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Dentro Casapound: Paolo Berizzi e il prezzo della scrittura

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Come si fa, a soli cinquantatré anni, a essere sotto scorta già da sette, facendo un mestiere come quello del giornalista o dello scrittore? Bisognerebbe chiederlo a Paolo Berizzi, autore de Il libro segreto di CasaPound, che esattamente dal 2019 è sotto scorta non — come il resto dei suoi colleghi giornalisti, nelle stesse condizioni perché la criminalità mafiosa li ha minacciati — ma perché lo hanno minacciato via via organizzazioni politiche che fanno riferimento a quell’idea che, tradotta, si chiama fascismo.

Abbiamo presentato il suo libro a Torino, vi posto qualche foto qui sotto.

Ma avevo bisogno di rifletterci ancora. Da questa esigenza è nato il post di oggi.

Mi è capitata un’occasione straordinaria, e anche in un modo curioso. Avevo sentito l’appello di Berizzi quasi un mese fa in televisione, dove denunciava il fatto che CasaPound avesse fatto di tutto per evitare la pubblicazione di questo libro e di come avesse faticato molto nel trovare un editore disponibile.

Nel mio cervello a quel punto deve essere scattato qualcosa, il mio personale “modello Bastian cuntrari piemontese, per cui sono immediatamente andata a procurarmelo. In realtà a ordinarlo, perché quel libro l’ho davvero aspettato tanto, quasi dieci giorni.

Il giorno in cui mi è arrivato, ecco la sorpresa. Prendo in mano il pacchetto, lo apro, sfoglio le prime pagine del libro su CasaPound e d entro subito nel mood: Berizzi ha scritto perché qualcuno — un alto dirigente di quell’organizzazione — ha deciso di parlare e raccontare tutto, sin nei minimi particolari.

E proprio mentre avevo il libro in mano ho ricevuto un messaggio dal mio amico Davide Mattiello, presidente di Articolo 21 Piemonte, che mi diceva: “Elena, il 26 novembre Paolo Berizzi presenta il suo libro a Torino: ti va di intervenire?”.

Non ci potevo credere: avevo il libro tra le mani e, nell’altra, il telefono su cui mi arrivava la proposta di presentarlo. Ho risposto immediatamente: “Certo!”, perché sapevo che avrei avuto tutto il tempo di leggerlo, con l’attenzione che merita.

Prima di segnalarvi i punti principali del libro — dato che non farò una recensione tradizionale — voglio parlarvi di Paolo. È un omone abbastanza alto, continuamente accompagnato da due carabinieri in borghese che gli fanno da scorta e, credetemi perché ci ho fatto caso, non lo perdono d’occhio un solo istante.

Nella sala di Binaria, la libreria dove abbiamo fatto la presentazione del libro, sono accorse numerose persone per ascoltarlo, e Paolo ha salutato tutti con semplicità, simpatia e generosità.

Quando ha raccontato come è nato questo libro, nella sala è sceso il silenzio. Di CasaPound si legge sui giornali da anni, ma chi di voi davvero ha un’idea di cosa accada lì dentro?

A me è capitato, pur essendo ti Torino e non di Roma, di sentirne parlare più volte, l’ultima in riferimento all’aggressione del giornalista Andrea Joly — un episodio peraltro citato anche nel libro. Ma leggendo mi sono resa conto che mi mancavano molti pezzi e che non conoscevo che parzialmente la realtà di CasaPound.

Siamo strati attenti a non spoilerare nulla (sapete quanto sia contraria, nelle presentazioni, a rivelare parti del libro) ma non tutti ci sono riusciti.

La cosa che mi ha colpito di più di questo dialogo — che poi è proseguito anche a cena, davanti a una pizza con chi aveva organizzato l’evento — è stata la voglia di non parlare del libro ma di aprirsi a mondi differenti. Non so se sia una caratteristica del giornalista, ma l’attenzione che ha dedicato ad alcuni giovani amici seduti al tavolo mi ha colpita. Avrei voluto chiedergli molte cose, soprattutto qualcosa intorno al suo insider, ma mi sono accorta che rifuggiva ogni domanda di questo tipo. Era una pizza e aveva voglia solo di rilassarsi. Capisco molto bene!

