Zanzibar nella stagione delle piogge
Itinerari

Viaggio a Zanzibar nella stagione delle piogge

Indice:

Perché viaggiare a Zanzibar durante la stagione delle piogge

Il Waridi Beach Resort di Pwani Mchangani

Chi sono i boys e i Masai, anche detti “i ragazzi di Zanzibar”

Intermezzo fotografico

La tragedia della tratta degli schiavi e la nuova Africa di Nyerere

Hakuna Matata, lo swahili che ho imparato

Libri letti a Zanzibar

Parte il Salone!

Quanto bisogna essere fulminate per affrontare un viaggio di quattordici ore di volo per Zanzibar durante la stagione delle piogge, quando ogni tour operator italiano sconsiglia di partire?

La domanda è retorica: quanto basta per fare clic sul pulsante paga dopo una delle troppe giornate faticose degli ultimi tempi, attratta da fotografie di mari turchesi e spiagge bianchissime e da un prezzo super vantaggioso. Da quando ho superato la paura di volare, voglio a tutti i costi recuperare il tempo perso!

In rete troverete molti articoli di blog dedicati al turismo a Zanzibar, pieni di consigli più o meno tutti uguali su dove andare, le migliori spiagge, cosa vedere, e così via. Tutti, ma proprio tutti, dedicano un paragrafo a quando NON andare a Zanzibar, cioè nel periodo che va da marzo a maggio.

Noi, testoni, siamo partiti lo stesso, e meno male: a Zanzibar durante la stagione delle piogge si può stare bene, anzi benissimo. E in questo articolo vi spiego il perché.

A Zanzibar durante la stagione delle piogge

Gli italiani amano il sole e sono considerati all’estero dei viaggiatori poco avventurosi, alla ricerca di puro relax e in generale poco adattabili. Per fortuna siamo apprezzati per la nostra giovialità e la nostra generosità, e anche durante questo viaggio ci siamo visti confermare questi pregiudizi che non ci appartengono.

Perché viaggiare a Zanzibar durante la stagione delle piogge

Siamo all’equatore e il clima, ovvio, è molto caldo, a tratti afoso, ma ad aprile mai soffocante. La temperatura rimane costante tra i 29 e i 30 gradi, le strutture sulla spiaggia sono ben attrezzate per l’ombra e la pioggia ed è un piacere prendere qualche goccia mentre si passeggia sulla spiaggia bianca e tutta per noi. Se fossimo stati a Zanzibar in alta stagione, il solleone ci avrebbe messo ko.

Con il tempo comunque siamo stati fortunati. Fatta eccezione per il primo giorno – ha piovuto tutto il giorno! – gli altri giorni è stato possibile riposare, passeggiare, visitare il villaggio e apprezzare la vita quotidiana dei zanzibarini. Anche fare quattro chiacchiere con gli altri ospiti, quasi tutti tedeschi, è stato piacevole. E il personale, gentile e disponibile, ha reso il soggiorno ancora più piacevole.

Penso che la ragione per cui molti tour operator italiani non vendono viaggi all’equatore in questo periodo sia proprio a causa delle piogge che, come posso testimoniare, sono anche molto abbondanti ma quasi sempre passeggere.

Molti resort in aprile sono chiusi e questo ha di molto migliorato la fruibilità delle spiagge e degli spazi comuni. Non si può trascurare per viaggi di questo tipo la variabile prezzi, decisamente più contenuti e con facilities di grande interesse. Per esempio una camera vista oceano, l’all inclusive cibo e bevande, comprese quelle alcoliche, e spazi accessibili, sia all’interno del resort che nelle città o durate le escursioni.

Ma quali sono i requisiti per partire nei mesi di marzo e aprile per Zanzibar?

