Il lato femminile,  Speaker's Corner

Donne e lavoro agile

 

Lo abbiamo conosciuto quasi tutti e lo abbiamo chiamato smart working, anche se smart working, ovvero lavoro agile, non è.

Si tratta di quella modalità di lavoro che all’inizio della pandemia ha consentito a tante donne e uomini di proteggersi dal virus lavorando da casa e tenendo quel distanziamento sociale le cui conseguenze ahimè ancora non ci sono pienamente chiare.

Tanti e tante, ma non tutti.

Molti di noi hanno continuato a produrre e riprodurre correndo i rischi e affrontando la paura di una malattia che ancora non conosciamo a fondo, anche se molti sono convinti di averla già in pugno. Illusi.

Preferisco chiamarlo lavoro agile, non tanto perché quando è possibile penso sia meglio usare la nostra lingua piuttosto che l’ennesimo inglesismo. Ma perché questa definizione, ancor di più oggi dopo che lo abbiamo diffusamente conosciuto, appare ironica e fuorviante.

Di agile in tutta questa faccenda c’è solo la adattabilità dei lavoratori e in particolare delle donne nel fare capriole per reggere gli impegni e dribblare i problemi che il Covid ha generato, non ultimi quelli economici e finanziari.

Vero è che ora abbiamo un’idea di che si tratta; ne abbiamo apprezzato alcuni tratti e ne abbiamo misurato i limiti.

Ognuno di noi sulla bilancia peserà i pro e i contro, ma complessivamente il sistema dovrà regolarlo, questo è certo.

Perché una cosa l’abbiamo compresa: ciò che chiamiamo smart working non è esattamente intelligente come lo vorremmo. Perché sia davvero tale, dobbiamo lavoraci un po’ sopra.

Prima, però chiariamo cos’è lo smart working e cosa il lavoro da remoto.

 

 

Donne e lavoro agile, meglio conosciuto come smart working

Donne al lavoro agile

 

Sembra ridondante dover tornare sul suo significato, visto che oggi tutti ne parlano, per la maggior parte a sproposito.

Da quando il così detto Decreto Cura ha aperto alla possibilità di adottare questo strumento senza accordo, repentinamente, il lavoro agile si è diffuso. Migliaia di persone lo hanno sperimentato e lo stanno sperimentando proprio adesso che la ripartenza è in pista, con qualche necessaria cautela.

La ragione è stata ovvia. Dovevamo scappare dalla socialità del lavoro per proteggerci dal virus.

Non tutti l’hanno potuto fare ma una buona parte sì e pare che non ne siano nemmeno troppo insoddisfatti.

Ma cos’è o cosa dovrebbe essere lo smart working?

Lo smart working è definito nel nostro ordinamento dalla Legge 81/2017 che recita

 

Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro;

una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

 

Perché sia tale, il lavoro agile deve garantire flessibilità organizzativa, volontarietà, intese tra lavoratore e impresa sull’utilizzo degli strumenti necessari, non solo PC e smartphone, ma anche una rete che permetta di utilizzarli in remoto, parità di trattamento economico normativo, tutele dagli infortuni INAIL.

Udite udite, il lavoro agile è stato pensato anche come strumento di conciliazione di tempi di vita e di lavoro.

Ci sarà riuscito?
Sarebbe bello che mi raccontaste la vostra esperienza in proposito!

 

Resto convinta che al di là dei facili innamoramenti, vi siano alcune cose che vanno chiarite al più presto, se non vogliamo cristallizzare abitudini sbagliate.

Che ne facciamo del diritto alla privacy e come lo tuteliamo?

E come ci proteggiamo dal controllo di produzione e dal cottimo, o come rivendichiamo il nostro diritto alla disconnessione, (che io mi sono presa a mio modo, come vi ho raccontato qui)?

Spostare il lavoro a casa ha significato peraltro l’impossibilità di separare gli spazi di vita e di lavoro, e spesso intralciato la reale condivisione dei carichi di lavoro di cura, educazione, protezione dei figli e della famiglia.

Qualcosa che si può anche scrivere in una legge, ma che se non riusciamo ad esercitare nella vita di tutti i giorni, cambiando la cultura della società, non potremo mai ottenere.

Una società ancora largamente ottusa.

Come mostra la app Immuni, che ritrae un uomo al lavoro sul computer e una donna alle prese con la cura dei figli.

Clichè di cui volentieri faremmo a meno.

