Le persone che ci vogliono bene restano accanto
Femminile, plurale

Le persone che ci vogliono bene restano accanto

 

Ormai è passato quasi un anno da quando ho subito il distacco totale del tendine di Achille

Mi ha costretta all’immobilità per più di un mese e ci sto facendo i conti ancora oggi.

 

Quel dolore indescrivibile lo sento ancora addosso, così com’è ancora presente quel senso di smarrimento e paura che mi portavo appresso.

 

Prima a casa, mentre attendevo di essere ricucita, senza poter dormire e tenere la gamba in nessuna posizione dal dolore, e poi in ospedale, quando l’operazione è arrivata giusto in tempo perché il muscolo del polpaccio non si ritirasse del tutto.

 

Che cosa mi rimane di un lungo periodo in cui devi essere accudita in tutto, ma proprio in tutto, ciò di cui hai bisogno?

 

Le persone che ci vogliono bene restano accanto

 

Le persone che ci vogliono bene restano accanto.

E a me resta la gioia della riconoscenza, del rispetto e del profondo amore per chi mi è stato vicino amorevolmente e con infinita pazienza, il mio compagno di vita, Carlos.

 

Così, a un anno da quell’episodio difficile, scrivo questo post dedicato alla mia persona che mi vuole bene e perché no, anche alla vostra.

 

La memoria ci sollecita la riconoscenza

 

Anche se siamo troppo distratti da stimoli sempre diversi, da cose da fare e decisioni da prendere, ricordare i gesti che abbiamo ricevuto è necessario per coltivare una relazione.

 

Se la nostra mente è offuscata dal quotidiano e non siamo più capaci di riconoscerci uno spazio di silenzio (ecco come ho trovato il mio) , le cose importanti ci sfuggiranno.

 

L’ho sperimentato proprio in quei giorni in cui passavo molte ore da sola, riflettendo molto su di me e sulle mie relazioni.

Ho fatto pulizia.

Ora più di allora sono in grado di distinguere coloro che si avvicinano a me solo perché hanno bisogno di qualcosa, fosse anche il legittimo affetto, prendendo ciò che gli serve e lasciando il resto.

 

Anche le persone che non vogliono nulla sono pericolose, perché non danno nulla e alla lunga sono inutili rami secchi.

Vi sembro cinica?

Sono stata così bene quando li ho tagliati, questi rami! In fondo la consuetudine di gettare a capodanno dalla finestra oggetti vecchi, non è forse legata a questo bisogno di rinnovamento?

 

E allora, via con la rigenerazione  😎

 

Bisogna buttare qualcosa di vecchio perché entri qualcosa di nuovo

 

Come riconoscere chi ci vuole bene

 

Le persone che ci vogliono bene restano accanto.

Sanno trovare la chiave del nostro cuore e hanno deciso di aprirlo. A loro non importa cosa vedranno dentro di noi, sanno che a volte abbiamo paura e sono disposte ad affrontarla insieme.

 

Sono coloro che vedono cose che nemmeno noi conoscevamo di noi stessi e ci aiutano a tirarle fuori. Non è sempre un percorso di gioia, è vero, ma necessario sì.

 

Le persone che ci vogliono bene sono i nostri compagni di vita, di strada, che fanno con noi anche solo un piccolo tratto. Ma ti sono accanto e se il tempo peggiora sono capaci di ripararti senza pensare unicamente a se stessi.

 

Le persone che ci vogliono bene restano accanto.

Non dicono “Se hai bisogno di qualcosa, chiama”, per poi salutarti e tornare alle loro incombenze. Loro ci sono ogni giorno o arrivano proprio quando ne abbiamo più bisogno, come d’incanto.

 

Sono angeli custodi e intorno a noi ce ne sono sempre, anche se non li vediamo. Apriamo gli occhi!

 

Sono coloro che silenziosamente sopportano il peso di un’esistenza profondamente diversa dalla loro, senza giudicarla. La accettano perché ci riconoscono come esseri umani indipendenti e autonomi, perché ci amano di un amore incondizionato.

 

Le persone che ci vogliono bene sono campioni di costanza e pazienza. E a volte anche di sopportazione. Sono quelle che ti dicono le cose come stanno, delicatamente o, se serve, con forza. Non ti adulano con false parole, ma dicono ciò che vedono, ciò che la nostra immagine riflette.

 

Sono preziose, perché sebbene ogni mattina ci guardiamo allo specchio non sempre siamo capaci di vederci davvero per quello che siamo.

 

Le persone che ci vogliono bene restano accanto

 

Camminano a lato offrendoci un braccio. Spesso diventano il nostro bastone, il nostro sostegno e noi il loro.

 

Hanno bisogno al pari di noi di amore.

Di un abbraccio, di un gesto affettuoso, di una parola diversa da quelle che siamo abituate a pronunciare e che ascoltano ogni giorno, hanno bisogno che ci sporgiamo in avanti per andargli incontro, con coraggio.

 

Non lasciamo che sia troppo tardi.

 

Se qualcuno cerca di cambiarci, non è amore

 

Se qualcuno pretende che ci comportiamo come qualcun’altro o che addirittura diventiamo qualcun altro, allora dobbiamo allontanarci subito, come suprema forma di protezione.