Amore per l’avventura, interesse per la scoperta di nuovi modi di viaggiare e vivere il mare, predilezione per abiti comodi e pratici sandaletti, desiderio di pace e di spazi quasi tutti per sé e predilezione per un sole moderato che con un po’ di fortuna riuscirete a vedere tutti i giorni e che vi permetterà di stare all’esterno tutto il giorno, cosa che con il sole dei mesi più caldi non potreste in alcun modo fare.

Naturalmente la caratteristica principale è una buona familiarità con l’amica pioggia. E’ noto che io adoro la pioggia, dunque per me non è stato affatto un problema.

Altri vantaggi sono il buon cibo, una buona varietà di piatti europei e tradizionali che permettono di assaggiare una cultura davvero straordinaria. E poi in aprile non dovrete battervi come leonesse ai buffet!

Il Waridi Beach Resort di Pwani Mchangani

Il Waridi Beach Resort è il resort in cui abbiamo soggiornato e dove, lo dico subito, siamo stati benissimo. Bungalow vista oceano con terrazza da cui ammirare la piscina, proprio a due passi dalla spiaggia. Sabbia che sembra più una sottilissima cipria, nella consistenza e nel colore, in cui affondare i piedini, per un piacere sensoriale incredibile.

Nonostante un piccolo disguido iniziale, che la Direttrice del resort ha gestito porgendoci le sue scuse, il Waridi è un posto che mi sento di consigliare.

La location è ottima, vicino alle spiagge più frequentate ma senza pagarne il prezzo. Il mare è splendido e la temperatura costante, il che permette di fare bagni a qualunque ora del giorno e in qualunque condizione meteo, con l’accortezza di indossare sempre le scarpette da scoglio perché i ricci abitano, per fortuna, questi litorali, insieme a coralli, alghe, anemoni e piccoli pesci.

La spiaggia è pulita e sorvegliata in modo riservato da guardiani speciali: masai in abiti tradizionali, cordiali e invisibili fino a quando non ne hai bisogno.

Il cibo è prelibato e la compagnia ottima, compresa quella degli addetti e dell’animazione locale, competente, gioviale e mai invasiva. C’è tanta voglia di promuovere la cultura locale e organizzare corsi di cucina, di cocktail e di conoscenza dei frutti locali che abbiamo frequentato, imparando a fare le crocchette di patate al tonno, lime e cumino e l’omelette alle verdure e formaggio.

Per quanto riguarda i mohito in spiaggia, beh, per quelli ci siamo affidati alle ottime bariste, una tappa fondamentale della giornata!

Il Waridi è vicino al villaggio di pescatori Pwani Mchangani, che si trova sul lato nord orientale dell’isola. Qui l’oceano indiano subisce l’influenza delle maree: al mattino si ritira per salire rapidamente a partire da metà giornata. L’andamento delle maree permette di fare un bagno in comodità al pomeriggio, mentre al mattino occorre camminare fino alla barriera corallina per potersi tuffare. Devo dire che non ci ho provato, poiché le onde rifrangono sul reef e il rischio di farsi male c’è tutto.

Si può aspettare il pomeriggio o passeggiare fino a luoghi più praticabili, hakuna matata (che significa? Clicca qui)

Il bello dell’oceano di mattina è la scoperta dell’universo sottomarino dell’isola, fatto di splendidi coralli circolari, stelle marine di foggia e colori mai visti, anemoni e altri animali e piante da perderci la testa e gli occhi per intere giornate.

Un solo avvertimento: camminare verso la barriera corallina richiede scarpette adeguate e una buona guida. Come quelle che abbiamo trovato noi, sulla spiaggia, che sono poi diventati amici.

Chi sono i boys e i Masai, anche detti “i ragazzi di Zanzibar”

Cedendo alle insistenti richieste di accompagnarci al limite della barriera corallina, abbiamo conosciuto meglio una delle caratteristiche più peculiari dell’isola, i boys. Si tratta di giovani locali che letteralmente accerchiano gli ospiti appena arrivati attendendoli sulle spiagge come mosche sul miele. Il primo giorno, lo ammetto, è stato davvero faticoso. Basta essere gentili o se preferite, scostanti, per mettere subito in chiaro il tipo di rapporto che volete per il resto del vostro soggiorno. Noi abbiamo scelto la prima opzione e non ci siamo mai pentiti.

