Il vero dialogo ci cambia

Il vero dialogo ci cambia

Sento spesso parlare di dialogo, confronto, mediazione, come di obiettivi auspicabili da chiunque intorno a noi.

Sembrerebbe quasi una prassi consolidata, un mantra per la nostra società, il viatico delle persone per bene, il climax del buon senso.

Ma funziona davvero il dialogo nella nostra società?

Quando qualcosa è sulla bocca di tutti, ci prepariamo ad allontanarcene, quasi incosapevolmente.

Un pò come quando inneggiamo alla rivoluzione su Facebook: una volta dichiarata, voltiamo pagina e possiamo tornare ai nostri affari quotidiani.

La parola dialogo deriva dal greco dià (attraverso) e logos (discorso) e sta a significare una discussione che porta a individuare una soluzione comune a tutte le parti in gioco, una sorta di via di uscita onorevole o se preferiamo un punto di caduta che rispetti le posizioni di partenza dell’uno in relazione a quelle dell’altro.

Certo anche un piacevole momento di scambio di opinioni 😀

Il dialogo è dunque dinamico, mobile per definizione, sempre riproponibile come strategia.

Il dialogo è lo strumento non il fine per giungere a un compromesso.

Un compromesso significa equilibrio tra le parti.

Quando il dialogo è il mezzo per convincere l’altro

Il buon vecchio Socrate, che amava molto chiaccherare e detestava scrivere (per fortuna che è esistito Platone) paragonava l’arte dialettica a una levatrice: il suo compito doveva essere quello di “tirare fuori” dall’allievo il proprio originale punto di vista sul mondo.

La maieutica di Socrate aveva e ha il pregio assoluto di considerare l’opinione e il punto di vista di ciascuno non solo originale ma assolutamente necessario al progresso dell’evoluzione culturale e filosofica dell’umanità. Nonchè della singola persona.

Il dialogo per Socrate era lo strumento con il quale sapientemente riusciva a operare questo “parto ” naturale delle idee e contribuire così alla sistematizzazione del pensiero.

Altro che i sofisti, intenti invece a diffondere le proprie vedute agli altri attraverso la pratica della retorica e della persuasione.

Platone scrisse:

Un uomo di parte, quando è coinvolto in una disputa, non si interessa affatto dei diritti della questione, ma è ansioso solo di convincere gli ascoltatori delle sue proprie asserzioni.

Platone

Aveva imparato la lezione.

Ora se rapportiamo questo pensiero alla situazione odierna, al nostro quotidiano sociale, personale e politico, non trovate che questo monito sia assolutamente pertinente?

Il dialogo secondo la media del pollo

C’è dunque un altro modo deleterio di interpretare il dialogo. La chiamerò il dialogo secondo la media del pollo.

La Statistica

Sai ched’è la statistica? È ’na cosa
che serve pe’ fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Ma pe’ me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.

Trilussa

Seguendo la splendida poesia di Trilussa, che ha dato vita alla proverbiale “media del polllo”, le medie nascondono sempre delle iniquità.

Chi considera il dialogo come una forma di mediazione tra una posizione o l’altra, rischia di trovarsi con la pancia vuota proprio come il contadino delle statistiche di Trilussa che dovrebbe averne mezzo e invece non ne ha mangiato nemmeno uno, perché qualcun altro ne ha mangiati due.

Quando le posizioni, i punti di vista sono differenti, non esiste un modo di tenere in considerazione o l’uno o l’altro, perché il rischio è sempre la misura della mediazione.

Se si tratta di pensieri, comportamenti, strategie l’algebra non ci aiuterà. E nemmeno la statistica. Dovrà farlo la nostra intelligenza.

Se stiamo discutendo di quale manovra fiscale dobbiamo varare e non ci siamo chiariti rispetto agli obiettivi valoriali della stessa (dobbiamo colpire i più poveri o riequlibrare con i più ricchi? Premiare i cittadini onesti o sanare gli evasori?) allora il risultato sarà la fatidica media del pollo.

Fidatevi, la cosa non è sostenbile, anche se sembra.

Quando il dialogo è questo, non siamo di fronte a una crescita, ma a un rinvio del problema.

Il vero dialogo ci cambia

Il dialogo è per me una delle forme espressive più intimamente legate alla nostra evoluzione individuale.
Il vero dialogo ci cambia, e se lo facciamo bene, cambia entrambi i soggetti della discussione.

Il dialogo con la D maiuscola non significa applicare la statistica, ma l’intelligenza. La capacità di comprendere le ragioni dell’altro, accettarle e capire come trasformare le posizioni dell’uno e dell’altro in qualcosa di nuovo.