 

Chi non riconosce la nostra originalità e la nostra bellezza interiore, ovunque essa sia nascosta, non ci vuole bene e non è per noi.

Io l’ho capito troppo tardi.

 

Ho passato gran parte della mia vita a rincorrere chimere e modelli che non ho ovviamente mai incontrato.

E ad avere sempre paura.

Poi è arrivato Lui e quella paura l’ha sconfitta, piano piano.

 

Le persone che ci vogliono bene hanno un valore inestimabile.

Possiamo riconoscerlo facilmente, se solo saremo in grado di abbandonare noi stesse e abbracciare l’altro.

 

Leggi anche Perché è importante esprimere le nostre emozioni

 

Quando trovate le persone che vi vogliono bene, guai a perderle.


Avete riconosciuto tra queste righe persone che vi vogliono bene?

Allora spero vi resteranno accanto

Avete voglia di raccontarlo?

 

  • Chi ti ama non tenta di cambiarti
      E’ una mattina come tutte le altre, eppure apro gli occhi come se un tuono avesse appena squarciato il cielo silenzioso. Meccanicamente mi giro verso il lato sinistro del letto, allungando un braccio teso di brama. Le mani accarezzano il materasso, invano. Non c’è. Smarrimento e paura, per fortuna dura solo un secondo. Poi la mente ragiona. La mente sa ciò che il mio cuore rifiuta: non c’è, partito per un viaggio di lavoro. Resterà via per un po’, ma di certo tornerà, e il cuore quel lavoro un po’ lo detesta, perché gli provoca continui sussulti.   Mi sollevo, ignorando il rumore delle giunture delle caviglie e barcollando raggiungo il bagno. Lo specchio mi guarda, appannato. I capelli sembrano usciti dalla centrifuga, il volto è segnato dalle lenzuola. Un’altra notte è passata, mancano ancora quattro settimane.   Chi dice che non vi è amore senza sofferenza probabilmente ha passato mattinate come queste, magari anche peggiori.   Ma sa che c’è un solo modo per permettere che l’amore resti: accettare le ragioni dell’altro senza tentare di cambiarlo.   Chi ama non tenta di cambiarti   Quando abbiamo la fortuna di imparare questa eterna verità, è sempre troppo tardi. Se si potesse evitare di crescere passando attraverso la sofferenza tutti resteremmo bambini per sempre. Ci ha provato Peter Pan, eterno cercatore delle sue “ombre”, incapace di accettare tra i suoi chi cresce, rifiutando una parte importante di se stesso. (Qui qualche anticipazione sull’ennesimo – e imminente – remake) Tornando all’amore, oggetto inusuale di questa riflessione sul blog, ci sono due lanternini che fanno luce su un amore sbilanciato, malato: quando non siamo accettati per quello che siamo quando cerchiamo di cambiare chi pensiamo di amare   Entrambe le strade portano a perdersi sull’isola che non c’è. Riconoscerle in tempo ci aiuta almeno a comprare un biglietto per il ritorno.   Amore è … saper accettare l’altro e se stessi   Lo vado dicendo ogni giorno: il lavoro è il modo che abbiamo per realizzarci nel mondo. Non l’unico ma quello più accessibile, più pervasivo della nostra esistenza. Il lavoro è ciò che ci rende autonomi, ci dà una certa indipendenza economica, lascia intendere qualcosa di noi, ci permette di misurarci, di confrontarci, di crescere, di contribuire a un disegno più grande, qualunque esso sia.   Il lavoro è emancipazione. La scelta di quale lavoro o professione esercitare è dunque un atto di profonda libertà e affermazione di sè.   Ciascuno di noi assegna a ogni parametro un certo valore per determinare se un lavoro è ciò che fa per noi, ovvero se è in grado di realizzarci o realizzare l’obiettivo che in quel momento per noi è importante. Un lavoro soddisfacente ci permette di tornare a casa la sera (o dopo un mese) soddisfatti, certi di aver percorso la nostra strada, non importa se con fatica.   In una relazione essere realizzati porta serenità, forza, determinazione per affrontare la vita in comune.   Sentirsi frustrati, problematici, pessimisti, comporta una inevitabile ritorsione sulla relazione. A volte si potrebbe arrivare a pagare prezzi molto cari.   Accettare le esigenze e le motivazioni dell’altro è dunque di fondamentale importanza per l’equilibrio. Tuttavia, ciò è impossibile se prima non si è compiuto lo stesso atto d’amore nei confronti di noi stesse.   Tutte noi prima o poi impariamo che    Lasciar andare non significa perdere.   Comprimere le aspirazioni dell’altro invece è la strada più rapida per rompere l’amore.     Non cercare di cambiarmi!   Quante volte da adolescenti abbiamo cambiato colore dei capelli, acconciatura, squadra preferita, abitudini, passioni, solo per essere notati/e da qualcuno!? E’ un passaggio naturale e persino sano se vissuto con leggerezza e consapevolezza.   