Donne al lavoro agile
Femminile, plurale

Donne al lavoro agile in una società ottusa

 

Lo abbiamo conosciuto quasi tutti e lo abbiamo chiamato smart working, anche se smart working, ovvero lavoro agile, non è.

Si tratta di quella modalità di lavoro che all’inizio della pandemia ha consentito a tante donne e uomini di proteggersi dal virus lavorando da casa e tenendo quel distanziamento sociale le cui conseguenze ahimè ancora non ci sono pienamente chiare.

Tanti e tante, ma non tutti.

Molti di noi hanno continuato a produrre e riprodurre correndo i rischi e affrontando la paura di una malattia che ancora non conosciamo a fondo, anche se molti sono convinti di averla già in pugno. Illusi.

Preferisco chiamarlo lavoro agile, non tanto perché quando è possibile penso sia meglio usare la nostra lingua piuttosto che l’ennesimo inglesismo. Ma perché questa definizione, ancor di più oggi dopo che lo abbiamo diffusamente conosciuto, appare ironica e fuorviante.

Di agile in tutta questa faccenda c’è solo la adattabilità dei lavoratori e in particolare delle donne nel fare capriole per reggere gli impegni e dribblare i problemi che il Covid ha generato, non ultimi quelli economici e finanziari.

Vero è che ora abbiamo un’idea di che si tratta; ne abbiamo apprezzato alcuni tratti e ne abbiamo misurato i limiti.

Ognuno di noi sulla bilancia peserà i pro e i contro, ma complessivamente il sistema dovrà regolarlo, questo è certo.

Perché una cosa l’abbiamo compresa: ciò che chiamiamo smart working non è esattamente intelligente come lo vorremmo. Perché sia davvero tale, dobbiamo lavoraci un po’ sopra.

Prima, però chiariamo cos’è lo smart working e cosa il lavoro da remoto.

 

 

Il lavoro agile, meglio conosciuto come smart working

 

Sembra ridondante dover tornare sul suo significato, visto che oggi tutti ne parlano, per la maggior parte a sproposito.

Da quando il così detto Decreto Cura ha aperto alla possibilità di adottare questo strumento senza accordo, repentinamente, il lavoro agile si è diffuso. Migliaia di persone lo hanno sperimentato e lo stanno sperimentando proprio adesso che la ripartenza è in pista, con qualche necessaria cautela.

La ragione è stata ovvia. Dovevamo scappare dalla socialità del lavoro per proteggerci dal virus.

Non tutti l’hanno potuto fare ma una buona parte sì e pare che non ne siano nemmeno troppo insoddisfatti.

Ma cos’è o cosa dovrebbe essere lo smart working?

Lo smart working è definito nel nostro ordinamento dalla Legge 81/2017 che recita

 

Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro;

una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

 

Perché sia tale, il lavoro agile deve garantire flessibilità organizzativa, volontarietà, intese tra lavoratore e impresa sull’utilizzo degli strumenti necessari, non solo PC e smartphone, ma anche una rete che permetta di utilizzarli in remoto, parità di trattamento economico normativo, tutele dagli infortuni INAIL.

Udite udite, il lavoro agile è stato pensato anche come strumento di conciliazione di tempi di vita e di lavoro.

Ci sarà riuscito?
Sarebbe bello che mi raccontaste la vostra esperienza in proposito!

 

Resto convinta che al di là dei facili innamoramenti, vi siano alcune cose che vanno chiarite al più presto, se non vogliamo cristallizzare abitudini sbagliate.

Che ne facciamo del diritto alla privacy e come lo tuteliamo?

E come ci proteggiamo dal controllo di produzione e dal cottimo, o come rivendichiamo il nostro diritto alla disconnessione, (che io mi sono presa a mio modo, come vi ho raccontato qui)?

Spostare il lavoro a casa ha significato peraltro l’impossibilità di separare gli spazi di vita e di lavoro, e spesso intralciato la reale condivisione dei carichi di lavoro di cura, educazione, protezione dei figli e della famiglia.

Qualcosa che si può anche scrivere in una legge, ma che se non riusciamo ad esercitare nella vita di tutti i giorni, cambiando la cultura della società, non potremo mai ottenere.

