Quando ero bambina, la primavera non aveva né un giorno né un colore. Quando i primi caldi rimpiazzavano le giornate grigie e fredde della mia città e il balcone non bastava più ad assaporarle, uscivo fuori, in strada o in cortile, per riappropriarmi di spazi a lungo negati che diventavano tutti per bambine e bambini come me.
Le strade non erano trafficate come lo sono ora e le voci dei bambini si sentivano ancora, allegre e moleste. Risuonavano in mezzo alle case, negli androni, nei cortili condominiali e nei parchi della mia, allora molto più verde di adesso, città.
Sono le memorie dal mio quartiere, ricordi che affiorano alla ricerca dei segni di un tempo che non c’è più e che ha lasciato segni profondi dentro di me. Segni che ancora riconosco, nonostante gli anni che passano.
Da quel quartiere che mi ha vista crescere oggi passo solo rapidamente, a bordo della mia auto, mentre sbircio verso il balcone dove sono vissuta come una ladra di ricordi. Sbocciano come i miei fiori di pesco, in piena fioritura, le cui foto ho pubblicato qui, sotterfugio per ricordare una bellissima poesia di Hermann Hesse che non ricordavo più.
Memorie dal mio quartiere
Da quando abbiamo venduto la casa dei nostri genitori, nella via dove sono cresciuta non sono più passata. Accade una sorta di tabù inconsapevole, unito al fatto che non ho davvero più nessuna ragione per andarci, nemmeno la curiosità di vedere chi e come oggi abiti la nostra casa.
Eppure, mi manca.
Ci sono luoghi che restano nel cuore per sempre. Non importa quanti anni passino o quanto il paesaggio urbano cambi: il quartiere dell’infanzia è e sarà per me un rifugio della memoria, un piccolo universo fatto di volti familiari, strade percorse in bicicletta e profumi che evocano istantaneamente il passato.
Il mio quartiere, Borgo Vittoria
Se digitate su Google il nome Borgo Vittoria, nella stringa delle ricerche più diffuse il mio quartiere viene associato a parole come “pericoloso” o “degrado”. Mi pare una inutile drammatizzazione, anche se posso immaginare da dove derivi.
Eppure la storia di Borgo Vittoria è di tutto rispetto.
Il 7 settembre del 1706, un anno importante per noi torinesi, il Borgo diventa il luogo in cui mettere a segno la vittoria finale contro le truppe francesi del Re Sole. Assediarono la città per ben 117 giorni ma furono respinte, grazie al coraggio epico di Pietro Micca e all’esercito sabaudo, quattro volte inferiore numericamente ma equipaggiato e supportato dalla foga popolare che resistette proprio nei pressi della borgata che allora si chiamava Levi e che fu poi denominata Borgo Vittoria.
Fatalità, sono venuta a conoscenza di questa bella storia molto tardi, colpevolmente. Ma quando l’ho ascoltata la prima volta, mi sono emozionata. Il carattere del quartiere è rimasto lo stesso: un borgo operaio, accanto alle fabbriche, popolare, forse povero ma mai misero, e soprattutto mai violento.
Le famiglie degli operai come la mia trovavano in quel quartiere non solo uno spazio di lotta e conquista, visto che in Via Chiesa della Salute c’era la sede del Partito Comunista, ma anche negozietti, vari e ben forniti, che rendevano inutile allontanarsi dal cuore pulsante del quartiere dove trovavamo di tutto.
C’era soprattutto tanto spazio per noi bambini, che potevamo giocare in strada senza temere il via vai delle auto, poche e di modeste dimensioni.
I giochi in cortile
Le giornate passavano tra la nostra stanza, le scale del condominio in cui incontravo le bambine del piano di sopra per giocare a Portobello e il cortile, in cui era fermamente vietato giocare ma che noi occupavamo lo stesso.
Nel mio palazzo eravamo in maggioranza bambine, quindi niente porte disegnate con il gesso sul muro e discussioni infinite su chi avesse segnato davvero.
