Mi stavo preparando a godere di tre giorni di riposo consecutivi dopo un periodo abbastanza stressante quando il mio amico Stefano Rossetti mi gira il link dell’ultima puntata di Fahreinheit del 31 ottobre, chiedendomi di ascoltare.
Conosco Stefano da qualche tempo e oltre a essere un buon sindacalista, è anche persona estremamente preparata sul tema del linguaggio, con una sensibilità particolarmente spiccata per i temi della parità e del femminile, cui come sapete sono molto legata. Così ascolto con attenzione la puntata che mi ha segnalato.
Solo verso la fine arriva Stefano, per commentare due fatti assurti all’onore delle cronache: un giovane, approfittando della debolezza del suo insegnate, sale in cattedra e inneggia al fascismo con il braccio alzato e due studenti di un Liceo di Roma che vengono immortalati mentre fanno il saluto romano in classe, davanti allo striscione della lista studentesca con cui si sono candidati al Consiglio di Istituto. Per la cronaca, uno è stato pure eletto.
La punizione della scuola per quest’ultimo caso è, nelle intenzioni degli insegnanti, una sorta di contrappasso: i due sono condannati alla lettura di Calvino, Vittorini, Scurati, Cassola.
Ovviamente per alcuni di noi sarebbe un invito a nozze, ma evidentemente quegli insegnanti hanno ritenuto che la lettura per questi giovani fosse la punizione più dolorosa. Stefano esprime nella puntata i suoi dubbi al riguardo, dubbi che condivido e che hanno ispirato questa riflessione.
- Si può abbinare la lettura a una punizione?
- Una punizione del genere è efficace?
- L’intenzione, buona, potrebbe essere scambiata per manipolazione?
Dubbi del tutto legittimi. Chissà se al di là delle opinioni, quei ragazzi ne caveranno qualcosa da questa lettura forzosa.
Verso il declino a suon di marcette
Il punto però è un altro: come si può proteggere la scuola dall’apologia del fascismo?
Se vi sembro eccessiva allora debbo aggiungere qualcosa alle mie argomentazioni. Sentite qui: l’ottobre scorso, ad anno accademico appena cominciato e con due guerre orribili che nessuno vuole e riesce a fermare negli occhi e nel cuore, il Comando militare piemontese (sì, mannaggia, e non c’è ancor l’autonomia differenziata, figuratevi dopo) scrive una lettera ai dirigenti scolastici della regione per promuovere “per gli studenti degli istituti scolastici di primo e secondo grado del Piemonte, conferenze di Orientamento e di Informazione e visite scolastiche presso i reparti della Forza Armata”.
Sarà questa “innocua” iniziativa pacifista ad aver suggerito al Giovani Adulti Festival (una tre giorni, dal 25 al 27 settembre, dedicata agli studenti delle scuole torinesi) di inserire nel programma incontri come “La guerra spiegata ai ragazzi” corredati da laboratori di arti marziali e scuola di armi medievali?
Chi ha organizzato questa nuova frontiera dell’istruzione? Si tratta dell’associazione di promozione sociale “Fiori di ciliegio”, presieduta dal consigliere comunale di FdI a Ciriè Davide D’Agostino, vicino all’assessore regionale di FdI, Maurizio Marrone, lo stesso che ha dato vita alla famosa Stanza Antiabortista del Sant’Anna contro cui ci battiamo da tempo e che oggi risulta chiusa a tutti gli effetti perché collocata in spazi fatiscenti e da riattare completamente. Trovate l’aggiornamento della situazione sul mio profilo Facebook.
Se vuoi conoscere la mia opinione sulla Legge 194, la trovi qui
Fatti non episodici, anche se si sta tentando di farli apparire tali. Accadono, ormai sempre più sovente.
Declino a suon di marcette: Faccetta Nera
Forse ricorderete il saluto romano di quattro sottotenenti dell’esercito giunti a Torino da Modena che, durante una lezione di Antropologia Culturale dedicata agli stupri sessisti durante la guerra di Etiopia, hanno alzato il braccio esalatati e ricoperto di insulti, sessisti, la compagna di corso che li aveva denunciati (ah, il coraggio delle donne!).
