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Uno diviso Due: il sogno cainico di Israele sulla Palestina

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Uno diviso Due. Quando ho letto la recensione di questo libro, che parla del dualismo conflittuale tra fratelli e sorelle, il titolo ha catturato la mia immaginazione ben oltre il nome, famoso, di chi lo aveva scritto. Massimo Recalcati non ha certo bisogno di presentazioni.

Il testo è ancora in lettura. Nonostante non sia un libro corposo in termini di pagine, lo è in termini di contenuti e richiede riflessioni supportate da pause continue.

Qualche sera fa sui notiziari scorrevano le ennesime e angoscianti notizie sul destino di Gaza e di quella che è, a mio parere, la più grande operazione umanitaria capace di smuovere le coscienze: la Global Sumud Flottilla.

A quei coraggios* va tutta la mia solidarietà, vicinanza e sostegno come equipaggio di terra.

Raccolta in questi sentimenti di vicinanza, ecco che mi imbatto in una porzione del testo di Uno diviso Due dedicato al conflitto israelo-palestinese.

Uno diviso Due: il sogno cainico di Israele sulla Palestina

Devo fare una premessa, per chi non ha letto il saggio di Recalcati. L’autore si concentra sulla relazione tra fratelli e sorelle, così conflittuale e talvolta escludente da farla risalire sino alle vicende note tra Caino e Abele. Caino, il primo, l’Uno, non tollera l’avvento del Due, il fratello Abele, l’usurpatore dell’attenzione del mondo, ovvero della madre e del padre, Eva e Adamo, prima dedicati interamente a lui.

Caino è colui che si sente minacciato dal pluralismo del Due e tenta lo sforzo estremo di ricondurre la sua esistenza a quell’Uno originario, fino a concepire la morte del fratello per mano sua.

La dinamica tra fratello e sorella non si limita a questo riferimento biblico che però a mio avviso rende bene l’idea, poiché l’autore la approfondisce ulteriormente al punto che meriterebbe una trattazione a parte.

Recalcati a un certo punto sceglie di citare proprio il conflitto israelo – palestinese come ulteriore esempio calzante di questa dinamica dell’uno senza il Due. Lo fa prima che la coscienza del mondo finalmente si destasse.

Il sogno cainesco dell’Uno senza il Due

Risulta assai emblematico il conflitto israelo-palestinese riaccesosi drasticamente dopo i drammatici fatti del 7 ottobre del 2024. Il progetto dei "due popoli in due stati", l'unica possibile soluzione politica di quel conflitto che si trascina dalla nascita di Israele, viene ostacolato dai fondamentalisti religiosi di ambo le parti, i quali coltivano il sogno cainesco dell'Uno senza il Due. Dell'Uno che vorrebbe escludere a tutti i costi l'esistenza del Due.
È questa, infatti, l'essenza di ogni forma di fondamentalismo: soppressione del pluralismo del Due nel nome dell'identità rigida e originaria dell'Uno.
La violenza dell'odio - individuale e collettivo - ha sempre come sua genesi l' intolleranza, per il trauma (benefico) del Due . Essa sospinge ogni volta verso l'Uno, l'identico, il simile, l'eguale, escludendo il Due, il differente, lo straniero, il difforme. In questo senso la violenza dell'odio come esclusione del Due è sempre antagonista a un autentico sentimento di fratellanza e di sorellanza.
«Il progetto dei "due popoli in due stati", l'unica possibile soluzione politica di quel conflitto che si trascina dalla nascita di Israele, viene ostacolato dai fondamentalisti religiosi di ambo le parti, i quali coltivano il sogno cainesco dell'Uno senza il Due».

Massimo Recalcati, Uno diviso due. Fratelli e sorelle, Feltrinelli – 2025

Questo passo mi ha fatto pensare alla dimensione essenziale di ogni conflitto. Sì perché il cuore della questione sta tutto qui: nella soppressione del pluralismo.

Il fondamentalismo, in ogni latitudine, rifiuta il “trauma benefico del Due” – cioè la possibilità che esista l’altro, il diverso, lo straniero – per rifugiarsi nell’illusione di un’unità assoluta e chiusa.

Nel caso israelo-palestinese, questo significa che ogni passo verso la coesistenza è sabotato da chi, da entrambe le parti, concepisce l’altro solo come minaccia da eliminare. Da qui il precipitare in una spirale di violenza che non lascia spazio né a fratellanza né a sorellanza, come scrive Recalcati, ma soltanto all’odio e alla sua logica di esclusione.

I destini dei popoli vengono “allocati” come tessere di un mosaico. Lo spazio diventa egemonia da conquistare con la sopraffazione e l’annientamento.

Il linguaggio della geopolitica rischia di ridurre interi popoli a pedine da incastrare, più che a soggetti da riconoscere, con pari dignità degli altri. I palestinesi, in questo schema, diventano la “tessera sacrificabile”: spostata, marginalizzata, compressa tra i poteri forti della regione e le indecisioni della comunità internazionale.

Ciò che è già successo agli Indiani d’America (ho parlato degli Osage in questo articolo).

Uno diviso Due: due popoli in due stati

Il rischio che occorre evitare sempre è lasciare che la “questione palestinese” venga trattata come un problema di gestione, da mettere a bilancio nei vertici globali, anziché come una questione di diritti fondamentali e di giustizia storica, oltre che di crisi innanzitutto umanitaria. La conseguenza di una perdita della memoria collettiva che azzera il passato per ridefinire il presente.

