Referendum
Speaker's Corner

Scusate l’assenza… ero in mezzo a un referendum (anzi cinque)

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lo so, è passato un po’ troppo tempo dall’ultimo post. Tre settimane di silenzio sono tante, ma che volete, ho lavorato pancia a terra per i cinque Referendum!
Non ero certo su un’isola tropicale a sorseggiare mojito: ero tra banchetti, volantinaggi, dibattiti, seggi e mille chilometri percorsi a piedi per spiegare a tutti il senso di cinque quesiti referendari.
E ora che posso finalmente respirare (più o meno), eccomi di nuovo qui.

Dai che vi racconto cos’è successo in queste settimane di militanza e anche qualche altra amenità, che la vita riprende la sua cantilena e l’estate è già alle porte!

Scusate l’assenza… ero in mezzo a un referendum (anzi cinque)

Parto dalla fine: il risultato del voto. non abbiamo raggiunto il quorum, nonostante le innumerevoli iniziative corredate da innumerevoli sforzi. La chiamo una sconfitta, ma non un fallimento.

Perché abbiamo fatto qualcosa di grande: abbiamo costruito, negli ultimi due anni, una rete ampia, solida, fatta di relazioni vere, con associazioni che hanno occupato uno spazio, urbano e non, lasciato solo dalla politica. Insieme alla CGIL, Arci, Libera, il Gruppo Abele, l’ANPI e tante altre realtà che condividono un obiettivo essenziale: tornare tra la gente, ascoltarla, agire insieme. Partecipare.

Il referendum ha reso ancora più evidente quanto serva questa presenza ed è proprio questo che ci insegna l’esperienza della campagna elettorale e del voto.
A Torino, in particolare, il consenso attorno ai quesiti è stato ampio — ben oltre il perimetro del così detto campo progressista: in una città dove ha votato il 41% degli aventi diritto, ci sono quartieri in cui i quesiti sono andati molto meglio: penso al centro, a San Salvario, Pozzo Strada, la Crocetta. In alcuni seggi i 5 Referendum hanno raggiunto il quorum, tutti, anche quello sulla cittadinanza, che per la verità nessuno ha davvero capito.

La riprova?

Allo spoglio, nel seggio dove ho assistito allo scrutinio, una scrutatrice ammette: non ho votato il Referendum sulla cittadinanza.

Perché, domando io, in un clima davvero rilassato.

Perché non è giusto che la cittadinanza sia regalata.

In queste affermazioni sta una parte del fallimento della campagna elettorale. L’assenza di informazione e di approfondimenti, la cui responsabilità è delle Istituzioni e segnatamente del Ministero, e la difficoltà a superare la barriera dell’indifferenza e dell’ignoranza, che è il vero dilemma che ci troviamo di fronte, diciamolo pure chiaramente.

In tutto questo, io c’ero, e non solo come sindacalista o delegata del comitato promotore. C’ero anche come rappresentante di lista.
Lo confesso: mi diverte sempre vivere da vicino il processo elettorale. Nonostante i mille dubbi e le inevitabili frustrazioni, credo ancora che partecipare sia un diritto e un dovere, un piccolo gesto che contiene una grande idea: la democrazia vive se la pratichiamo.

Ho scelto di stare nei seggi del mio quartiere, a Torino nord. Una volta li chiamavamo “quartieri operai”.
Oggi, purtroppo, sono spesso quartieri della marginalità sociale ed economica.

E lì ho visto da vicino un dato che mi ha colpita: i quesiti sul lavoro hanno ottenuto l’87% di Sì, ma il referendum sulla cittadinanza si è fermato al 64%.

Perché questa differenza?
Perché lì dove la multiculturalità non ha ancora preso forma piena, dove mancano politiche di integrazione, cresce la paura.
E dove cresce la paura, cresce la distanza, si nutrono le idee che il filosofo Thomas Hobbes ha descritto così bene adottando e diffondendo la frase latina homo hominis lupus nel suo concetto di “stato di natura”, dove gli uomini sono in conflitto tra loro per la sopravvivenza. 

Nelle periferie delle nostre città questa condizione si misura chiaramente, senza bisogno di ulteriori filtri.