Il dialogo richiede capacità di ascolto e comprensione e ha a che fare con la creatività. Ecco perché interessa noi, come persone e come scrittori.

Il dialogo è la più alta forma creativa di evoluzione dell’uomo.

Se il dialogo è cambiamento, allora ci colloca in una dimensione spaziale fisica e virtuale differente da quella precedente

Ci accorgiamo del nostro cambiamento in modo molto semplice, ascoltando i segnali che gli atri ci danno.

Quando ci dicono “Non è più la stessa” , “Non mi trovo più bene on lei” e cose di questo genere, dobbiamo sapere che quella persona ha misurato il nostro cambiamento e ne è rimasta spiazzata.

Mi è capitato molte volte. Quando nei momenti più significativi della mia vita ho affrontato grandi cambiamenti a livello personale, alcuni intorno a me si sono allontanati e altri, per fortuna, si sono avvicinati.

Gli altri si sono fatti un’idea di noi e delle aspettative su di noi. Anche vostra madre lo ha fatto, nessuno fa eccezione.

Se cambiate cambieranno anche quelle aspettative o forse non sarete più in grado, volutamente oppure no, di soddisfarle.

Quando noi cambiamo cambiano le relazioni intorno a noi.

Dovremmo dunque resistere al cambiamento, per difendere chi siamo?

Se il cambiamento viene vissuto come una minaccia, perché potenzialmente mina l’equilibrio della relazione, allora la relazione è destinata a fallire.

Sebbene si tratti di una resistenza positiva, cioè dettata dalla volontà di mantenere lo status quo in quanto soddisfacente, non considera le aspirazioni individuali e viene vissuta come valore in sé, rischia di farci perdere la lucidità con la quale vediamo le cose.

Il cambiamento non è sempre negativo né sempre positivo. Il cambiamento semplicemente è.

L’obiettivo del dialogo è l’armonia tra due diversi punti di vista.

L’amore non può esistere come monologo. E’ un dialogo, un dialogo pieno di armonia.

Osho

Che attinenza ha il dialogo con la scrittura?

Conoscere il senso del dialogo ci aiuta a essere scrittrici migliori.

Se non consideriamo l’importanza del cambiamento all’interno di una dialogo, non saremo mai in grado di condurre i nostri personaggi verso un’evoluzione che, comunque sia, abbia coerenza con il percorso soggettivo del protagonista.

Ecco perché i dialoghi in un romanzo sono importanti: ci mostrano come e dove l’autore vuole portarci, sulle spalle di un personaggio che ha scelto per indicarci il suo cammino.

I dialoghi sono la traccia lasciata dall’autore nelle storie dei suoi personaggi.

Nell’era dei monologhi, dei dialoghi unilaterali su piattaforme in cui dico ciò che penso e scappo, riflettere sul significato profondo del dialogo mi sembra una buona forma di resistenza all’omologazione.

Voi che ne pensate?

 

Commenti

  1. A parte che adoro la parola in sé, ti rispondo che cerco ogni giorno di instaurare un dialogo. Con tutti, trasversalmente. Anzi, il mio modo di essere, di comunicare, è tutto improntato su una base di partenza dialogica.
    In parte ciò è dovuto al mio mestiere (guai a essere una di quelle insegnanti alla vecchia maniera, istituzionalizzate, per così dire, te li perdi tutti), in parte è semplicemente attitudine.
    Non sempre il dialogo va a buon fine. Mi capita, raramente ma capita, di ritenere impossibile il confronto con chi in qualche modo è punto sul vivo su qualcosa. Noto che se si tocca un tasto particolare o se la persona non si sente dire quello che vuole, è la fine di ogni possibilità di dialogo. Te lo dice una aperta a ogni confronto.
    Il dialogo nella comunicazione virtuale subisce tutti i limiti della stessa. Siamo qui, a scriverci vicendevolmente, ma non sappiamo con che tono, quali intenzioni. Ecco perché sto attentissima a scrivere senza offendere l’altro, mettendomi in gioco con un atteggiamento da mediatrice. Tenti, le tenti tutte, di instaurare una possibilità di confronto costruttivo, ma desisti quando dall’altra parte l’ostinazione si unisce alla suscettibilità.
    Fuori dal virtuale, mi circondo di persone positive, costruttive, sane. Le persone pacificate con se stesse, quelle serene. Non occorre essere sempre d’accordo, è che praticamente scopri, e la sensazione è bella, una certa affinità d’animo, a prescindere da tutto il panorama di idee. Ecco, quando accade sai che con quella persona puoi parlare e confrontarti, e alla fine sarà stata un’esperienza di crescita. Sono amici.

