Salone del Libro dall'alto
Speaker's Corner

Il Salone del Libro dall’alto e da vicino

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L’anno scorso avevo deciso di non andare al Salone, per le ragioni che ho raccontato in questo post. Non che il mio entusiasmo per questa bella manifestazione sia scemato, tutt’altro, ma ogni tanto una pausa ci vuole. D’altronde siamo alla XXXVIII edizione: per una torinese, ormai, fa già cumulo 🙂

Amo il Salone del Libro. Non per principio, né per automatismo da addetti ai lavori o da appassionati lettori.

L’ho visto nascere, e forse è anche per questo che continuo a frequentarlo: per fedeltà a un’idea precisa, che resiste nel tempo, di un luogo in cui i libri non siano soltanto prodotti, ma lascino tracce di pensiero condiviso.

Ed è proprio dentro questa familiarità che, anno dopo anno, si insinua anche un’altra sensazione: un disorientamento sottile, accompagnato da un senso di misconoscimento.

Vi racconto il perché (e com’è stato il mio #SalTo26) in questo post.

Ho incontrato il mio editore!

Il Salone è stato soprattutto l’occasione per incontrare l’editore che ha scelto di pubblicarmi e di cui sono fiera: DeriveeApprodi.

Con Gigi Roggero, direttore editoriale e amministratore, ci eravamo scritti e avevamo definito i dettagli del contratto solo via mail, dato che la casa editrice ha sede a Bologna.

Io e Gigi

Incontrarlo al Salone è stato un po’ come riconoscere qualcuno che non vedevi da tempo: la sensazione immediata di una relazione che riprende senza sforzo, con naturalezza.

Non è la prima volta che mi confronto con il mondo dell’editoria: ho già pubblicato due romanzi. Ma con i saggi è diverso. O forse lo è per me, che da sempre lavoro su società e partecipazione, eppure qui mi sento in un territorio nuovo.

Abbiamo concordato che il testo sarà consegnato dopo il Salone e che da lì si comincerà a lavorare insieme, a quattro mani: bozze, revisioni, fino al famigerato “visto si stampi”.

Sono passaggi che portano con sé un’emozione concreta, non teorica.

Le immagini che ho scattato restituiscono solo una parte di quello che ho provato. Il resto resta fuori campo.

E sì: non vedo l’ora.

Un aperitivo sfumato all’ultimo momento

È sfumata all’ultimo momento l’occasione di un aperitivo con Sandra domenica sera, per un impegno del tardo pomeriggio che si è allungato più del previsto (ma ci torno più avanti nel post).

Ci siamo promesse di rimediare l’anno prossimo, quando finalmente riusciremo a incontrarci senza incastri e rinvii. Nel frattempo continuiamo a scambiarci impressioni dai nostri rispettivi blog.

Per i piccoli editori, una vetrina conquistata a caro prezzo

I piccoli editori, più di altri, restituiscono una forma di vitalità ostinata a uno spazio sempre più grande, rumoroso, disattento, spesso alla rincorsa del selfie con il personaggio noto.

Nemmeno le lunghe code per assistere, anche solo per un attimo, alle interviste (magia della televisione) sembrano davvero vive: piuttosto stanche, abbacinate, rassegnate.

Per i piccoli editori partecipare resta una scelta impegnativa. Investono in stand, personale, allestimenti, perché esserci è decisivo: è la fiera del libro più importante del paese. Non a caso è contesa da molti, Ministero compreso.

Da qualche anno esiste anche la libreria self, iniziativa lodevole (che avevo auspicato quattro anni fa) che non ho mai utilizzato, più per pigrizia che per diffidenza.

In ogni caso, il Salone ha ormai sdoganato anche l’auto-pubblicazione. Può capitare così di incontrare chi promuove il libro della nonna, o autori che si affacciano direttamente dagli stand per presentare il proprio lavoro.

