Il manoscritto di Brodie
Recensioni in pillole

Il manoscritto di Brodie

Qual è il modo migliore per cominciare il 2024? Una buona lettura, ovvio!

E’ quello che ho fatto, il 1 gennaio 2024: appena dopo colazione, sono andata nel mio angolino dello studio (di cui vi ho parlato nel post precedente, qui) e ho afferrato a caso “Il manoscritto di Brodie“, di Jorge Luis Borges.

Si tratta di un libro appena arrivato in casa mia, insieme ad altri trasferiti dalla libreria dei miei genitori, la cui casa, con molta lentezza, stiamo smantellando.

Cercavo il volume più sottile, con l’intento di leggerlo in poche ore, tutto d’un fiato. E così è stato, nonostante l’esitazione quando ho letto il nome dell’autore.

Stavo celebrando non solo il primo giorno dell’anno e il primo libro letto nel 2024, ma anche il primo libro letto in assoluto di Jorge Luis Borges.

Perché?

Lo ammetto: le ragioni del mio disinteresse per Borges, nonostante la sua nazionalità argentina, sono sempre state essenzialmente politiche: Borges è stato anti peronista e anti comunista tutta la vita e questo, per così dire, non ha mai deposto a suo favore.

Ma la “scelta” è un segno e non va sottovalutato. Infatti la lettura di questa raccolta di racconti ha pienamente soddisfatto le mie aspettative!

Dunque oggi vi parlo de Il manoscritto di Brodie, una raccolta di racconti scritti da un Borges settantenne e pubblicati nel 1970. Seppur appartenenti ad altra epoca e ad altra cultura, li ho trovati ancora straordinariamente attuali, esempio di una letteratura davvero universale.

Per questo ho scelto di parlarvene, nella prima rubrica delle Pillole d’Autore del 2024.

Il manoscritto di Brodie e gli altri racconti- J. L. Borges

Jorge Francisco Isidoro Luis Borges non era mai entrato nella mia mirada letteraria. Questa precisazione suona come un pentimento, perché non solo è un grande autore del novecento ma è argentino, terra cui sono molto legata.

Leggere alcuni suoi racconti, dettati poiché reso cieco troppo presto da una grave malattia, è stato per me probabilmente il modo migliore di entrare in contatto con un autore così distante da me per stile di vita, credo politico e ceto sociale.

Sin dal prologo de Il manoscritto di Brodie, Borges ci racconta di un realismo infarcito di immaginazione, al punto da non riuscire a distinguere tra ciò che è accaduto davvero e ciò che è frutto di pura invenzione. E tuttavia questo misto di verità e finzione non solo non confonde ma offre al lettore la possibilità di scorgere in quello che racconta il carattere di universalità e dunque di attualità che è la sua principale caratteristica.

La maggior parte dei racconti trattano di uomini perduti, violenti, patriarchi o banditi, delatori e ubriaconi, in uno spazio storico e sociale in cui la serenità non esiste, esiste spesso solo la violenza. Le figure femminili sono sempre sullo sfondo, comprimarie e spesso abusate, ridotte a semplici cose. Una verità, appunto, che appartiene a un’epoca in cui colloca i racconti, di norma nei primi decenni del novecento, ma che riguarda ahimè anche noi.

La brutalità dell’essere umano.

Ogni azione, ogni accadimento si svolge in un tempo ciclico, capace di tornare, sempre uguale a sé stesso seppur in condizioni differenti. Una sorta di condanna dell’essere umano a riprodurre i propri schemi e le proprie brutali abitudini, con appena un filo di speranza che tuttavia si spezza, quasi immediatamente.

Ho pensato di dedicare un piccolo commento a ciascuno degli undici racconti. Sperando che venga anche a voi la voglia di esplorarli e di tenerli un po’ con voi…

L’intrusa

Due fratelli, Cristiań e Eduardo Nilsen. La loro estancia, le serate gioviali ricche di alcol e baruffe. Due vite tenute insieme dalla terra e dal quotidiano lavoro, duro, che essa richiede e che entrano in conflitto all’arrivo di una donna, Juliana Burgos, che il maggiore dei due porta in casa non come una sorta di compagna ma come una serva. Juliana non può avere né desideri né iniziativa, possiede a mala pena un nome, ed ha un prezzo. Come una cosa.

Com’è destino, anche Eduardo se ne innamora e incapace di ammettere il suo desiderio ingaggia una lotta con Cristiań che ha in palio molto più dell’oggetto donna, bensì la sua vita.