    1. Dialogare senza guardarsi negli occhi rende tutto più complicato. Ti perdi il meglio, il non detto, i messaggi del corpo. A volte anche un gesto che durante un confronto può venir voglia di regalare all’altro. Anch’io sono più portata alla mediazione che al conflitto, questo mi agevola parecchio e mi appiccicano addosso la caratteristica che in parte detesto: va d’accordo con tutti. Non è così. Io mi relaziono con tutti, lo ritengo necessario, ma non dialogo con tutti e soprattutto non vado d’accordo con tutti. Seleziono tantissimo e mi accorgo che invecchiando ho perso un po’ di quel tatto che un tempo avevo piccato e che mi impediva di andare, per così dire, “in chiaro” con gli altri. Ma sai che ti dico? Che questa, cara @Luz, è una caratteristica dellìetà che avanza che non mi dispiace per niente. Mi accorgo che nell’articolo, lunghissimo, mancano deu parole: chiarezza e trasparenza. Ecco, le aggiungo adesso, perché mi paiono fondamentali. E da quel che ho intuito di te, per quanto ci frequentiamo da poco, non sei lontana da questo sentimento… Mi sabaglio?

  2. Ricopiare parola per parola il commento di @Rosalia sarebbe superfluo, perciò mi limito a taggarla.
    Purtroppo, spesso ci si concentra troppo sull’opinione personale e sul desiderio di farla prevalere, perché avere ragione dà soddisfazione, fa ben figurare, qualifica come membri alfa di un gruppo sociale eccetera.
    Mi rendo conto che non sia facile tenere le orecchie aperte e la bocca chiusa per tutto il tempo necessario, addirittura arduo essere obbiettivi sempre e comunque, ma un piccolo sforzo bisognerebbe proprio farlo, sarebbe sintomo di grande intelligenza e socialità.

    P.S.: hai fatto bene ad aggiungere al blog la casellina per le notifiche (fa più volpe 😉 ). Apprezzo.

    1. Mah, sul leader, o alfa come lo chiami tu (ma mi ricorda i cani) ho i miei dubbi che la prevaricazione sia sostenibile nel tempo. Ma entriamo nel ragionamento della gestione del potere, che occorre comunque considerare, ma alla quale si possono applicare stil diversi. Ad esempi io credo nella leadership affettiva, ovvero nella capacità di far sentire tutti i componenti del gruppo a loro agio e a costruire il consenso con il dialogo. Altri hanno modelli differenti, ci sta. A ognuno il suo. Ma scommettiamo su quello più funzionale? 😉
      PS : non essersi accorta che un plug in si era settato da solo e aveva cancellato le opzioni di iscrizione al blog e ai commenti, non è da volpe, ma da polla! Dovrei aver rimediato, guarda se funziona 🙂 Buona giornata

      1. Sono assolutamente d’accordo, Elena: gli autoproclamati leader, prepotenti e arroganti, non sono diversi dai bulletti di quartiere; non piacciono a nessuno.
        Ma come si fa a far capire loro che essere insistenti (che non è sinonimo di convincenti), addurre pretesti e cambiare versione a costo di contraddirsi non solo non gli dà automaticamente ragione, ma ne fa ipocriti patentati?
        Con quelli così, se cedi ti considerano molle e insignificante (non che della loro considerazione freghi qualcosa a qualcuno), se tieni la posizione perché sei consapevole di avere ragione o non vuoi farti abbindolare si offendono pure e parlano male di te con gli altri o cercano di ridicolizzarti all’interno del gruppo sociale: non potendo guadagnare punti alzandosi al tuo livello cercano di farne perdere a te per non sfigurare. Ti sminuiscono gratuitamente e scientificamente.
        Può esserci dialogo con individui tanto privi di personalità da ragionare su queste basi? Individui che il consenso, invece di costruirlo in modo civile, fondando il dialogo su basi di obbiettività, cercano di estorcelo?

        Sì, la funzione di avviso funzionava già da ieri, o forse anche da prima. Grazie, Elena.