Se tuttavia viviamo a lungo accanto a qualcuno che non accetta il nostro modo di essere, di vestire, la musica che ascoltiamo, le amiche che abbiamo, il modo in cui ci svegliamo al mattino, il lavoro che facciamo, il linguaggio che usiamo eccetera eccetera, forse dovremmo interrogarci se ciò che crediamo amore lo è per davvero.   Dietro le storie difficili di molte persone abusate o sottomesse c’è una scarsa fiducia in ciò che siamo e una grande difficoltà ad affermarlo.   Intervenire in questo casi per fare in modo che non degenerino nelle forme di violenza e sopraffazione che di tanto in tanto affiorano nelle cronache cittadine è compito di esperti, cui lascio la parola.   Ma so che possiamo, specie come donne, indicare un’altra strada.   Testimoniare con la nostra vita affermando noi stesse e rispettandoci, senza tentare di cambiare per volontà di nessuno se non la nostra e impedendo agli altri di cambiarci. Per farlo occorre profonda accettazione, amore, autonomia, connessione e il coraggio di mostrarci. Perché il rispetto e la fiducia, la stima, sono i fondamenti dell’amore che non dovrebbero mai mancare, né verso l’altro né verso noi stesse.   Se qualcuno cerca di cambiarci, non è amore Se qualcuno pretende che ci comportiamo come qualcun’altro o che addirittura diventiamo qualcun altro, allora dobbiamo allontanarci subito, come suprema forma di protezione.   Impariamo a riconoscere le persone che ci vogliono bene.   Testimoniamolo sempre, sorelle, anche quando accettare l’altro è fonte per noi di sofferenza. Una sofferenza cui lasciamo spazio perché sappiamo che quando passa saremo più forti. E forse, anche più libere e al sicuro.   E voi che ne pensate, care Volpi?  
  • Scrittori: imparare dalla crisi la resilienza
      Scrittori: imparare dalla crisi. Possibile? Come possiamo allenare la nostra resilienza? Questi i temi dell’articolo di oggi. Buona lettura!   Si dice che convenga guardare alle cose con ottimismo. E in effetti, a che serve indugiare su ciò che non va? Soltanto a farci del male, a scavare ferite di volta in volta più profonde. Così anche gli scrittori dovrebbero imparare qualcosa dall’ombra della crisi che il Covid19 ha gettato sull’editoria. Imparare a superare gli ostacoli e a percorrere strade nuove.   Chi l’ha fatto è sopravvissuto o sopravviverà.   C’è chi ha persino trovato un lato positivo nella crisi, intraprendendo la via della pubblicazione, con editore o da indipendente.   Temerari? No, soltanto persone che non hanno mollato.   Perché una sola cosa può fermarci: noi stessi e i nostri pregiudizi. Proviamo a difenderci.     Scrittori: imparare dalla crisi la resilienza   Dicono che durante la pandemia abbiamo letto di più. Sono i dati a rincuorarci: leggere libri (o anche ascoltare audiobook, strumento in ascesa, dopo le difficoltà di qualche anno fa, ne avevo parlato qui) è l’attività che ha visto un maggiore incremento percentuale nelle abitudini degli intervistati, con un aumento del 36%, secondo solo allo streaming di serie video e film (+50%) e alla fruizione di programmi televisivi (+49%), e superiore all’ascolto di musica in streaming (+23%) e della radio (+24%). Sono i dati diffusi ad aprile dalla Global Web Index, che ha pubblicato uno studio realizzato in 17 paesi tra cui l’Italia per analizzare l’andamento delle abitudini e dei consumi durante il lockdown.   In netta controtendenza con quelli rilasciati nei primi mesi della pandemia, quando, ne avevamo parlato qui, le vendite crollavano e le letture anche. Ma poi si sono riaperte le librerie e tutto ha ricominciato a scorrere, anche se a mio avviso un pò meno brillantemente del solito.   Vi invito a dare un’occhiata allo studio completo che avete nel link qui sopra.. Con voi vorrei elencare una serie di comportamenti resilienti che ho visto mettere in campo o che io stessa ho messo in campo e che si sono rivelati positivi. Per contrastare la negatività che ci assale e imparare a essere resilienti, ovvero a trasformare qualcosa di negativo in un’opportunità per intraprendere strade nuove altrimenti ignorate.   Ignorare i gufi   Quando mi sono decisa a inviare il mio ultimo manoscritto agli editori, era qualche giorno prima del lockdown. Avevo un elenco nemmeno troppo lungo di case editrici che mi parevano appropriate per il tipo di romanzo che è Càscara, che appartiene al genere del romanzo di formazione collocato in un contesto storico del nostro recente passato. Ricevetti alcuni incoraggiamenti (pochi) e tante frenate. Le case editrici, secondo molti, non sarebbero state attente alle nuove proposte di pubblicazione, un po’ per chiusura quarantena, un po’ perché in quel periodo o si proponevano storie sul lockdown oppure non sarebbero state nemmeno prese in considerazione. Ebbi qualche tentennamento, ma poi seguii il mio istinto e proposi il mio romanzo a una trentina di case editrici selezionate in base al mio gusto personale e al catalogo. Per la prima volta mi hanno risposto in cinque in soli due mesi, di cui una soltanto (Adelphi) si è dichiarata non interessata all’argomento del mio romanzo. Le altre quattro, che avevano ricevuto solo una sinossi e una biografia, mi hanno chiesto il testo. La pazienza e l’audacia aiutano.   