C’è poco da stupirsi se in una scuola di Pinerolo, ridente comune dell’area metropolitana di Torino, un giovanotto collega il suo smartphone al sistema di diffusione della scuola e lancia a tutto volume Faccetta Nera.
Sì, Faccetta Nera, una canzonetta che sembra un’innocua marcetta che è in realtà il simbolo del paradosso del fascismo italiano. Diffusa proprio nel periodo in cui gli italiani in Etiopia agivano la loro politica espansiva coloniale e compivano quegli stupri di cui alla lezione di Antropologia Culturale.
Una marcetta intrisa di razzismo e sessismo, paradossalmente odiata dallo stesso Mussolini, perché considerata fin troppo antirazziale, con quel suo inneggiare vago al metissage, all’unione tra razze, nel momento in cui il regime si preparava a licenziare le leggi razziali che avrebbero tolto vita e diritti a african3 e ebre3.
Lì la “punizione” è stata differente: la preside ha chiamato l’ANPI a parlare di fascismo. Mi chiedo però come questa parte vergognosa della nostra storia sia insegnata e trasmessa alle e ai student3 se il risultato è questo. Ma viene insegnata? O si è rimossa la storia e così la coscienza?
Siccome è sempre più difficile ascoltare voci autorevoli che ne parlino, ne discutano, provino a contrastarlo, vi suggerisco di ascoltare la breve trattazione dell’argomento nella trasmissione di Fahrenheit che vi ho già linkato all’inizio del post.
Ancora una volta MinCulProp
Ah che fissazione la cultura per la destra di Governo. E’ che ci pensano così tanto che rischiano di fare peggio, come la nota vicenda del Ministero della Cultura e le relazioni pericolose surrettiziamente fatte passare come gossip che invece rappresentano qualcosa di più e di peggio: ricatti, amichettismo, dossieraggi e così via. A proposito, ne ho già parlato sul blog, nell’articolo Tra gossip e potere. E non è ancora finita, come la cronaca ci insegna.
Dalla cultura si vorrebbe compiere un nuovo Rinascimento, ma è proprio dalla cultura o meglio dalla sua dismissione che origina il declino delle civiltà che ci riguarda, eccome.
Declino aggravato dall’assenza di una reale alternativa e dall’uso della comunicazione manipolata come formidabile arma politica.
Mentre sto scrivendo ho ancora negli occhi e nelle orecchie gli sguardi e le parole delegittimanti, sgradevoli, di un Bocchino in evidente difficoltà sulla trasmissione di Corrado Formigli su La7 (l’infame per capirci) che trema, si affida a suggeritori sul suo smartphone, insulta perché incapace di rispondere all’atteggiamento inevitabilmente superiore di una donna indagata che non può difendersi, almeno non ora, se non con il suo standing, la Boccia.
Mi ha colpito l’uso ripetuto del termine “Signorina” teso a delegittimarne le argomentazioni della donna che avrebbe meritato un analogo trattamento. Ve lo immaginate, il signorino Bocchino, già agitato di suo, reagire a un simile epiteto?
Razzismo e sessismo. Come si ferma questo lento declino?
Torniamo alla scuola… di manganello
Qualche giorno fa, a Genova, alcuni ragazzi di un liceo hanno ripreso e fatto circolare immagini di poliziotti chiamati presso la scuola a insegnare, indovinate che cosa? La mirabile arte del… manganello.
Il manganello è stato ed è rimasto il simbolo del ventennio fascista. Le squadracce che giravano le città, specie durante il coprifuoco (sì, c’era il divieto di circolare liberi per le strade, non l’abbiamo dimenticato) erano munite di manganello, l’arma privilegiata per battere chiunque si fosse trovato in difetto, dal loro specialissimo e soggettivo punto di vista.
Mano a mano si armarono di bastoni, rivoltelle, pugnali, moschetti, bombe e petardi, ma anche mitragliatrici e addirittura qualche cannoncino.