Torino è la città con più ore di cassa integrazione in Italia. Ha subito una deindustrializzazione pesante, senza che venga offerta una vera alternativa occupazionale di qualità.
Non sorprende che i temi del lavoro — la precarietà, la sicurezza, i diritti — siano così sentiti.

Pensiamo alle tragedie come quelle della gru di via Genova o dell’incidente a Brandizzo, ferite aperte nel cuore della città che parlano di lavoro insicuro, di appalti selvaggi, di dignità calpestata.

Eppure, tutto questo non è bastato a mobilitare abbastanza persone.
Perché? Perché chi vive in condizioni di disagio spesso non ha più fiducia, né forza per credere che le cose possano cambiare.
È una sfiducia che si alimenta da anni, e che tocca non solo l’economia ma anche la cultura e la coscienza collettiva.

Per questo non può finire qui, si mettano pure il cuore in pace coloro che ci vorrebbero proni, spossati, in subbio.

Ecco perché dico che abbiamo perso ma non abbiamo fallito.

Abbiamo costruito un’alleanza: con chi sta nei territori, con chi ascolta, cura, propone, resiste.
E con la CGIL, che è ancora oggi un sindacato conflittuale, capace di usare la vertenza come strumento per avanzare nella conquista di diritti e dignità, che oggi non posso che abbi9narfe alla richiesta incessante di pace e di fine dio tutte le guerre.

La mia convinzione è che dobbiamo essere più presenti nei quartieri dove le persone vivono davvero e ascoltare e intrepretare i bisogni, senza filtri o rappresentazioni, pena, sì, una sconfitta definitiva.

Questa è a mio avviso la strada.

Così care Volpi non ho avuto bisogno di “elaborare il lutto”, ma solo di riposare un po’, di prendere le distanze, per comprendere meglio.

Sì, lo ammetto, ero stanchissima. Ma va già meglio. Il giorno dopo le votazioni ho avuto il classico crollo post-adrenalina. Ma poi mi sono rimessa in moto.

Perché quando l’obiettivo è alto, solo una tappa non può metterti a terra.

Lo dico da sportiva, non sempre conta vincere subito. Conta piazzarsi bene in classifica. A volte, un buon piazzamento ti porta più solida alla vittoria finale.

E se ci pensate: 14 milioni di voti — tre volte gli iscritti alla CGIL — non sono mica poca cosa!

Quanto a chi ha inneggiato alla diserzione dal voto, me la cavo con una delle citazioni che ricorderò del capolavoro che ho da poco terminato, Il Conte di Montecristo:

Il Conte di Montecristo, Alexandre Dumas

Finita l’avventura Referendaria, ho cercato di rimettere in pari tutte le cose che avevo lasciato indietro, specie quelle che mi riguardavano direttamente.
Tipo per esempio, come avrete già capito, finire di leggere Il conte di Montecristo, di Alexandre Dumas.

Sì, lo so. In questo periodo sono in fissa con i grandi classici — e che ci posso fare? Mi sono accorta di non conoscerli davvero come credevo.

Io amo la letteratura dell’Ottocento e anche quella del primo Novecento. E più leggo questi capolavori e più mi allontano — con un certo rimpianto — dalla narrativa contemporanea.
Non so bene come colmare questo divario, ma nel frattempo… mi ci tuffo a capofitto.

Grazie agli audiolibri letti da attori straordinari su RaiPlay, riesco a leggere anche quando non leggo davvero: li ascolto mentre guido, mentre sono in palestra, o in quei rari momenti in cui mi siedo e cerco di non fare assolutamente nulla (tranne leggere, è ovvio).

De Il Conte di Montecristo, che dire? Un capolavoro!

La prima parte è meravigliosa: il carcere, il tradimento, la fuga, la voglia di restituire qualcosa di buono a chi è rimasto fedele… un ritmo perfetto e una narrazione senza tentennamenti verso la meta.

La seconda parte invece… meh.
Ho la sensazione che Dumas sia stato catturato da una specie di senso di colpa — un po’ cattolico, un po’ morale — che ha rallentato e confuso tutto.

Il romanzo nella seconda parte diventa più incerto, eticamente tormentato. E l’autore sembra farsi domande che ne appesantiscono il passo.

Tuttavia, l’ho finito con soddisfazione. Ma non so se deciderò di recensirlo. Attendo con trepidazione le opinioni di chi lo ha già letto.