Piuttosto a terra disegnavamo La Settimana, su cui salterellavamo cercando di non perdere l’equilibrio. Oppure giocavamo “agli elastici”, che usavamo con discrezione, lontane da occhi indiscreti, perché nessuna di noi era veramente brava ad eseguire incroci, salti, e tutta l’abilità che quel gioco richiedeva.
Il nostro condominio era davvero gigantesco, con i suoi quattro androni di ingresso, ciascuno con accesso a sei piani, per dodici appartamenti in tutto. Dall’altro lato del cortile di pertinenza, nello spazio che divideva il nostro condominio dal suo gemello, c’era un garage con posti auto sia sul piano strada che nei sotterranei.
Erano questi ultimi ad attirare la nostra attenzione, perfetti per giocare ai fantasmi, con solo qualche vecchio lenzuolo coi fori per gli occhi e un po’ di carbone nero.
Quanti pianti abbiamo dovuto consolare e quante notti a immaginare cosa si nascondesse dietro l’ultima porta dell’ultimo garage, il nostro vero incubo!
I primi approcci con il Borgo
I miei spazi di bambina erano tutti lì, mal contati un’ottantina di metri quadrati lineari. Ho vissuto felice in un quadrato i primi dodici anni della mia vita, arrampicandomi su quello che avevo a disposizione in città, i tetti dei garage. In montagna mi andava molto meglio, c’erano molti faggi con rami robustissimi, ma questa è un’altra storia
Poi a un certo punto quegli spazi e quei giochi non bastavano più. Così cominciai ad esplorare l’isolato accanto, dove abitava la mia prima amichetta fuori dal palazzo, Valeria. Con lei ho scoperto i primi trucchi. In particolare ricordo bene l’ombretto rosa baby che stendevamo sulle palpebre come una crema per contorno occhi! Conciate così esploravamo timide il quartiere.
In quegli anni la droga, in particolare l’eroina, era molto diffusa in città. Non era inusuale vedere ragazzi anche molto giovani, ragazzi come noi, buttati agli angoli dei marciapiedi per farsi un buco.
Ricordi scioccanti che per molti anni ho dimenticato e che oggi rivedo nelle immagini terrificanti degli abusi da Fentanyl negli Stati Uniti e in Canada. La storia è sempre la stessa: annientare un’intera generazione. Ce la fecero quasi negli anni settanta, ce la stanno mettendo tutta anche oggi.
Nonostante questi brutti incontri, non avevamo paura. Esplorando abbiamo scoperto prima il doposcuola gestito dalle suore, che ho smesso di frequentare il prima possibile, e poi l’oratorio, dove invece mi trovavo meglio.
Praticavo il mio sport preferito, il Judo, nei sotterranei della sede del Partito Comunista. La mia vita è sempre stata caratterizzata dalla dialettica Camillo/Peppone, anche questo un tratto che ancora riconosco.
E il mio primo “lavoretto”
A un certo punto mia madre, stanca di essere sfruttata come commessa, prese la decisione di aprire un negozio di lana e filati tutto suo. Così gran parte dei pomeriggi li passavo da lei a imparare a vendere, a cucire, a distinguere la pura lana dall’acrilico e il cotone egiziano da quello povero.
E’ stato il mio primo lavoretto e mi ci divertivo pure.
Il negozio si trovava dall’altro capo del palazzo in cui abitavamo. Ricordo bene il retro che fungeva da magazzino. Passavo ore lì dentro a studiare, sdraiata sui sacchetti di gomitoli impilati a terra e che di tanto in tanto usavamo anche per un riposino. Soprattutto mia madre, che lavorava con un ritmo e una energia che le ho sempre invidiato.
Lei sì che era un vero portento come venditrice, ce l’aveva nel sangue. Era cortese e attenta ai conti, che non guasta mai, e possedeva una straordinaria creatività che le faceva superare ogni ostacolo pratico. In poco tempo, divenne un punto di riferimento per il lavoro a maglia, anche dei quartieri limitrofi. Filati Paola, così tutti riconoscevano la sua attività. Nel Borgo era una specie di istituzione.