I boys sono di etnie differenti che non confliggono mai ma nemmeno cooperano.

Gli zanzibarini, nati e cresciuti sull’isola, vivono di mare, pesca e agricoltura. I Masai invece provengono dal main land, il vecchio Tanganika, dove vivono di allevamento nella giungla. I giovani e le giovani donne senza marito si trasferiscono per lunghi periodi dell’anno a Zanzibar per guadagnare con il turismo e al rientro portare qualche soldo alle famiglie.

Anche gli zanzibarini lavorano nel turismo con gli occidentali per lo stesso scopo, ma i loro compiti in spiaggia sono differenti. Di solito procacciano affari per i tour operator locali che organizzano escursioni abbastanza standardizzate in luoghi speciali dell’isola: Stone Town, la zona più vecchia della città che è anche un po’ la capitale di Zanzibar, dopo Daar Es Salaam, le isole a sud dove fare snorkeling e nuotare tra le foreste di mangrovie, o le spiagge bianche e ventose del nord, dove la marea non disturba e il divertimento, almeno in alta stagione, non manca mai.

Rivolgendovi a loro avrete la sensazione di risparmiare o di aiutare i locali, ma non è così. Vendono prodotti-escursioni fatte in serie da tour operator locali, e questo è un grosso limite. Perciò se avete tempo e voglia, provate a organizzare qualcosa da voi, magari con un taxi ufficiale messovi a disposizione dall’hotel. Non è detto che risparmierete qualcosa ma eviterete di avere l’impressione di essere in gita scolastica, del tipo fuori uno, dentro l’altro. Ed eravamo in bassa stagione! L’unico neo in un quadro più che ottimale di vacanza.

I Masai sono molto legati alla cultura tradizionale da cui provengono. Lo capisci subito dalla scelta di vestire con i costumi tradizionali, parei rossi e collane intrecciate di perline fatte dalle mani esperte e precise di donne senza marito che seguono questi avventurieri sull’isola per guadagnare qualcosa anche loro. Non mangiano pesce e restano tra di loro, come una vera tribù.

Quando parli con l’uno o con l’altro ti rendi conto che l’unificazione è ancora tutta da costruire.

Per quanto riguarda il rapporto con i turisti però problemi non ce ne sono perché vige una sorta di rigida divisione del lavoro. I Masai si offrono per accompagnarti verso il reef, riempiendoti di attenzioni e cura, e permettendoti di evitare i numerosi ricci, mostrando le anemoni più belle o i coralli più interessanti.

Hanno nomi italiani o europei perché i nomi tradizionali sarebbero per noi impronunciabili e difficili da ricordare. Un adattamento alle esigenze di un turismo da cui cercano di trarre il massimo beneficio vendendo piccoli oggetti colorati, bracciali, intarsi in legno e così via.

Se capitate su quelle sponde, non lesinate qualche dollaro o euro. Sono un po’ insistenti, è vero, ma alla fine li abbiamo lasciati come amici.

Con gentilezza potrete chiedere loro di accompagnarvi nel villaggio a visitare una scuola o approfondire la cultura Swahili, lingua del ceppo Bantu, che caratterizza molta parte dell’Africa in quella zona.

E apprezzare le loro grandi abilità e agilità e la nostalgia per una terra cui torneranno ma che già sentono come lontana, irrimediabilmente.

Se mai leggerete, vi abbraccio amici Masai e abbraccio Manuel, la nostra guida.

