In diretta da Katowice i negoziati per il clima
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Katowice: i negoziati per il clima

Simona Fabiani si occupa di clima e ambiente per la CGIL Nazionale e in questi giorni è a Katowice per i negoziati della COP 24, la ventiquattresima conferenza ONU per il clima.

Potevano le Volpi perdere l’occasione di curiosare su cosa sta succedendo durante il consesso più importante per il futuro del pianeta?

Ho chiesto a Simona di raccontarci come sta andando e lei ha accettato.

Oggi le stanze della COP 24 si apriranno alle lettrici e ai lettori di questo blog, nell’ultimo giorno di negoziato.

Godetevi l’intervista!


In diretta da Katowice, Simona Fabiani ci svela a che punto sono i negoziati per il clima

In diretta da Katowice i negoziati per il clima

Cara Simona, benvenuta sulla front line del blog e grazie per avermi concesso questa intervista!

Avere una lettrice che spesso si trova coinvolta, per il ruolo che ricopre, in importanti sedi di trattativa internazionale per la difesa dell’ambiente era un’occasione troppo ghiotta per lasciarmela scappare.

Questa volta sei volata a Katowice, in Polonia, per la COP 24. Puoi dirci di cosa tratta la conferenza, quali sono gli obiettivi e quali i protagonisti?

Ciao Elena e un saluto anche a tutte le Volpi. Sono lieta di poter parlare di questo importante appuntamento che si svolge nell’ambito della battaglia dell’ONU per il clima.

La COP 24 ha il compito di definire il regolamento per l’attuazione dell’accordo di Parigi sul clima del 2015. Tutti i governi del pianeta sono chiamati a partecipare per individuare le migliori strategie per ridurre le emissioni che causano il riscaldamento globale, essenzialmente attività umane, uso di combustibili fossili e deforestazione.

Apparentemente può sembrare una questione tecnica per soli addetti ai lavori, ma in realtà si tratta di decisioni politiche che determineranno il futuro dell’umanità.

Gli effetti devastanti del cambiamento climatico sono già evidenti: le ondate di calore estreme causano un milione di morti all’anno per malattie legate all’aumento di temperatura, siccità, carestie e conseguenti migrazioni forzate, incendi che devastano interi territori, violente pioggie, uragani, alluvioni.

Gli scienziati in proposito sostengono che il limite invalicabile per salvare l’umanità sia un incremento della temperatura globale di 1,5°.

Attualmente ciò che stanno facendo gli stati, attraverso per lo più impegni volontari, ci proietta verso un incremento della temperatura compreso fra i 2,5° e i 4,4° al 2100.

Un riscaldamento globale insostenibile.

Si stima che l’umanità abbia solo 12 anni di tempo per ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 45%.

Ecco perché i negoziati sono importanti: se funzionano, salveranno il pianeta.

A questo punto ci interessa sapere se i governi stiano facendo di tutto per realizzare gli obiettivi che tu indichi. Come sta andando?

La prima settimana è stata dedicata ai negoziati tecnici. In questi giorni la negoziazione è politica e si sta sviluppando fra i Ministri. Potete immaginare quanto sia più complicata  per ora non ha portato a progressi soddisfacenti.

Si tratta di decidere come realizzare l’obiettivo della riduzione del riscaldamento con azioni che spesso chiedono ai paesi investimenti e scelte radicali che non sono disponibli a prendere.

Ma anche la questione del trasferimento di nuova tecnologia dai paesi sviluppati ai paesi in via di sviluppo e più vulnerabili, per consentire loro di perseguire uno sviluppo sostenibile, è in discussione. Così come il tema dei diritti umani.

Come interseca questa discussione il tema dei diritti umani?

Noi sosteniamo che nessun regolamento possa essere equo se nella sua realizzazione non vengono rispettati i diritti umani, la sicurezza alimentare, l’equità intergenerazionale, l’equità di genere, il rispetto delle popolazioni indigene, la giusta transizione per i lavoratori e le comunità che vivono di un’economia fossile, la partecipazione la tutela dell’ecosistema e della biodiversità.

Sono questi i temi che come potete immaginare stanno polarizzando la discussione e bloccando l’avanzamento delle trattative.

Intendi dire che non basta che sulle azioni siano d’accordo la maggioranza degli stati per renderle esigibili?

La conferenza si basa sul principio del consenso.