Anche la casa ne uscì trasformata. Era tutto un pullulare di Mani di Fata o di Rakam. Li sbirciavo, cercando di approfittare di tutta quella scienza che la maggior parte delle clienti le invidiava e che derivava soprattutto da lì.
Mi piaceva avere a che fare con le persone, mi piaceva consigliare le lane migliori e soddisfare le richieste, anche le più strambe, delle clienti. Ho imparato ad ascoltare e a conoscere le persone alla prima occhiata. Un’abilità che oggi mi è molto utile e che riconosco come uno dei tratti più tipici della mia personalità.
Borgo Vittoria era un quartiere accogliente e inclusivo. Non sapeva dire di no a nessuno.
Suggestioni
Oggi vivo nel quartiere accanto, che allora era per me al pari di un’altra città, tanto lo percepivo distante. Oggi, grazie a una serie di cambiamenti urbanistici, Madonna di Campagna è un tutt’uno con Borgo Vittoria. Eppure il quartiere della mia infanzia non lo frequento quasi più.
Ne ho memoria.
Vive ancora nelle insegne scolorite delle vecchie drogherie, nei tori verdi, le fontanelle tipiche di Torino, che oggi hanno quasi del tutto eliminato. Nel cuore caldo e accogliente che ho raccontato ne “Il ladro di sogni” o nelle strade operaie oramai vuote, nelle fabbriche trasformate in archeologia industriale, nel melting pot culturale che anima i marciapiedi della città.
Ho memoria di me, di come ero allora e di come sono adesso. E c’è di bello che riconosco ancora quella voglia di ridere e di giocare che non mi ha mai abbandonata. L’entusiasmo e la ricerca dell’avventura, la capacità di trasformare l’umore triste delle mie amiche in sorriso, la paura in ricordo, l’ansia in sfida.
Quella bambina è ancora qui, con me, e la accudisco ogni giorno.
La amo perché non ha paura di essere sé stessa. Non si preoccupa degli sguardi della gente buia che ha intorno.
Procede con il suo proprio ritmo, dritta verso la vita che ha scelto, dalla prima all’ultima pagina della sua storia.
Senza mai perdere la gioia di vivere né la voglia di celebrarla.
C’è qualcosa in questo racconto che abbia suscito tuoi personalissimi ricordi? Ti va di raccontarli?




Che bel post sui ricordi di infanzia Elena! Mentre ti leggevo mi è tornata in mente la mia prima casa in cui ho abitato fino al compimento dei sei anni. Era una casa in pieno centro del paese, piccola e angusta, aveva ben due camere cieche tanto che deriva da lì la mia claustrofobia di bambina. Nei nostri ricordi familiari però quella casetta era piena di fascino. Per anni non sono più passata da quella strada, ma essendo quasi in centro l’ho spesso sbirciata da lontano passando dal corso principale.
Credo che quello che ci manca non sia il luogo in sè ma quello che eravamo in quel luogo e in quel tempo che non tornerà più tranne che nei nostri ricordi.
Dopo i miei sei anni andammo a vivere in un grande condominio di nuova costruzione (dove vive ancora mia sorella e dove torno in estate) c’era un grande cortile adatto ai giochi dei bambini e delle strade intorno all’epoca poco trafficate, pensa che dopo il mio condominio c’era solo campagna, oggi è quasi il centro del paese.
