Reputazione online
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Reputazione online: l’impatto dei social media nel mondo del lavoro

La reputazione online o reputazione digitale è l’insieme delle impressioni ed opinioni condivise su un soggetto, azienda, persona o prodotto, derivanti dai contenuti o informazioni pubblicate online e che sono capaci di influenzare gli utenti contattati.

Per l’uso massivo che facciamo del web, la reputazione online è diventata importante in ogni ambito della nostra esistenza e può migliorare o distruggere la nostra immagine e la nostra carriera professionale.

Leggo molti articoli su come costruire la propria reputazione online. Qui vorrei concentrarmi invece su come influisce tutto ciò che scriviamo o postiamo sul web sulla nostra vita lavorativa e a cosa dobbiamo fare attenzione per proteggerci. Anche da noi stessi.

Reputazione online: l’importanza dei social media nel mondo del lavoro

Un tempo ci si presentava a un datore di lavoro attraverso conoscenze o passa parola. Poi è arrivato il curriculum vitae, un dossier sulla nostra formazione e competenza da compilare con la massima attenzione cui presto si è aggiunta una piccola fotografia, segno di come l’aspetto sia diventato centrale in ogni ambito della nostra vita.

Oggi esiste uno schema predefinito, quello previsto dal Curriculum vitae formato europeo. Per i selezionatori basta dare un’occhiata alle parti di maggior interesse per decidere se scartarlo o esaminarlo con più attenzione. A questo si aggiunge la cura nel tenere aggiornato il nostro profilo Linkedin, il social per eccellenza in tema di lavoro e professioni, potente motore di ricerca virtuale in cui avvengono “incontri” tra domanda e offerta di lavoro.

Il curriculum se non convince finisce in un cassetto o nella spazzatura. I nostri profili social invece restano, per sempre. La nostra vita, privata e professionale, è sottoposta a continui scandagli per scovare l’errore, la frase, la foto che può metterci in difficoltà. I nostri dati navigano in rete e lasciano tracce, spesso senza che ce ne ricordiamo o ne siamo consapevoli.

Dunque la domanda è: come tutto che pubblichiamo online influenza la nostra reputazione in termini personali e professionali? Come possiamo proteggerci?

Quando qualche anno fa ho scritto Il virtuale è reale, suggerendo la strada dell’autenticità come unico elemento di congruità tra identità reale e identità virtuale. E’ una strada necessaria quella della coerenza, atteggiamento che assume un’importanza vitale quando ci adoperiamo per cercare lavoro, per cambiarlo, per candidarci a una crescita professionale.

Ma non è sufficiente. Per proteggerci dobbiamo saperne di più su come sono utilizzati i nostri profili da chi seleziona personale in modo professionale.

La ricerca di Adecco Group e l’interesse dei recruiter sulla nostra reputazione online

Ci aiuta una ricerca, appena pubblicata, che ha messo in luce come siano proprio i recruiter, ovvero coloro che cercano e selezionano il personale, ad esaminare i profili social alla ricerca del candidato o della candidata perfetta.

The Adecco Group ha coinvolto 500 professionisti del reclutamento per uno studio che ha messo in evidenza un fatto tutt’altro che inatteso: più che i curriculum dei candidati, ad attirare l’attenzione del selezionatore sono le foto e ciò che viene postato, e solo in seguito i contenuti. In una parola, è il modo in cui alimentiamo le nostre bacheche a influenzare la nostra possibilità di trovare (e mantenere) un lavoro.

Il 51% del campione interessato afferma di controllare anche sui social ai fine della selezione del personale. C’è da pensare che sia una percentuale sottostimata, vista l’abitudine ormai diffusa di “ficcanasare” sulle bacheche altrui. Ma il dato è comunque significativo: tre anni fa erano solo il 31%, dieci anni fa solo il 12%.

Si chiama social screening e riguarda tutto ciò che si può imparare di noi da ciò che siamo nella nostra vita virtuale. I recruiter cercano di approfondire la personalità del candidato intuita nel curriculum scandagliando le foto e valutando i comportamenti online. Se sono inappropriati o sono presenti commenti discriminatori, il/la candidatə rischia seriamente di essere scartatə. Naturalmente la ricerca attiva sui social e nelle community group può anche servire per “incontrare” il ritratto del candidato ideale.

