Silence, di Martin Scorsese
Recensioni in pillole

Silence, il silenzio di Dio

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Ho visto Silence, un film del 2016 diretto da Martin Scorsese, di cui fino all’altro ieri non avevo mai nemmeno sentito parlare. Nonostante la sua lunghezza, quasi tre ore di pellicola, Silence è un film che non finisce con i titoli di coda.

Ambientato nel Giappone del Seicento, in un paese rigidamente chiuso agli influssi occidentali e attraversato da un controllo politico e spirituale ferocissimo, il film racconta la storia di due giovani gesuiti portoghesi che decidono di partire alla ricerca del loro maestro, partito molti anni prima come missionario in Giappone e di cui da tempo non si hanno notizie. Circola sul suo conto una notizia sconvolgente: avrebbe abiurato la fede cristiana.

In questa tensione parte un film crudo e dalla narrazione e fotografia potente. Ecco le mie impressioni, quasi a caldo, nel timore che ciò che ha suscitato in me scompaia troppo presto.

Silence, di Martin Scorsese

L’epoca è il 1600. Il potere giapponese considera il cristianesimo non soltanto una religione straniera, ma un vero pericolo politico e culturale per un popolo che vuole credere al paradiso per sfuggire alle tragiche condizioni di vita che lo affliggono.

Il potere è dipinto come assoluto e in difesa dall’influenza europea, dal colonialismo, dalla destabilizzazione dell’ordine sociale.

Un paese chiuso, in cui i commerci vengono rigidamente controllati, le navi straniere ispezionate, gli oggetti di culto cristiano confiscati, mentre la popolazione viene sorvegliata per impedire qualsiasi diffusione del culto cristiano.

Nel film questa atmosfera di repressione e pericolo si percepisce continuamente: il sospetto, la paura, la clandestinità.

I cristiani giapponesi pregano nascosti, custodiscono minuscoli simboli religiosi come fossero armi proibite, vivono sapendo che basta una denuncia (o un tradimento per denaro) per essere torturati o uccisi.

Ed è impressionante come Scorsese riesca a raccontare tutto questo senza trasformare il film in una semplice contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”.

Anche il potere giapponese viene mostrato nella sua logica interna: difendere un ordine culturale e spirituale che identifica l’imperatore con il sole e il sole con il principio stesso della vita e in cui il cristianesimo sarebbe elemento destabilizzante, un virus capace di incrinare un solido equilibrio.

Il film è duro, spesso violento, eppure non indulge mai nella spettacolarizzazione della sofferenza. La violenza appare quasi “normale”, quotidiana, come se Scorsese volesse ricordarci quanto facilmente l’essere umano si abitui all’orrore quando questo diventa sistema, potere, disciplina.

Le immagini scioccanti di questi giorni sono lì a testimoniarlo. L’indignazione dura lo spazio di un commento.

In tensione tra fiducia e tradimento

Tutto il film si gioca su una sottile linea di resistenza da cui è fin troppo facile cadere, da un lato o dall’altro.

Il protagonista oscilla continuamente tra fiducia e tradimento. I personaggi non sono mai completamente buoni o cattivi. Chi tradisce a volte ritorna, chi sembra fedele cede, chi appare forte si sgretola. Scorsese ci tiene continuamente sospesi su quella linea sottilissima che separa la lealtà dalla paura, la fede dalla sopravvivenza.

Ed è sorprendente perché quasi mai accade ciò che lo spettatore si aspetta. In una narrazione contemporanea, spesso prevedibile già dopo venti minuti, questa incertezza continua diventa una forza potentissima.

Il silenzio di Dio

Ma il centro del film, almeno per me, è un altro: il silenzio. Il protagonista continua a interrogarsi. Cerca un segno, una parola, una risposta di Dio mentre attorno a lui la sofferenza aumenta, esplode.

E la domanda diventa sempre la stessa: perché Dio tace? Perché non interviene? Perché lascia che gli innocenti soffrano? Perché non mi parla, non mi guida, non mi sostiene?

