Crescita personale

Svuotare la casa dei genitori, per sempre

Chi desidera vedere l'arcobaleno, deve imparare ad amare la pioggia
Paolo Coelho

Svuotare la casa dei miei genitori per sempre è stato uno scoglio molto difficile da superare. Ma come insegna la saggezza popolare e, in ultimo, la citazione che ho appena postato, tutto passa e anche i momenti più difficili, che sembrano insormontabili, prima o poi finiscono.

Non ce ne accorgiamo, perché siamo immerse nel dolore. Ma è proprio quando questo dolore giunge al massimo e diventa insopportabile che in realtà sta già cominciando a scemare.

Così quando qualche tempo fa ho svuotato la casa dei miei genitori, per sempre, e ho guardato la porta del loro balcone vomitare i mobili che mia madre aveva lucidato per tutta la vita, mi sono resa conto che desideravo con tutte le mie forze che quel dolore fosse l’ultimo. Per ricominciare a vivere.

Così è stato. E questo è il post in cui scrivo il mio commiato dal dolore.

Svuotare la casa dei genitori, per sempre

Mia madre ci ha vissuto fino a un anno e mezzo fa, con qualche inevitabile sospensione dovuta a RSA e ospedali. Mio padre lo aveva lasciato nel 2007, e noi, sorelle, molti anni prima.

Eppure quell’appartamento, in una zona popolare ma ricca di servizi della mia città natale, Torino, mi è rimasto nel cuore. E’ lì che sono cresciuta, lì risiedono – risiedevano molti ricordi, accumulati durante una vita passata per la maggior parte tra quelle mura.

Quando si conobbero i miei genitori vivevano l’una in un quartiere periferico della collina, oggi molto in voga ma ai tempi scomodo e pericoloso, almeno così appariva dai suoi racconti; l’altro, mio padre, abitava già in zona, e dopo aver affittato un alloggio poco lontano, si sono lanciati nell’acquisto della vita: la casa di proprietà.

Negli anni settanta l’obiettivo di ogni famiglia di operai era quello di poter “avere un tetto sulla testa” e una stabilità per cui valeva la pena indebitarsi, a lungo, e fare straordinari e ogni tipo di secondo lavoro.

Questi sacrifici ci hanno permesso di crescere in un contesto sano e spazioso, anche se i miei ricordi sono perlopiù ricordi sofferti, a tratti dolorosi. Non stavo poi così bene in quella casa, è una sorta di sollievo, ora, ricordarmelo, ammetterlo.

Eppure svuotare la casa dei miei genitori è stata un’esperienza dolorosa e necessaria. A dire la verità, avrei potuto evitare di esserci durate tutte le fasi dello svuotamento. Ma ho scelto di esserci. Volevo vedere, toccare con mano quel dolore.

Se posso darvi un consiglio, qualora vi ritrovaste in una condizione simile, fatevi aiutare. A svuotare, mettere a posto le cose, ogni cosa che potete delegare, delegatela.

Cercate di allontanarvi da tutto il prima possibile, senza rimuovere, solo lasciate andare.

All’inizio abbiamo pensato di farlo noi stesse, io e mia sorella, personalmente con l’aiuto del mio compagno, insostituibile. Poi abbiamo ceduto, per fortuna, e abbiamo chiamato una cooperativa che potesse fare il lavoro al posto nostro.

La cosa più dolorosa di tutte mentre smontavano e preparavano per il trasporto, è stato sapere che tutte quelle cose che avevano amato e lottato per acquistare e mettere a disposizione, non le voleva più nessuno. Per il mercato erano vuoti a perdere, oggetti senza vita né futuro, buoni solo per il riciclo, nemmeno per donarli a qualcuno che eventualmente ne avesse avuto bisogno.

Sono solo cose, mi sono detta. Le cose non portano con sé altro che il peso dei ricordi.

Le cose possiedono solo il peso del ricordo

Ho ripercorso quelle strade che un tempo conoscevo a memoria, in cui gironzolavo prima a piedi, poi in bicicletta e in seguito in auto, facendo il solito giro dell’isolato due volte per trovare parcheggio.

Ho infilato la chiavetta storta nella buca delle lettere per togliere l’ultimo residuo di posta intestato a lei e atteso l’ascensore in uno stabile che negli anni ha cambiato quasi tutti i suoi residenti, rendendolo sempre meno familiare, conosciuto. Mia madre è stata una delle più resilienti.