Incapaci di adattare le loro semplici regole di vita a un altro essere umano, e dopo averla “condivisa”, i due fratelli se ne libereranno, per poi tornare a cercarla, incapaci di rinunciare ai suoi servigi.

Ma c’è un solo modo per tornare al fragile equilibrio del prima: ucciderla e nasconderne il cadavere.

Genesi novecentesca di un femminicidio.

L’indegno

Un uomo, interamente vestito di nero e conosciuto da tutti per essere un poco di buono, soccorre la madre e la zia di Santiago, giovane ed esitante ebreo, dalle insolenze di un gruppo di teppistelli. La zia commenterà “E’ un gentiluomo che fa rispettare le signore”. La madre invece sentenzierà “Un guappo che non ne vuole altri tra i piedi”.

Santiago non sa a chi credere e crederà in lui, Francisco Ferrari, guappo che sa farsi rispettare, poco di buono che mostra fiducia e considerazione per il giovane, conquistandolo.

Così Santiago decide di seguirlo e suo malgrado si ritroverà coinvolto in un grosso furto, progettato dall’uomo che ha fiducia in lui, che ha provato amicizia per lui.

Una fiducia che sarà tradita da Santiago, sorpreso dalla polizia, che denuncerà il bandito e che verrà senza giustizia ucciso. E così, il giovane ebreo, si trasforma da vittima in aguzzino.

La difficile via dell’adolescenza?

Storia di Rosendo Juárez

Borges qui entra nel racconto e narra di come Rosendo Juarez, incontrato in un bar quando erano già le undici di sera, pretenda di raccontare la sua verità sulla notte in cui il Corralero è morto. Si tratta di un pregevole artifizio narrativo, poiché del Corralero Borges parla in un altro dei suoi racconti, il famoso Hombre de la esquina rosada, in cui il protagonista, appunto il Corralero, anche lui vestito di nero, è un bandito appena scarcerato in cerca della sua vendetta.

Il Corralero finirà ucciso, di notte, e sarà considerata responsabile una donna. Rosendo invece resiste alle lusinghe della stessa donna, in quella stessa notte in cui il Corralero verrà ucciso e i due si siederanno accanto. Rosendo dice del Corralero che è nervoso, incerto, offrendo un altro punto di vista non emerso nell’originario racconto e molti altri dettagli che amplificano la scena. Ma ciò non toglie che siano fatti della stessa pasta. Anche se Rosendo ora è vivo e sta parlando con il suo creatore.

Dallo specchio che ci riflette e dal ciclo eterno della vita si può uscire. Sempre.

L’incontro

Due uomini durante una serata si alterano, fino alla rissa. La scena è nota: carte, alcol, uomini che perdono il controllo insensatamente, baruffa, duello, sangue.

Ma qui le vere protagoniste sono le armi bianche che scelgono per affrontarsi in duello. Due lame affilate che il padrone di casa, ignaro della loro reale natura, conserva in una vetrina aperta, in bella mostra nella stanza.

Una ha l’elsa a U, l’altra è un coltello con manico di legno e un alberello inciso. Due gli uomini che le afferrano, più che uomini, ragazzi. Ma quelle due armi sono appartenute ad altri due uomini, rivali di un tempo ancora più barbaro e lontano, in cui le elezioni portano conflitti e morte e a Buenos Aires le cose si aggiustano sempre, in un modo e nell’altro.

Due armi che sapevano combattere con perizia, a differenza dei due che ora le hanno nuovamente impugnate. Due armi che hanno imparato ad uccidere e che lo faranno, sempre. L’una più dell’altra.

La vita è in mano alla sorte di scegliere quella giusta.

Nel ferro dormiva e stava in agguato un rancore umano. Le cose durano più della gente.

Le armi, una vera maledizione.

Juan Muraña

Buenos Aires, quartiere Palermo. Tra i personaggi lo stesso Borges, che incontra un vecchio conoscente, Emilio Tràpani, il quale mette in dubbio la sua capacità di raccontare di malviventi non avendone mai davvero incontrato uno. Emilio invece ci ha vissuto accanto e così comincia a raccontare, anzi, a istruire, Borges.

Racconta di come la sua famiglia sia stata salvata da un usuraio che voleva pignorargli la casa per opera del cognato che lo avrebbe ucciso, Juan Muraña. Solo che quest’ultimo è morto almeno dieci anni prima. Dunque, chi ha ucciso l’usuraio? Con quale arma?