Chi non ha accesso ai grandi palchi o agli inviti si muove in un altro spazio: quello del pubblico che osserva, curioso e spesso benevolo, stand dove restano soltanto i libri. Nessun gadget, nessuna “tote bag”, nessun volto noto. Solo libri.

E forse è inevitabile. Le persone cercano anche riconoscimento: vogliono incontrare chi ha un volto pubblico, chi è già apparso altrove.

I piccoli e medi editori giocano invece un’altra partita. Hanno stand spesso meno scenografici dei grandi gruppi, ma costruiti su una cura che non ha bisogno di effetti speciali: titoli scelti con attenzione e una relazione ancora diretta con chi passa.

Stare lì significa esporsi in prima persona.

E passando tra quegli spazi si percepisce qualcosa che somiglia alla tenacia: l’idea che pubblicare libri non sia solo stare dentro un mercato, ma continuare a tenere aperto un luogo.

Che meraviglia il Salone dall’alto!

Il Salone è stato anche l’occasione per visitare spazi del Lingotto che non avevo mai visto.

All’ingresso della rampa per la Pista dei 500 — di cui ho pubblicato alcune foto su Instagram — vengono consegnati un braccialetto di carta e un dépliant a chi intende salire, senza particolari spiegazioni.

Così mi avvio lungo la spirale della pista che sale verso l’alto (fiatone incluso), fino a raggiungere l’ultimo livello, da cui si apre una vista davvero splendida sul Salone dall’alto.

La vecchia pista dove un tempo si testavano le automobili FIAT è oggi diventata un giardino, e ospita, più in là, l’accesso regolamentato alla Pinacoteca Agnelli.

Se non hai il biglietto, puoi farlo lì. Rinuncio, solo perché il tempo è tiranno e mi aspetta la discussione sul femminismo.

Scoprirò poi, una volta a casa, che dentro il dépliant consegnato all’ingresso c’era anche un biglietto gratuito. Dettaglio non irrilevante, che forse avrebbero potuto segnalare anche a voce.

Capire il femminismo

So bene che c’è chi il femminismo lo ha già “capito” da tempo. Io, invece, continuo a fare una cosa più semplice e più difficile insieme: ascoltare, approfondire, verificare. È un tema che mi riguarda da vicino e che non considero mai chiuso.

Per questo ho scelto di partecipare a un incontro che ho molto apprezzato, dedicato al libro di Giorgia Serughetti, Jessica Guerra e Rosi Braidotti, Giù le mani dal femminismo: un lavoro che riporta al centro il peso della lotta nella costruzione dell’identità femminile.

Ne hanno discusso con intensità misurata e competente le autrici insieme a Martina Micciché, autrice di Sorellanza.

Un dibattito all’altezza di un venerdì sera ben speso.

Eventi e saturazione degli spazi

Molti incontri quest’anno mi sono sembrati meno capaci di sorprendere rispetto al passato. Non è una questione di nomi o di qualità individuale, ma di clima complessivo: come se il ritmo dell’evento tendesse sempre più a riempire ogni vuoto, a saturare ogni possibile pausa.

E in questa saturazione, a volte, si perde l’ascolto.

Il rumore sembra contare più della parola. La presenza più della densità. E la moltiplicazione degli eventi finisce per rendere più difficile distinguere ciò che lascia davvero un segno.

Molta televisione, volti televisivi, un’area pop sempre più estesa, fumetti presenti ma meno pervasivi del previsto. I gusti si muovono per onde, e qui al Salone si vedono chiaramente: un anno un genere domina, quello dopo cambia il centro di gravità. Ma resta la domanda: la letteratura, quella che cerco io, dov’è?

Possiamo accontentarci di un Carrère accessibile solo a chi ha prenotato in tempo? O di eventi che, oltre al biglietto, chiedono un contributo aggiuntivo per entrare di tre euro?