Pensiero conseguente?   Se hai terminato un lavoro cui tieni molto, non lasciarti frenare da nessuno e proponilo con l’entusiasmo di avere tra le mani un capolavoro. Ci pensa già il mondo a sminuirti, non farlo tu stessa. Abbi fiducia e buttati Presentazioni e web in air   Gli eventi sono stati bloccati per un po’ e cosa abbiamo imparato nel frattempo? Che attraverso gli strumenti del web si raggiungono molte più persone che dal vivo! E’ vero, in una presentazione tradizionale, che ora è di nuovo possibile organizzare, il rapporto a tu per tu con le persone e la vendita del tuo libro, la possibilità di scrivere subito una dedica (a proposito, hai già visto il mio video per trovare quella giusta?) sono occasioni impagabili di incontro e relazione. Ma l’esperienza della quarantena ci ha insegnato che il web è capace di attrarre molti più curiosi al tuo balcone!   Gli autori, soprattutto quelli indipendenti, hanno un grande opportunità: promuovere il proprio libro attraverso i canali dei social, in diretta!   Basta con le foto pubblicate su Facebook, fatelo un bel video in streaming dell’evento, e dai!   Credo che mi ci cimenterò subito, quando pubblicherò Càscara! Non si tratta di sostituire ma di integrare alcuni strumenti che si sono dimostrati utili. Un link all’acquisto sullo store on line preferito completerà il tutto 😀   D’altra parte, ben il 32% degli italiani che hanno risposto alla ricerca Global Web Index, hanno dichiarato che non abbandoneranno l’abitudine acquisita durante la quarantena di comprare on line,  specie se con consegna a domicilio gratuita.   Credo che anche il mercato dei libri sarà affetto da questo cambio di costume e comportamento.   Usare bene i social   Tempo per imparare a usare i social? Bene, usatelo per selezionare quello che fa per voi e investite su quello! Ma attenti a due cose: non inflazionate le piattaforme con i vostri profili scegliete il social media giusto che sia compatibile con la vostra esperienza su internet e con il pubblico che volete raggiungere   Avere molti profili social per promuovere il vostro libro è una perdita, dannosa, del vostro tempo. Ne basta uno fatto bene. TikTok? Instagram? Il sempre verde Facebook? YouTube? Telegram o Whatsapp?   Ognuno di questi ha opportunità differenti. Siate attenti a diversificare il tipo di informazione che veicolate su ogni singolo strumento social.   Quanto allo specchietto per le allodole della promozione a pagamento: io l’ho provata solo una volta e non ho avuto alcun beneficio. Per fortuna, la cifra che avevo investito era minima.   Direi che è molto meglio avere un blog.  Ma per favore, non apritene uno per promuovere il vostro libro. Apritelo per raccontarvi. E fate lo stesso con i profili social. Oggi le persone vogliono la vostra vita privata. Comprano uno stile, un volto, un pensiero, un’abitudine. E poi un libro. Siate attenti a costruirvi un’immagine originale e i consensi arriveranno. Prima ai vostri post e poi anche ai vostri libri. Ma sempre meno di quanto vi aspettereste.   Diversificare i canali di promozione   Sapevate che durante il lockdown è aumentato l’utilizzo di: YouTube e TikTok (+8%) ascolto di podcast e audiolibri (+7%) ascolto della radio -Viva! – (+24%) lettura di libri, giornali, riviste (+36%) messaggerie – Whatsapp, Messenger – (+ 51%, una follia!!!) altri social media (+ 44%) film e serie tv on the web, es Netflix – (+50%)   Insomma, abbiamo fatto un pò di tutto, tempo ce n’era. Una curiosità a proposito di queste percentuali: sono pressoché identiche per uomini e donne. Gli unici due comportamenti che hanno rilevato una differenza di più del 10% tra uomini e donne sono stati la maggiore propensione per la cucina e quella per il pc e i giochi elettronici. Indovinate con quale distribuzione di genere 😯    Resta una domanda: dopo la pandemia e la quarantena, cosa resterà di queste abitudini?     Trovate una libreria che vi adotti   Nel mio Borgo Vittoria noi abbiamo la Piola Libreria di Catia che nel frattempo si è allargata ed è diventata anche di Stefania, visto che ormai condividono oltre che la vita anche le passioni e una parte di lavoro. La libreria di adozione (o di elezione) è una sicurezza specie al nostro debutto. E in questo periodo avere una rete di relazioni stabili, di persone che vi vogliono bene al di là della vostra necessità di far conoscere il vostro libro, è essenziale. Voi avrete cura di promuovere la libreria come punto di vendita di buoni libri e la libreria avrà cura di promuovere voi come buone/i autrici/autori. Un do ut des però che non ha a che fare con il portafoglio, ma con il cuore.   