Alla lettura il compito di svelare l’arcano. il Frazer, autore del monumentale Il Ramo d’oro, direbbe forse che l’assassinio è avvenuto per il tramite della magia contagiosa. Ma l’epilogo è assai più semplice e intrigante.

Di questo bel racconto riporto una massima che Borges fa risalire a suo padre che mi pare racconti molto di questo autore e della sua idea di tempo:

Non si può misurare il tempo in giorni come si misura il denaro in centesimi o pesos, perché i pesos sono tutti uguali mentre ogni giorno è diverso e forse anche ogni ora

La signora anziana

Qui Borges rende omaggio a un protagonista minore della guerra di Indipendenza argentina, il colonnello Mariano Rubio, di cui non ho trovato traccia in rete. Potrebbe essere quella quota di immaginazione di cui Borges ci parla nel prologo, ma non posso giurarlo.

La signora anziana è la figlia di Rubio, ormai centenaria e ultima delle figlie degli eroi della guerra di Indipendenza ancora in vita.

La sua famiglia organizza una festa, al solo scopo di accreditarsi nella comunità e rinsaldare legami e storie che prima e dopo quell’evento torneranno nell’ombra.

La descrizione di questa donna, felice perché totalmente in distacco dal mondo, è a tratti poetica. Ella vive il presente senza rifugiarsi nel passato o preoccuparsi di ciò che accadrà.

La sua scelta del silenzio è forse il modo in cui Borges immagina debbano essere conservate le gesta più autentiche della storia argentina?

A tutti i morti di Cerro Alto, agli uomini dimenticati d’America e di Spagna e noi potremmo aggiungere di tutte le guerre è dedicato il pensiero finale di Borges e il nostro.

Per tenere a mente che ciò che accade sui campi di battaglia rincorre le esistenze di tutti e ciascuno, per sempre.

Il duello

Borges qui sceglie di raccontare il duello, ovvero la singolar tenzone tra due donne, amiche e rivali nell’arte che ha regalato loro la vita: la pittura.

Per la prima volta Borges assegna a due figure femminili il compito di reinterpretare la tematica del confronto con le armi, già trattata nei precedenti racconti, portandola sul terreno della rivalità artistica.

Qui le armi bianche sono sostituite da pennelli e le notti ubriache con le tele, dipinte sempre tenendo bene a mente il vero pubblico cui sono rivolte: l’altra, l’amica, la rivale.

Così accade che quando una delle due muore l’altra smetta di dipingere dopo averle tributato l’ultima tela, la migliore. Il ritratto della propria avversaria.

Un duello in cui non ci sono vincitrici né sconfitte.

L’arte è forse un’eterna rivalità con sé stessi?

L’altro duello

Ed ecco invece il racconto di un’altra rivalità, quella tra Manuel Cardoso e Carmen Silveira, proprietari di due campi adiacenti e il cui odio reciproco nessuno seppe mai come nacque, come spesso accade.

La loro sfida durò fintanto che la vita gli soffiò nei polmoni. Nel raccontare le ultime ore di Cardoso e Silveira, arruolati senza motivazione nella battaglia senza nome tra i bianchi e i rossi, Borges parla di come spesso non si sappia come comincia l’odio ma si può ben presto presagire come possa finire.

Il racconto termina con la vittoria nell’ultima, tragica sfida tra i due, per opera di Cardoso. Ma forse, lascia intendere Borges, lui non se ne accorse mai.

Nemmeno l’odio può nulla contro la morte.

Guayaquil

Questo racconto è straordinario. Se in Il duello abbiamo parlato di arte pittorica, qui Borges entra appieno nella disfida che più gli appartiene, quella intellettuale.
Lo storico affronta in un dialogo immaginario (o forse no) tale Zimmermann, al fine di evitare uno scontro tra Università circa la possibilità di tradurre e interpretare una lettera apocrifa firmata da Bolivar, di cui Borges si sente erede e interprete.

I due, nell’atmosfera polverosa della casa di Borges, tra libri, oscurità e profumo di chiuso, i due si sfidano con le sole armi della dialettica. Riferendosi al momento in cui El Libertador, San Martìn, soccombe e lascia il campo a Simon Bolivar, riproducono quella scena di cui nemmeno i posteri conoscono le intime ragioni.

E così Borges si ritrova in mano una lettera, scritta prima di incontrarlo da Zimmerman, tramite la quale cede a lui l’ambito viaggio e l’ambita scoperta di ciò che Bolivar scrisse e pensava.

Eccelso, con una pregevole citazione di Schopenhauer e del romanzo, che lessi molto tempo fa, di Gustav Meinrich, Il Golem.