Ciao Giulia, che bello aver suscitato ricordi così belli anche in te! Certo che i condomini, in qualunque città, si somigliano tutti! Attorno al mio non c’era proprio campagna ma di sicuro case rarefatte e tanto spazio che oggi non esiste più. Quegli spazi mi mancano, ognuno ha le sue fobie io non amo gli spazi contenuti. Vedo che anche tu hai fatto fatica a tornare nei luoghi della tua infanzia. Probabilmente hai ragione: non è tanto il luogo in sé ma ciò che ci ricorda. E il fatto che siamo bene consapevoli che non tornerà. Se poi ci sono persone che li hanno abitati che non ci sono più, è anche peggio. Però è bello scambiarsi i ricordi perché nonostante le generazioni siano più o meno le stesse, le esperienze possono essere molto diverse. Anche così si coltiva la memoria cui tengo molto. Un saluto a quella bimba che anche tu hai conservato
Mia madre non aveva un negozio di filati, ( meraviglia! ) ma una cattedra da maestra elementare a Reggio Emilia. Faceva avanti e indietro da Bologna col treno, per questo quando dopo vari anni di matrimonio lei e mio padre riuscirono, con molti sacrifici, a comprare un appartamento, scelsero una zona non distante dalla stazione. Poi, sorpresa! Quando ormai non ci credeva più nessuno, arrivai io: così sono nata e ho vissuto per i miei primi quattordici anni alla Bolognina, diventata poi famosa per la ” svolta ” poltica del ’91, quando con Occhetto finì il PCI e nacque il PDS.
La Bolognina è un quartiere popolare, oltre ai grandi condomini ci sono ancora le vecchie casette dei ferrovieri e la grande piazza centrale ( Piazza dell’Unità, come si poteva chiamare se no? ). E’ un luogo che ha carattere, non è una sorta di dormitorio come altri quartieri, fatti con palazzi tutti uguali.
Ho lasciato la Bolognina dopo le medie, ma ho continuato a frequentarla: ci vivono una mia amica, il mio ex collega di studio e diversi miei conoscenti.
C’è il Museo che commemora la strage di Ustica, che ospita l’aereo ( quel che ne resta ) ricostruito, e lì adiacente si trova un centro sociale e culturale, dove, fra l’altro, si presentano libri.
Svetta la nuova sede del Comune, ben visibile dalla stazione dell’alta velocità: un avveniristico complesso tutto vetro e acciaio disegnato da un archistar italiano, l’architetto Cucinella, il quale, già che c’era, ha deciso di fermarsi e ha creato un megastudio di architettura al limite della Bolognina, riqualificandone così una zona periferica.
La palestra della mia scuola media è diventata Il teatro stabile Testoni, con una programmazione per bambini e ragazzi.
Adesso ci sono molti immigrati, cinesi, africani. Con le amiche vado a mangiare al ristorante cinese in piazza dell’Unità, dove i figli dei titolari hanno una ESSE bolognese peggio della mia!
No, non è un quartiere ghetto, bensì un posto con un’anima, al quale guardo con interesse,un po’ di nostalgia e di orgoglio di appartenenza.
Ma che bella storia, @Brunilde! Per un soffio non ho pubblicato la foto della vecchia sede del partito Comunista, che stava proprio a Borgo Vittoria, altrimenti sì che le nostre comuni esperienze avrebbero risuonato! Bologna e Torino, due esperienze diverse ma tutte di grande valenza politica e civica. Bello che quel quartiere si sia trasformato senza perdere la sua identità. Anche la scelta di continuare a frequentarlo la ammiro, non sono riuscita a farlo fino in fondo e mi rendo conto che la responsabilità è mia. Non sono ancora in grado di farlo, eppure alcuni amici li ho ancora. Anche le vecchie amiche di mia madre che sono sicura sarebbero felici di rivedermi. Ancora non ci riesco. Sarà il lutto? Sarà la sua, lenta, elaborazione? Comunque, a forza di sentirti narrare di Bologna, mi sento in colpa di non conoscerla a modino. Ma c’è e sempre tempo per farlo e, prometto, lo farò. Sarai la prima a saperlo :)