Le decisioni vengono assunte solo se condivise da tutti, dunque è abbastanza difficile che ci siano progressi significativi, considerato che ci sono al tavolo governi che vogliono uscire dall’Accordo sul clima, altri che nei loro paesi negano i diritti umani, altri che vorrebbero alzare il loro livello di ambizione (incrementare le azioni per il clima, ndr) ma non possono farlo perché non hanno le risorse sufficienti e così via.

E spesso le scelte che unificano e che ottengono un consenso unanime non sono quelle che sarebbero necessarie, perché sono scelte al ribasso.

Facci un esempio

L’Accordo di Parigi fissava l’obiettivo di contenere la temperatura entro 1,5° ma poi lasciava agli Stati l’assunzione di impegni volontari di riduzione delle emissioni, senza una verifica dell’adeguatezza rispetto all’obiettivo, e, soprattutto, non sanzionabili.

A tre anni da quello “storico” accordo le emissioni stanno crescendo.

Mi sembra di capire che questo strumento di discussione sconti dei forti limiti, ma potrebbero essercene altri, mi domando? Forse i paesi più sensibili dovrebbero fare passi più lunghi. In fondo è in gioco il futuro e la cultura è ancora tutta da costruire intorno a  questi temi. Che ne pensi?

Sono d’accordo. Pensa che i paesi che hanno un ruolo determinante in questo negoziato, gli Stati Uniti per esempio, ma anche Cina, India, Brasile, sono quelli che producono maggiori emissioni.

Se agissero come dici potrebbero incidere in modo molto consistente sulla riduzione delle emissioni. Invece per lo più tacciono, quando non sostengono esplicitamente che dagli accordi sul clima bisogna uscire.

Siamo a un bivio pericoloso: gli strumenti democratici internazionali hanno le armi spuntate e gli stati più forti vogliono le mani sostanzialmente libere. Non un bel quadro per il futuro… E il nostro paese, come si colloca in questo contesto politico?

L’Italia ha sottoscritto proprio il 12 dicembre con l’Unione Europea e altri paesi una dichiarazione che chiede la massima ambizione nei negoziati di Katowice.

Sempre il 12 dicembre l’Italia ha sottoscritto, con altri 8 paesi europei, una dichiarazione per rafforzare ed estendere il prezzo del carbonio in Europa, riconoscendo l’importanza di promuovere una giusta transizione a la creazione di posti di lavoro di alto valore nei settori a basse emissioni di carbonio.
C’è una novità : l’Italia ha presentato la sua candidatura per la COP 26 nel 2020.

Ieri intervenendo in plenaria il Ministro dell’Ambiente Costa non ha però dichiarato la volontà di impegnarsi per l’obiettivo di 1,5°, né la necessità di inserire i diritti umani nel regolamento sull’Accordo di Parigi, né la giusta transizione.

Questo ci preoccupa molto. La transizione monitorata da un sistema a un altro è l’unica garanzia che abbiamo per difendere i posti di lavoro dei settori ad alto contenuto di emissioni. Il sindacato lo chiede da tempo ma per ora pochi governi hanno dato serie risposte.

Nei diritti umani c’è anche il tema di un lavoro dignitoso e sicuro, anche sotto il profilo della sicurezza ambientale, ma in Italia manca un  percorso democratico per giungere a definire una strategia per il clima che sia sostenibile, sotto tutti i punti di vista.

La CGIL chiede che la decarbonizzazione venga accelerata nel rispetto dei tempi indicati dalla scienza e integrando le politiche climatiche con quelle sociali e nel rispetto dei diritti umani.

Siamo per un sistema produttivo che coniughi i diritti del lavoro con quello dell’ambiente e della salute in termini generali.

Il Ministro Costa ha dichiarato l’intenzione di uscire dal carbone entro il 2025. Se si aprisse un negoziato democratico per definire il percorso, si tratterebbe di un buon segnale.

Davvero una discussione delicata, Simona. Toglici una curiosità: perché è stata scelta Katowice come sede di questa ventiquattresima conferenza?

Katowice è una città mineraria della Slesia. E’ considerata una città simbolo del cambiamento che dobbiamo affrontare.

La Polonia è il paese con la peggiore qualità dell’aria in Europa, la produzione di energia dipende dal carbone per l’80% del fabbisogno.

Il carbone è un fattore determinante dell’economia e dell’occupazione di questo paese ecco perché la Presidenza polacca della conferenza ha presentato in apertura della conferenza la dichiarazione di Slesia per la solidarietà e la giusta transizione per impegnare i governi a farsi carico della questione occupazionale e delle comunità nella transizione energetica, garantendo sviluppo sostenibile e nuova occupazione di qualità e il coinvolgimento dei lavoratori e delle comunità nelle decisioni strategiche.
Va però detto che la Presidenza Polacca non è abbastanza forte e determinata nei negoziati.