D’altra parte, un giornalista che fa inchiesta su un tema così difficile da tanti anni ha almeno due caratteristiche: non può parlare più del necessario delle cose di cui si occupa, e risulta molto disponibile a parlare di tutto il resto.

Dunque come vi ho anticipato questa non è una recensione tradizionale e quindi non vi dirò di acquistarlo — e non perché non meriti una lettura.

Paolo scrive bene: la sua è una scrittura asciutta, piccante, tipicamente giornalistica, sempre attenta ai particolari. È come in un quadro in cui un tocco di colore inatteso rallegra l’intera scena.

Nemmeno vi suggerirò di leggerlo perché siete interessati a CasaPound o a un pezzo di storia del neofascismo in Italia, o magari per entrambe le cose. Sono certa che alcuni di voi non ci penseranno proprio ad acquistarlo proprio per queste ragioni.

Ma per tutti è importante, dal mio punto di vista, mettere in fila due o tre questioni che questo libro contiene e che interrogano direttamente ciascuna e ciascuno di noi.

Intanto Berizzi ha scritto un “manuale di servizio civile”. Un servizio fatto a sé stesso quando, con coraggio, persegue un’idea democratica per il bene di tutte e di tutti. Quando onori la verità, onori te stesso.

Ma è anche a mio avviso un servizio civile per gli altri: se non avesse “intercettato” la gola profonda che conosce così bene, perché lo ha frequentato per più di vent’anni, CasaPound, da dirigente di primissimo livello, non avremmo potuto conoscere cose tanto approfondite e delicate.

Questo libro svolge, insomma, un servizio per tutti coloro che sono convinti che il fascismo sia morto, che non si possa e non si debba più parlare di fascismo. Il dibattito pubblico è pieno di singolari affermazioni in questo senso.

È importante sapere ad esempio che CasaPound è un enorme spazio pubblico occupato da più di vent’anni — dal 26 dicembre 2003: tra poco ne compie 22 — al cui interno ci sono appartamenti più o meno lussuosi, dotati di utenze, energia, acqua e comfort, disponibili per i militanti di CasaPound e distribuiti secondo criteri interni all’organizzazione. Un palazzo, la “Torre”, che in questi vent’anni ha prodotto allo Stato un danno di più di 5 milioni di euro. E ciò nonostante, nessuno ha mai pensato di sgomberarlo, né ti tagliarne le utenze.

Forse striderà questa informazione, soprattutto quando leggerete sui giornali delle nuove iniziative di sfratto per chi non riesce a pagare l’affitto perché non ne ha i mezzi.

Lì si campa con poco, ma non si tratta di beneficenza, ma di strumenti di controllo e fidelizzazione. Do ut des.

Il celebre metodo investigativo di Giovanni Falcone qui si applica benissimo. Una parte dei finanziamenti indiretti li mette lo Stato. Ma gli altri? Negozi, linee di abbigliamento (di cui no farò ulteriore pubblicità) e gli Unici, coloro che finanziano CasaPound ogni mese e che partecipano della sua “linea” politica.

Il libro è diventato famoso perché fa i nomi. Ma io non sono particolarmente interessata a quelli, ma ai nomi che non conoscevo e che restano sotto traccia, sono moltissimi. Qualcosa cova sotto la cenere. Una brace pronta ad accendersi da un momento all’altro. Non bisogna mai smettere di vigilare.

Il libro finisce con una nota malinconica del suo informatore: ricorda il passato glorioso della Torre ma oggi non riconosce più la missione. E ne profetizza la fine.

Chissà se ha ragione.

A me resta la gioia di aver partecipato di un momento di condivisione importante e una dedica:



Per Paolo, se leggerà: un grande abbraccio te l’abbiamo dato l’altra sera. Questo, da distante, te lo mandano anche le Volpi!

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4 Commenti
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Giulia Mancini
Giulia Mancini
8 mesi fa

Raccontare la verità può avere un prezzo altissimo, questo giornalista mi ha fatto pensare ad altri come Saviano o Sigfrido Ranucci. Proprio per questo dobbiamo ringraziarli perché possiamo conoscere bene certe realtà e capirle, diventarne consapevoli e, magari, fare qualcosa, almeno con il nostro pensiero, per cambiare le cose.

newwhitebear
8 mesi fa

Questo coraggioso giornalista merita rispetto e protezione. Non è pensabile che per le proprie idee si debba finire sotto scorta.

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