Effetti che cancellano le esistenze di palestinesi colpiti, oltre che dall’esercito, anche della grave deprivazione in cui Israele tiene donne, uomini e bambini da decenni. Persone che ora ha deciso di sterminare, senza che il mondo batta ciglio e che da decenni tiene in un regime che chi ha visitato quelle terre non esista a definire di Apartheid.

Cosa ci resta? Se il diritto internazionale è morto, se l’umanità è morta, se la politica è incapace di svolgere un’azione positiva diplomatica, resta la volontà delle persone qualunque. Quelle che si sono riversate nelle piazze e che si chiamano equipaggio di terra della Flottilla.

Perché se l’odio nasce dall’incapacità di tollerare il Due, allora la pace non può che passare dal suo contrario: il riconoscimento dell’altro come parte necessaria.

Due popoli in Due stati.

Un salto difficile, che la politica internazionale sembra incapace di compiere, ma senza il quale nessun negoziato reggerà mai.

Senza il Due, non ci sarà mai Uno che possa davvero reggere all’esame della storia.

La Global Sumud Flottilla ha il merito di ricordarci la legittimità del Due versus l’illegittimità dell’Uno che pretende di imporsi con la forza, la violenza, la sopraffazione sulle maglie della Storia.

Mentre danziamo sul palco di una guerra mondiale. Quella che nessuno avrebbe mai voluto immaginare.


E voi care Volpi, come la pensate? Vi ritrovate nella riflessione di Recalcati?

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Giulia Mancini
Giulia Mancini
10 mesi fa

La sopraffazione, l’odio e l’egoismo sono la fonte di tutti i conflitti, si parte dai rapporti tra fratelli e si arriva alla guerra tra i popoli. La guerra tra istraele e Palestina ha radici profonde, ma se pensiamo che Istraele negli anni ha sempre più eroso la striscia di Gaza a suo favore, oggi non fa altro che proseguire il suo scopo di espandere il suo dominio, e lo fa sterminando la popolazione di Gaza, sotto gli occhi del mondo che non si oppone. In fondo Hamas nasce da questo odio, dall’emarginazione e dalle violenze che ci sono state negli anni ben prima del terribile 7 ottobre.

newwhitebear
10 mesi fa

Il problema sollevato da Recalcati è vecchio come l’uomo. L’essere l’Uno e annientare il Due. Questo è stato il motore di tutte le guerre e non sarà mai pace finché l?uno e il Due si accetteranno a vicenda, perché si potrebbe tranquillamente affermare che anche il Due vuol essere senza l’Uno. Questo è girotondo terribile perché innesca qualsiasi conflitto, osserva quello tra russi e ucraini e di tutti quelli che insanguinano la nostra terra. Se osserviamo qualcosa di vicino a noi vediamo che la prima guerra mondiale ha innescato la seconda. Questa innescherà la terza che purtroppo è ormai alle porte. Questo perché chi è rimasto fuori dalla torta mondiale vorrà riprendersi quello che ritiene suo.

Anonimo
Anonimo
10 mesi fa

Due flash.

Una ragazza palestinese che ho seguito un anno fa per un esame di italiano: intelligenza brillante, attivismo sfrenato propal, odio profondo assoluto e irriducibile per Israele, di cui negava il diritto di esistere. Toccare con mano l’intensità di quell’odio mi ha lasciato sgomenta, e mi ha ulteriormente persuasa che non ci potrà mai essere una soluzione pacifica.

Un ingegnere giordano, che dopo studi in Italia e anni di lavoro in USA era rientrato al suo paese: mente aperta, disincanto profondo. Parlavamo dei territori occupati, che per i giordani sono ancora Giordania. Lui disse che gli israeliani erano e si conportavano al di sopra di ogni legge, incuranti di tutto, perchè hanno il denaro: e il denaro consente e giustifica qualsiasi cosa. Oggettivamente, TUTTE le leve del potere finanziario sono in mano alle comunità ebree statunitensi, e la forza di tutti quei soldi influenza, anzi, da determina la politica estera americana, pro Israele. Anche adesso, nonostante ogni evidenza.

E mentre la Flottilla, che naviga in acque internazionali, senza far male a nessuno, riceve appelli di ragionevolezza e di desistenza, l’esercito israeliano, che spadroneggia senza diritto alcuno in luoghi che non gli competono, lanciando missili e droni incendiari, non viene disturbato con moniti o richieste.

Trovo che tutto questo sia orrendamente perverso.

carlo calati (massimolegnani)
10 mesi fa

gli ultraortodossi ebraici e i fondamentalisti musulmani si prefiggono entrambi l’annientamento dell’altro, modello emblematico di cainismo irriducibile, del resto Caino e Abele erano di quelle parti!
la situazione è talmente incancrenita da decenni di odio feroce che la soluzione mi sembra quanto mai difficile, sicuramente non è una soluzione quella prospettata da Trump, fatta cadere dall’alto sulla testa dei palestinesi. l’azione della flottiglia ha il grande pregio di partire dal basso e di essere “sconsiderata” nel farsi guidare da una semplice constatazione: c’è una popolazione che soffre, lì vanno portati gli aiuti che non siano armi ma sostentamento. Se Israele fosse lungimirante lascerebbe passare le imbarcazioni ottenendo il grande risultato di togliersi dal ruolo scomodo di sterminatore e di accendere un piccolo barlume per una difficile pace. Ma Israele non è mai stata lungimirante ha sempre badato al vantaggio immediato.
ml

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