Poi c’è un elemento che non si può ignorare: il prezzo. Non è un dettaglio organizzativo. È una soglia politica.

Biglietto online 18 euro, 23 alla cassa. Ci sono sconti e abbonamenti, certo, ma resta la sensazione che l’accesso reale sia spesso mediato da altri canali, anche per gli stessi stand.

Allora la domanda diventa più semplice e più scomoda: chi sostiene davvero il Salone? Gli espositori, i visitatori, o entrambi?

In fondo è una fondazione privata. Ma una fiera della cultura può essere davvero neutra?

Io avevo un ingresso da content creator e me lo sono potuta permettere senza problemi. Ma gli altri?

Quando la cultura diventa costosa, cambia il tipo di pubblico che può attraversarla. E con il pubblico cambia lentamente anche la forma dell’esperienza collettiva. Non subito, non in modo evidente: ma per accumulo, quasi senza accorgersene.

E allora la domanda non riguarda più solo il Salone del Libro. Riguarda cosa intendiamo quando parliamo di accesso alla cultura, e chi ne resta fuori senza che venga mai detto esplicitamente.

Forse è qui che si gioca la tensione più interessante: tra la vitalità degli spazi che resistono e il rischio che anche gli eventi culturali più popolari finiscano per ridisegnare, silenziosamente, il proprio pubblico.

Il Salone del Libro resta un luogo necessario, ma non è un luogo neutro.

E forse è proprio questa sua non neutralità che vale la pena continuare a guardare.

E poi, la domenica sera, una presentazione …

Domenica ho preferito stare in campagna, a riposare. E poi a parlare di vela, giornalismo e gialli alla presentazione del libro di Battista Gardoncini, Vento fresco (Edizioni Capricorno), nell’ambito delle iniziative del Salone Off.

Un bel “giallino”, come lo chiama lui.

Il Salone del Libro resta un luogo necessario, anche quando non smette di interrogarmi. Ma anche le librerie continuano ad esercitare il loro innegabile fascino :)


Che forma sta assumendo la cultura? Cosa ne pensate della spettacolarizzazione dell’evento?


I numeri del Salone 2026
Il salone incrementa ancora gli ingressi rispetto al 2025: 245 mila contro i 231 mila dell'anno scorso, un dato in costante crescita negli ultimi anni. Di questi, ben 35 mila arrivano dalle scuole.

Solo il 40% degli eventi ha registrato il tutto esaurito, ma chi ha provato a prenotare, spesso non ha trovato uno spazio libero!

Nessun dato sul numero delle vendite: sarebbe interessante, in fondo è una fiera in cui si vendono libri.

Le cronache sottolineano l'ingente afflusso di lettori e lettrici. Ma le borse sono semi vuote e i libri acquistati pochini.

Ridotto il numero medio di libri da portare via: io ne ho acquistato solo uno, ma ne porto a casa tre: due mi sono stati regalati dal mio editore.

Tenere insieme costo del biglietto, bevande e panini (rispettivamente, una bottiglietta d'acqua 4 euro, un panino 9,5 euro) è sempre più difficile. Pop? Un corno!

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Giulia Mancini
Giulia Mancini
2 mesi fa

Non sono mai stata al Salone e forse non accadrà mai, salvo un eventuale (ma per me ormai improbabile) incontro con un editore per un mio libro. 
Qualche anno fa volevo organizzare con le mie amiche “letterarie” bolognesi abbinando un week end anche turistico a Torino ma poi non siamo riuscite, alla fine siamo sempre andate alla fiera dell’internazionale di Ferrara (che ha un tenore del tutto diverso, non riguarda solo i libri) ma mi è capitato di seguire un incontro con Saviano, quando ancora non era sotto scorta e con altri autori o giornalisti interessanti. 
Credo che i prezzi siano in linea con queste manifestazioni, una volta andai ad Arte Fiera qui a Bologna – trascinata dalle mie amiche – e il costo del biglietto era di circa 20 euro (ma era almeno 5 o 6 anni fa) poi all’interno un panino e una bibita avevano prezzi proibitivi. 
Bella la foto con il tuo editore bolognese