        1. Grazie a te Calogero per questa bella discussione. Con certe persone occorre essere forti. Io non li lascio passare, per così poco dire. Il dialogo allora diventa dialettica che è l’arma più potente che possiedo. Non mi difende dalle dicerie e malevolenze, ma il tempo di solito si . La vera autorevolezza viene da dentro e non da chi urla più forte. Per dialogare, come dice Luz, ci vuole un impegnò ma anche contenuti e spessore. Altrimenti sono 4 chiacchiere e lasciano il tempo che trovano. Sono tutti all’altezza? Certo che no. Vale la pena tentare sempre? Certo che sì. Sapessi quante volte mi sono ricreduta… Ed è una fortuna poter cambiare idea

  3. Il dialogo è tutto quel che hai scritto tu e soprattutto tenendo ben conto che senza l’ascolto non funziona. Come nella scrittura deve sviscerare pensieri sinceri, concetti intimi, deve far conoscere gli interlocutori e far crescere il discorso altrimenti è un inutile spreco di aria. E visto il mio disamore per la politica è esattamente quel che avviene ormai di cosuetudine.

    1. L’ascolto Nadia è fondamentale, concordo. MI capita spesso di assistere a scene di dialogo forzoso e lunghissimo in cui i due interlocutori litigano appassionatamente per ore semplicemente perché non hanno capito l’uno cosa intendesse l’altro. Osservare dall’esterno però è più facile. Difficile è averne contezza quando siamo noi stesse immerse nella discussione….

  4. “Non la penso come te ma darei la vita per farti dire quello che pensi” scriveva Voltaire. Per me dialogo è ascolto; è profondo rispetto per chi non la pensa come me; è capire le ragioni che animano il suo pensiero. Ma dialogo è allo stesso tempo libertà di espressione, è antidoto contro ogni condizionamento. E’ incontro di diversità che spesso rimangono tali. In genere rifuggo da chi non accetta la mia specificità e tenta di imporre ideali che non mi appartengono. Il vero dialogo per me è scambio, conoscenza e ricchezza 😉

    1. Sì Rosalia, condivido. Grazie per questa riflessione che completa il tema. La diversità è una ricchezza che non si deve appiattire in una media del pollo, appunto. Si può tuttavia essere e restare profondamente diversi e riuscire a dialogare trovando un punto di incontro. Sogno che questo accada sempre più spesso. E non solo per arricchire me, ma anche per ridurre il livello di conflittualità che sento in giro e che mi da parecchio fastidio…

  5. il dialogo? Deve essere vero altrimenti è un monologo ovvero parla solo uno e gli altri abbassano la testa. Quello che si vede tutti i giorni. Invitare al dialogo per poi non ascoltare le ragioni dell’altro è perdita di tempo.
    La statistica… campo minato serve solo per menare per il naso la gente. Non serve a niente ma va di moda e tutti si riempiono la bocca.
    Il cambiamento non è abbattere la casa dove si vive pensando poi di ricostruirla ma è apportare quelle piccole modifiche che cambiano l’aspetto o permettono di vivere meglio. Pensare all’odeirno è facile ma di cambiamento ne vedo poco.

    1. Sull’oggi sono assolutamente d’accordo con te. Più che cambiamento, vedo solo ritorno al passato. Un passato che mi spaventa, caro Giampaolo. Ma guai a interrompere il dialogo. Non l’ho scritto nell’articolo, perché era già troppo lungo e non volevo che Barbara mi tirasse le orecchie peggio di come ha già fatto, :D, ma il dialogo è il sale della democrazia. In fondo, non è una parolina che hanno inventato i Greci antichi? 🙂

  6. Il vero dialogo è qualcosa di raro e prezioso, a maggior ragione in famiglia, per famiglia intendo soprattutto quella di origine dove certe dinamiche sono ormai radicate e il cambiamento non viene visto troppo bene. Nei romanzi il dialogo deve fare andare avanti la storia. Nelle amicizie be’ poco da dire, se non si riesce a dialogare come si deve be’ rimangono rapporti magari anche buoni ma di conoscenza e stop.

    1. Rapportarsi con la famiglia pe rme è stato sempre un gigantesco ostacolo, lo ammetto. I muri di incomiìunicabilità che per molto tempo ho eretto, specie tra me e mia madre, mi sono sembrati quasi invalicabili e sinceramente anche se da adulta ho tentato di metterci una pezza, non ci sono riuscita. Credo che il fulcro del problema fosse la difficoltà di mia madre di esternare i propri sentimenti, limite che ha ancora oggi, alla soglia degli ottant’anni. Cosa che ho sempre patito. Carà per questo che ho dato un corso differente alla mia vita?