Una società ancora largamente ottusa.

Come mostra la app Immuni, che ritrae un uomo al lavoro sul computer e una donna alle prese con la cura dei figli.

Clichè di cui volentieri faremmo a meno.

 

 

Donne al lavoro agile in una società ottusa

 

Ammesso che il lavoro agile abbia rappresentato un utile strumento di protezione dalla cassa integrazione, e un elemento di continuità produttiva, e che la maggior parte di chi lo ha provato voglia mantenerlo, almeno per qualche giorno alla settimana, come abitudine per la vita, penso che resti un tema che dobbiamo discutere.

Il lavoro agile o la remotizzazione del lavoro a casa è oppure no un’opportunità per l’emancipazione delle donne nel mondo del lavoro?

La mia risposta è la seguente: se introduciamo quei cambiamenti di cui richiamavo brevemente all’inizio, penso di  sì.

Ci fa guadagnare tempo, facilita le relazioni, allontana lo scontro fisico-verbale, rende possibile la partecipazione anche a chi di solito è escluso, sempre che possa avere a disposizione gli strumenti adeguati.

Ma su questo so che non siamo tutti d’accordo.

La mia esperienza con lo strumento è stata questa. Ho potuto continuare la mia attività, anzi intensificarla com’era necessario, grazie allo smart working.

Non avrei mai pensato di fare la sindacalista on line eppure ci sono riuscita, ho dovuto riuscirci, non c’erano alternative.

Sono una donna adulta senza figli, il lavoro da remoto è stato possibile applicarlo “pronti via” perché avevo una connessione privata in fibra già attiva, un pc portatile, vecchio e che sta tirando le cuoia, ma immediatamente utilizzabile, e un piccolo angolo studio che mi ero ricavata, dopo aver lasciato lo studio, più ampio, dotato di luce naturale e scrivania, al mio compagno.

In quell’angolo privato ho sistemato il mio ufficio casalingo e ne ho fatto la stazione da cui, dalla mia casa cittadina, mi sono collegata al mondo.

Sono riuscita a tenere gli impegni senza problemi e ho evitato discussioni sulla suddivisione e assegnazione degli strumenti presenti in casa perché entrambi ne eravamo già dotati.

In poche parole, l’esperienza del lavoro da remoto per me è stata positiva.

Al punto che non la abbandonerei del tutto e se potessi la riprodurrei, in termini di qualche giorno alla settimana.

Il beneficio di recuperare nel tempo di vita almeno un’ora e mezza se non due di spostamenti, è per me impagabile.

Sono riuscita a reintrodurre nella mia routine cose che facevo con discontinuità, come ginnastica, meditazione, yoga.

E ho scoperto di non essere più tipa da aperitivi, nemmeno sul balcone, ma sono certa che chi ha sperimentato questa formula ha recuperato tempo per sé.

Tutti, eccetto i genitori con figli e, tra questi, le donne.

 

Donne che faticano ad essere smart

 

Provateci voi.

Con le scuole chiuse, i servizi all’infanzia sospesi, i nonni giustamente protetti nelle loro case.

Avere figli in un contesto di lavoro da casa è una vera gimcana da affrontare, ogni giorno.

Per potersi dedicare alla propria attività abbiamo bisogno tutti di concentrazione e un ragazzino in casa che ha bisogno di attenzioni e stimoli che la scuola ha smesso di dare cerca compagnia.
I genitori sono sul pezzo, e prima tra tutti le donne.

Se vi chiedessi di raccontare la vostra esperienza e di essere onesti con voi stessi, di sicuro scopriremmo che da qualche parte, in qualche spazio della nostra quotidiana esistenza, una donna ha fatto spazio ad un uomo perché potesse lavorare e operare meglio.

Lo ha fatto fisicamente, continuando a occuparsi della casa, magari mentre rispondeva al telefono o approfittando del costume deleterio delle videoconferenze e dello schermo spento per preparare l’impasto del pane, seguire i bambini nei compiti, metterli a letto, eccetera eccetera.

Perché succede?