Siamo al rush finale e si sente.

Il Vangelo secondo Marco

Baltasar Espinosa è uno studente di Medicina all’ultimo anno che nel 1928 decide di seguire suo cugino per una vacanza a Los Álamos. Lasciata Buenos Aires, Baltasar giunge nel possedimento del cugino, in cui una famiglia di emigrati da Inverness, i Gutre, vive senza pensieri, badando alla campagna e alle vacche.

Una pioggia straordinaria fa esondare il fiume Salado, costringendo la comitiva all’isolamento. Baltasar, animato da candido fervore, introduce i Gutre alle Sacre scritture e in particolare al Vangelo Secondo Matteo, in cui si narrano le vicende di un Cristo sacrificatosi per il bene del mondo sulla croce.

Trascurando la potenza di quel messaggio, Baltasar si accorge troppo tardi che sta camminando sul crinale della morte quando scopre che le travi del tetto del fienile dei Gutre, avidi ascoltatori della sacra parola evangelica, sono state tirate via per costruire una Croce. Mentre nel cielo risuona il canto di un cardellino.

Il lato perverso dell’evangelizzazione nelle terre Brasiliane

Il manoscritto di Brodie

Ed eccoci all’ultimo racconto, quello che dà il nome all’intera raccolta. Qui Borges ricorre a un artificio letterario, poiché il racconto si basa sul ritrovamento di una lettera, firmata con un elegante calligrafia, di quelle che scrivendo a macchina si son perdute: David Brodie, un missionario scozzese originario di Aberdeen.

Brodie racconta della tribù degli Yahoos, con la curiosità e il distacco non privo di giudizio tipico dei primi missionari. Sanno contare fino a quattro i selvaggi, ma non è ignavia bensì una visione del mondo. Nulla può essere più grande di quattro e le dita della mano lo dimostrano, in quanto al pollice, ultimo e primo oltre il quarto, è assegnato il significato dell’infinito.

Quattro sono i sacerdoti che si curano del re, ovvero lo tengono prigioniero. Brodie nella sua lettera ci regala particolari truculenti su tradizioni del popolo Yahoos nell’incoronare il proprio re: egli viene accecato, mutilato, sporcato di fango, per alterare ogni funzione che non sia la saggezza e il Regno.

Brodie descrive l’orrore di queste tradizioni fatte di sacrifici cruenti, di poeti costretti a fuggire nelle terre lontane per evitare la morte dopo essere stati toccati dal divino che gli ha messo in bocca parole sacre.

Ed io torno con il pensiero al mio ultimo viaggio in Argentina, quando, risalendo il Rio Iguazù in battello, come gli antichi missionari, provai a guardare quelle terre e lo splendore di quelle cascate, così potenti da parlare a nome di Dio, con gli occhi di quei missionari che ignari della violenza delle proprie tradizioni occidentali osavano giudicare le altre.

Ma Brodie è diverso. Borges ci regala un rimpianto, una revisione della storia, una parola che può cambiare il corso delle cose. Brodie ammette la barbarità di certi costumi e la sua distanza da essi. Vi riconosce una Cultura, degna di rispetto. Per questo invoca la pietà di Sua Maestà affinché li salvi.

Non in quanto migliori di noi, ma perché uguali a noi. Che spesso abbiamo paura anche di noi stessi.

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Luz
5 mesi fa

Non ho ancora letto nulla di suo e ahimè non penso di iniziare da questo perché non mi piacciono i libri di racconti (fatta eccezione per Poe). Comprendo anche il perché del tuo ritardo nell’averlo finalmente letto, perché la posizione politica di uno scrittore inevitabilmente ci porta a sceglierlo o evitarlo. Fra i racconti mi ha colpito quello del duello fra le due pittrici, non so perché ma una delle due me la sono immaginata con le fattezze di Frida Kahlo. 🙂

Luz
Rispondi  Elena
5 mesi fa

No, mai letto nulla di Céline. Eccone un altro che mi manca all’appello.

Giulia Mancini
Giulia Mancini
5 mesi fa

Anch’io non ho mai letto Borges, non mi è ancora capitato per ora. I racconti sono tutti molto potenti, fanno riflettere.
Cominciare l’anno con una lettura è un bel modo. Buon 2024

newwhitebear
newwhitebear
5 mesi fa

Mai letto nulla di Borges. Motivo? Non mi ha mai chiamato. Ho fatto male? Forse. Bella e completa è questa recensione degli undici racconti Borges. Li leggerò? Non saprei ma terrò presente quello che hai scritto.
Bella serata

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