Sul pianerottolo mi sono ricordata dei giochi che facevo fuori dalla porta, ancora sotto l’occhio vigile di mia nonna o dei vicini, gradini su cui giocavo con le bambole o al Mercante in Fiera con le altre bambine, fortunatamente mie coetanee, che abitavano sopra di me.

La cosa ridicola è che davanti alla porta al secondo piano c’era ancora il tappetino di strisce intrecciate di simil copertone di automobile su cui strofinare le scarpe prima di entrare nel tempio lucido di cera di mia madre, oggi reso irriconoscibile da un continuo calpestio cui nessuno ha più posto rimedio. Non è mai stato sostituito da tappeti con scritte Welcome, o altre amenità. I miei hanno sempre badato più alla sostanza che alla forma.

Quel tappetino, che è stato lì più di cinquant’anni, oggi non c’è più. E’ forse il segno più tangibile che anche in quel pianerottolo qualcosa è cambiato. Per sempre.

Le cose, si sa, hanno solo il peso del ricordo, null’altro. E’ bene lasciarle andare.

Alcuni nodi da sciogliere

Si ascoltano molte storie sul dolore che il lutto produce, storie che ascoltandole non mi avevano mai trasmesso la vastità e la pervasività di quanto possa incidere nella tua vita quotidiana quel dolore, modificando il tuo umore, spegnendo le tue settimane, gravandoti di un peso che si posa sullo stomaco e non va via.

A me è accaduto già molti mesi prima di doverci pensare fattivamente, da quando cioè mi sono resa conto che dovevo farlo, fino ai giorni in cui ho dovuto mostrare l’alloggio all’agenzia, togliere le ultime cose che non dovevano essere buttate via, dare una ripulita, e così via.

Quel peso sullo stomaco somiglia più a un nodo da sciogliere, anzi, a diversi nodi da sciogliere.

Il primo nodo riguarda la vita dentro quelle mura che abdica ad altri o si appresta a farlo.

Pensare che presto qualcuno risponderà all’annuncio. Che degli estranei circoleranno tra quelle pareti che hanno udito tutte le mie urla e il mio dolore, le mie gioie e le mie celebrazioni, la nostra vita insieme.

Pareti che vibrano ancora di dialoghi, talvolta feroci, tra madri e figlie, tra padri e madri, di gatti miagolanti e risate spaziali.

Una vita che continua. E’ il gioco in cui siamo dentro da quando abbiamo messo piede su questa terra.

Il secondo nodo è quello dell’attaccamento alle cose, l’ultimo disperato tentativo di opporsi alla morte. All’inizio vorresti tenere tutto; poi piano piano ti accorgi che non si può e allora, ci sarà qualcuno cui posso regalare qualcosa, almeno quello che vale o che importa di più? ti domandi, ma anche qui presto capisci che la risposta è quasi interamente negativa.

Così cominci ad accarezzare l’idea che devi sbarazzartene, punto. Nemmeno i quadri che ha dipinto riesci a darli via. Le sue amiche non li vogliono, troppi ricordi. Casa tua è già piena di quelli che ti sei fatta regalare in vita. I parenti hanno già dato fondo alle loro, di pareti, e poi, non tutti amano la pittura e non tutti vogliono dei ricordi.

Così le cose tornano ad essere ciò che sono sempre state: cose. Solo allora riesci a liberartene. Perché sai che dentro non c’è più nulla di chi le ha possedute. Tutto resta addosso a te oppure parte con lei, con loro. E’ una bellezza vedere queste cose andare via, perché hanno finito la loro funzione.

Tranne alcune. Le cose più stupide. Un fazzoletto, un gioiello, magari nemmeno prezioso. Che però sai che lei amava molto. Alcune foto, perché i genitori non se ne fanno mai abbastanza. I libri, quelli che avevi letto e lasciato da loro, per mancanza di spazio da te, e quelli che sai che amavano, anche se sono vecchi, vecchissimi.

Le pipe di papà. Le medaglie da podista, passione che ho simulato per un po’. Gomitoli di lana e una macchina fotografica vecchio stile che non ho mai imparato ad usare.

Sono nodi anche loro. Ingarbugliati. Devi scioglierli, altrimenti ti strozzano e ti tolgono il respiro.