La tortura più atroce nel film non è quella fisica. È assistere alla sofferenza degli altri sapendo che potrebbero salvarsi se il padre decidesse di rinnegare pubblicamente la propria fede.

È qui che Silence diventa qualcosa di molto più grande di un film storico o religioso: diventa una riflessione sul peso morale delle nostre convinzioni quando smettono di essere astratte e producono conseguenze concrete sulla vita degli altri.

Nessuna provvidenza, nessun eroe

Non c’è nessuna provvidenza spettacolare in Silence. Nessun eroe che arriva all’ultimo momento. Nessuna salvezza cinematografica.

La tragedia si compie lentamente, inevitabilmente. Ed è proprio questo a renderlo così potente.

C’è una scena che mi è rimasta addosso. Poco prima della cattura, il protagonista si specchia nell’acqua di un ruscello. Per un attimo vede in sé il volto di Cristo, quel volto che aveva inseguito per tutta la vita. E lì qualcosa si rompe.

L’eroe caduto riconosce sé stesso

Mi ha fatto pensare al mito di Narciso, ma rovesciato. Narciso muore di inedia o di spada, a seconda delle versioni, perché non può sopportare ciò che ha visto, la bellezza del suo riflesso che gli appartiene. Ciò che ha sempre cercato, la perfezione, la trova soltanto in sé stesso ed in quel momento muore.

Qui invece il protagonista, quando vede riflessa nel suo volto l’immagine che ha attribuito a dio, comprende che quella voce divina che cercava all’esterno forse è sempre stata dentro di lui. Non il Dio lontano che parla dall’alto, ma la propria coscienza, il proprio cuore, la propria umanità.

Da quel momento il film cambia direzione. Egli accetterà l’abiura, come aveva fatto il suo maestro.

Scorsese lascia aperta una domanda devastante: si può sopravvivere rinnegando se stessi? E quanti modi esistono di morire pur continuando biologicamente a vivere?

Si può morire per una spada.
Si può morire per paura.
Si può morire annullandosi completamente dentro il sistema che ci ha sconfitti.

Eppure il finale lascia una fenditura minuscola di speranza. Nel momento dell’ultimo saluto al suo corpo ormai invecchiato, nascosto tra le sue mani compare un piccolo crocifisso ricevuto molti anni prima da un cristiano giapponese.

Un gesto quasi invisibile.
Ma forse proprio per questo potentissimo.

Forse è questo che mi porto via da Silence: l’idea che anche nel silenzio più assoluto continuiamo ostinatamente a cercare un senso. E che, qualche volta, quella ricerca dica più della risposta stessa.

Per chi desidera guardare il film, ecco il link. Sulla piattaforma RaiPlay è gratuito.

Qui il trailer


Come reagireste al silenzio? Continuereste a restare fedeli alle vostre convinzioni anche se questo significasse far soffrire altre persone? Oppure scegliereste di salvarle, pagando però il prezzo di rinnegare una parte di voi stessi?

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4 Commenti
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Giulia Mancini
Giulia Mancini
2 mesi fa

Il silenzio di Dio é più che mai attuale, me lo sono chiesta spesso in questo periodo così travagliato del mondo, perché tanta sofferenza? Perché tanti morti innocenti e tanta tracotanza dei potenti?
Nel caso del film la storia sembra davvero molto potente, credo che mostri l’umanità e la sua fragilità. Io farei di tutto per restare fedele a me stessa, ma se la mia vita o la vita dei miei cari fosse minacciata allora non so come potrei reagire, forse rinnegherei me stessa.

newwhitebear
2 mesi fa

Non sono un fan del cinema né sul grande, né sul piccolo schermo, anzi direi che non li guardo nemmeno.
Per me se uno rinnega se stesso, non lo fa per non far soffrire qualcun’altro ma per evitare le proprie sofferenze.
Questo pensiero è in astratto non collegato al film che hai proposto.

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