Sembra tutto regolare. Ma come utilizzano i recruiter le impressioni che raccolgono su di noi, in particolare relativamente alle nostre idee che inevitabilmente emergono?

Tutelare la nostra reputazione online significa tutelare la nostra libertà di pensiero

Le nostre bacheche sono lo spazio più libero per poter dire e fare ciò che sentiamo più giusto. Qui non discuto di coloro che ne fanno abuso, per tipo di considerazioni, per foto non opportune o commenti sessisti e discriminatori, ma di coloro che esprimono le loro idee in maniera seria e corretta.

Tuttavia, esse sono sempre disponibili, anche molto tempo dopo averle espresse. Non c’è modo di tutelarsi nei confronti di chi ha interesse a giudicare purché sia. Siamo senza copertura. Nel web siamo nude e nudi.

Quale strumento dobbiamo introdurre a tutela delle nostre idee? Il fatto che possano essere espresse non autorizza a utilizzarle per scopi differenti dal contesto in cui sono state manifestate.

Molti anni fa fui messa alla gogna per un post su Facebook in cui esprimevo una mia opinione alternativa a quella dominante nel contesto in cui lavoravo. Non mi fu fatta alcuna osservazione direttamente, assolutamente no, ma venne a crearsi quel maledetto venticello di cui parlava Rossini che aveva cominciato ad aleggiare in tutto il palazzo fino a giungere a me. Con il tempo ho poi ricostruito e identificato chi aveva messo in giro quelle cattiverie. Il fatto che non abbia potuto difendermi se non con la forza delle mie idee lo considero un problema che ancora non è stato sanato. Non riguarda solo me, me ne rendo conto.

E che dire di coloro che surfano il web con profili anonimi o silenti, al solo scopo di spiare cosa diciamo e facciamo nella nostra vita lavorativa e non?

Il problema è che non dobbiamo solo stare attentə a cosa postiamo e cosa diciamo sul web, ma anche a cosa scriviamo nelle chat e cosa diciamo nelle telefonate. No, non parlo della polemica sulle intercettazioni, poiché in questo articolo non tratto di reati ma di costumi maldicenti e sconvenienti.

Quanto pesa l’influenza dei social media sulla reputazione online?

La domanda è retorica, la risposta ovvia: moltissimo. L’argomento però è delicato perché mai come in questo momento si parla di Privacy, mentre i nostri dati sono come noto concessi con un semplice clic a grandi player che ne detengono e valorizzano i possibili contenuti. Un’era, legata alla falsa gratuità del servizio, che potrebbe finire presto.

Persino il mitico motore di ricerca Google sta pensando di rilasciare una versione a pagamento. Succederà davvero? Qualche anno fa Gmail ha introdotto una modalità di pagamento legata all’archiviazione. Magari ci sarà una modalità a pagamento legata al numero delle ricerche, chi lo sa. Come sarà sarà, io a Google a pagamento non riesco proprio a farci il callo. Con tutta la profilazione che gli ho concesso, almeno che resti gratuito per sempre!

Il punto però non riguarda la nostra vita personale, ma capire se una vita social attiva con pubblicazione di contenuti possa in effetti creare reputazione positiva, ingenerare fiducia, ponendo le basi per farci crescere nel nostro luogo di lavoro. Se è così è vero anche il contrario: un contenuto sbagliato può crearci non pochi problemi sul lavoro e anche nella vita personale!

Le norme e soprattutto la giurisprudenza è chiara circa il divieto di utilizzo degli strumenti aziendali a fini personali. Il Jobs Act prevede infatti un allargamento della possibilità di controllo attraverso gli strumenti tecnologici.

Ecco cosa evitare:

  • usufruire durante l’orario di lavoro del servizio di posta elettronica e della connessione alla rete per ragioni personali;
  • attenzione ai dati e alle credenziali che sono memorizzate sui browser e i tempi di utilizzo;
  • mai divulgare contenuti vincolati al segreto professionale;
  • attenzione alla sicurezza dei dati e dei sistemi.