Siamo tra il 1919 e il 1920, quando per lo più giovani studenti ed ex ufficiali affascinati dal futurismo (guarda la casualità, proprio al Futurismo sono dedicate mostre e discussioni ancora oggi ad opera del nuovo MinCulProp italiano), mossi da ideali nazionalisti e antisocialisti, diedero vita allo squadrismo urbano, il quale realizzò attacchi dimostrativi contro manifestazioni socialiste e sedi del movimento operaio. Le squadre d’azione armate, alle dipendenze del Fascio di combattimento locale, furono create in ogni città. E tutte rispondevano direttamente a Mussolini.
Anche questo un caso. Ah la Storia, surclassata dall’ardimento!
E’ anche un po’ per queste ragioni che vanno attenzionate le recenti linee guida sull’educazione civica del ministro Valditara che dimostrano, ancora una volta, come la scuola sia l’ambito privilegiato di certe attenzioni.
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università così le commenta:
Si tratta di attività pensate e finanziate che puntano a inculcare nelle giovani generazioni quei “valori”
Dove “quei valori” sono da intendersi come i valori del fascismo.
Speriamo che a nessuno venga in mente di celebrare il prossimo 4 novembre, Giorno dell’unità Nazionale e delle Forze Armate, in qualche strano modo.
Scuole! Tenetevi lontane da altre originali idee.
Come può accadere tutto ciò?
Non si tratta soltanto di perdita di memoria.
Le mani sull’istruzione
Non si tratta soltanto di episodi di perdita della memoria collettiva, dicevo, ma di qualcosa di più grave e pervasivo.
E’ il risultato di una progressiva e sistematica distrazione di massa dalla Storia e dalla Conoscenza in atto da almeno vent’anni e che ci porta non tanto a dimenticare ma a non conoscere più chi siamo stati, chi siamo e cosa stiamo diventando. Se ci pensate, è anche peggio.
La scuola che ha perso progressivamente il suo ruolo all’interno della società, colpevolmente abbandonata e oggetto di ripetuti tagli e di scelte sempre meno volte a rafforzare la preparazione umana e culturale degli studenti e la condizione degli insegnanti sempre più fragile e marginalizzata.
La scuola che deve rendere gli studenti efficaci strumenti di produzione e riproduzione di merci e potere. L’alternanza scuola lavoro è solo un esempio.
E che dire del trattamento riservato agli insegnanti, che conoscono ormai da troppo tempo il virus della precarietà, ormai modalità di accesso “naturale” all’insegnamento e all’istituzione scolastica.
Svalorizzati, con venia richiesta agli interessati, al punto che sono colpiti tre volte: dallo Stato, che su di loro non investe, dalle famiglie, che si considerano interlocutori a pressione che decidono come educare i ragazzi anche in classe, e dai ragazzi che non li riconoscono più come i punti di riferimento cardini della loro crescita personale.
Ma si tratta di loro o della Scuola stessa che sta perdendo la sua centralità?
Di certo non la si recupera con i corsi di manganello!
La storia, la letteratura, la lingua e il linguaggio, l’educazione civica e sessuale. Per ognuno di questi insegnamenti ormai sviliti c’è un rischio concreto che la nostra società sta attraversando. Quanto invece potrebbe fare la scuola per impedire il degrado in cui stiamo nemmeno troppo lentamente scivolando, a suon di marcette!
Se un adolescente uccide la propria fidanzatina “perché non regge un no” o se uniti in branco alcuni ragazzi aggrediscono con brutale violenza propri pari per un paio di cuffiette o poco più, se il tempo trascorso in classe non è adeguato perché mancano gli strumenti e le risorse, credo ci sia una responsabilità collettiva, famiglie comprese.
C’è una sorta di assuefazione al peggio e un giudizio che si evince dai provvedimenti che vengono presi nei confronti di questi ragazzi che pure mostrano con chiarezza di non voler essere stigmatizzati né abbandonati al loro destino. Vogliono determinarlo. Cosa ci può essere di male in questo?