Perché la nostra società è ancora largamente ottusa.

Ideologicamente schierata nei sì e nei no a prescindere e incapace di ascoltare i nuovi bisogni, interpretarli, leggerli e renderli compatibili con la vita di ciascuno di noi.

E’ un problema solo del “maschio”?
Non credo.

Una società cresce ed evolve nel suo complesso.

E insieme si interroga sulle soluzioni. Che non sono mai neutre.

Anche la scala delle priorità denota la classica impostazione maschile della nostra società: prima la produzione e financo lo sport.

Poi la cultura, la scuola la socialità.

Il Covid l’ha messo in evidenza.

Sta a noi ora stanarlo e farlo diventare qualcosa di diverso per il futuro.

 

Una citazione dotta alla fine dell’articolo ci voleva

 

Ma forse non quella che vi aspettereste.

Sto leggendo un testo che ho acquistato esclusivamente per il titolo, accattivante: “Il cervello anarchico” del Professor Enzo Foresi, con prefazione del Prof. Umberto Galimberti.

Questo testo, che come spesso accade per i libri non scelti, mi ha sorpreso e si è rivelato assolutamente appropriato per il momento che sto vivendo.

Coincidenze forse incredibili per molti ma non per i lettori di questo blog 😉 

 

Il fideismo in generale va osservato con diffidenza in quanto espressione di una comunicazione biologica di tipo comunque inibitorio per la salute mentale di un individuo. […]

L’ideologia, infatti, condiziona il percorso neurochimico limitandolo, mentre il pensiero laico consente sviluppo di attivazioni sinaptiche a 360 gradi.

Ancora su queste affermazioni ci conforta Cioran nel suo testo Sommario di decomposizione (1996) quando scrive: «adoperiamoci per far sì che il dio non si insedi nei nostri pensieri, conserviamo i nostri dubbi, le apparenze di equilibrio e la tentazione del destino immanente, giacchè qualsiasi aspirazione arbitraria e balzana è preferibile alle verità inflessibili».

Soresi, Enzo. Il cervello anarchico (Italian Edition) . UTET

Ecco, io sono convinta che dobbiamo guardare al fenomeno laicamente.

Ma ogni opinione è come sempre la benvenuta, care Volpi 😎 

23 Comments

  • Rebecca Eriksson

    Non capisco perché nel tuo sito anche se uso Rispondi ai tuoi messaggi poi mi crea sempre un post nuovo.
    Mi riferivo al fatto che una donna sminuisca l’importanza del suo lavoro, magari confrontandola con il marito, solo perché il suo è più redditizio.
    Sì può veramente dire che lui faccia un lavoro più importante di lei e non sia un pensiero nato solo su un fattore economico?

    • Elena

      Guarda non ne ho idea mi spiace ma ho provato a capire ma non ci sono riuscita! Uffi!
      Quanto al pensiero di un lavoro sminuito, non ho parole. Sono sempre stata orgogliosa di quello che facevo anche quando era un lavoro apparentemente di poca rilevanza. Ma esiste davvero un lavoro meno importante di un altro? Io non lo credo. E penso che dipenda da noi valorizzare ciò che siamo e ciò che facciamo. Di certo non lo faranno gli altri…

  • Rebecca Eriksson

    La mia esperienza col telelavoro è stata positiva, ma anch’io non ho figli e in casa ed ho il mio angolo di tranquillità in cui poter lavorare. Sì, le pause caffè sono diventate pause lavatrice, ma sono piccole cose.
    Ho però conoscenze di famiglie con figli ed entrambi costretti a lavorare da casa: quale sesso poteva avere lo studio e chiudere la porta, mentre l’altro lavorava in cucina seguendo i figli?
    La risposta più allucinante che ho avuto è stata “Lui fa un lavoro più importante”.
    Non ho parole.