Ma non è altrettanto chiara quando si tratta di proteggere l’identità del dipendente e la libertà di espressione sui propri profili social attraverso propri strumenti, utilizzati al di fuori dell’orario di lavoro e nel pieno diritto alla privacy e alla libera espressione delle sue idee.

In nessun caso si può formalmente addurre come motivazione di una contestazione o peggio di un licenziamento. Ma al momento non abbiamo strumenti forti per proteggere la nostra identità personale. In un mondo in cui la libertà di informazione è sotto attacco, non è poca cosa.

Reputazione online: come proteggerci

Restare fuori dal rischio è impossibile. Ma si possono adottare accorgimenti.

Il primo tra tutti è quello di essere sempre coerenti in ogni ambito della nostra esistenza, facendo coincidere coì la nostra identità social con l’identità reale. Autenticità non significa infallibilità ma congruenza. Probabilmente state pensando che questo sia scontato, ma se osservate con un po’ di attenzione vedrete che essere coerente nelle piccole cose quotidiane, quando pensi che nessuno ti guardi o che ciò che fai non è poi così importante, è davvero molto difficile. Diciamo una qualità cui tendere.

Tornando alla nostra vita social, alcuni per nascondersi da eventuali guai scelgono l’anonimato, ovvero essere presenti sui social con un profilo irriconoscibile. A che serva lo deduciamo da noi, è una strada percorribile che però non ci permette di esprimerci ma solamente di “venire a conoscenza” delle opinioni degli altri.

Altri scelgono di non avere alcun profilo social. Quando Facebook è nato, molti anni orsono, questa era stata la mia scelta. Dopo alcuni anni mi sono iscritta anche io. Era diventato un must e poi avevo compreso meglio di cosa si trattasse. Oggi sono presente con un profilo riconoscibile e riconosciuto, in cui esprimo, con il massimo del garbo e della educazione di cui sono capace, le mie opinioni. Fino ad ora non ho mai avuto noie. Attenzione, problemi ne ho avuti, o meglio, le ridondanze di problemi creati da altri. Noie, niente di più.

Credo che restarne fuori o esserci sotto mentite spoglie sia una soluzione poco propizia. Ma sono curiosa di sentire che ne pensate.

Piuttosto ciò da cui oggi sento il bisogno di proteggere la mia privacy e la legittimità delle mie idee sono alcuni comportamenti sempre più diffusi e altrettanto deplorevoli: parlo della brutta abitudine di fare screenshot di chat private per poi diffonderle altrove o la pratica della registrazione delle telefonate.

Un comportamento che viene utilizzato più per denigrare che per valorizzare e che in realtà esiste da sempre, anche se un tempo veniva portato a termine con altri strumenti. E’ la delazione, il pettegolezzo, la maldicenza. O, ed è ben peggio, la cattiva fede.

Da questo è pressoché impossibile difendersi eccetto facendo una grande, grandissima attenzione a cosa diciamo e come parliamo.

Non dobbiamo difenderci soltanto dalle telefonate commerciali che tentano di strapparci un qualunque sì per affibbiarci servizi non richiesti. Ma anche da numeri di telefono riconoscibili e riconosciuti che possono trasformarsi in un attimo in ventilatori di cattiverie di cui spesso non solo siamo inconsapevoli ma anche incolpevoli.


Che ne pensate care Volpi? Siete mai state vittime di episodi del genere? Come avete reagito o come reagireste?

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Grazia Gironella
1 mese fa

Il mio interesse per i social, partito, lo ammetto, da ragioni più utilitaristiche che altro, è durato pochissimo. Non è un tipo di comunicazione che io riesca ad apprezzare. Troppe persone che si nascondono dietro la rete per dire cose che non direbbero mai dal vivo, troppe conoscenze che non si conoscono affatto, troppi battibecchi e scambi di insulti tra commentatori di uno stesso post, che fanno diventare i social un’arena assurda. Non è tutto qui, certo, ma spesso non si va oltre. Così, quando anche trovo trattato un argomento che mi interessa, mi guardo bene dal commentare, in modo da non restare invischiata in risse che poi mi fanno guardare con tristezza al tempo sprecato. Quindi rete sì, blog sì, social no, salvo contatti che poi continuano fuori, dove si riesce a conoscere meglio le persone. Spero che la mia reputazione, se ne ho una, sia al sicuro. 😉

