomma, non siamo riconoscibili nel mare magnum della storia.

Siamo quelli con i grembiulini tutti uguali e le classi separate e molto altro. Ma niente di questo ha ancora un senso, adesso.

Non sapevo che ci definissero Generazione X, usando la stessa lettera che molto tempo fa si usava al posto della firma.

Mi sono sentita indeterminata, indefinibile.

Non mi piace affatto e non mi appartiene

Chi siamo dunque?

nati tra i mitici anni ’60 e ’80, cresciuti dopo il boom economico del dopo guerra, figli degli operai che hanno fatto grande la FIAT, che ha fatto grande la Famiglia Agnelli e piccoli gli operai.

 

La generazione del riscatto, del “mio figlio va all’università” detto con orgoglio, nata e cresciuta in famiglie che ne hanno viste di tutti i colori, guerra compresa.

Ci hanno tirato su spaccandosi le mani e la schiena per farci studiare, prendere l’agognato titolo di studio, e diventare qualcuno. Il tutto con la speranza che la potesse allontanare l’orrore di ciò che avevano vissuto. Mi chiedo se ci siano riusciti, vedendo quello che vedo.

Siamo nati liberi, immersi in una fortuna di cui non ci rendiamo conto.

Padri e madri che hanno fatto i conti con i nostri desideri, che per la prima volta potevano essere espressi e che si sono sentiti chiamare qualche volta per nome, perché “Mia figlia è la mia migliore amica“, rompendo gli schemi ma anche ribaltando i ruoli.

Le conseguenze? Sulla pelle di entrambe le parti in gioco

Cosa abbiamo costruito?

Abbiamo molti punti di forza: crediamo nella libera affermazione della persona, nell’indipendenza economica, nell’autonomia e nella cultura.

Ma le grandi lotte, quelle che hanno formato la società cui apparteniamo, dal diritto al voto per le donne, al diritto all’aborto e allo Statuto dei Lavoratori, appartengono tutte alla generazione precedente. Spesso non le conosciamo nemmeno.

Siamo la generazione di donne che ha deciso di smettere di tacere e di parlare anche dopo moltissimi anni delle storie di abuso e prevaricazione che abbiamo dovuto subire, ad opera di familiari, compagni ma anche datori di lavoro, più o meno famosi.

E abbiamo accettato il rischio di essere giudicate, perché la nostra società è ancorata al secolo scorso su certi temi, ve ne accorgete quando andate oltre la patina del buon senso comune.

Siamo andate avanti, perché non vogliamo più essere schiave. Coraggiose, ma non ancora a sufficienza per affermare il nostro pieno diritto alla parità.

Che, per carità, non è uguaglianza. Siamo diversi e me ne vanto. Ma pari, in dignità, accesso allo studio e la lavoro e in ogni altro campo della società.

Vorremmo prendere in mano il presente e il futuro, ma non sappiamo come farlo

Ecco la nostra frustrazione.

A cosa è servita la cultura se non sappiamo utilizzarla?

Paolo è un romantico, nel suo commento ci racconta della musica, con la quale ci siamo identificati, in larga parte frutto di una società in fermento.

Anche oggi la musica esiste ed è la colonna sonora della generazione Y e Z. Ma esprime altro: disagio, disorientamento, disimpegno.

Qualche volta rabbia.

Stiamo bruciando tutto. Ma siamo ancora in tempo.

Inferno, purgatorio e paradiso. Quale scegli?

Invece di smanettare sui social e interrogarci su come passeremo quest’estate senza i mondiali di calcio, occupiamoci di noi.

E per farlo a mio avviso c’è solo un modo: credere nei propri talenti e lottare per affermarli, qualunque essi siano.

Significa smetterla con i rimpianti e con i se e i ma. Il nostro tempo è adesso, non avremo un’altra occasione.

Siamo nel mezzo del cammin di nostra vita e come Dante abbiamo di fronte tre grandi opportunità:

  • una ci porta all’inferno delle nostre paure e delle nostre recriminazioni. Nella prigione dei se e dei ma, o dei è troppo tardi.
  • l’altra via ci porta nel limbo del purgatorio, il luogo in cui possiamo accoccolarci, con i nostri talenti in tasca, pensando che nessuno vorrà mai guardarli e che noi non avremo mai la forza di affermarli.
  • per ultimo, il paradiso della scelta. La scelta di cambiare. La piena realizzazione del sé e dei nostri talenti, è a portata di mano, sta a noi coglierla.