  • mattinascente

    L’Italia ha realtà molto diverse. Il clima, il territorio, le tipologie di lavoro, sono molto variegate. Bisognerebbe occuparsi per settori. Prima la connessione, perché senza, ogni discussione non ha senso; poi gli orari, secondo me dovrebbero esserci un paio di ore alla mattina e un paio al pomeriggio uguali per tutti, in modo da poter comunicare gli uni con gli altri, il resto gestito ad obbiettivi concordati e comunque intervallando lavoro da casa a lavoro in loco e fermo restando un totale di ore lavorative ben delimitate. Poi l’organizzazione delle scuole che dovrebbero garantire, come in molti stati esteri, l’intera copertura dell’orario lavorativo dei genitori e poi a cascata tutto il resto, attrezzature, assistenza sanitaria … E’ sicuramente un cammino molto lungo e fatto di piccoli passi, però potrebbe essere il grande regalo di questo nefasto virus. Grazie della riflessione e buona giornata.

    • Elena

      Sono stata a fare una passeggiata in campagna e ho trovato un tecnico della rete. Lamentandomi che nel mio paesino non si riesce a lavorare per via della connessione pessima, mi ha detto che le risorse per la fibra erano pronte e stanziate, ma Open Fiber non ha fatto gli interventi. Mi pare ovvio che senza una parità di opportunità per chi abita le città e chi le campagne, questo paese rischia di allargare le distanze piuttosto che colmarle… Saluti cari

  • Barbara

    Beh, sulla ripartenza io credo sia troppo precoce e percepita male. Più di qualcuno vocifera che si sia ripartiti per l’economia scansando la salute, e che ci aspetta un nuovo lockdown dopo le vacanze. Far ripartire le scuole poi è difficilissimo: se non riesci a spiegare ad un adulto l’importanza della mascherina, come fai a trattenere un bambino che non vede gli amici da mesi? E non credere che negli altri paesi europei siano rose come le raccontano i loro governanti. Io le notizie ce le ho da gente che ci vive, e non sono affatto messi meglio di noi. Quando va bene, ignorano solo la gravità del problema…

  • Giulia Lu Dip

    Io abito vicino al luogo di lavoro, ma ho una casa piccola quindi per me lavorare a casa non è assolutamente un vantaggio, ma mi sono adeguata e me la sono cavata bene, con maggiore stress perché molte funzioni erano più lente (anche se la mia connessione era ottima) dato che il server dell’azienda che non ci fornisce aggiornamenti adeguati per gli spazi condivisi. Ho preteso di lavorare alcuni giorni in presenza visto che in ufficio ero da sola e in totale sicurezza, le colleghe con i figli piccoli invece hanno fatto i salti mortali per lavorare da casa. Comunque il lavoro agile (è agile soprattutto per l’azienda che non paga i costi di connessione, il consumo di elettricità, l’uso del pc ecc), io sto usando il portatile che uso per scrivere, l’iPad e l’iPhone personali e la mia connessione, sinceramente mi scoccia molto che il lavoro abbia invaso il mio spazio di libertà che è casa mia, il mio pc è appoggiato su un piccolo scrittoio, ma per scrivere e per lavorare devo appoggiarmi sul tavolo della mia saletta/tinello, quindi in pausa pranzo non so dove appoggiarmi, finisco con mangiare qualcosa di veloce e asciutto. Mettiamola così, se questa storia dovesse continuare mi trasferisco fuori Bologna dove le case costano meno e prendo una casa più grande con spazi adeguati e mi faccio dare un pc dall’azienda, sarebbe giusto anche un rimborso spese no?

    • Elena

      Ciao @Giulia, certo. Lo smart working prevede accordo individuale ma si può anche fare di gruppo. Le tue richieste sono sacrosante. L’idea di spostarmi in campagna invece non mi era ancora venuta. C’è da pensarci. Superare il problema del trasporto è per me molto importante e non credo di essere la sola. Sui pranzi o cene come ti capisco! Quanti piatti sulle ginocchia davanti a video attivi ma rigorosamente spenti! Non va bene. Tempi di vita e di lavoro devono essere qualificati e protetti. Se siamo tutti uniti, sono sicura che ce la faremo. Anche a difendere la nostra privacy e i nostri spazi, fondamentale. Buona serata e buon smart working

  • Barbara

    “Come mostra la app Immuni, che ritrae un uomo al lavoro sul computer e una donna alle prese con la cura dei figli.” Il marketing fatto male delle nostre istituzioni… o qualche influenza religiosa di troppo?!