BRUNILDE
BRUNILDE
1 mese fa

Come libera professionista non ho mai madato in giro curriculum. E ho sempre pensato che le esigenze di riservatezza, legate al mio carattere e al mio lavoro fossero incompatibili con la presenza sui social .
Da qualche anno confesso di esseremi ” sedurre ” da Instagram: però non metto mai immagini della mia persona, o di amici e familiari.
Osservo invece come si muove mia figlia, che è su Linkedin. Lei cura e aggiorna il suo curriculum ( anche se, al momento, sembra stia bene nell’attuale luogo di lavoro e abbia ambizioni di crescere al suo interno ). Ho notato che dopo i primi entusiasmi per Facebook, quando era ancora molto piccola, appena tredicenne, ormai da tempo lo ha mollato. E anche su IG, non è molto attiva.
Quasi che la fase della presenza sui social sia una fase superata.
Una vita piena, con lavoro, ambizioni di crescita personale e professionale, amicizie, interessi, viaggi, non è necessariamente legata ai social, anzi, per mia figlia sembra quasi…incompatibile.
Non so che cosa significhi. Forse, la realtà vince ancora sul virtuale?

Giulia Mancini
Giulia Mancini
1 mese fa

È uno dei motivi per cui sui social mi esprimo molto poco, evito di mettere foto mie ed evito di esprimere opinioni che poi un domani “possano essere usate contro di me”. Certo ogni tanto mi scappa di scrivere un post, ma mi limito a questioni abbastanza innocenti (o almeno spero), tipo la foto del mare quando ci vado oppure la foto dell’aperitivo. Avendo poco tempo in generale è abbastanza facile esimermi dallo scrivere post vari, anche perché ogni volta che penso di farlo mi faccio il “processo alle intenzioni” e penso a quello che gli altri potrebbero commentare. Il problema è che in rete c’è la gente più disparata, magari quello che non aspetta altro che un tuo commento per scatenare una guerra social; per esempio una volta ho scritto un commento di apprezzamento in un video YouTube sul programma di Maurizio Crozza, c’è stato subito un idiota che ha risposto al mio commento denigrando il programma. Io ho scelto di non rispondere, non ho tempo da perdere in diatribe social, soprattutto su questioni che non hanno ragione di esistere, un programma può piacere o non piacere, ognuno è libero di cambiare canale, punto. Quindi figuriamoci se esprimo un’opinione mia più articolata. Preferisco tenerla per me, posso discuterne al limite dal vivo. Il fatto poi che tutto resti in rete in eterno mi convince ancora di più…

Luz
1 mese fa

Argomento molto interessante e controverso. Sì, è un sistema ormai molto stratificato e di difficile gestione, occorre essere molto prudenti. Io mi dico che non rinuncerei ai social, almeno alle piattaforme in cui esiste un mio account. Li uso con parsimonia, anche perché, da insegnante, devo stare molto attenta a non lasciare trapelare troppa parte del mio pensiero. Se scrivessi quello che mi passa per la testa sulla scuola, sarei radiata. La comunicazione è una questione delicata e l’80% degli utenti non sa comunicare.

newwhitebear
newwhitebear
1 mese fa

Cominciamo da Facebook. Quando ha mosso i primi passi, convinto da un’amica mi sono iscritto. Erano i tempi primordiali di FB. Quindici giorno dopo ho chiuso e da allora ne sono rimasto fuori. Ogni tanto lui si ricorda di me, ma le sue mail finiscono direttamente nello spam. Ho perso qualcosa? Non lo so ma credo di no. Per twitter l’amore è durato di più ma quando è diventato un luogo di scontro, ho chiuso. Nessun ripensamento.
Per linkedln sono ancora nel loro database anche se non più attivo. Mi ero iscritto quando ancora lavoravo, anno 2004, ma nessuno sembrava interessato poi nell’ottobre 2006 ho appeso al chiodo tutto e dopo 38 anni di lavoro mi sono pensionato. E cosa buffa sono arrivate proposte di lavoro 😀 Non so cosa pensare visto che i dati anagrafici ci sono.
Queste sono le mie esperienze social che non fanno testo.

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