Ci qualifica come persone, prima ancora che come autrici. E il bene torna sempre.   Sarebbe molto interessante capire se le offerte on line, promozioni, sconti, abbiano avuto un qualche efficacia in questo periodo, ma non ho trovato dati a supporto. Chissà se qualcuno ne ha esperienza e può raccontarci come è andata?   Quanto a me   Quanto a me, le cose stanno così. Ho due idee per nuovi romanzi (ve ne parlerò meglio), su una ho già cominciato a scrivere. Ho imparato a usare Bibisco (ricordate? Ne abbiamo parlato qui con il suo papà, Andrea Feccomandi) , ho letto qualche libro ma meno del solito, sono in controtendenza, ma le ragioni le conosco. Ho ridotto la lettura degli altri blog e me ne scuso, ho aumentato la lettura dei quotidiani, dopo aver fatto un abbonamento on line. Ho goduto appieno del mio angolino in casa, ricavato da una nicchia, e ho ripreso con il Nordic Walking per rimettermi un po’ in forma. Ho abbandonato i video YouTube (ma li riprendo, è solo che di video (conferenze) in questo periodo ne ho proprio abbastanza 😀 ) e ho diradato le pubblicazioni sui social. Il tempo che risparmio? Lo dedico a me. I miei cinque minuti si sono dilatati. Non posso che esserne lieta.   Non si può creare con la mente piena di cose. Fare un po’ d’ordine ogni tanto serve… 😉  Ah, dirado un po’ la pubblicazione dei post sul blog, ma ve ne sarete già accorti. Niente paura, è solo un po’ di riposo per riprendere in estate alla grande!   E voi? Cosa avete imparato dalla pandemia, come persone e come scrittrici e scrittori?   Aspetto come sempre i vostri commenti qui sotto, care Volpi!  
  • I medici cubani a Torino durante la pandemia. La Brigata Henry Reeve
      In questi giorni sono stata parecchio impegnata per risolvere i notevoli problemi tecnici che una videoconferenza in streaming su Facebook comporta, specie se la affrontiamo per la prima volta. Di sicuro ne valeva la pena. Perché l’esperienza de i medici cubani a Torino durante la pandemia, giunti con la Brigata “Henry Reeve”, inviata presso le OGR dove è stato allestito un ospedale Covid19, valeva ogni sforzo perché potesse essere raccontata a più persone possibili. Vantaggi della digitalizzazione e piccolo upgrade per la sottoscritta quanto a dimestichezza con gli strumenti tecnologici 😀  Dopo il post sulle videoconferenze on line presto scriverò qualcosa anche  a proposito di come usare al meglio lo strumento che ha permesso questa sfida: StreamYard.  Ma ora parliamo di loro.   I medici cubani a Torino durante la pandemia: la Brigata Henry Reeve   Ricordare quei giorni fa male.  Paura, disorientamento, annichilimento e tanto, tanto dolore. Questi solo alcuni dei sentimenti ricorrenti che ci hanno attraversato nei mesi di pandemia.  In quei giorni l’Italia, con il Piemonte e Torino secondi solo alla Lombardia e all’Emilia quanto a contagi, ma con recrudescenze ancora pericolosamente presenti, era sulla bocca di tutti. Dall’estero si chiudevano le relazioni con il nostro paese e ai nostri concittadini venivano negati accessi, lavoro, scambi. Isolare “Gli italiani”. Ricordate? Io sì. Mentre tutto ciò accadeva, mentre gli Stati Uniti dichiaravano di voler un vaccino tutto per sé e di procedere a chiudere anzitempo le relazioni con L’Europa senza peraltro affrontare il Covid19 che stava esplodendo all’interno dei propri confini, Cuba, abituata alla solidarietà internazionale da sempre, offriva la sua collaborazione concreta a noi tutti, inviando, in accordo con il Governo Italiano, un contingente di medici esperti in gestione di catastrofi e gravi epidemie. Una brigata, la Henry Reeve, sempre pronta ad andare dove esiste più necessità come in Pakistan, dopo il terribile terremoto, o in America Centrale, dopo le piogge torrenziali provocate dalla tormenta tropicale Stan. Cuba, sede della scuola internazionale di medicina che ha reso e rende possibile laurearsi decine di migliaia di giovani che non avrebbero i mezzi per poterlo fare, nonostante il blocco ha raggiunto uno straordinario livello di qualità nella bio-ingegneria medica, nella medicina e chirurgia e nel trattamento dei peggiori flagelli virali. Julio Guerra è il medico a capo della Brigata. Ieri ho avuto il piacere e l’onore di intervistarlo e di approfondirne la storia che potete trovare a questo link.   Chi è Julio Guerra, a Torino per sconfiggere il Covid-19 Veniamo a condividere ciò che abbiamo, non ciò che ci resta   Una dichiarazione che non ha bisogno di commenti, la sua. D’altra parte, il dottor Julio Guerra non è un medico qualunque.  