Ora, sei sola, Elena. Nessun papà da inseguire, nessuna mamma da capire. Riprenditi la tua strega e il tuo eroe tiranno che avevi affidato a loro, come sostiene il poeta Bly1 (bellissimo libro, voglio parlarvene) e vai per il tuo mondo.


A voi la parola: sui nodi, sul lutto, sulla chiusura della casa dei propri genitori. E su tutto ciò che vorrete condividere.

  1. Robert Bly, Il piccolo libro dell’ombra ↩︎
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10 Comments

  • Giulia Mancini

    Cara Elena è un dolore che, prima o poi, ogni figlio è costretto ad affrontare, ma sappi che, se ciò avviene, è già un bene, perché affrontare la morte e il distacco dai genitori, rientra nelle conseguenze della vita. Quando avviene il contrario cioé che un genitore seppellisca ì propri figli è un dolore presumo ancora più grande e non naturale. Lo dico solo perché ho visto lo sfacelo portato dalla morte della mia amica di 52 anni nella vita dei suoi genitori che vado a trovare quando posso perché avevo un rapporto molto stretto anche con loro.
    Comunque, è un grande dolore perdere i genitori e ritrovarsi “orfani” perché è quella la sensazione che si prova. Ed è un dolore altrettanto grande staccarsi dalle “cose” che sono loro appartenute, è inevitabile. Io ho avuto la fortuna di non “perdere” la casa dei miei, perché ci vive mia sorella che non si mai sposata nè creata mai una sua indipendenza. Mia madre è morta tanti anni fa, io avevo 31 anni e le mie sorelle qualche anno in più, la sua perdita segnò la fine della nostra adolescenza, ma ci attaccammo a nostro padre che, per nostra fortuna, è vissuto ancora molti anni. Alla sua morte mia sorella si appropriò della stanza dei miei, mettendo dei mobili nuovi e sistemando un po’ il resto della casa, è stato un modo più soft per staccarsi da loro.
    Cerca di guardare avanti e di “vivere” più che puoi il presente, gli oggetti cari restano per sempre nel nostro cuore, parlo per esperienza. Ti abbraccio.

    • Elena

      Grazie Giulia per avermi riportato la tua esperienza. Sento molto vera la frase sul vivere il presente, è in effetti l’unico spazio in cui c’è vita. E voglio appropriarmene, anche lasciando andare quel ruolo di figlia che oggi non mi appartiene più per mantenere viva la parte della relazione. Ma da donna adulta. Un cambiamento fondamentale. Abbraccio ricambiato, buona domenica

  • Grazia Gironella

    Mi dispiace che tu debba attraversare momenti così dolorosi. Potrei dire che ti capisco, ma è più corretto dire che ci provo. Ognuno vive i legami familiari in modo diverso, le famiglie in sé sono diverse. Nel mio caso mi sono anche spostata molte volte, e da tempo non c’è un luogo che per me sia infanzia e abbia una valenza affettiva forte. Mi sento, lo ammetto, un po’ strana. Ma ti abbraccio lo stesso. :D

    • Elena

      Grazie mia cara amica. Ogni volta che questo blog porta un po’ di stanchezza, penso a voi e mi torna la voglia di continuare. Di tanto in tanto vado a controllare che non l’abbia fatto anche tu

  • newwhitebear

    Ok. Posso commentare.
    Quando si vuota una casa piena di ricordi viene un groppo alla gola perché si comprende che un pezzo della nostra vita si è concluso, anzi si è chiuso. Credo che anche poi la casa finita sul mercato sarà venduta si comprende che il taglio verso il passato è netto e irrimediabile.
    Credo che vedere mobili, oggetti o altri arredi finiscono nel nulla perché nessuno li vuole rende ancor più amaro tutto questo.
    Un tempo non era così, perché casa e oggetti continuavano a vivere se non attraverso noi col tramite di altri. Però è cambiato tutto.
    Cala il sipario e si spengono le luci.
    Un abbraccio

    • Elena

      Meno male Gian, che barba questi cambiamenti di cui mi scuso con te e con tutti anche qui. Dunque , veniamo a noi: Sì , si è chiuso un ciclo, un pezzo di vita che forse doveva chiudersi, almeno interiormente, tempo fa. E’ la vita adulta che lo richiede, ma la bambina che è in me reclama attenzione. La avrà, ma in un altro modo. Quanto alle cose, anche io considero un portato del consumismo il fatto di dover gettare via così tante cose perché non sappiamo/vogliamo più usarle. C’è una unica cosa buona in tutto questo, il fatto che, come ho scritto, le cose si portano via anche la tristezza dei ricordi che devono imparare a risiedere altrove. Nel cuore, se meritano. Ricambio l’abbraccio

