Trovo che questa sia una delle più belle frasi che possano accompagnare la vita di una persona.
Siamo fatti di momenti di autentica gioia e felicità, di lunghe giornate mediocri senza nerbo e di periodi più o meno lunghi di sofferenza. Il dolore, da cui rifuggiamo continuamente, ci costringe spesso a nascondere le emozioni che suscita.
Talvolta le amplifica, spingendoci a gesti sconsiderati e irrazionali, quando non violenti. E’ parte della nostra vita, non possiamo eluderlo.
Sapere che un giorno questo dolore ci sarà utile è una grande consolazione. Ma come può accadere?
Il trucco è semplice: dobbiamo passarci attraverso.
Un giorno questo dolore ti sarà utile

Perfer et obdura! Dolor hic tibi proderit olim:
saepe tulit lassis sucus amarus opem
— Ovidio, Amores
E’ un suggerimento tratto dalla bella riflessione di Khalil Gibran ne Il profeta, di cui ho parlato nel blog e che ci aiuta a comprendere a cosa serva il dolore. Da rileggere, per chi non lo ricordasse, il link è qui sopra.
Un giorno questo dolore ti sarà utile è anche il titolo dell’ottimo romanzo di Peter Cameron, probabilmente ispirato dalle parole di Ovidio poc’anzi riportate.
Il poeta le ha scritte nella sua opera dedicata al sentimento più grande, l’amore, in cui la medicina amara diventa una risorsa tutta da scoprire.
Ma non si inganni la lettrice o il lettore che ancora non conosce questo autore: per Cameron l’utilità del dolore non è supina accettazione di un destino che va accolto come tale e dunque ineluttabile, con la consolazione che potrà accadere prima o poi qualcosa di buono.
Per Cameron, che scrive questo romanzo di formazione, la sofferenza è soprattutto legata ai disagi, fisici, psicologici ed esistenziali, di un adolescente, James Sveck il cui dolore appartiene all’adolescenza stessa, a quella crescita spesso inconsapevole e disorganizzata di anima, corpo e mente che è la vita di un ragazzo o di una ragazza dai dodici ai vent’anni.
La poetica di Peter Cameron
E’ il primo romanzo che leggo di questo autore. L’effetto è stato per me una sorta di monito, di formula magica capace di soccorrerci proprio quando pensiamo di non avere più nessuna risorsa disponibile. Quando il dolore ci spiana, letteralmente, lasciandoci senza fiato e speranza. Un dolore che non flette.
La poetica delicata e riflessiva è incentrata sul dolore e sulla complessità dei rapporti umani. Sul difficile compito dell’introspezione e le difficoltà del passaggio all’età adulta.
La sua scrittura è caratterizzata da uno stile minimalista, asciutto, ma al contempo profondamente empatico, capace di catturare le sfumature emotive dei suoi personaggi.
Cameron utilizza spesso una narrazione in prima persona, che contribuisce a creare una forte connessione tra il protagonista e il lettore, invitandolo a esplorare la psiche dei personaggi in modo intimo e diretto. Entriamo nel cuore di James, lo sentiamo, sentiamo il suo disagio, la sua follia, la sua confusione identitaria, la solitudine.
La trama di “Un giorno questo dolore ti sarà utile”
Veniamo al racconto.
Un giorno questo dolore ti sarà utile è un romanzo di formazione che lascia subito il segno.
James ha diciotto anni, è di buona famiglia newyorkese, ma vive relazioni incerte e claudicanti. Si avventura nei sentimenti degli altri come il classico elefante in una cristalleria, la rappresentazione di una fragilità che diventa forza quando è agita quasi senza consapevolezza.
La vivacità di un’adolescenza favorita dalle condizioni sociali in cui James vive si contrappone al suo rifiuto di relazionarsi con i suoi coetanei, considerati troppo distanti dalla sua sensibilità, artistica, intellettuale.
Trova invece nella nonna un punto di riferimento e anche un’ancora che prima o poi occorre abbandonare per navigare in mare aperto.