Ciao Elena. Stupendo questo racconto autobiografico. Ci sono ricordi che appartengono ad un passato che sembra lontanissimo, tanto la società è cambiata in questi pochi anni ma che hanno un sapore di dolcezza e nostalgia. Il negozio di filati della tua mamma mi ha fatto ricordare una zia di mio padre che aveva un negozietto in cui vendeva gomitoli di lana, che lei stessa lavorava, stoffe e corredi per la casa (ho ancora conservate un paio di calze di lana fatte con i ferri e degli asciugamani con applicazioni di fiori e farfalle!) Si trovava sulla piazza principale di un paesino con una storia millenaria che risale all’VIII secolo a.C. e che negli ultimi vent’anni è diventato un polo commerciale edificato in maniera dissennata. Ed io bambina, fino a quattordici anni, andavo spesso in quel negozio e giocavo con i miei cugini su quella piazza ottagonale fatta di una pietra nera e grigia che al sole luccicava! Io invece ho abitato in un grande condominio posto su una strada extraurbana lontana dal paese di appartenenza e da qualsiasi luogo di aggregazione. Se si eccettua la scuola non avevo altri contatti con i miei coetanei. Ecco perché queste memorie mi piacciono tantissimo. Frequento ancora la casa della mia infanzia e della adolescenza perché lì vive mia madre ma non amo entrarci perché lì è morto mio padre. E comunque questo tuo racconto, istintivamente, mi ha rimandato al libro “Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca in cui il protagonista vive le sue esperienze di vita dentro il cortile, la strada e i vicoli di un quartiere di Napoli. Un libro che amo veramente tanto.
Non conoscevo questo romanzo di De Luca, ma ti ringrazio per averlo annotato e associato a questi miei modesti ricordi. Che però vedo sono quelli di molte di noi. Non credevo che il negozietto di mia madre avrebbe attirato tanta emozione ma in fondo sono così tanti gli spicchi di storie che potremmo raccontare e che non divulghiamo, credendo che non interessino a nessuno. Non è così. Le nostre storie, quando autentiche, sono un patrimonio di conoscenza, ricordi e anche condivisione bellissimo. La tua zia , il cortile di pietra nera luccicante, la casa in cui non puoi più rientrare. Quanta umanità in queste righe. Quanta bellezza possiamo regalarci scambiandoci questi ricordi. Grazie per ave letto i miei cara @Paola
Non sapevo di quella meraviglia del negozio di tua mamma!
Riconosco, da coetanea, le suggestioni dei cortili e un’infanzia tanto diversa da quella dei bambini e ragazzi di oggi.
Ci ho scritto un libro, da tanto il richiamo di quel tempo è forte per me.
Il mio quartiere l’ho lasciato con uno strappo lacerante e orribile a causa di uno sfratto: abbiamo vissuto fuori Milano per 10 anni, dai miei 20 ai 30, un’età che dovrebbe essere stupenda e per me non lo è stata affatto.
Siamo tornati a Milano nel 1998 ma mia mamma non ha voluto assolutamente tornare a vivere nello stesso quartiere e, come te ora, ci siamo stabiliti in uno poco distante.
Torno spesso nel mio quartiere d’origine, ho un gruppo di amiche, c’è il cimitero dove c’è papà, un negozio di abbigliamento di un’amica dove ora mi servo – era la boutique chic all’epoca, gestita da sua mamma che ora l’accompagna, prezzi inavvicinabili per me negli anni 80 e poi era roba da signora.
Un anno fa, nel giorno dell’anniversario della morte di mio padre, ho tentato l’avventura di entrare nel palazzo della mia infanzia, una signora mi ha persino aperto, ero molto commossa, ma poi, si è spaventata e temendo fossi una ladra, mi ha mandato via malamente. E’ stata una scena molto brutta, ma ce l’avevo comunque fatta ad arrivare fino alla porta del mio vecchio appartamento tanto, tantissimo amato.
Cara @Sandra, involontariamente immagino hai suscito in me un sorriso. La scena di te che tenti di entrare nel palazzo dove avete vissuto dopo la morte di tuo padre ed essere scambiata per una ladra ha del comico, bisogna ammetterlo.