Intermezzo fotografico

Non potendo caricare il sito di troppe immagini e, vi invito a cliccare qui per la Pagina Facebook del blog dove troverete non le foto più belle ma quelle più significative per me. E già che ci siete, se ancora non lo avete fatto, potete seguire la Pagina per i prossimi aggiornamenti 😉

La tragedia della tratta degli schiavi e la nuova Africa di Nyerere

Non si può parlare di Zanzibar, senza accennare al commercio di spezie e alle influenza che sull’isola negli ultimi secoli si sono alternate. Gli arabi, che hanno colonizzato il paese con un sultanato fino all”indipendenza, poi l’arrivo dei colonizzatori inglesi e l’indipendenza.

L’influenza araba si sente e si vede, non solo nei portoni in legno di Stone Town ma nella diffusa pratica della religione islamica, sebbene adattata alla cultura locale.

Durante il periodo del sultanato, Zanzibar è stata il più importante centro dell’Africa orientale nel commercio di spezie e di schiavi. Si pensa che nel 1800 siano stati venduti circa 50.000 schiavi all’anno nei mercati di Zanzibar.

Nella città di Stone Town si ricordano in luoghi simbolici due figure notevoli, ma per ragioni opposte: l’esploratore David Livingstone, anti schiavista, che denunciò la morte di oltre 80.000 schiavi africani ogni anno nel tragitto dal continente fino a Zanzibar. E Tippu Tip, meticcio per questo ancora più odiato dai zanzibarini, che divenne talmente ricco e potente con il commercio dei suoi fratelli neri da influire direttamente sulla vita politica del sultanato.

La Tanzania è stata liberata da una figura notevole nel panorama africano, Julius Kambarage Nyerere, detto Mwalimu (il maestro),primo Presidente della Tanzania e padre fondatore dell’Africa moderna.

Qui trovate un podcast in cui la professoressa Karin Pallaver,  professoressa di storia africana all’Università di Bologna, parla della straordinaria figura di Nyerere, che nel 1964 fu il padre della Tanzania indipendente dl colonialismo tedesco, portoghese, inglese. Ma anche di come già in quegli anni comincia il rapporto privilegiato con la Cina oggi consolidato, non solo a Zanzibar. Da ascoltare, per ricordare un gigante cui ispirarsi ancora, ogni giorno.

Nyerere al termine della sua esperienza di Governo poteva vantare un risultato straordinario quanto a istruzione: il 70% dei bambini e delle bambine frequentavano la scuola, in un paese in cui, durante il colonialismo, alle bambine era vietata ogni opportunità e i bambini trattati appunto come schiavi. Ha promosso la cultura africana mantenendo la lingua Swahili come strumento per l’istruzione e l’amministrazione, caso non comune in Africa dove le lingue ufficiali sono sempre rimaste quelle del colonizzatore. Non è difficile osservare sulla spiaggia bambine e bambini che vanno e vengono da scuola felici. ed è una vera gioia.

La Tanzania ha oggi la sua sesta Presidente, la prima donna alla guida della Tanzania. E’ Samia Suluhu Hassan, originaria proprio di Zanzibar.

John Magufuli, negazionista del Covid, è morto a causa del virus nel 2021. Ha lasciato una pesante eredità: l’abitudine a reprimere ogni opposizione in modo violento, il divieto, rendendolo illegale, di manifestare identità LGBTQ+ (Zanzibar non è gay friendly, se sorpresi in atteggiamenti equivoci si è subito deferiti alle autorità e incarcerati), l’abbandono di ogni programma per il contenimento del virus HIV e l’inasprimento della legge che vieta le donne in cinta di frequentare la scuola.

In questo paese c’è ancora molto da fare. La povertà che si misura fuori dai resort lo testimonia e al di là del turismo, in cui si può raggranellare valuta estera, le persone vivono con una media di nemmeno due dollari al giorno.

Mi ha colpito il lavoro costante delle donne e in particolare l’attività di coltivazione e raccolta delle alghe, che avviene a qualche decina di metri dalla riva, durante la bassa marea.