Questo personaggio ha subito suscitato in me istintiva simpatia. Come James, anche io avevo una nonna importante, Italia, povera, anzi poverissima, ma gigante nella sua capacità di comprendere e di accogliere, senza giudicare.
E’ mancata troppo presto. Le nonne sono ancore di salvezza per tutti gli adolescenti che vivono percorsi conflittuali, in famiglia o nella società.
James è ciascuno di noi quando provoca inavvertitamente sofferenze per incapacità di prevederle e di comprendere i comportamenti degli adulti, da cui è ancora troppo distante. La sua mancanza di consapevolezza sulle azioni che compie lascia il segno, anche su chi legge e ha vissuto, direttamente o indirettamente, situazioni simili.
E’ un romanzo che parla del dolore che provocano relazioni elastiche che si avvicinano e si allontanano continuamente, caratterizzate dall’impossibilità da parte dei personaggi di esprimere davvero ciò che provano intimamente.
Non un equivoco, ma una impotenza comunicativa che produce com’è naturale che sia profonde incomprensioni e conseguenze non volute, specie quando si tratta d’amore.
Un amore inammissibile e allo stesso tempo cieco, nel senso che è James stesso a non vederlo.
L’inconsapevolezza direte voi è in fondo la bellezza della gioventù, cui talvolta si perdona tutto. E se non si può perdonare, perlomeno si comprende.
James Sveck si percepisce come disconnesso dal mondo che lo circonda senza trovare un proprio posto nella società.
Il rapporto con la società e la critica delle convenzioni
Mi ha colpito di Cameron la critica indiretta nei confronti delle aspettative, eccessive, della società contemporanea nei confronti degli adolescenti che sono “invitati” a seguire le tappe canoniche della vita adulta (andare al college, costruire una carriera).
Ma James non è un ribelle, per lo meno non nel senso tradizionale: il suo rifiuto è più sottile e interiore che esplicito. Non ce l’ha con il sistema, ma si industria a trovare una via alternativa che gli permetta di rimanere fedele a se stesso.
Da questo punto di vista, non è la società, la socialità, ad offrire a James una via di uscita, e nemmeno le figure adulte, che nel romanzo sono spesso ritratte come incapaci di comprenderlo veramente e per questo distanti.
E’ il caso dei suoi genitori, divorziati e concentrati sui loro problemi personali, incapaci di fornire a James il supporto emotivo di cui lui ha bisogno. O della sua terapeuta, che rappresenta il tentativo fallito di adattare James ai canoni normali di comportamento sociale.
Persone imperfette, anch’esse intrappolate nelle loro crisi e nel loro dolore.
Per questo il romanzo è una fonte di speranza, per tutti.
L’incomunicabilità, un tratto non solo dell’adolescenza
La difficoltà di trasmettere con le parole i nostri pensieri, di “traslocare” ciò che matura dentro di noi al di “fuori” è qualcosa che tutti abbiamo sperimentato e per taluni è ancora da risolvere. La chiamiamo timidezza o riservatezza.
Questa citazione da Un giorno questo dolore ti sarà utile offre un altro punto di vista sulla difficoltà di tradurre i pensieri in parole. Difficoltà che non può certo essere ascritta alla sola stagione dell’adolescenza:
Credo che nel mio cervello ci sia una specie di setaccio che impedisce un rapido (e tanto meno simultaneo) travaso dei pensieri in parole.
Un po’ come il filtro nello scarico della vasca da bagno; c’è qualcosa che trattiene i miei pensieri nel cervello, e così bisogna cavarli a forza, come quegli schifosi grovigli di capelli bagnati.
Riflettevo sui concetti di pensiero e di linguaggio, a quanto sarebbe stato difficile esprimerli – o quantomeno spossante, come se pensarli fosse già abbastanza e dirli fosse pleonastico o riduttivo, perché lo sanno tutti che la traduzione svilisce un testo, è sempre meglio leggere il libro nella lingua originale (À la recherche du temps perdu).
Le traduzioni sono solo delle approssimazioni soggettive e questo è esattamente quello che provo quando parlo: quello che dico non è quello che penso ma solo quello che più gli si avvicina, con tutti i limiti e le imperfezioni del linguaggio.