Capo della Brigata Medica “Henry Reeve”, il contingente di medici cubani inviato a Torino, presso le OGR, ha coordinato il lavoro di altri 37 medici in delegazione. Quando risponde alle nostre domande, ormai alle prese con i preparativi per il rientro, Julio è orgoglioso nel dire che “La collaborazione con i medici e il personale italiano è stata eccellente” e anche che “Non sono state segnalate situazioni di contagio tra gli italiani e i cubani incaricati della gestione dell’ospedale”. Motivo di orgoglio e testimonianza di una professionalità che ha caratterizzato i medici e gli operatori sanitari di stanza alle OGR la cui collaborazione con i medici della Brigata ha potuto risolvere casi molto complessi e alleviare la pressione sugli ospedali torinesi, che  come è noto, sono anche un riferimento per l’intero Piemonte e non solo.   I medici cubani a Torino durante la pandemia erano 38 medici . Non una casualità ma una scelta precisa. Nel mondo sono circa 30.000 gli operatori sanitari cubani in circa 60 paesi. E negli ultimi mesi, per aiutare il mondo a fermare Covid-19, l’isola ha attivato il cosiddetto ‘Contingente Médico Henry Reeve’ contro catastrofi ed epidemie, con 25 nuove brigate di solidarietà. La storia di Julio però testimonia la tradizione di solidarietà e di aiuto che caratterizza Cuba in campo medico. Ha avuto esperienze pregresse in Venezuela, Guatemala e Gibuti, come molti altri della Brigata, testimoniando con forza e convinzione il valore della scelta che Cuba ha fatto di investire sulla salute e sul mantenimento della stessa, come testimonia nella sua intervista con noi. I biglietti di ringraziamento lasciati nell’ospedale per i medici che insieme hanno risolto casi difficili sono lì a testimoniare il segno di un passaggio che non è solo scambio e solidarietà umana, ma condivisione. Anche di pratiche e di conoscenze in campo medico. Un campo in cui da tempo Cuba, insieme all’istruzione, investe, pagando il prezzo dell’embargo che dal 1960 opprime l’isola.   La Brigata Hernry Reeve   Il contingente internazionale di medici Henry Reeve, specializzato in catastrofi e gravi epidemie, è stato creato il 19 settembre 2005 da Fidel Castro. Dal sito Italia Cuba apprendiamo che Henry Reeve, anche conosciuto come “L’inglesito della manigua”, era un capitano di Brigata nato a Brooklyn e giunto a Cuba l’11 maggio del 1869. Divenne  per tutti “L’Inglesito” perché conosceva poco lo spagnolo, parlava poco e quel poco era nel suo inglese che cercava di adattare alla lingua locale. Si distinse nel 1876 nelle battaglie cubane contro il colonialismo e morì vicino a Cienfuegos dopo aver partecipato a più di 400 azioni armate. Passò alla storia perché perse una gamba nel settembre del 1873, lanciandosi su una canna di cannone con il suo cavallo. Non smise per questo di combattere per la causa, con ogni mezzo. Quando si uccise aveva solo 26 anni, sparandosi a una tempia, ferito molto gravemente al petto, all’inguine e a una spalla, quando le truppe spagnole lo avevano catturato. Ha lasciato un grande esempio di solidarietà tra uomini ansiosi di libertà e giustizia.     Quando gli chiedevano di dove fosse, l’inglesito rispondeva:   Io sono del paese dove si muore   A testimonianza di una vita dedicata alla lotta contro il regime coloniale imposto dalla corona spagnola.              Henry Reeve è stato onorato dal governo cubano nel 1976 in occasione del centenario della sua morte con un francobollo postale.   Entendemos de amor, no de odio!   Questo il titolo dell’iniziativa che abbiamo svolto il 22 giugno (qui il video integrale su Facebook) per ricordare questo scambio di affetto e solidarietà tra Cuba e la mia città.     Per me è stato motivo di grande orgoglio aver potuto organizzare un momento di dibattito e di riflessione, nonché di gratitudine e solidarietà con il popolo cubano cui sono molto affezionata, come ben sapete. Un evento che è stato seguito da moltissime e moltissimi persone, anche in diretta da Cuba, e che ha visto la partecipazione dell’Ambasciatore di Cuba in Italia José Carlos. Rodriguez Ruiz, Susanna Camusso e Irma Dioli tra gli altri.   La presenza della mia organizzazione, a testimonianza dei valori di solidarietà e fratellanza che sempre caratterizzano la CGIL, di autorevoli esponenti di Italia Cuba e dell’Ambasciatore di Cuba in Italia hanno reso il momento speciale e davvero indimenticabile.   Per me anche l’occasione per ringraziare con tutto il ❤️ tutte le donne e gli uomini che senza distinzioni si sono presi cura di noi durante la pandemia.   E di accettare una nuova sfida per la comunicazione che utilizzando gli strumenti digitali può far arrivare contenuti “di nicchia” a un pubblico più vasto. Ma di questo, ne parliamo un’altra volta, sempre qui, sulle Volpi 😉  Muchos cariños.   Chi di voi conosce da vicino Cuba?Cosa ne pensate di questa iniziativa di solidarietà?  

