Un tempo il multitasking era una sorta di qualità extra del quotidiano, la vera risorsa che mi avrebbe permesso di fare tutto ciò che avevo in testa e, se possibile, anche di più.
Ma da qualche tempo il multitasking non funzionava più. Era diventato un automatismo che stava cambiando la qualità della mia vita e del mio lavoro.
Così, a un certo punto, mi si è rotto il multitasking. E tutto è tornato in quella dimensione del possibile e non della performance che avevo a lungo dimenticato.
Se siete anche voi nel loop del multitasking, non vi resta che leggere per intero questo articolo, scritto proprio per voi.
Mi si è rotto il multitasking
Che orgoglio quando le persone intorno a te dicono:
Guarda quella là come riesce a fare tutte quelle cose, contemporaneamente
Personalmente, mi è capitato di sentirlo dire o di vederlo rappresentato molte, moltissime volte. Ero una di quelle persone che riusciva a fare più cose insieme in modo abbastanza performante. Certo, con un notevole dispendio di energie, concentrazione e ricadute sulla qualità del lavoro, ma con in cambio l’impressione di essere riuscita a raggiungere i traguardi che autonomamente mi assegnavo.
Nel mio delirio multitasking stavo perdendo di vista la cosa più importante: la ragione per cui facevo quelle cose.
Stavo perdendo di vista il loro contenuto autentico, il modo in cui le stavo facendo, il luogo o lo spazio, le persone coinvolte.
Così si rompe il multitasking.
Quando esci dagli automatismi, dagli schemi e ti accorgi di cosa ti accade intorno mentre cerchi a tutti i costi di finire ciò che hai cominciato, giorno per giorno.
Quando il mio multitasking ha cominciato a scricchiolare
C’è un tempo e un luogo nella vita di ciascuno di noi in cui il multitasking comincia a scricchiolare. Per me è stato alcuni anni fa, quando mi capitò un episodio specifico che ricordo molto bene e che non ho nessuna difficoltà a raccontare.
Ero nel mio ufficio, dietro la scrivania, al computer. Stavo nello stesso tempo rispondendo a una mail importante, leggendo un approfondimento su un tema necessario e, naturalmente, urgente, e chattando al telefonino. Cose che mi sarebbero capitate altre cento volte prima di rendermi conto di cosa davvero stavo facendo.
In quel momento entra in ufficio una mia collaboratrice e mi sottopone un problema che la preoccupava molto. Da sola non riusciva a trovare una via d’uscita ed era venuta da me per un confronto e per trovare un aiuto.
Naturalmente la feci accomodare e la ascoltai, con quell’atteggiamento di chi sa già dove l’altro vuole andare a parare. Proprio per questo continuai a leggere il documento, ad abbozzare una risposta alla mail e a rispondere all’ennesimo messaggio WhatsApp (una vera iattura, queste chat).
Lei continuava a parlare, ma incrociava inevitabilmente di tanto in tanto il mio sguardo. A un certo punto, mentre la mia attenzione era shiftata altrove, mi disse con un tono tra l’arrabbiato e il rimprovero…
Ma mi stai ascoltando?
Fu una reazione automatica. Sollevai lo sguardo e mi accorsi solo in quel momento che, in tutto quel multitasking, mi stavo perdendo la cosa più importante: la relazione con lei, l’ascolto, l’incrocio di uno sguardo.
Aveva le lacrime agli occhi. Quello che stava succedendo meritava un altro tipo di attenzione. Così mi scusai e fermai tutto.
Spesso il multitasking è utile più agli altri che a te stessa
L’episodio che vi ho raccontato mi è rimasto impresso a lungo. Eppure mi ci sono voluti anni per cambiare davvero il focus della mia attenzione e sondare quell’incrinatura, entrandoci dentro.
Oltre alla difficoltà, almeno iniziale, di impormi di fare una cosa alla volta e, soprattutto, di non ripetere mai più l’errore di non aver ascoltato davvero, è stata la reazione degli altri.
Questa osservazione mi ha definitivamente convinta che dovevo cambiare atteggiamento.
Intendo questo: il multitasking, una caratteristica spesso associata alle donne, è assimilata definitivamente dalla società come una qualità: saper fare molte cose contemporaneamente è più produttivo, consente di conciliare cose a cui siamo chiamate a rispondere e cose che amiamo davvero, impedendo che il criterio della responsabilità possa offuscare e soffocare quello del piacere.
Per una donna, questo significa strozzare il proprio piacere e la possibilità di godersi il momento, per abbracciare la modalità che permette al sistema di continuare così com’è.
Lavoriamo, ci prendiamo cura della casa, badiamo ai figli se ne abbiamo, rispondiamo alle sollecitazioni, operando interventi di gestione emozionale dei processi. Tutto senza soluzione di continuità.
