Un dolore che non flette
Speaker's Corner

Un dolore che non flette

Febbraio è un mese ambivalente. Festeggiamo i compleanni del mio compagno e di mio nipote. Un tempo avremmo festeggiato anche il compleanno di mia madre. Quest’anno, come l’anno scorso, no. E’ mancata prima di poter compiere i suoi 84 anni, il 13 febbraio del 2023.

Tra qualche giorno dunque sarà il primo anniversario della morte di mia madre, Paola. Non ho vergogna di ammettere che la ricorrenza mi turba, e che quel vuoto dentro lo sento ancora, chissà per quanto. Sono inquieta al punto che ho deciso, anche approfittando di una fortuita coincidenza, di prendere un giorno di ferie e passarlo altrove, per godere da vicino e per la prima volta del martedì grasso del Carnevale di Ivrea.

L’ho deciso d’istinto, senza preoccuparmi della forma e consapevole della mia fuga. E’ bello esserlo, ma è anche bello potersela concedere. E stare a vedere che cosa accadrà.

Un dolore che non flette

Questo mese di febbraio meriterebbe altri epiteti. Se non fosse per l’ambivalenza di cui vi raccontavo, sarei tentata di classificarlo il mese peggiore dell’anno.

Nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio è morto anche il mio ultimo zio, Roberto, colui che quando venne a mancare mio padre, troppo giovane e in seguito a una terribile malattia, mi disse, con quella sua aria autorevole, spigolosa e allo stesso tempo dolcissima:

Ora che non c’è più papà, se c’è qualcosa che possa assomigliargli, quello sono io. Conta su di me.

Capite bene quanto sia stato importante sentirselo dire. E’ lui lo zio che mi regalò La verità perduta, uno dei libri più letti della mia vita, come vi ho raccontato nell’ultimo post.

Zio è morto dopo una malattia dolorosissima. Un dolore che non flette mai nella nostra vita e con cui è bene, prima o poi, fare i conti.

All’incirca un anno fa ho cominciato a riflettere sul blog sul tema del dolore ed è stato per me inevitabile farlo partendo proprio da un libro, Il Profeta, di Khalil Gibran.

La frase con cui apro quel post è una citazione da quel testo bellissima che ci invita a lasciarci attraversare dal dolore, come un rimedio amaro che il medico ha preparato per noi perché, con fiducia, lo bevessimo e potessimo guarire.

Se il dolore può diventare seme

Ma bere un dolore che non flette è difficile. Per questo talvolta mi ritiro in gesti invisibili che pesano nel mio cuore come macigni. E’ ancora difficile per me recarmi al cimitero a porgere omaggio alla tomba dei miei genitori, o faticoso portare conforto agli altri quando sono io la prima che vorrei riceverlo, nella consapevolezza che nessuno, proprio nessuno, potrà mai davvero farlo, perché dentro c’è un vuoto cosmico che solo io posso colmare, anche se non ho ancora imparato per bene come.

Ma c’è di bello che questo dolore che porto dentro non mi spaventa, perché me lo sono fatto amico. Resta sempre con me, come un monito. Tiene aperto il mio cuore, lo rende fragile e permeabile ai sentimenti e al dolore degli altri, ma anche fortissimo perché ha vissuto tutto senza fuggire da nulla, senza dimenticare, senza omettere, e così, giorno dopo giorno, mi ha reso più sensibile e dunque più forte.

Ora so che solo colei o colui che ha vissuto fino in fondo ogni sentimento, dalle fronde fino alle radici, porta con sé quel seme dell’umanità pieno e ricco e fecondo, che attende solo di essere messo a frutto nel rapporto con gli altri. Nell’esserci comunque sia per chi invece questa sofferenza la sta conoscendo ora, nell’esserci non tanto nei gesti e nelle cose ma nei pensieri, nella stessa esistenza.

Un seme che trasforma, che germoglia, che cresce e che mi permette di essere felice proprio nel giorno in cui un tempo è crollato il mondo.