 

 

Donne e lavoro agile in una società ottusa

 

Ammesso che il lavoro agile abbia rappresentato un utile strumento di protezione dalla cassa integrazione, e un elemento di continuità produttiva, e che la maggior parte di chi lo ha provato voglia mantenerlo, almeno per qualche giorno alla settimana, come abitudine per la vita, penso che resti un tema che dobbiamo discutere.

Il lavoro agile o la remotizzazione del lavoro a casa è oppure no un’opportunità per l’emancipazione delle donne nel mondo del lavoro?

La mia risposta è la seguente: se introduciamo quei cambiamenti di cui richiamavo brevemente all’inizio, penso di  sì.

Ci fa guadagnare tempo, facilita le relazioni, allontana lo scontro fisico-verbale, rende possibile la partecipazione anche a chi di solito è escluso, sempre che possa avere a disposizione gli strumenti adeguati.

Ma su questo so che non siamo tutti d’accordo.

La mia esperienza con lo strumento è stata questa. Ho potuto continuare la mia attività, anzi intensificarla com’era necessario, grazie allo smart working.

Non avrei mai pensato di fare la sindacalista on line eppure ci sono riuscita, ho dovuto riuscirci, non c’erano alternative.

Sono una donna adulta senza figli, il lavoro da remoto è stato possibile applicarlo “pronti via” perché avevo una connessione privata in fibra già attiva, un pc portatile, vecchio e che sta tirando le cuoia, ma immediatamente utilizzabile, e un piccolo angolo studio che mi ero ricavata, dopo aver lasciato lo studio, più ampio, dotato di luce naturale e scrivania, al mio compagno.

In quell’angolo privato ho sistemato il mio ufficio casalingo e ne ho fatto la stazione da cui, dalla mia casa cittadina, mi sono collegata al mondo.

Sono riuscita a tenere gli impegni senza problemi e ho evitato discussioni sulla suddivisione e assegnazione degli strumenti presenti in casa perché entrambi ne eravamo già dotati.

In poche parole, l’esperienza del lavoro da remoto per me è stata positiva.

Al punto che non la abbandonerei del tutto e se potessi la riprodurrei, in termini di qualche giorno alla settimana.

Il beneficio di recuperare nel tempo di vita almeno un’ora e mezza se non due di spostamenti, è per me impagabile.

Sono riuscita a reintrodurre nella mia routine cose che facevo con discontinuità, come ginnastica, meditazione, yoga.

E ho scoperto di non essere più tipa da aperitivi, nemmeno sul balcone, ma sono certa che chi ha sperimentato questa formula ha recuperato tempo per sé.

Tutti, eccetto i genitori con figli e, tra questi, le donne.

 

La condanna a essere smart

 

Provateci voi.

Con le scuole chiuse, i servizi all’infanzia sospesi, i nonni giustamente protetti nelle loro case.

Avere figli in un contesto di lavoro da casa è una vera gimcana da affrontare, ogni giorno.

Per potersi dedicare alla propria attività abbiamo bisogno tutti di concentrazione e un ragazzino in casa che ha bisogno di attenzioni e stimoli che la scuola ha smesso di dare cerca compagnia.
I genitori sono sul pezzo, e prima tra tutti le donne.

Se vi chiedessi di raccontare la vostra esperienza e di essere onesti con voi stessi, di sicuro scopriremmo che da qualche parte, in qualche spazio della nostra quotidiana esistenza, una donna ha fatto spazio ad un uomo perché potesse lavorare e operare meglio.

Lo ha fatto fisicamente, continuando a occuparsi della casa, magari mentre rispondeva al telefono o approfittando del costume deleterio delle videoconferenze e dello schermo spento per preparare l’impasto del pane, seguire i bambini nei compiti, metterli a letto, eccetera eccetera.

Perché succede?

Perché la nostra società è ancora largamente ottusa.

Ideologicamente schierata nei sì e nei no a prescindere e incapace di ascoltare i nuovi bisogni, interpretarli, leggerli e renderli compatibili con la vita di ciascuno di noi.

E’ un problema solo del “maschio”?
Non credo.

Una società cresce ed evolve nel suo complesso.

E insieme si interroga sulle soluzioni. Che non sono mai neutre.

Anche la scala delle priorità denota la classica impostazione maschile della nostra società: prima la produzione e financo lo sport.

Poi la cultura, la scuola la socialità.

Il Covid l’ha messo in evidenza.

Sta a noi ora stanarlo e farlo diventare qualcosa di diverso per il futuro.