    Siamo indietro, terribilmente indietro rispetto al resto d’Europa. E questo periodo l’ha messo in evidenza in maniera devastante.
    La mia esperienza personale non può portare un gran contributo. Sono stata già telelavoratore per due anni (con vero contratto di telelavoro, postazione verificata, risorse fornite dal datore di lavoro, contributo alle spese di corrente e connessione compreso). Quindi sono tornata nella stessa postazione, con un altro portatile. Ed essendo la mia un’azienda informatica non abbiamo avuto alcun problema.

    Diversamente per il socio, con un’azienda completamente sfiduciata verso il dipendente, da doverlo controllare di continuo e l’assillo delle telefonate anche in quella che è la pausa pranzo (certi giorni volevo rispondere io rabbiosa, tanto più che è un telefono personale e non aziendale!)
    Anche gli spazi sono venuti a mancare. Perché se tutti hanno necessità di partecipare a videoconferenze, non puoi restare nella stessa stanza. Così come tu ti sei accontentata del tuo angolo, pur avendo qui due scrivanie, uno si è dovuto spostare nel tavolo del salotto, tutt’ora ingombro in maniera indecente.

    Ma non abbiamo figli, mentre dai nostri amici e/o colleghi abbiamo raccolto urla di disperazione. Come può una mamma lavorare con un bambino piccolo, in età da asilo? Turnandosi col marito, ma allora devi accordare due società, ed è dura.
    Oppure ti trovi ad dover affrontare la didattica a distanza di due figli, ma con un computer solo. E magari è il tuo di lavoro! (Qui però temo ci sia anche un problema di cultura… meno pollici al televisore, meno Playstation e un piccolo portatile per lo studio potrebbero essere la soluzione, anche se non per tutti, c’è chi non ha proprio niente e qui dovrebbe farsene carico lo Stato).

    E poi andiamo al dramma dell’Italia: la mancanza di connessioni decenti.
    L’ha già scritto Whitebear, alle porte delle nostre città, così velocemente servite da iper fibra, super fibra, extra fibra, c’è il NULLA. Ci sono centraline adsl che risalgono ai vecchi anni ’80, inadeguate. Nella mia zona hanno portato la Fibra ma è scadente e sono solo a 10 km da Prato della Valle, il cuore pulsante di Padova. Tutte le volte che vedo in televisione la pubblicità delle telco italiane mi viene il voltastomaco. Ancora peggio quando leggo su Il Sole 24 Ore i bonus dei loro manager. Vogliamo una grande opera per far ripartire il paese? Eccola lì, cavi di fibra sotto ogni strada.

    • Elena

      Ah Barbara sei in piena linea con la Cgil! Fibra connessione per ripristinare il principio di uguaglianza. Condivido tutto. Trovo pazzesco che l’unica cosa che non è ripartita in Italia, a differenza di altri paesi, sia la scuola e i servizi all’infanzia. Qui c’è davvero una pregiudiziale, altro che app Immuni. Tanto ci sono le donne. Vallo a dire a una di Parigi o Barcellona o di Helsinky…

  • SILVIA

    Il tema è molto interessante e complesso e i contributi nei commenti precedenti mettono in luce aspetti su cui si dovrà senza dubbio ragionare.
    Il fatto importante è che l’emergenza ha dato una scossa e si è visto che il lavoro agile è possibile e, per certi versi auspicabile, se gestito correttamente.
    Ha portato anche alla sburocratizzazione in alcuni settori e alla gestione a distanza soprattutto nella pubblica amministrazione. Ovviamente tutto andrebbe riorganizzato per la normalità, tenendo conto di tutti, ma davvero tutti, gli aspetti.

    Tornando al tema del tuo post, lavoro agile dal punto di vista femminile, da donna e mamma ti posso dire che sì, è stato (ed è tuttora) impegnativo.
    Ma so anche che in gran parte la colpa è mia. Tendo a non delegare e a voler fare tutto io in casa e con i bambini, per quanto mio marito sia disponibile e collaborativo.
    Inoltre, ora che lavoro di nuovo anche come dipendente in part-time, lavorando da casa non so darmi uno stop. Questo è un grave errore, ma dipende più da me che dalla società.