Quindi penso spesso che sia meglio stare zitto anziché esprimermi in modo inesatto.
Dunque non solo la remora di dire cose sbagliate al giudizio degli altri ma finanche di sé stessi.
Non è forse un tema su cui vale la pena di riflettere?
Conoscevate Peter Cameron? Qual è la stagione della vostra vita in cui avete fatto i conti con la difficoltà di comunicare “da dentro a fuori”? Raccontatelo nei commenti!




Ciao Elena, ho letto questo romanzo l’anno scorso attratta soprattutto dal titolo, è un bel romanzo di formazione e mi sono sentita molto in sintonia con i sentimenti del protagonista, il senso di incomunicabilità e di insofferenza dell’adolescenza.
Per quanto riguarda la tua domanda oltre al periodo dell’adolescenza in cui avevo difficoltà a comunicare ma provavo un forte desiderio di farlo, da adulta ho sentito sempre meno questa esigenza, tranne probabilmente per la scrittura
Ciao Giulia, è un bellissimo romanzo! Capisco bene? Tu da adolescente sentivi un forte desiderio di comunicare che poi crescendo è scemato, fatta eccezione per la scrittura. Si può sostenere che la scrittura abbia risolto il problema dell’incomunicabilità?
In effetti con la scrittura ho comunicato molto della mia vita interiore attraverso i miei personaggi, un percorso quasi terapeutico. Da adolescente sentivo il bisogno di comunicare ma non riuscivo a farlo, salvo rare eccezioni. Con il passare degli anni ho capito che non è così importante comunicare, quello che conta è stare bene con se stessi
Meravigliosa consapevolezza, @Giulia. C’è una trappola però, almeno per me: fino ad oggi, stare bene ha significato anche tirare fuori le mie emozioni, negative e positive. Qual è il modo per rinunciarvi?
Libro meraviglioso. Da leggere e soprattutto gustare, nelle sue diverse parti e passaggi. Cameron rappresenta poi al meglio, la Letteratura Nordamericana Contemporanea.
Ciao Donato, concordo pienamente! Buon anno
Amo molto Peter Cameron, e ” Un giorno questo dolore ti sarà utile ” è uno dei libri preferiti da mia figlia: insieme a lei, l’anno scorso al Salone feci una lunga coda pur di poterlo ascoltare, presentava una raccolta di racconti, nulla di eccezionale per la verità.
Ho letto questo romanzo molti anni fa, forse potrebbe essere il caso di riprenderlo in mano. Il mio preferito comunque rimane ” Quella sera dorata “, che mi permetto di consigliarti!.
Quanto alla difficoltà di comunicare, ” da dentro a fuori”, quando mi capita di trovarmi in circostanze dolorose e difficili non riesco a condividerle con gli altri, impegnati a vivere vite ” normali “, tranquille e serene. E così, non provo neppure a comunicare, preferendo affrontare da sola la mia dimensione diversa, anomala nella difficoltà. Mi è accaduto da ragazzina, mi è accaduto da adulta. Credo proprio sia il mio modo di essere.
cara @Brunillde, grazie per la segnalazione. E’ davvero un autore che ho molto apprezzato ed è strano per me, non sono solita leggere autori statunitensi per via di una vecchia pregiudiziale, probabilmente legata alla lettura di Philip Roth, legata alla prolissità dei loro racconti. Qui invece siamo all’essenziale e a una scrittura davvero convincente. Che sia uno dei libri preferiti dalla figliola non fa che aumentare i suoi punti ! ;D
Anche perché ci mostra come il tema dell’incomunicabilità non riguarda solo l’adolescenza ma anche la vita adulta, come nei commenti (e nella mia esperienza personale) si è ampiamente dimostrato.