E’ che a volte la bellezza fa paura. La felicità fa paura

Perché dovremmo poterla avere se la maggior parte delle persone non ne gode affatto?
Perché dipende da noi.

Ma a differenza di Dante non avremo nessuno accanto a condurci dove vogliamo andare. Siamo soli. Sì, questa è il dramma della Generazione X, la solitudine o il senso di solitudine che proviamo tutti, ogni giorno.

Questa condizione, io l’ho capito di recente, non è superabile. Se ci assumiamo il compito di applicare i nostri talenti, ovvero di percorrere strade diverse da quelle già tracciati, saremo sempre soli. Ma sarà una solitudine che porta pace e consapevolezza, e non smarrimento.

Esattamente ciò che manca al mondo oggi, non credete, care Volpi?

Commenti

  1. La generazione X ha connotazioni differenti rispetto alla mia. Sono nata nel 1981, e per noi il concetto di “migranti digitali” è quanto mai valido, poiché per noi i media elettronici sono arrivati quando frequentavamo le superiori (primo telefonino, a 17 anni) e concretizzatisi poi all’università. Quindi, il passaggio dal mondo analogico a quello digitale è arrivato in un periodo in cui anche noi stavamo attraversando un passaggio, dall’adolescenza all’età adulta. Questo ci ha resi non poco schizofrenici. Tra l’altro ho visto che hanno appena coniato una nuova definizione per i nati tra il 1980 e il 1985, perché rappresentano un unicum a sé. Ne scriverò presto. 🙂

    1. Ciao Chiara, in qualche modo queste definizioni aiutano a comprendere le fasi di cambiamento della nostra società. In ogni caso si tratta di tracce, utili a riconoscere appunto alcune generazioni rispetto ad altre. A me questo post e la discussione che ha generato, ha insegnato a comprendere meglio quanto sia importante il contributo di ciascuno ai processi che accadono. Possiamo essere al passo coi tempi oppure no. Sta andando noi. Mia madre ha quasi 80 anni e ha imparato solo da 1 a usare WhatsApp. Ha anche visto la guerra… Non so se riesco a spiegare… Un abbraccio