Si immergono con i loro ampi vestiti e restano chinate per ore a controllare le alghe, un lavoro faticoso che mi ha ricordato quello delle nostre mondine. Le alghe mature sono raccolte e trasportate a riva e poi lasciate seccare per farne sapone. Una volta pronte, sono vendute ai cinesi che, come ovunque, non si vedono quasi ma sono dappertutto.

Oltre alla agricoltura e un po’ di pastorizia e alla pesca, questa è una delle poche attività economiche dell’isola che non sia legata strettamente al turismo, insieme alla coltivazione del riso e delle spezie.

CI sono piantagioni pensate per le visite dei turisti in cui si possono ammirare tutte le spezie più pregiate: la vaniglia, in questo periodo ancora acerba, la curcuma, che fa un fiore meraviglioso, la noce moscata ancora nel suo mallo, e molte altre con cui si producono medicine tradizionali, cosmetici e naturalmente gustosissimi piatti della tradizione zanzibarina, araba e swahili.

Hakuna Matata, lo swahili che ho imparato

Il resort offre mezz’ora di lezione di swahili (o kiswahili), la lingua bantu che si parla a Zanzibar e diffusa in gran parte dell’Africa orientale, centrale e meridionale: è la lingua nazionale di vari Stati tra cui appunto Tanzania, Kenya, Uganda, Ruanda.

Se ci fosse stato un corso ogni giorno, avrei imparato qualcosa di più, e con sommo piacere!

In ogni caso relazionarsi con i locali ha i suoi vantaggi: dunque eccovi le parole chiave della nostra vacanza:

Hakuna matata – va tutto bene, non c’è nessun problema. Lo avete già sentito? Forse perché è il titolo di una famosa canzone del notissimo cartone Il Re Leone. Hakuna Matata è il refrain della vacanza. Lo senti ripetere a ogni piè sospinto, lo trovi nei souvenir, nei dialoghi, mentre incontri qualcuno per strada. E’ decisamente la parola chiave qui a Zanzibar, significa relax totale, che tutto va bene o che tutto andrà bene, a mò di augurio.

Pole pole – piano piano. Seconda parola chiave, vero mantra dei zanzibariani. Significa prendere la vita con calma e fare le cose con calma. La parola più importante da imparare, almeno per me

Haraka Haraka – fai in fretta. Questa parola ha una connotazione negativa in Zanzibar, spesso viene associata a noi occidentali, sempre di corsa. C’è un detto molto antico che ho portato con me e che vi offro: Haraka Haraka haina baraka (la troppa fretta non è benedetta). Gira gira, somiglia molto al nostro la gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Tutto il mondo era paese.

Jambo! Mambo! – è il nostro ciao. Il secondo si può usare tra amici o con persone giovani.

Asante sana – grazie mille. SI può usare anche solo asante, ma è più cordiale aggiungerci sana

Infine una curiosità: sapete come si dice viaggio in swahili? Safari


Siamo giunti alla fine di questo – lungo – racconto e un po’ me ne scuso ma non potevo proprio fare diversamente.

Ho portato con me in Italia molti bracciali, uno in particolare fatto a mano con un telaio improvvisato sotto i nostri occhi da Maria, una ragazza Masai che ci ha presentato il nostro amico Manuel. Del caffè profumatissimo di spezie, tanto verde negli occhi e un mare turchese che ci basterà per il resto dell’anno (forse).

Mi resta un solo rimpianto, non aver potuto fare il safari in giornata a causa del rischio piogge. A di là del prezzo, effettivamente per noi molto caro, avrei fatto forse la pazzia se le condizioni di atterraggio nel parco, in mezzo al fango, in Tanzania non ci convincevano, soprattutto per il rientro.

Libri letti a Zanzibar

In tutto questo gironzolare ho anche letto due libri: uno acquistato al solito compulsivamente all’aeroporto di Linate, impacchettato, e che non avrei mai comprato: si tratta di un interessante racconto sulla fiera del libro di Francoforte, che si tiene in città nel mese di ottobre, il più grande evento dedicato all’editoria: Cose da fare a Francoforte quando sei morto, di Matteo Codignola, pubblicato nel 2021 da Adelphi. Divertente, interessante, scorrevole. Promosso!