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Giulia Mancini
Giulia Mancini
4 mesi fa

Mi dispiace per tuo zio, Elena cara, purtroppo ogni nuovo lutto aggiunge dolore al cuore già ferito dalla mancanza, soprattutto vicino agli anniversari. Quando si perdono entrambi i genitori si finisce in qualche modo di essere figli, così quando si perdono le figure familiari, come tuo zio, che avevano assunto la veste per te di “secondo padre”. Sembra un cerchio che si chiude definitivamente sul nostro “sentirci” figli. Questa almeno è la sensazione che ho vissuto io alla morte di mio padre. Eppure dobbiamo pensare che questo è il ciclo naturale della vita, doloroso certo, ma consolatorio se i genitori hanno vissuto il loro corso di vita. Il primo anniversario è il più difficile, quindi fai bene a viverlo lontana da Torino, passando una giornata a Ivrea a fare qualcosa di bello per te, sicura che tua madre sarebbe felice di vederti sorridere nel suo ricordo.

Brunilde
Brunilde
4 mesi fa

Ho perso mia madre quando avevo diciotto anni, dopo averla vista soffrire atrocemente per un intero anno. Eravamo molto legate, sapevamo di avere poco tempo per stare insieme, e abbiamo cercato di darci tutto l’amore possibile, l’un l’altra.
Il dolore è stato feroce, ingestibile. Dopo qualche tempo, ha trovato una valvola di sfogo nel mio fisico: svenivo, spesso, improvvisamente e dappertutto. Una volta ho sbattuto il mento sul pavimento di casa, mi sono spezzata due denti e mi sono fatta una lacerazione per cui mi hanno dato quattro punti: una cicatrice che sento ancora, quando, sovrappensiero, la sfioro con un dito.
Eppure… quando una persona riesce a dare tanto, in vita, in qualche misterioso modo riesce a farlo anche dopo.
Il dolore cattivo che mi mordeva dentro si è come sciolto prima nella malinconia e nel rimpianto, e poi nella infinita dolcezza del ricordo. Ho iniziato presto a parlare di mia madre sorridendo, sentendola con me, in tutte le cose che faccio. A distanza di decenni, è ancora così.
Aver vissuto tutto questo da giovanissima mi ha segnato nel profondo, mi ha reso la persona che sono, più di qualsiasi altra esperienza io abbia fatto in seguito. E mi ha convinto che chi è stato molto amato da piccolo affronta gli urti della vita con una forza inaspettata. Ed io, per diciotto anni, sono stata amata sopra ogni cosa da una madre severa e tenerissima: questo è stato il segreto della mia resilienza.
Abbraccio affettuosamente te e tutte le volpi che condividono questo dolore.

Grazia Gironella
Grazia Gironella
4 mesi fa

Mi dispiace per la perdita di tuo zio. Credo che imparare ad accettare la sofferenza, ed essere disposti a portarla con sé senza sentirsi puniti dalla sorte sia un grande, grande risultato. Sono felice che tu riesca a viverla in questo modo, anche perché di sfuggirla non si parla proprio. Un abbraccio.

Luz
4 mesi fa

Stranamente sto attraversando diversi blog amici e trovo parole che mi si confanno perfettamente e mi inducono a riflettere. Anche per me il dolore è compagno, anch’io sono arrivata alla conclusione di considerarlo parte di me e quindi accanto a me. Mia madre è ancora in vita, ma in forma quasi larvale, ferma in un letto, incapace di riconoscere chi le sta accanto e di lei si occupa mia sorella, la minore, che si sta letteralmente consumando per lei. Mi mancano tantissimo i tanti momenti con mia madre, ma soprattutto mi manca il saperla lì, nella sua casa dove ci aspettava per le feste o l’estate. Mi manca questa cosa incommensurabilmente. Mi fermo, perché sono alle lacrime.

newwhitebear
newwhitebear
4 mesi fa

Il dolore, dicono, rende più forti. Sarà ma ci credo poco. Senza dubbio la prima ricorrenza è dolorosa. Lo ricordo bene l’anno dopo la morte di mia madre. Certa un mese di aspetti piacevoli ma anche dolorosi.
Goditi Ivrea. L’ho visitata una volta sola, quando l’Olivetti voleva assumermi e avrei dovuto trasferirmi lì.

newwhitebear
newwhitebear
Rispondi  Elena
4 mesi fa

In effetti ho fatto la scelta giusta non sottoscrivendo – per due volte – il contratto di assunzione. Visto la fine dell’Olivetti col senno del poi, avrebbe potuto essere catastrofico ritrovarsi a spasso.

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