  2. Quindi io sarei della Generazione X… (fa molto fantascienza questa etichetta)
    Andavo a scuola col grembiulino azzurro, bruttissimi vestiti e maglioni fatti a mano (saranno anche stati fatti con amore, ma li ho sempre odiati, marrone e giallo ovunque, grazie Rakam!), classi miste e un’unica maestra (dieci anni dopo, mia sorella aveva tre maestre, però almeno si sopperivano alle “preferenze”). I miei si sono spaccati la schiena per farmi studiare, come tutti i genitori dell’epoca, ma col freno a mano tirato e sempre facendomi pesare questa condizione. Arrivata alla terza media, è stato davvero difficile avere il consenso di frequentare le superiori. All’epoca la mia zona era ricchissima di laboratori di abbigliamento (camicerie, maglierie, confezioni) e ricordo che mi fecero il conto che per i 5 anni delle superiori, se fossi andata a lavorare, avrei accumulato non so quanti milioni di lire, un lavoro solido invece dello studio che chissà dove vai a finire. E’ stata dura, cinque anni sotto pressione, per cui a quei mancati milioni dovevo sopperire con ottimi voti. La cosa si è conclusa con lo sbotto dell’esame di maturità, quasi scena muta, cervello in tilt. Nel frattempo i laboratori chiudevano, trasferiti ai paesi dell’est, ragazze con la sola terza media che non trovavano alcun lavoro. Con il mio diploma di Ragioneria sarei dovuta entrare in banca. Perché nel frattempo c’era il boom delle banche e delle filiali (tutto era ancora cartaceo). Per fortuna non ho passato i concorsi. Ringraziando i miei zii putativi, sono andata all’Università, il primo anno difficile (Statistica prevede matematica a livello liceo, a Ragioneria non si fa nulla di ciò), il secondo sospeso per andare a lavorare, in un’agenzia assicurativa, pensando a tutti quei milioni che avevo già perso. Ci sono stata giusto il tempo di rinforzare il conto in banca e tornare all’Università per conto mio. Il giorno che mi sono licenziata e re-iscritta fu guerra. E ogni anno mi si chiedeva se era l’ultimo. Mi sono ripresa il giorno del diploma (poi riconvertito in laurea) dove ho tenuto banco per 40 minuti di discussione della tesi con i professori. Tiè. (ed ero l’ultima ed erano le 18). E poi… vabbè, il mio curriculum lo trovate su Linkedin. Lavoro per una grande azienda, con grandi aziende (pure per Gucci!). Per la cronaca, adesso le banche stanno fallendo, chiudendo, accorpando e dalla sera alla mattina non sai più in che filiale vai a lavorare. Colpa dell’informatica o dei mutui subprime?! Eh.
    Dopo tutto questo, adesso i miei genitori se ne prendono il merito. No, non lo trovo nemmeno giusto se devo essere sincera. Tu Elena dici che non abbiamo fatto battaglie, io si, ne ho fatte di continuo di battaglie. E non ho nemmeno terminato, ogni giorno è una battaglia. Penso che abbiano voluto darci un futuro, ma che spesso ci abbiano tenuti troppo legati alla sottana. Io non credo agli Italiani mammoni, ma a certi guinzagli che sono stati tenuti larghi e poi improvvisamente strattonati, proprio quand’era ora di prendere la nostra strada. Tra l’altro è lo stesso problema di parte dell’imprenditoria italiana: aver tenuto i propri figli al sicuro nell’azienda di papà, invece di mandarli in anonimato a far gavetta all’estero e tornare con spirito di rinnovamento. Pensare che il primo computer è stato pensato in Olivetti…
    Le nuove generazioni sono più fortunate? Non credo proprio. La mobilità sociale verticale (cioè la facilità con cui un individuo può ascendere ad una classe sociale più elevata di quella dei propri genitori) è bloccata, se non addirittura in discesa. Questo è un paese per vecchi, purtroppo grazie anche ai nostri vecchi.
    (e scusa lo sfogone… 😀 )

      1. In realtà è una storia alquanto comune alla mia generazione e in certe zone, non sono la sola ad aver preteso un futuro con i denti, credimi. Poi c’è chi ha mollato per stanchezza, chi ha mollato perché il destino è pure beffardo o chi invece è dovuto “scappare” all’estero. Poteva andarmi meglio, però poteva anche andarmi peggio!

    1. Cara Barbara, evidentemente ho toccato corde che avevano bisogno di vibrare e tu sai usare molto bene le parole :). La tua è una storia di rivendicazioni continue della tua autonomia, del tuo ruolo di figlia, dell’importanza assoluta delle tue scelte. Il fatto che nella vita ti sia andata bene, che oggi tu possa guardare dal tuo posto di lavoro appagante il fallimento di certe scelte stereotipate da cui ti sei emancipata un tempo, non è un caso. E’ il frutto di una scelta giusta anche se dolorosa che hai avuto il coraggio di compiere. Il distacco dal mondo dei genitori è sempre una cesura dolorosa come la lama di un coltello, non a caso si parla di uccidere i genitori proprio come elemento fondamentale della crescita di ciascuno di noi (in senso metaforico, ovviamente).
      Quanto alla bambagia in cui un’intera generazione sta sguazzando, temo che gli unici a pagare pegno siano loro stessi. Genitori troppo apprensivi o troppo permissivi, insomma persone che pretendono di risparmiare il processo di crescita ai loro figli pensando di fare bene, in realtà li danneggiano. La nostra generazione da questo punto di vista ha molte responsabilità, anche se non sono genitrice condivido questo peso. Il mondo è di ciascuno di noi. Il tema è come le nostre battaglie individuali possano davvero modificare questo straccio di società che siamo diventati. E quando parlo in modo così pessimista del presente è solo perché rispetto a tutta la cultura, il benessere, gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione, l’umanità ha fatto piccolissimi passi in avanti. Sono delusa più che arrabbiata, cara instancabile combattente 🙂

      1. Nemmeno io sono genitrice, ma tutte le volte che me ne chiedono opinione, ora più che mai rispondo: “Lascialo viaggiare per il mondo. E’ la sua vita, non la tua. E non deve portarsi dietro le tue paure.” 😉