E un libro di Enrica Tesio, torinese come me, che mi aveva colpito per il titolo: Tutta la stanchezza del mondo, Bompiani, 2022. Stanca, esattamente come mi sentivo prima di partire. La scrittura della Tesio mi piace, l’idea era buona, ma nel procedere ha perso il filo conduttore delle dodici fatiche. Alcuni passaggi però li ho davvero apprezzati.


Vi ha incuriosito questo racconto di Zanzibar sotto la pioggia?

Fatemi sapere cosa vi ha colpito di più, mentre io torno alla mia vita normale, di cui vi parlerò tra qualche giorno.

Sappiate solo che la prossima settimana parte il Salone del Libro, e la città è già in fermento! Lo sono anch’io, ci andrò per un appuntamento importante…

Stay tuned Volpi, che poi ve lo racconto 😉 Hakuna Matata!


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Luz
13 giorni fa

Che delizia questo viaggio! E che bella idea farlo quando il grosso del turismo non si trova da quelle parti. La bassa stagione a volte riserva anche bel tempo, avete fatto benissimo. Sono luoghi che mi affascinano, mi piace la bella umanità che vi si trova. Il tuo approccio mirato anche a conoscerne usi e costumi è quello migliore.

Giulia Mancini
Giulia Mancini
20 giorni fa

Guardando le tue foto mi è venuta una gran voglia di partire per Zanzibar!
Che dire, avete fatto proprio bene a partire nonostante la stagione delle piogge, che poi alla fine non è stato poi così piovoso. Il vantaggio di partire fuori stagione (o fuori dai periodi consigliati) è proprio quello di godersi appieno i luoghi, senza la ressa dei vacanzieri d’assalto, assaporando con lentezza gli usi e costumi locali.
Mi sa che sei ritornata molto ricaricata e si sente dal tuo post, a volte può essere importante fare uno stacco per superare “tutta la stanchezza del mondo” che il nostro frenetico mondo occidentale sta accumulando.

Brunilde
Brunilde
22 giorni fa

Bentornata! Come sai la mia passione per la subacquea mi ha portato negli anni nei posti più sperduti: ai tropici mi sento a casa, la natura e il clima mi sono assolutamente congeniali. Un po’ meno le piogge: lasciatelo dire, sei stata fortunata, se ti beccavi una pioggia monsonica seria ti saresti spaventata!
L’Oceano Indiano ha una magia particolare, dovunque: i suoi colori sono unici, la sua atmosfera anche, inoltre il gioco delle maree è affascinante, ti senti coinvolta dai ritmi della natura.
Sono felice che tu abbia fatto questa esperienza, e tante altre ne verranno!
Ho appena letto un libro che mi ha entusiasmato, l’autore è tale Abraham Vergherse, ” IL PATTO DELL’ACQUA”.
E’ ambientato in Kerala ( regione che si affaccia sull’Oceano indiano: appunto )
è una saga familiare che racconta anche di mutamenti sociopolitici, di storie d’amore.
E’ un romanzo fluviale, perchè parla di acqua ( di piogge…) ed è di oltre 700 pagine.
Volevo segnalarlo, mi sembra in tema!

Grazia Gironella
22 giorni fa

E’ la prima volta che leggo con vero piacere il racconto di un viaggio in ambiente marino tropicale. E’ sempre benefico uscire dall’abitudine per cui o la vacanza è sole-mare/montagna-cieloblu, o niente. C’è tanto da fare, vedere, sentire. Felice che tu non ti sia persa questa bella esperienza. 🙂

newwhitebear
newwhitebear
22 giorni fa

Meta esotica ricca di nuove esperienze. Fatta in bassa stagione è ancor più rilassante.

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