28 Comments

  • mattinascente

    L’altro ieri strimpellavo al pianoforte “Tu come sta” e proprio ho pensato a queste semplici, intense e sempre meno usate, tre parole. Tante volte dette, poche volte ascoltate. Fortunatamente anche io ho il mio “Angelo”, colui che mi è sempre vicino (dopo 34 anni, di cui 23 di matrimonio!!!) e penso che sia veramente una marcia in più nella quotidianità. Grazie per i tuoi pensieri e un caro saluto.

    • Elena

      Il pianoforte, che bella passione. È un modo meraviglioso per esprimere i propri sentimenti. In questo periodo è bello quando possiamo avere qualcuno di importante accanto a noi… Congratulazioni per la longevità del vostro rapporto, senz’altro si tratta di un investimento e di attenzioni quotidiane. Un abbraccio

  • mariateresasteri

    Immagino che la persona cui è principalmente rivolto questo post si sia sciolta alle tue parole 😀
    Tendiamo a dare per scontato chi ci vuole bene, per poi magari rivalutarlo e apprezzarlo maggiormente in circostanze fuori dal comune, come quella che ti sei ritrovata a vivere. Magari è vero anche il contrario, cioè che sono tali persone a ritrovarsi in situazioni difficili e noi stessi in quel momento capiamo quanto affetto ci lega a loro. A me è capitato alcuni anni fa quando mio marito si è trovato in una brutta situazione e la sola prospettiva di perderlo mi faceva stare malissimo. Di certo, sarebbe bello ricordarsene ogni giorno, anche nella semplice quotidianità.
    Sul tagliare i rami secchi, hai perfettamente ragione. Purtroppo a volte non dipende da noi e questi rami inutili e pesanti ci tocca portarceli dietro pure se non vorremmo.

    • Elena

      Cara Maria Teresa, il mio è modello orso . Scrivo per sostenermi. L’amore è un impegno quotidiano e non sempre profuma di rose. Certi momenti sono necessari per ricordarci quanto teniamo a loro… E quanto loro tengono a noi. Ma non vale solo per l’amore, anche l’amicizia è impegno e responsabilità. E gratitudine

  • Brunilde

    io sono quella che non vorrebbe mai buttare via niente. Invece, come negli armadi ho dovuto farmi forza ed eliminare i vecchi maglioni che non metto da anni, anche nelle relazioni ho dovuto avere coraggio e riconoscere che certe persone , quelle ” se hai bisogno chiama ” oppure ” vediamoci una di queste sere ” ma poi non hanno mai tempo, neanche per un caffè, sono da dismettere. L’ho fatto, lo sto facendo. Invecchio, non ho più tempo da perdere .
    Anche per me, due piedi rotti a distanza di soli due anni, e un bruttissimo problema a un occhio, che l’anno scorso mi ha portato in sala operatoria senza tanti complimenti,sono stati un momento di riflessione. E di gratitudine: per chi mi cammina accanto e si prende cura di me, ogni giorno, in ogni situazione, per chi mi mostra calore e affetto, e per mia figlia che allontanandosi da una terrificante adolescenza che tutto sembrava avere travolto e raso al suolo, mi mostra un affetto tenero e unico. Grazie ad Elena e a tutte le volpi per l’occasione di ripensare a tutto questo, e a comunicarci a vicenda le nostre ricchezze: anche questo è un modo di essere speciali!

    • Elena

      Ciao Brunilde, intanto non è mica da tutti essere capaci davvero di gettare ciò che non ci serve più. Sia in senso stretto (gli armadi ringraziano) che in senso lato. Quelle amicizie lì, che tu stai scartando, finalmente, le ho avute anche io. Sono quelle che poi quando non vi sentite da tempo ti fanno persino sentire in colpa: “Ma non mi chiami mai?”, oppure “Peccato che non ti fai mai vedere”, come se loro non avessero le dita o le gambe come me! Ma passando oltre, cara Brunilde, il ringraziamento va a te. Che mi segui con simpatia, che susciti affetto sincero ogni volta che ti leggo, e che hai voglia di aprirti così candidamente come in questo commento. Sono felice di incontrare tante persone come voi, che hanno ancora voglia di parlare di sentimenti. Un abbraccio.
      PS: Hai vinto il premio sfiga con la rottura dei due piedi. Fino ad ora ce lo giocavamo io e Marina, ma tu, hai sbancato!

  • Marina

    È molto vero ciò che dici, soprattutto perché ho avuto modo anch’io di sperimentare la sensazione di avere bisogno di qualcuno in tutto (come ben sai quest’estate) e ho scoperto la bellezza di gesti inaspettati e sinceri (anche da persone che non avrei mai visto in veste di “angeli”.)
    Io l’ho trovato venticinque anni fa, il mio angelo d.o.c. ☺️
    E ti dirò anche una cosa, forse, impropria, ma anch’io so di avere questo ruolo per qualcuno: ci sono per le persone che contano come loro ci sono sempre per me. Direi che nella vita mi è andata bene!

  • newwhitebear

    le persone che ti vogliono bene sono quelle che in silenzio ti stanno accanto, esattamente come è capitato a te un anno fa. Persone che non chiedono nulla come merce di scambio. Lo fanno e basta senza cercare ‘un grazie’.
    Ci sono ma sono sempre di meno. Il mondo sta diventando egoista ed egocentrico.