Anche quando osservo persone che reagiscono apparentemente al contrario, ovvero parlando a tutti e tutte dei loro problemi, quasi a scaricarseli di dosso, mi resta sempre l’impressione che non sia davvero il “fondo” del problema. Anche molto rumore serve per dissipare attenzione. in ogni caso, la cosa più importante è che si possa, ciascuno di noi, continuare a comunicare con quella parte di noi che riceve tuto: emozioni belle ed emozioni brutte. E’ un modo per prendersi cura. Un abbraccio
“Anche molto rumore serve per dissipare attenzione”. Credo che le persone che usano questa tattica, se così vogliamo chiamarla, e cioè che parlano troppo è perché vogliono nascondere molto della propria vita privata: sono persone psicologicamente fragili e deboli, a mio modesto parere. Sembrano forti, ma in realtà sono molto deboli. Ma ripeto: è un mio modestissimo parere.
Il rumore è stato uno degli strumenti che più ho utilizzato per sommergere i pensieri e le emozioni. Lo amo, ma allo stesso tempo lo respingo
Questo autore come tanti altri mi è sconosciuto. La tua non recensione, che in effetti lo è a tutti gli effetti, è esaustiva sia nell’introdurre il libro, che mi pare molto interessante, sian nell’accoapagnarla con note personali.
I cambiamenti nella vita? Sono tanti ma di certo il più importante è stato quando sono partito verso l’ignoto rappresentato da una grande città, Milano, e iniziare un lavoro senza rete. Poteva andare male come bene ma quando si lascia un posto, insegnavo a tempo indeterminato e sarei diventato di ruolo l’anno dopo la mia partenza, sotto casa per affrontare l’ignoto la vita ha una svolta. Questa è stata positiva e non mi sono mai pentito di averla fatta.
Ciao Gian, grazie, sono contenta che tu abbia apprezzato la mia recensione. Pur non essendo un romanzo appena uscito (di rado ne troverai qui trattati, una sorta di fisima) valeva la pena raccontarlo per la scoperta che ha rappresentato per me l’autore che davvero suggerisco di conoscere. Sono molto grata a questo blog perché mi permette di scoprire un po’ alla volta aspetti dei lettori così privati che leggerli somigliano a un regalo. Ci vuole grande coraggio per mollare tutto e partire lontano. Senza dubbio una forte e vera motivazione che ti ha portato a un successo. Complimenti. Qui ci hai raccontato non tanto da dentro a fuori ma da uno spazio all’altro. Chissà come hai vissuto la comunicazione tra il tuo paese di origine e Milano.
Ciao Elena.
Se dovessi rispondere personalmente a questa domanda, direi che la “stagione della vita” in cui ho fatto i conti con la difficoltà di comunicare “da dentro a fuori” potrebbe essere paragonata al periodo dell’adolescenza o ai momenti di cambiamento personale. In quei periodi, anche nella vita di molte persone, si vive un tumulto di emozioni e pensieri interiori che spesso sembrano troppo complessi da esprimere a parole. È come se ci fosse un divario tra ciò che si prova internamente e il modo in cui lo si comunica agli altri.
Questa difficoltà emerge soprattutto quando si cerca di spiegare la propria identità o le proprie emozioni più profonde, sperando di essere compresi, ma talvolta sentendosi invece incompresi o isolati. La sensazione di non trovare mai le parole giuste per tradurre la propria interiorità può essere frustrante, ma è anche uno stimolo a cercare nuovi modi di esprimersi, che si tratti di scrittura, arte o relazioni più autentiche.
Grazie per la segnalazione. Non conoscevo ancora questo autore. Un abbraccio.
Bentornato Giuseppe! Che bello rileggerti, ti spero bene. Grazie per questa profondità e sincerità. Il rischio di essere o sentirsi incompresi è sempre presene. Non credo sia un problema di linguaggio, piuttosto il fatto che noi stessi spesso conosciamo poco e male la nostra interiorità. La scrittura, l’arte in ogni sua forma espressiva, ma anche l’introspezione e l’ascolto di noi stessi compie miracoli. Poi credo ci sia uno spazio interiore che in ogni caso non è bene condividere con nessuno. Quella parte “segreta” che ci permette di tutelare, proteggere e coltivare la nostra unicità. In fondo tutti vogliamo tenerci un tesoro per noi… Abbracci grandi, spero rileggerti presto