    Io penso che, chi più che meno, noi donne e mamme abbiamo inconsciamente il modello delle nostre madri, che si sacrificavano costantemente per la famiglia. E per quanto razionalmente tentiamo di riequilibrare i carichi familiari, facciamo fatica.
    Come ben dici tu, noi tutte abbiamo fatto spazio ai nostri uomini, persino ai nostri figli. Perché per secoli l’abbiamo visto fare dalle nostre nonne e mamme. E ora che gli uomini sono molto più disponibili che in passato a mettersi da una parte, spesso siamo noi a rimetterli al centro.
    Bel post e interessante discussione, c’è davvero da rifletterci su.

    • Elena

      Ciao Silvia, grazie per il commento. Dunque tu dici che dipende da noi e da quanto abbiamo introiettato dal modello sociale pregresso. Mi convince. In fondo avrei potuto tenermi lo studio e lasciare che fosse lui ad aggiustarsi. Mi ha colpito un documentario che ho condiviso sulla pagina Facebook del blog prodotto da RAI Teche. Una delle donne intervistate (all’incirca degli anni ’60) diceva che lavorava in campagna come gli uomini e poi a casa per sistemare la famiglia. L’intervistatore le chiede perché lavorando il doppio e lei candida afferma è il destino delle donne, o qualcosa di simile. Se imparassimo a pronunciare quei no qualcosa cambierebbe. Anche io penso che tutto questo sia un’opportunità : dove bisogna cambiare si cambi per coglierla fosse anche partendo da noi stesse.

  • newwhitebear

    la mia è solo un’opinione visto che non sono più attivo da quando sono andato in pensione. Non so quant’acqua possa portare alla discussione.
    Per poter eseguire lo smart working servono due ingredienti fondamentali PC e connessione veloce. Quindi due strumenti personali. E qui c’è un primo inghippo. Dove abito, un’area residenziale ma fuori dal centro storico, non è servita con la fibra. La velocità di connessione mi è sufficiente per quello che devo fare. Se devo fare delle call, come si dice solitamente in gergo, una connessione lenta di certo non è il massimo. Quindi dovrei passare alla fibra – non sempre è possibile – oppure ricorrere al surrogato del 4G che ovviamente ha dei costi. Perché dovrei farlo? In casa si ricorre di norma al WiFi – in ufficio la rete è ethernet. Anche qui il router potrebbe non essere performante. Chi si sobbarca il costo di un router più efficiente?
    Secondo strumento il PC. Se sono solo io basta ma poi esploriamo i suoi risvolti. Se siamo in più d’uno, esempio marito/compagno, moglie/compagna e figliolanza varia il problema si moltiplica. È corretto sobbarcarsi delle spese? Infine se possiedo un Mac oppure uso Linux siamo sicuri che colloquiano con Win?
    Infine non ultima questione. Se becco un virus e infetto la rete aziendale e i pc dei colleghi, i danni chi li paga? Quante persone hanno il pc aggiornato o un antivirus efficiente?
    In emergenza ci si arrangia ma a regime bisogna ripensare lo smart working. Connessioni sicure e veloci, pc aziendali e regole certe.
    Ma forse ho dimenticato qualcosa.

    • Elena

      Come sempre Gian sei sul pezzo. Dunque, procediamo con ordine per pensare all’emergenza e anche al dopo. Intanto gli strumenti: devono essere dell’impresa. E’ vero che si fa strada una teoria per cui il mezzo è proprio (pensa ai rider) ma proprio per le ragioni che tu indichi, non solo costi ma garanzia di una gestione efficiente, tutela dei dati di privacy, tutela nella manutenzione ecc., gli strumenti devono essere a carico dell’impresa e regolati dall’impresa. Mi spingo a dire che se al lavoro abbiamo contrattato la mensa, e a casa mangiamo dal frigo, allora forse i costi che risparmiano su affitto ed energia ad esempio, nonché della mensa, forse possono essere distribuiti al lavoratore, sotto forma di costi di connessione ad esempio o di produttività. C’è da dire che svuotare i luoghi di lavoro ha due conseguenze: disegnare una società di “soli” e sopprimere molti posti di lavoro (pulizie, mense, guardiania). Siamo pronti? questa società è in grado di assorbire queste perdite^ Al momento no, mancano le idee e l’autorevolezza per esprimerle. Dunque l’equilibrio oggi è ciò che ci consente di traguardare l’obiettivo senza generare danni ma risolvendo qualche criticità. Forse ho dimenticato qualcosa 🙂