  • Brunilde

    ” Il problema di avere cinquant’anni è che la tua vita di ragazzo e di giovane uomo è molto più prossima di quanto avresti mai potuto credere. Nessuna vertigine, nessuna incredulità. Sei sempre tu, sei ancora qui.”
    Leggendo questo passaggio di ” Aria di famiglia” l’ultimo romanzo di Alessandro Piperno, ho pensato a te, e al titolo di un altro lavoro di Piperno, ” Il fuoco amico dei ricordi “.
    Non è facile vivere nel presente, anche se è l’unica soluzione possible, se vogliamo essere sereni. e.
    Perdere l’ultimo genitore, ma non essere ancora pronta a rinunciare alla propria identità di figlia, troppo radicata nell’anima e nel cuore; chiudere la casa dell’infanzia, dell’adolescenza, e non riuscire a venire a patti con se stessa bambina, e poi ragazzina, con i ricordi, gli antichi dolori, i sogni irrealizzati e le aspettative disattese.
    Ci vuole coraggio, per non lasciarsi sopraffare dalla malinconia, dalla tristezza.
    Sempre Piperno scrive che “… l’unico modo per tenere a bada la morte” e io direi, anche la tristezza, che è una piccola morte dell’anima, “… è ubriacarsi di vita “.
    Quindi, tieni per mano la te stessa adulta, il compagno meraviglioso che hai a fianco, e vai avanti a ubriacarti di questa tua vita di oggi, così piena e viva. Un abbraccio.

    • Elena

      Cara Brunella, è proprio ciò che serve. Mi piace tenermi per mano, e tenere anche la bambina che si è spaventata per una perdita che in realtà è naturale, necessaria. Grazie per le parole che mi hai regalato. In realtà sapevo che questo post avrebbe generato una sorta di switch dentro di me e sta accadendo. Forse il modo per me di superarlo è stato mettere le mani sul fuoco, calpestare nuovamente quelle piastrelle e sentire il rumore del vuoto nelle stanze. Mentre dentro di me è pieno di ricordi che voglio conservare. Non tutti però. Me lo devo e poi vado a ubriacarmi di vita. Abbraccio

  • Luz

    Cara Elena, sai bene che ho vissuto questa esperienza ai primi dello scorso novembre. E anche per me è stato difficile. La sola differenza, il mio smantellamento fu fatto quando mia madre era ancora viva, lo sarebbe stata fino a febbraio scorso. Forse, se avessimo liberato casa dopo sarebbe stato più difficile farlo, mi immedesimo nelle tue sensazioni.
    Come scrissi nel mio post “La storia delle piccole cose”, cadiamo nell’equivoco di sentirci eterni assieme alle cose che possediamo, alle persone che amiamo. E invece la vita è fatta di fasi, e questa è quella in cui abbiamo dovuto vivere questo passo difficilissimo, che ci rende fragili e smarriti.
    Comprendo pure bene la brutta sensazione di immaginare persone diverse nella casa che ci è appartenuta. Quella di famiglia è stata venduta e già ci vivono dentro, mi capita di sognarla, di sognare volti nuovi e lei, mia madre, che entra molto arrabbiata e non si capacita di trovarvi degli sconosciuti.
    Siamo donne adulte, eppure ancora e per sempre quelle bambine e ragazze di ieri.

    • Elena

      Il tuo sogno cara Luz è così esaustivo… So del tuo dolore e so che ben comprendi , ti ringrazio per la tua presenza e le tue parole. Avrei voluto svuotare la casa prima, ma poi mia madre si aggrappava così alla vita che toglierle la casa sarebbe stato un disastro. Le ultime settimane, le più difficili, pensavamo ad altro. Così, eccoci qui. Quando ho scritto la prima bozza di questo articolo era una lagna totale. Per fortuna, pensandoci, mi sono resa conto che dovevo fare uno switch.
      Scrivere questo post mi ha dato molta, molta serenità. Sto chiudendo questa fase della mia vita e ne sono felice. La scrittura è la nostra vera salvezza. Un abbraccio

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