  3. Mi sento chiamata in causa, sono del ‘69 e ho respirato quel clima lì, degli anni 70- 80, durante la mia crescita. Non posso lamentarmi, sono arrivata all’Università in modo naturale: per me è stata una continuazione spontanea di un percorso che già, prima di me, avevano fatto i miei genitori e pure mio nonno materno. Difendo, di quei tempi, una ricerca di responsabilità diversa da parte dei giovani: ancora resisteva l’obiettivo di formare una famiglia e le istanze delle donne erano più rivolte al desiderio di trovare presto un lavoro per potere avere la sicurezza e pensare anche a un matrimonio (o a una convivenza) che a quello di realizzare la propria individualità anche a costo di sacrificare tutto il resto. Semmai io ho drammaticamente vissuto il passaggio da un’Italia che bandiva concorsi pubblici per i laureati a una che ha smesso di farlo: ho partecipato agli ultimi prima che non si vedesse più nemmeno l’ombra di quei concorsi.
    Adesso mi confronto con la generazione dei miei figli (14 e 16 anni) e non so buttare un occhio nel loro futuro senza vederli all’estero a sentirsi gratificati. Però non mi stanco mai di insegnare loro che è il Paradiso che devono inseguire, non l’Inferno e nemmeno il Purgatorio.

    1. Cara Marina, le nostre storie sono molto diverse. Io sono figlia di un operaio con la terza media e di una madre con l’avviamento commerciale (una specie di scuola tecnica dopo le elementari). Quando ho deciso di fare prima il liceo e poi l’università ho dovuto fare i conti con il desiderio di riscatto dei miei. Allora il loro ideale, specie per mio padre, era l’ingegnere. Avevo ottimi voti ma non mi interessava come percorso. Sono sempre stata una ragazza/donna autonoma ma non ho mai pensato che la ricerca di autonomia dovesse sacrificare altro. Non percepisco lo sviluppo dei propri talenti come una rinuncia ma come una scelta consapevole. Come ogni scelta consapevole ha un prezzo (ma anche un bel vantaggio, la felicità). Non ho figli ma penso che 1⃣ madre non possa augurare loro niente di meno che il paradiso. Ma non è il compito di ciascuno di noi realizzarlo nel proprio presente? È un tema su cui sto riflettendo molto in questo momento… Buona domenica Marina

      1. Sì, chi lo sta ancora cercando ha tutto il diritto di volerlo nella propria vita e di battersi per ottenerlo, su questo non ho dubbi. Io ho fatto i conti con le mie priorità e ho raggiunto un apprezzabile equilibrio, ma faccio sempre il tifo per i sogni che ancora inseguo.

        1. La tua serenità Marina traspare anche dalle righe di un blog. Sempre fare il tifo per i sogni che inseguiamo, sapendo che tutti gli equilibri sono dinamici, per fortuna. Altrimenti, sai che noia 🙂

  4. Beate/i voi che avete una sigla per identificarvi. Io sono messo peggio. nessuna sigla e nessuna connotazione identifica i nati tra la fine della guerra e gli anni sessanta. Troppo vecchi per il sessantotto, troppo giovani per fare carriera. Insomma troppo di troppo. Risultato anonimi, inesistenti. Pazienza ma siamo felici di essere senza etichette.

  5. Mi associo a Rosalia, sono felice di appartenere alla generazione X. Cosa fare per dare una svolta a questa società allo sbando? L’unica piccola cosa che, io, posso fare, è dare il buon esempio. Un esempio forse fatto di “vecchi” valori, identici nel contenuto, ma con nuovi “vestiti”. Quei vestiti che, invece di aggiornare, hanno gettato, lasciandoli nudi, in balia degli eventi. Come tutte le ricostruzioni, richiede impegno e tempo, però, penso, che solo la nostra generazione, con i piedi nel passato e la testa nel futuro, possa fare la differenza. Buona serata.

    1. Trovo interessante questa osservazione, la condivido. Ma come fare? Io ho lottato tutta la mia vita per cambiare la società. Lo dico senza rimpianti, non ho ancora rinunciato. Ma non vedere risultati, è frustrante. Dare il buon esempio è importante e sono sicura che faccia la differenza. Sai cosa mi manca? Qualcuno che possa ispirare anche noi. Non siamo autoriferiti, abbiamo bisogno di modelli da seguire. Gli ultimi che hanno ispirato una generazione sono morti proprio negli anni ’80. E adesso, chi abbiamo come figure di riferimento? Io alla fine ho scelto, in assenza di altro, me stessa come riferimento. Ma sarà abbastanza?