      • newwhitebear

        Concordo su tutto, perché è anche il mio pensiero. Mia figlia dall’inizio della pandemia lavora da casa sua con strumenti aziendali – pc, connessione VPN a 4g, telefono. In questo modo è garantita l’integrità della rete aziendale e quella privata. E’ ovvio che tornerà nel suo ufficio, forse non tutti i giorni, perché non ntutto si può risolvere da casa. Poi quando il rischio sarà ridotto, tornerà fissa.
        Svuotare gli uffici? Non mi sembra una buona idea anche perché si creerebbe una divisione netta tra chi fa backoffice e chi frontoffice. Tanto per fare un esempio che conosco bene: una filiale bancaria. Certe operazioni richiedono la presenza fisica del cliente, come firmare documenti o accertarsi della sua identità – lo spid è uno strumento debole e la firma digitale è ancora acerba e poco praticabile. E’ chiaro che la pratica poi può essere trattata in remoto. pare evidente che le condizioni di lavoro sia dispari. nBasta pensare a chi deve sobbarcarsi il tragitto casa-lavoro e chi no. Ancora se mi rompo una gamba in ufficio scattano le coperture aziendali, a casa come lo trattiamo questo caso?
        Diciamo che di strada ne dobbiamo compiere per rendere questo strumento utile senza generalizzare troppo.

  • Sandra

    Un conto è il lavoro agile in emergenza, coi propri mezzi informatici ad esempio, tutta un’altra faccenda poterlo fare normalmente. L’ho fatto e mi sono arrangiata piuttosto bene grazie soprattutto ala presenza in ufficio del mio responsabile e del fatto che mio marito lavori nella stessa azienda e mi portava a casa le pratiche, il che è assurdo. Non ho evitato la cassa integrazione ma almeno di espormi al contagio.
    Ripartire in sicurezza significa affrontare il lavoro agile in maniera completamente nuova, che può essere una grande risorsa, anche per l’ecologia, meno movimentazione di mezzi. Ci vuole un profondo cambiamento di regole e approccio perché la flessibilità non può tradursi con “ti chiamo a qualsiasi ora tanto sei a casa!” ma neppure, perché io sono dalla parte del lavoratore sempre ma le vedo le storture anche da questo lato, “faccio un salto fuori”. L’orario va rispettato, anche se sarebbe fantastico poter lavorare su obiettivi piuttosto che su cartellino. Però con serietà, che vedo manca, manca tantissimo da parte di molte aziende.

    • Elena

      Anche io penso sia una risorsa. Personalmente come sai ho dovuto regolare il traffico imponendomi la disconnessione, perché se c’è qualcosa che ho compreso in questi anni di uso social è che esercitano una pressione molto forte nei confronti dell’attenzione e generano un certo stress (lo stesso di cui parlavi tu nel blog qualche giorno fa a proposito di Instagram) Difendere gli spazi personali, gli orari, è importante e necessario, e forse può essere una bella sfida per migliorare la qualità della vita. Se alla sera, magari dopo cena, mi leggo qualche documento per l’indomani, è lavoro o occupazione del tempo perché annoiata? Se durante la giornata esco per una passeggiata per lenire la tensione e nel mentre prendere una boccata d’aria, incide o no positivamente sulla mia produttività? E’ tutto da ripensare. In Giappone si dice che da tempo abbiano persino legalizzato il pisolino per recuperare attenzione. Insomma, senza ideologismi e pregiudizi, io sono per entrare nel merito e provare a tirare fuori qualcosa di buono. Come donna, non madre, lo rivendico. Bacis

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