Se assumiamo questa imposizione della società, che non riguarda tutti, ma solo alcuni, come un modello di riferimento, cadiamo nella trappola dell’iperproduttività selettiva, in cui alcune fanno tutto questo, con notevole aggravio energetico generale, per non dire psicologico, mentre altri ne godono i benefici.
Qual è il “premio”?
La riprova sociale. Sei brava se fai tutto quello che devi fare nei tempi che ti sono dati e dunque, un po’ di multitasking lo devi pur usare.
Non avete idea, mentre scrivo, quante immagini di persone, spesso, troppo spesso di sesso maschile, che possono permettersi di stare ore davanti a un PC a leggere serenamente, mentre le colleghe si dimenano tra almeno quattro cose da fare contemporaneamente.
Una vita da cui voglio chiamarmi fuori, anche se chiamarsi fuori non basta. Occorre agire di conseguenza e compiere un piccolo gesto di ribellione quotidiana: fare una cosa alla volta, con tranquillità, concentrazione, impegno massimo e precisione.
Che cosa accadrebbe se potessi fare questo ogni giorno?
Se fate una prova, o se già l’avete fatta, ve ne accorgerete.
Le persone intorno a voi cominceranno a cambiare atteggiamento. Capace che vi segnaleranno che le attese sono state insoddisfatte. Pazienza.
Potrebbe accadere che una sera decidiate di fare un bagno rilassante della durata che desiderate, senza programmarlo in tempo utile perché il pollo esca dal forno e sia messo a tavola per tempo.
Oppure che vi concentriate su una questione importante e ad essa decidiate di dedicare tutta la vostra attenzione, senza dover interrompere ogni volta che qualcuno ha bisogno di qualcosa, qualcuno che sa che siete sempre state disponibili a farlo.
È un po’ come dire dei no, di cui ho già parlato su questo blog e affrontato sul mio canale YouTube.
Scegliere noi stesse
Recuperare il piacere di fare le cose con gusto e concedersi di rompere il meccanismo del multitasking e di non aggiustarlo più.
Potreste scoprire o riscoprire il piacere di fare le cose nel modo in cui vorremmo farle davvero e non nel modo in cui ci siamo costrette a farlo.
Gesti semplici come leggere un messaggio sul famigerato WhatsApp possono restare gesti automatici oppure momenti preziosi per comprendere esattamente cosa accade a chi scrive. Al netto degli errori di battitura, del T9, delle espressioni stringate e fuorvianti che un mezzo come questo, fino troppo usato al giorno d’oggi al posto del dialogo verbale, può generare, è possibile evitare spiacevoli fraintendimenti.
Il multitasking è un veicolo sbagliato della comunicazione
Quando ascolto qualcuno e nel frattempo rispondo a una mail, a un messaggio al telefono, controllo se fuori dalla finestra è arrivato il fattorino, metto l’altro nella condizione di non sentirsi ascoltato.
Sono convinta di dedicare del tempo, ma in realtà il mio ascolto è solo cosmetico, superficiale, tutt’altro che profondo. Non mi permette di comprendere appieno l’altro e, soprattutto, di cogliere la comunicazione non verbale che spesso è ben più importante del contenuto verbale che passa.
Come quello sguardo negato perché occupata in altro.
Il punto è tornare a fare le cose una alla volta e farle con tutta me stessa. E se abbasserà la mia produttività, pazienza. Credo ce ne faremo tutti una ragione.
Quanto a voi, care Volpi: funziona ancora bene il vostro multitasking?




Intanto condivido ogni singola parola! Aggiungo che il multitasking è proprio tossico, se riesci a praticarlo con successo fa scattare una specie di delirio di onnipotenza. Quasi vorresti aggiungere attività ulteriori, farle tutte, farle bene… una droga appunto, ne vuoi sempre di più. Questo è un rischio tipicamente femminile. Invece è femminile e maschile il rischio di rincoglionimento a cui siamo soggetti grazie ai social. Non siamo più qui e ora, ma in un altrove virtuale. Sconnessi dal presente, spiazzati, disgregati. Capacità di approfondimento e di attenzione sempre più ridotta. Personalmente vedo il rischio di una mutazione antropologica, e non in senso evolutivo. Indietro non si torna ovviamente, quello che è stato inventato è stato inventato, ma bisogna ragionare seriamente sugli antidoti.