      1. Rispetto, onestà, impegno, sentirsi parte di un tutto … Questi sono i valori a cui cerco di tendere, indipendentemente dall’avere una figura precisa di riferimento (anche se, nel mio caso, la parola del Vangelo mi offre molti spunti di riflessione). Come madre di due quasi donne, 22 e 17 anni, approvo il commento di Barbara “Andate, fate la vostra strada, impegnatevi in ciò che vi indica il cuore. Non è importante quante volte cadrete, ma è importante che impariate dalle vostre cadute e vi rialzate”. Sono per loro un punto di riferimento? Lo spero, ma soprattutto spero di essere per loro un porto in cui tornare per riparare la barca, ogni volta che ne avranno bisogno, prima di ripartire. Sarà abbastanza? Tutto ciò che facciamo con amore e impegno, penso sia abbastanza. Un caro saluto.

        1. Sé non ci fossero donne come te anche quella sottile rete di solidarietà e impegno, di consapevolezza e forza Interiore sarebbe disciolta. Anch’io ho scelto la strada del cambiamento nel mio quotidiano, a partire da ciò che posso fare io, se avessi figli amerei prendere le tue parole e farle mie. Ogni tanto mi pongo il problema di come “spostare” questa attenzione al complesso della società, sapendo che non sono sola

  6. Per La generazione Y successiva alla nostra, diciamo chi oggi ha sui 35 anni, io vedo che ha ricevuto molti più aiuti dalla famiglia di origine in termini economici. Io non ho fatto un dramma di non aver potuto andare all’università perché semplicemente non c’erano i soldi, ero molto brava negli studi, i miei mi hanno fatto arrivare fino al diploma, io li ho ripagati con tanto studio e ottimi voti, e poi AL LAVORO e non importa se non era il lavoro per il quale avevo studiato, la nostra è la generazione che, mediamente certo non tutti, ha una sfasatura tra studio e lavoro.

    1. Dunque io ho potuto andare a scuola (con grandissima fatica dei miei genitori) ma ti garantisco che ho vissuto al pari di te una certa frustrazione per un lavoro che non era quello che per cui mi ero fatta anni di studio… Dopo un po’ ci si abitua, come dicevamo prima con Nadia.
      Certo concordo che per noi il tema dell’autonomia economica era molto più significativo di quello che mi pare di percepire nella Generazione Y. Z ecc. ecc Io ho accettato di fare lavori meno qualificati del diploma che avevo collezionato, pur di uscire di casa. Davvero non ne potevo più. Oggi sono piena di amici coetanei che vivono con la mamma… No comment

  7. Innanzitutto grazie per i tuoi ricordi, mi ci son perso dentro.
    La scuola, le classi separate e tutto il resto. Gli anni ’70.
    Sì, voi siete la Generazione X e avete tutti questi problemi (domande esistenziali, e tutte col senno di poi), E noi della Generazione Y che dovremmo dire? XD
    Siamo praticamente vostri figli, o al massimo nipoti. Diciamo che a vederla in modo negativo, i danni provengono dal nuovo modo di vivere e pensare che ha investito la vostra generazione… di mezzo? Sì, ma mai quanto noi… XD

    Moz-

    1. Figlio mio ritrovato tra i misi sogni anni ’70! :))))
      Scherzi a parte la tesi che ho provato a sostenere è che la mia generazione non doveva essere travolta, ma guidare il cambiamento. Forse oggi avremmo noi stessi una direzione e di conseguenza trasmetterla agli altri. Chissà come si sentono le Generazioni Y in questa fase. A me non sembrate senza visione, ma molto molto chiusi in voi stessi. E’ una impressione veritiera?
      Abbracci