  7. In un momento storico di proclami unilaterali urlati, parlare di dialogo è controcorrente.
    Il focus è quello che giustamente indichi: l’ascolto e il cambiamento.
    Essere centrati su se stessi e sulle proprie granitiche convinzioni preclude l’ascolto, se non anche la semplice empatia. Resistere al cambiamento provoca solo fatica e inutile dolore. E’ necessario porsi inascolto ed essere aperti al cambiamento ( all’interno di una relazione, cambiare INSIEME ) .
    La scrittura evolve con noi, e ci cambia mentre la esercitiamo. Una metafora della vita…

    1. Ciao Brunilde, hai colto in pieno il senso. Ammetto, e non è la prima volta che ve lo scrivo, che dialogare in primmis con voi ha cambiato il mio modo di scrivere epersino di concepire la scrittura. Questo blog è un formidabile strumento di crescita insieme, e su cosa è fondato, se ci pensi? Sul dialogo! Ecco che allora qui in piccolo stiamo esercitando, come altrove sui blog, una piccola rivoluzione, se è vero ciò che affermi all’inizio del tuo commento. Andiamo controcorrente, con un piccolo blog, nel cuore della tempesta di slogan. L’idea mi piace parecchio, e a te? Abbracci

  8. Il dialogo non è soltanto qualcosa cui tengo, ma anche un’idea fissa, che solo di recente ho imparato a ridimensionare. In passato avere un confronto con qualcuno e non poterlo portare a una conclusione sensata tramite il dialogo mi disturbava esageratamente. Adesso so che non sempre il dialogo è possibile, e che la mia buona volontà deve anche rispettare il desiderio altrui di sottrarcisi. Questo non mi impedisce di cercarlo sempre, senza più affanno.

    1. Il tema è che che per dialogare occorre essere in due. Cercare il dialogo e poterlo consolidare è una prassi che anch’io pratico sempre, ma mi capita, oltre a trovare qualcuno che non è interessato, dicaimo così, come giustamente hai fatto notare, di trovare anche qualcuno che il dialogo lo cerca per dispetto, per sport, per farti saltare i nervi per essere più esplicita. Non è certo dialogo, anche se ci somiglia. Da quelli sì che è il caso di tenersi lontani. Il miglior silenzio non fu mai scritto, in questo caso vale ini modo assoluto 🙂

  9. Troppa roba! Mi ci vorrebbe un altro post per rispondere a tutte le tue domande! 😀
    Mettiamola così: si, il dialogo è importante, ma ci sono persone o soggetti che invitano al dialogo a parole, quando in realtà non sono minimamente disposti a dialogare, fanno solo i sofisti, e di quel che pensi tu, ma soprattutto del cosa ti ha portato a pensarlo, non gliene frega una cippa. (e direi che dimostrazione plateale di ciò al trovi ogni giorno nei social)
    Assolutamente d’accordo sulla Statistica, e chi più di me più dirlo, che invoco Trilussa almeno tre volte al giorno?! 😀 (i tg sono pieni di statistiche del cavolo… pure i sondaggi sono statistiche del cavolo, soprattutto se sono 500 telefonate a casa con un tasso di risposta del 17%, ma lo scrivono sempre in piccolino e nell’ultima slide)
    Confermo tutto quello che dici del cambiamento, e per i tuoi stessi motivi: quando i grandi fatti della vita mi hanno cambiato, non tutti gli amici hanno capito (ma ci si sono davvero sforzati?)
    Ma il dialogo in politica signora mia… ha ancora senso? Quando i mercati, a colpi di trillioni e spread, decidono al posto dei popoli? I governi dovrebbero imporsi sui mercati per il bene dei poveri? Eccome, se sono i mercati a fare e disfare i governi, con la complicità delle società di rating? Quis custodiet ipsos custodes? Lehman Brothers non ha insegnato nulla… -.-

    1. Bella rilfessione Barbara creod sia il tema del secolo, ovvero qual è il valore della politica e se abbia ancora senso farla. Ma qui non c’ernta il dialogo, che comunque rappresenta l’unica vera risorsa per costruire. Non solo relazioni, ma idee, percorsi, politiche. Mi rendo ben conto che oggi come oggi i mercati la facciano da padroni, ma dove la politica svolge un ruolo propositivo è chiaro che le cose cambiano. Tutto cambia, noi e le cose intorno a noi. Bisogna lavorarci, metetrci del nostro. Chi non ascolta non comprende, Barbara. Forse è per questo che c’è molta distanza tra la politica e le perosne. Perché la politica oggi non ascolta, eroga slogan e idee, ma non le costruisce insieme agli altri. Io credo ancora nel valore del collettivo e nel cambiamento. Con questo piccolo post ho provato a dire quale seconod me è una possibile strada. Non è l’unica. Ma da dove partire, altrimenti?

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