 

Citazione dotta (alla fine dell’articolo ci voleva)

 

Ma forse non quella che vi aspettereste.

Sto leggendo un testo che ho acquistato esclusivamente per il titolo, accattivante: “Il cervello anarchico” del Professor Enzo Foresi, con prefazione del Prof. Umberto Galimberti.

Questo testo, che come spesso accade per i libri non scelti, mi ha sorpreso e si è rivelato assolutamente appropriato per il momento che sto vivendo.

Coincidenze forse incredibili per molti ma non per i lettori di questo blog 😉 

 

Il fideismo in generale va osservato con diffidenza in quanto espressione di una comunicazione biologica di tipo comunque inibitorio per la salute mentale di un individuo. […]

L’ideologia, infatti, condiziona il percorso neurochimico limitandolo, mentre il pensiero laico consente sviluppo di attivazioni sinaptiche a 360 gradi.

Ancora su queste affermazioni ci conforta Cioran nel suo testo Sommario di decomposizione (1996) quando scrive: «adoperiamoci per far sì che il dio non si insedi nei nostri pensieri, conserviamo i nostri dubbi, le apparenze di equilibrio e la tentazione del destino immanente, giacchè qualsiasi aspirazione arbitraria e balzana è preferibile alle verità inflessibili».

Soresi, Enzo. Il cervello anarchico (Italian Edition) . UTET

 

Ecco, io sono convinta che dobbiamo guardare al fenomeno laicamente.

Ma ogni opinione è come sempre la benvenuta, care Volpi 😎 

 

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Rebecca Eriksson
3 anni fa

Non capisco perché nel tuo sito anche se uso Rispondi ai tuoi messaggi poi mi crea sempre un post nuovo.
Mi riferivo al fatto che una donna sminuisca l’importanza del suo lavoro, magari confrontandola con il marito, solo perché il suo è più redditizio.
Sì può veramente dire che lui faccia un lavoro più importante di lei e non sia un pensiero nato solo su un fattore economico?

Rebecca Eriksson
3 anni fa

Dal momento in cui ti ho risposto continuo a rimuginare che ci vorrebbe un bell’articolo su “un lavoro importante, un lavoro redditizio”.

Rebecca Eriksson
3 anni fa

La mia esperienza col telelavoro è stata positiva, ma anch’io non ho figli e in casa ed ho il mio angolo di tranquillità in cui poter lavorare. Sì, le pause caffè sono diventate pause lavatrice, ma sono piccole cose.
Ho però conoscenze di famiglie con figli ed entrambi costretti a lavorare da casa: quale sesso poteva avere lo studio e chiudere la porta, mentre l’altro lavorava in cucina seguendo i figli?
La risposta più allucinante che ho avuto è stata “Lui fa un lavoro più importante”.
Non ho parole.

mattinascente
4 anni fa

L’Italia ha realtà molto diverse. Il clima, il territorio, le tipologie di lavoro, sono molto variegate. Bisognerebbe occuparsi per settori. Prima la connessione, perché senza, ogni discussione non ha senso; poi gli orari, secondo me dovrebbero esserci un paio di ore alla mattina e un paio al pomeriggio uguali per tutti, in modo da poter comunicare gli uni con gli altri, il resto gestito ad obbiettivi concordati e comunque intervallando lavoro da casa a lavoro in loco e fermo restando un totale di ore lavorative ben delimitate. Poi l’organizzazione delle scuole che dovrebbero garantire, come in molti stati esteri, l’intera copertura dell’orario lavorativo dei genitori e poi a cascata tutto il resto, attrezzature, assistenza sanitaria … E’ sicuramente un cammino molto lungo e fatto di piccoli passi, però potrebbe essere il grande regalo di questo nefasto virus. Grazie della riflessione e buona giornata.

Barbara
4 anni fa

Beh, sulla ripartenza io credo sia troppo precoce e percepita male. Più di qualcuno vocifera che si sia ripartiti per l’economia scansando la salute, e che ci aspetta un nuovo lockdown dopo le vacanze. Far ripartire le scuole poi è difficilissimo: se non riesci a spiegare ad un adulto l’importanza della mascherina, come fai a trattenere un bambino che non vede gli amici da mesi? E non credere che negli altri paesi europei siano rose come le raccontano i loro governanti. Io le notizie ce le ho da gente che ci vive, e non sono affatto messi meglio di noi. Quando va bene, ignorano solo la gravità del problema…

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