Ben arrivata sul blog, cara Luisa! Grazie per la convergenza che esprimi, ma, conoscendoti, so bene coma anche tu abbia potuto e forse sperimenti ancora tutta la tossicità, come la chiami tu, di questo multitasking che è la schiavitù dei nostri giorni. Trovo molto interessante la tua osservazione sulla mutazione antropologica della natura umana, una mutazione se posso aggiungere, spinta da modelli di sviluppo che tendono a esternalizzare le coscienze, a proiettare fuori di sé e dalle relazioni il centro della vita umana. Stamattina una giovane mamma si lamentava con me di tutta una serie di archibugi tecnologici che oggi i bambini a scuola sono costretti a utilizzare, spostando appunto sul virtuale ciò che una volta era ben radicato nella realtà delle relazioni interpersonali. Parlandone ha usato una frase che mi ha colpito “i nostri bambini li vogliono tutti robot”. Ser ci pensi, un robot esegue compiti standardizzati e ripetibili con previsione e prevedibilità. Il contrario della creatività di un bambino… Aiut!
Da molto tempo mi si è rotto il multitasking, il problema è che io me ne sono accorta ma gli altri intorno a me, pretendono che faccia mille cose tutte insieme. Ieri mi hanno fissato due riunioni nello stesso orario senza neanche preoccuparsi di controllare sé quella fascia oraria fosse già occupata (ma l’agenda elettronica in line non dovrebbe servire a questo?)
Io voglio fare le cose una alla volta (anche perché se faccio più cose contemporaneamente non riesco a finirne neanche una, oppure le sbaglio).
Mi sono resa conto che se leggo una mail mentre sono al telefono, non mi rendo conto di quello che é scritto nella mail, lo leggo lo capisco ma non mi rendo conto di cosa dovrei rispondere per risolvere la questione posta nella mail, nello stesso tempo non seguo bene quello che mi stanno dicendo al telefono. Il problema reale è che siamo tutti troppo pressati da mille attività e tutte urgenti per chi le pone! Sto cercando di fregarmene e dettare i miei tempi…ma non è facile.
Trovo l’agenda elettronica in linea e a disposizione di tutti una iattura, per fortuna ero obbligata a utilizzarla molti anni fa, nel mio primo lavoro stabile, e la vivevo come una vera e propria ingerenza e sistema di controllo della mia produttività. Insomma, sono gli altri a decidere quando devi essere disponibile, non ci sono vie d’uscita. Ti capisco, anche perché non puoi decidere altrimenti. Proprio quello che dici è il problema più grande quando dobbiamo affrontare un cambiamento così significativo nelle nostre regole di vita: gli altri. E le loro abitudini su di noi. E le loro aspettative. Crearsi uno spazio invalicabile è difficile. Ma è un lavoro che vale la pena di cominciare. Si fa un gran parlare di benessere, conciliazione tempi di vita e di lavoro, gestione dello stress. basterebbe permetterci e permettersi di fare una cosa, bene, alla volta. E chissà quanti pasticci in meno si combinerebbero in questo paese?! ;)
In un certo senso il multitasking è il contrario dell’attenzione al qui e ora. Quando non siamo nel qui e ora, dal punto di vista del nostro vivere non siamo da nessuna parte. Nelle nostre situazioni c’è sempre qualcuno che se ne avvantaggia. Quanta rabbia e frustrazione nel vedere che altri riescono a fare con calma le cose, e il mondo non crolla, mentre noi facciamo sì di più e meglio, ma di corsa! Davvero bisogna imparare il single-very-focused-tasking. Nei primi anni in cui lavoravo, ero piena di idee ed energie da spendere in varie attività, spesso richieste, a volte offerte volontariamente, come minicorsi su aspetti del lavoro, testi elaborati da me per i neo-assunti… mi sentivo veramente un buon acquisto per l’azienda, anche se poi in ufficio non avevo nemmeno il tempo di andare in bagno. Ero orgogliosa di me, e sicura che avrei raccolto i frutti delle mie fatiche. Poi mi sono accorta che andavo benone lì dov’ero; non avevo bisogno di essere valorizzata, tanto lavoravo alla grande ugualmente. E’ stata una grande lezione.
Cara @Grazia, terrò le tue ultime parole, preziose, con me a lungo. Proprio in questi giorni sto preparando un articolo in cui parlo di come mi senta una persona nuova e parte di questa “novità” stia proprio nel capire che ciò che sono ora è perfetto così. Curioso che proprio in questi giorni io abbia ripreso, dopo aver portato a termine il mio primo Bioy Casares (L’avventura di un fotografo a La Plata), El poder del Ahora, di Eckhart Tolle, un libro fondamentale per imparare a vivere nel presente che credo recensirò, alla mia solita maniera, e che consiglio sin da ora a tutt* – Ma ho la sensazione che tu lo conosca già…
chiedi solo alle volpi? ai volpacchiotti, volpini e volponi, niente, dai per scontato che loro il multitasking manco sanno cos’è! Forse hai ragione, n effetti io posso definirmi un monotasking malriuscito :)
ml
:))) Carlo, tutt* i miei lettor* sono Volpi d’elezione!!! Ma colgo la provocazione: cosa vuol dire monotasking malriuscito? Vorresti essere multi anche tu? Okkio allo stress… :)