    • Elena

      Cara Grazia, ne sono certa. La sensibilità non ti manca e nemmeno la consapevolezza. Gli angeli spesso si muovono accanto a noi senza che nemmeno ce ne accorgiamo…

  • Barbara

    Come ho scritto stamattina da Sandra, anch’io sto a mio modo facendo pulizia di quelle persone che quando ti chiamano saltano il “Ciao come stai?” e passano direttamente al “io ho bisogno / tu devi”. Il problema è che queste persone ce le ho in famiglia, e fanno forza sul legame famigliare per aumentare i miei sensi di colpa ed ottenere ciò che vogliono. Quello non è amore, è egoismo. E più invecchiano, più diventano egoisti, tanto da rischiare di perdere le persone che davvero ci vogliono bene, e ci hanno scelte.
    Spero che il tuo tendine vada meglio! Purtroppo sono cose lunghe da recuperare.

    • Elena

      Barbara hai toccato un tasto davvero dolente. Mia madre è sostanzialmente il tipo di persona che hai descritto. Per moltissimo tempo la nostra relazione, se così vogliamo chiamarla, si basava sul fatto che lei aveva bisogno di tutto, ed io dovevo essere sempre disponibile. In fondo è normale, una persona più anziana è giusto che chieda. Ma non è normale pretendere senza dare nulla in cambio. Col tempo ho discusso con lei più e più volte. All’inizio in modo piuttosto fervido, poi con calma. Inutile dire che la second strategia ha funzionato meglio. Dopo tutto questo tempo , non mi aspetto più niente. Per fortuna esiste anche un oltre il perimetro familiare in cui cercare e trovare relazioni sane e basate sul reciproco affetto e non sul reciproco bisogno.
      Il mio tendine va meglio, ma ancora non riesco ad andare a camminare in montagna, la qual cosa mi disturba parecchio 🙂

  • Sandra

    Sì, persone così ne ho e le so riconoscere. In questi giorni ho avuto uno scontro con un amico, per chi mi segue collegafigo, e ci siamo spiegati, lui si è scusato (con 3000 whatsApp pieni di sorry faccine tristi e cuori) e alla fine io gli ho detto che gli amici si spiegano, scusano, perdonano e noi siamo veri amici. Gli altri lasciano che i rapporti vadano a ramengo, poi è chiaro dipende dal torto subito.
    Quando non si sta bene, per diversi motivi, tu col tuo tendine, abbiamo bisogno di sicurezza, di qualcuno che si prenda cura di noi fattivamente, ed è fantasticamente rassicurante vedere che qualcuno che fa proprio questo c’è.
    Un caro saluto.

    • Elena

      Ciao Sandra, l’amicizia, le persone che ci vogliono bene, sono comunque persone, esattamente come noi. A volte una sana discussione è meglio di tanti silenzi. E poi, è bello fare pace 🙂
      Un abbraccio

  • rosaliapucci

    Non è questione di romanticismo, cara Elena, ma di profondità e tu, a giudicare dai pensieri che hai scritto, ne hai da vendere. Anch’io ho una persona che mi cammina accanto e che c’è sempre ogni volta che ho paura o che sto per cadere. E’ l’uomo che ho sposato. E nonostante le difficoltà sono felice di averlo incontrato.

    • Elena

      Sono felice per te Rosalia. Vivere la vita accompagnati è infinitamente più dolce, anche nelle difficoltà. Per quanto riguarda i miei pensieri, a volte mi fermo e penso che non sono abbastanza grata alla vita per quello che ho. E allora, rimedio 😉
      Un abbraccio grande a te e a tuo marito

  • Banaudi Nadia

    Al solito tocchi i tasti del cuore quando scegli gli argomenti e le parole con cui condirli.
    Le persone che citi sono rare, profumano di essenza preziosa e si stagliano nella massa degli affetti effimeri. Ne hai menzionato alcune caratteristiche esemplari. Sono molto felice tu possa aver conosciuto la tua persona speciale proprio nel momento in cui ne avevi più bisogno e soprattutto che poi sia seguita una sana pulizia di contorno. Sarebbe solo da fare più sovente, non una sola volta l’anno e tutti si sarebbe più felici e contenti.
    Per quello che mi riguarda credo di sì, di avere intorno diverse persone speciali, per le quali spero di esserlo a mia volta, in modo che lo scambio non venga mai a mancare come un rinnovo costante di energia ricostituente.

    • Elena

      Cara Nadia buon giorno. La mia persona speciale c’è da anni, ma in quel momento, certo non tragico ma senza dubbio difficile, ho compreso che cosa significa davvero amare senza pretese. Non so se sono stata sempre capace di farlo a mia volta, ma di sicuro questa riflessione mi fa pensare che sono entrata già in quel senso di reciprocità in cui tu sei comoda e non faccio alcuna fatica a crederti. Le persone che abbiamo intorno spesso le diamo per scontate. A lungo andare se ne accorgono e le cose cambiano, i sentimenti scemano. Sarà il Natale che mi diventare romantica?

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