Tuttavia ha un senso. Prima o poi tutti torniamo e capiterà anche a me, solo che non è ancor il tempo. Un pezzo alla volta smontiamo le corazze che mi hanno protetta. I ricordi sono belli ma anche dolorosi. Se non siamo pronte ad accoglierli possono lacerarci. Questo blog mi aiuta a farlo un po’ alla volta Non è poco. Certo che il negozio he negli anni 80 era per madame e che ora frequenti… parliamone! E’ che tu Sandra sei inevitabilmente comica. Lo dico perché credo che sia una straordinaria virtù. Con essa si supera tutto
Cara Elena, questo tua risposta mi allarga proprio il cuore, perché come diceva il mio psicoterapeuta l’ironia è una vera risorsa.
Andare in quel negozio mi dà tanta gioia, compro solo coi saldi perché è rimasto comunque un po’ fuori budget, ma sono soddisfazioni!
Cara Sandra, non ho accesso alle opinioni del tuo psicoterapeuta, ma le condivido! L’ironia è una risorsa gigantesca. Io stessa la uso ogni volta che posso. Non solo perché trovo noiose le persone che non la possiedono, ma perché è capace di sdrammatizzare e di farci vedere le cose da altri punti di vista. Ridere di noi, significa non prenderci troppo sul serio. Perciò goditi i tuoi sfori di budget e chissà che cose belle ti comperi (ma non ce le racconti!!!????) E grazie per questo commento, mi riempie di gioia allargare il cuore, qui ci si vuole anche un po’ di bene, non è poco
Nooo, tua mamma aveva un negozio di filati! Che magnifica scoperta, io che li frequento più dei negozi di abbigliamento! E così era anche un asso nel lavoro a maglia! Oh, guarda, io sarei stata una cliente fissa.
Anch’io, quando penso alla mia casa d’infanzia, ho dei ricordi bellissimi. Il mio era un quartiere grande, che comprendeva diversi palazzi e il mio, in particolare, aveva due grandi giardini davanti, molto curati con fiori intoccabili e una siepe che correva tutta attorno e non si poteva valicare. Noi giocavamo nelle terrazze attorno a quei rettangoli di verde: l’elastico? Ero un asso, non sbagliavo un salto! Eravamo in tanti: bambini di ogni età, misti maschi/femmine e stavamo interi pomeriggi a giocare a nascondino o a guardie e ladri (si scendeva giù verso le quindici, ma già alle sette eravamo a casa e nessuno si lamentava, era la prassi per tutti, a quell’età). Aveva le mie amichette del cuore, una abitava nel mio palazzo all’ottavo piano (io stavo al sesto, il palazzo era di dodici piani), l’altra in quello accanto; le nostre finestre facevano angolo e noi ci eravamo inventate un modo per passarci le cose dalla finestra (un doppio bastone con un cestino, opera di alta ingegneria realizzata dai fratelli più grandi). Mamma, quanti ricordi mi hai sbloccato! Fino all’anno scorso (prima del trasferimento a Roma dei miei genitori), tornavo là, quando scendevo in Sicilia, in quella casa, in quel quartiere, in quella via… Chissà che ne sarà, ma è vero, i ricordi restano intatti, li porterò sempre con me.
Cara Marina, sono felice di aver sbloccato alcuni tupi ricordi, sembrano bellissimi. Anche tu in un palazzone, anche più grande del nostro, e tanta allegria con poco, che era poi il segreto della nostra generazione. Non invidio i ragazzi di oggi anche se hanno più risorse. Ho conservato la capacitò di trasformare qualunque oggetto inanimato in uno strumento di amore e allegria e ne vado fiera. Questo racconto è servito soprattutto a me, per ricorre quanto di quella bambina birichina c’è ancora in me. E quanto la rispetti, la stimi e le voglia bene. Auguro a tutti di poter nutrire sentimenti analoghi. E quanto alla mamma magliaia, beh, non ti sei chiesta com’è che apprezzo sempre i tupi meravigliosi lavori crochet? Io sì che avrei goduto un sacco a suggerirti le migliore lane e cotoni! Grazie per aver letto con passione i miei ricordi, cui sono molto affezionata