Passiamo a questioni più leggere: come si sopravvive a un evento come questo? Immagino che dieci giorni di negoziati siano stati pesanti e allo stesso tempo travolgenti. Come li hai vissuti?

Dal punto di vista personale le COP sono un’esperienza straordinaria. Sebbene senta molto la mancanza di casa, qui ho l’opportunità di conoscere persone provenienti da tutte le parti del mondo, con esperienze e culture diverse dalla mia. Tutti siamo alla conferenza con l’obiettivo di difendere il pianeta e i suoi abitanti, conquistare equità e giustizia sociale.

Si stringono amicizie bellissime che vanno avanti negli anni.

Sono le persone che mi fanno tornare a casa, comunque vadano i negoziati, piena di speranza.

C’è un movimento forte e determinato, che sta crescendo. Tiene insieme sindacati, ambientalisti, attivisti dei diritti umani, popolazioni indigene, comunità, movimenti di genere e studenteschi e tanti altri. Continuerà a lottare, a ogni occasione possibile.

Cosa possiamo fare come singoli per dare una mano a far sì che questi obiettivi si concretizzino?

Possiamo fare molto! Ad esempio cambiare i nostri stili di vita e di consumo. Ad esempio: usare i mezzi pubblici invece che l’auto privata o spostarsi a piedi e in bicicletta, evitare gli sprechi e l eccessivo consumismo, ridurre il consumo di carne che è un allevamento a consumo intensivo di risorse naturali, preferire gli acquisti a km zero.

Sono piccole cose che possono fare la differenza nel nostro quotidiano per diffondere una cultura favorevole a generare questi cambiamenti.

Resta il fatto che contano le decisioni dei governi.

Per questo serve una mobilitazione e un attivismo crescente e cosciente. Noi lavoriamo per questo obiettivo.

E noi ti siamo grate, Simona, per l’energia e la motivazione che metti in questo lavoro.

Spero che i negoziati che dovrebbero concludersi oggi possano avere un minimo di azioni comuni per fermare il riscaldamento terrestre.

In attesa di conoscere come si chiuderà la COP 24, sento la necessità di un risveglio delle coscienze.

Questo piccolo blog vuole dare un contributo in questa direzione.

Grazie per leggere questo articolo. Se vi va, condividetelo.

Una piccola azione positiva può cambiare il mondo!

10 Comments

  • Calogero

    Che amarezza!
    Siamo ancora fermi a quella bella scampagnata tra pezzi grossi che ha portato alla firma del protocollo di Kyoto (non ratificato).
    Dopo 20 anni abbondanti una cosa è chiara: dell’establishment non si può aver fiducia.
    Fosse per me li metterei tutti nelle mani dei Gilet gialli… quelli dei tempi di Robespierre.

  • Giulia Lu Dip

    Il singolo può fare la sua parte, ma se i governi non trovano un accordo serio rischiamo che il pianeta soccomba e anche noi. Mi chiedo perché il nostro futuro resti dominato da pochi ottusi dominatori…

    • Elena

      Sono tanti, Giulia, numerosi e tiepidi. E ricattabili da chi vuole mano libera sul modo di produrre, vendere, vivere. Li eleggiamo noi, è questo che non riesco a spiegarmi

  • newwhitebear

    il 2100 sembra lontano ma in verità è dietro l’angolo. I nostri figli, se non facciamo nulla, si ritroveranno nei guai e sconteranno tutte le nostre colpe.
    Purtroppo siamo egoisti e non facciamo nulla.

  • Sandra

    Quando in estate entri in ambienti gelidi e poi cammini per la strada e ti arriva addosso il soffione bollente dei condizionatori che buttano fuori il caldo, capisci che non ha senso e che l’impegno del singolo sta venendo meno. Non ho il condizionatore a casa e con l’estate torrida ho una notiziona: sono sopravvissuta.

  • Banaudi Nadia

    Cambiare è l’unica soluzione visto che con le vecchie abitudini siamo arrivati fino a qui. Cambiare abitudini negli acquisti e negli usi in piccolo e sperare che in grande questa voglia colpisca anche gli imprenditori. Dobbiamo imparare e creare il meno fastidio possibile al mondo che ci ospita, meno tonnellate di rifiuti inquinanti, meno danni alla terra e all’atmosfera. Speriamo qualcosa cambi e non resti solo un elenco di farò e belle parole.
    Grazie per questo approfondimento a entrambe.

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