  8. Ciao cara Elena. Mi ritengo fortunata di appartenere alla Generazione X . E’ vero, non abbiamo vissuto gli anni 60 e le contestazioni, ma abbiamo superato indenni gli anni di piombo e la guerra fredda senza rivoluzioni e guerre. Abbiamo scolpiti i grandi ideali, forse perché figli di una generazione molto idealista nel bene e nel male. Abbiamo molto più spirito critico dei giovani di oggi e possiamo contare sulla libertà di pensiero che ci tiene alla larga dalla deriva dell’intolleranza che dilaga. E non è poco ^_^

  9. Credo che ogni periodo storico si viva porti sempre la stessa costante. Non si vede bene fino a che non è soppiantato da quello successivo.
    Io appartengo al ’74 quindi sono nel range della Generazione x. Ho frequentato le superiori in un istituto quasi esclusivamente femminile, erano davvero mosche bianche i maschi che si iscrivevano alle magistrali. Ora assolutamente no, come i maschi che vanno a fare ballo, danza o sport ritenuti femminili. O femmine che praticano quelli maschili. C’è più elasticità, meno confini. Ma c’è anche tanta confusione.
    Siamo una generazione che ha perso punti fermi e li ha sostituiti con altri, siamo una realtà in costante trasformazione con la necessità di adattarci continuamente a tutto.

    1. La capacità di adattamento è una “funzione” che penso abbiano saputo utilizzare tutte le generazioni, compresa la nostra. Ma non credo che basti. Mentre scrivevo questi ricordi pensavo a come si è rivoluzionata la mia vita in soli quarant’anni. E’ cambiato tutto ciò che è intorno a me, e sono cambiata anche io ovviamente. Le cose progrediscono con tempi così rapidi che vederle dall’alto è impossibile, concordo con te. Questa analisi si puo’ fare solo dopo un certo punto della propria vita (significa che sono diventata vecchia, in poche parole)

      1. Sì è una costante l’adattamento e sì le cose cambiano più veloci del vento senza darci quasi il tempo di farci l’abitudine. Un tempo, anche solo qualche tempo fa, le cose duravano di più. I contratti di lavoro, le storie d’amore… ora non faccio di tutta l’erba un fascio, questo correre ha di certo i suoi vantaggi, ma solo se sei un maratoneta.

  10. La nostra, siamo dello stesso anno, è una generazione fortemente tradita.
    Mia madre era come tuo padre a scuola e le divisioni maschi femmine da me si avvertivano poco grazie a una maestra davvero all’avanguardia, ti dico solo che in pieni anni 70 andò in vacanza in Afghanistan in auto.
    Ma torniamo all’oggi, traditi dal lavoro, quando siamo approdati nel mondo del lavoro c’erano mille opportunità, sembrava che bastasse darsi da fare e avere un buon retroterra di studi per “arrivare”, fare carriera, e andare in pensione dopo 35 anni di lavoro. Non è così, in pensione – ho ricevuto la lettera arancione dall’INPS ci andrò a 70 e significa che avrò lavorato 50 anni e si è tornati a una forte precarietà lavorativa.
    E i sentimenti? La giustissima emancipazione ha buttato per aria molte famiglie, non sono bigotta, ma ho molte amiche separate, e spesso in nome di sentirsi realizzate come donna (frase che detesto) imbastiscono relazioni senza senso, almeno per me.
    Siamo figli di chi, si è spesso votato al sacrificio, la vita per i nostri genitori/nonni sembrava avere valore solo se in qualche modo sofferta, rivendichiamo il diritto a una vita felice e spesso, per questo, ci dicono che vogliamo una vita comoda, che non è assolutamente la stessa cosa.

    1. Non so se sia davvero il cambiamento delle condizioni dell’insegnamento in Italia, ma anche io ricordo insegnanti che avevano degli ideali da trasmettere e l’hanno fatto! Accidenti che è successo oggi? Tutti desiderano una vita felice ma io credo che la differenza stia nella capacità di conquistarsela. Non ci sono scuse, cara Sandra, penso che oggi pecchiamo proprio nella capacità di conquistarci spazi, ruoli, cultura. Ho una vita più comoda dei miei genitori, fatico molto meno nel lavoro, per poi scoprire che dovrò lavorare molto più a lungo di loro. Allora, cosa e quando possiamo parlare di progresso? E soprattutto quanto siamo stati partecipi NOI di questo progresso? Noi siamo stati a guardare, pensando che l’autonomia significasse fare ciò che si vuole. Ma, come giustamente chiudi tu, non è la stessa cosa…

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