Giulia Mancini
Giulia Mancini
Rispondi  Elena
2 mesi fa

No, non è il bookafe.
Nel corso del Festival di Internazionale a Ferrara (di solito dura tre giorni nel primo week end di ottobre) la città estense si trasforma nella più grande redazione del mondo, ospitando decine di giornalisti, scrittori, attivisti e artisti provenienti da tutto il mondo per discutere di attualità, diritti e geopolitica. (Descrizione presa da Wikipedia).
Non è dedicato ai libri perché è organizzata da una rivista che é appunto l’Internazionale, ma ci sono anche molti scrittori. Se fai una ricerca su Google trovi già il programma del 2026. 

Marina
2 mesi fa

Io, a Roma, partecipo ogni anno (tranne lo scorso dicembre 2025) a PLPL, come sai e capisco le sensazioni e le emozioni che quella ricca giornata regala. Certo, porca miseria, il biglietto, lì, a Torino, è costosetto, senza considerare il consumo all’interno (questo è così un po’ dappertutto: persino all’HobbyShow, la Fiera dell’hobbistica che non mi perdo mai, un caffè è bello caro, rispetto al suo prezzo ordinario!), ma si sa, funziona così. Mi piacerebbe un giorno venire al Salone del Libro, m’incuriosisce molto: dev’essere tutto esponenzialmente più grande e corposo della Fiera della media e piccola editoria, anche se poi, alla fine, si intuisce lo scopo vero di queste manifestazioni (nessuna esclusa), che è sempre legato al business.
Comunque, restano occasioni interessanti.

newwhitebear
2 mesi fa

Mai stato al salone né a una kermesse del libro ma francamente forse è troppo dispersivo cercare qualcosa. Una libreria è più raccolta, anche se queste tendono a diventare sempre più piccole.
Senza dubbio partecipare è diventato un lusso. Tra biglietto d’ingresso, acqua, panino e viaggio per chi non è di Torino diventa un costo non piccolo per cui rimangono pochi spiccioli per acquistare un libro che alla fine puoi trovare on line o in libreria.

Brunilde
Brunilde
2 mesi fa

Complimenti alle content creator professionali!
Spero davvero di esserrci anch’io, l’anno prossimo. Dovrò organizzarmi per tempo, e stanziare un bel budget: alberghi molto cari in quei giorni!
L’ultima volta che ho partecipato, ormai qualche anno fa ( ricordi? ) rimasi stordita dal caos, dalla difficoltà di accedere agli eventi e alle presentazioni, anche di prenotarle on line. Mi sembrò tutto eccessivo, e a quanto pare caos e costi aumentano, anno dopo anno.
Ho dei bei ricordi delle edizioni passate. La mia prima volta ( doveve essere il 1995 ) andai scapicollandomi dalla mattina alla sera, solo per assitere a una conferenza di Norberto Bobbio. Un altro ricordo molto tenero è l’incontro, anni dopo, con Luis Sepulveda, che fumava il sigaro fuori, all’aperto. Ero così emozionata che stentai a spiccicare parola…

Sandra
Sandra
2 mesi fa

Devo ancora riordinare le idee per il post ma è stato un bel salone. Di domenica si girava proprio bene. Ovvio ha le sue ombre, i prezzi e la novità dei 3 euro per gli eventi di grido. Per me rimane la festa dei piccoli e medi editori indipendenti con cui parlare, una cuccagna proprio. E pure io ho incontrato il mio prossimo editore, piemontese sto giro. Che dire, peccato per l’aperitivo saltato e a Dio piacendo o al destino speriamo che l’anno prossimo si realizzino i progetti in divenire e di poterci essere con nuovi libri e per più giorni.

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