Certo, ci sono quelli che dedicano le loro esistenze a TikTok e alla Play station, ma altri, altri lottano, reagiscono, costruiscono, si impegnano, studiano. Non li si può colpire perché esprimono dissenso. E’ la natura delle nuove generazioni reagire, ribellarsi allo status quo, protestare, distinguersi in modo costruttivo.
La mia generazione ha vissuto con orrore l’avvento dell’eroina. Si è presa molti ragazzi che conoscevo e mi ha messa di fronte a scenari terribili agli angoli della mia città. Giovani che si bucavano sotto casa, negli androni dei palazzi, nei giardini, perfino nei bar.
Chi ha vissuto quei tempi se li ricorda. Erano gli anni di piombo, gli anni che poi avremmo scoperto essere di Gladio e della P2. Bisognava frenare una generazione di ribelli, a ogni costo. Oggi le repressioni studentesche a suon di manganelli hanno a mio avviso uno scopo analogo.
Reati che comprimono le libertà, disattenzione totale per le esigenze espresse dalle nuove generazioni fuori dall’agenda politica ma non dalla Storia.
Non c’è dubbio che starà soprattutto a loro lottare per un nuovo modello educativo e di istruzione. Allo scopo di conoscere l’orrore per non riprodurlo più.
La mia, lo so, è una riflessione amara.
Ma qualche volta le cose amare vanno assunte perché fanno bene, in questo caso alla nostra consapevolezza e coscienza.
Se ne esce solo con la partecipazione
Vedo un solo modo per uscirne, la partecipazione. Tragicamente, ma non casualmente, la partecipazione è proprio ciò che in questo momento storico è a rischio e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Alle ultime elezioni in Liguria non ha votato nemmeno la metà della popolazione. I vincitori si son ben guardati dal commentare, perché in questo paese si può governare con un pugno di voti. E forse a qualcuno conviene così.
Occupatevi pure di altro. Restate a guardare, alla finestra o dal balcone poco importa. Ma fino a quando l’orrore di cui parlavo si asterrà dal bussare ala vostra porta?
Partecipre significa usare ogni strumento a disposizione per esprimere la propria opinione, anche attraverso il voto.
E’ tanto più importante ora, in Italia e nel resto del mondo.
Ormai si governa con meno del 50% del consenso. Tra poche ore negli Stati Uniti si consumerà un voto determinante per il futuro della democrazia.
Aspirare alla perfezione è giusto e comprensibile. Ma senza mai doversene pentire avendo lasciato lo spazio al peggio.
Che ne pensate?




Leggo queste tue riflessioni nel giorno in cui si decreta la vittoria di Trump, il mondo sta subendo una pericolosa deriva, è davvero avvilente, ringrazio dio di non aver avuto figli
In un mondo in cui i valori sembrano sempre più fragili e le sfide sempre più dure, sento il sollievo di non dover portare un’anima innocente in mezzo a queste difficoltà.
Una delle ragioni per cui non ho figli nemmeno io. Ma no so se sia una consolazione piuttosto un’ulteriore forma di angoscia. Staremo a vedere. Vedo due grandi problemi: la deriva a destra del mondo, l’inesistenza di una alternativa. Cosa possiamo fare noi? Restare vive, sane, vegete. Ti abbraccio intanto
La tua amara riflessione è anche la mia. Stiamo precipitando in un buco nero di cui non si vede il fondo. Se vogliamo uscirne dobbiamo trovare di nuovo la socialità che i social ci hanno tolto. Dobbiamo guardarci in faccia e parlare e non attraverso uno schermo.
Io sono sul finire della mia vita ma tuttavia vedo un triste declino per i miei ultimi anni.
Caro Gian, mi spiace molto leggere parole così tristi e d’altra parte con tutta l’esperienza che hai maturato capisco il pessimismo. Sarebbe già tanto vedere ogni tanto una luce, un barlume… Io penso che non tutti i giovani siano brutalizzati o brutalizzanti come quello che leggo in questi giorni lascerebbe pensare. Se solo liberassero le loro idee e le canalizzassero in qualcosa di costruttivo… Non so, può darsi che stia invecchiando anche io :) Un sorriso caro per te