E poi c’è la parte più tragica del mio mese: ho estratto un dente che stava con me da cinquant’anni. Un sodalizio perfetto che si è infranto, è il caso di dirlo, a causa delle sciocchezze commesse in gioventù.

Ho sempre avuto un rapporto piuttosto rilassato col dentista. Possiedo denti forti, non ho mai avuto grandi problemi, se non qualche carie, e proprio per questo, ho sempre trattato i miei denti come supereroi.

Tipo quando, da giovane e incosciente, aprivo le bottiglie di birra con i denti. Sì, lo facevo davvero. E no, non fatelo mai, poi vedete come va a finire!

Sette o otto anni fa quel dente ha iniziato a cedere. Probabilmente un antico segno di frattura si è trasformato in rottura mediale cui il dentista, dopo lunga e laboriosa trattativa, aveva posto rimedio con una toppa provvisoria per evitare l’impianto, sotto mio giuramento che nell’arco di uno o due anni mi sarei rifatta viva per finire il lavoro.

Sette anni dopo, ho finalmente ceduto e… addio premolare.

È stata la mia prima estrazione seria.

Adesso sono nella fase “post-operatoria con faccia da pugile che ha appena preso un pugno” e con una finestra in bocca che sembra l’ingresso di una galleria ferroviaria. C’è ventilazione. Spero di richiuderla presto.

Chi di voi c’è passato, sa bene a cosa alludo.

E con questo termino qui questo post del ritorno, care Volpi.


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paola sposito
1 anno fa

Ciao Elena. Anche io torno ora da un periodo di assenza e cerco di rimettermi al passo. Come ti avevo detto, io sono andata a votare ed ho votato 5 Si. Dall’affluenza vista la domenica mattina e dalla campagna di informazione che c’era stata sinceramente speravo proprio in una vittoria. Così non è stato ma qualcosa ha smosso gli animi se a Bologna e a Milano c’è stata grande affluenza: vuol dire che il tuo sacrificio e il tuo impegno, come quello di tanti che credono ancora nell’essere umano e hanno passione politica, non sono stati vani. Certo spiazza la percezione che l’uomo medio continua ad avere di chi considera diverso da sé se la cittadinanza viene considerata un regalo e non un diritto. Il razzismo e la paura dell’altro sono insiti nell’uomo e difficili da estirpare e si combattono solo con l’istruzione e la conoscenza: sempre quando ci siano i presupposti per attecchire.
Per il dente non preoccuparti anche io ho una finestra in fondo alla bocca da tempo. Ormai mi ci sono affezionata. E per quanto riguarda i classici della letteratura anche io preferisco sempre scrittori dell’Ottocento e del Novecento. Perché non è giusto che la cittadinanza sia regalata.

paola sposito
Rispondi  paola sposito
1 anno fa

Scusami Elena. Ho inviato il commento senza notare che in fondo al testo era rimasta una tua frase che avevo evidenziato per rispondere adeguatamente. Così sembra che io dica il contrario di ciò che ho scritto prima. Ti chiedo scusa ma stavolta ho inviato prima di rileggere una seconda volta. E non so come cancellare il commento!! Se vuoi puoi eliminarlo tu e poi lo rimando?

Sandra
Sandra
1 anno fa

Il Martedì post referendum mentre andavo per le zanzariere in un quartiere lontano dal mio, ho incrociato un esponente del PD Giovani, molto bravo e attivo. L’avevo conosciuto di persona in occasione delle Regionali quando aveva organizzato un aperitivo vicino a casa ed ero andata. Milano è divisa in 9 Municipi, il nostro è l’ottavo, una volta erano una ventina di zone quando ero piccola. Ho iniziato a interessarmi qualche anno fa perché ho seguito la campagna del ns. capo municipio, una donna molto giovane e capace, una che ti risponde se scrivi, poi comunque la sede è qui a 50 metri, quindi mi capita di vederla. E lui fa parte della sua squadra.

Insomma l’ho visto e l’ho fermato e abbiamo fatto un momento sfogo post referendum.

Lui ha detto di essere più triste che arrabbiato, la rabbia dice che è perché è anche colpa loro che non sono stati capaci di veicolare bene i quesiti, ma 15 milioni hanno votato Sì e c’è materiale su cui lavorare, però è sconcertato perché non capisce come la gente possa credere che le cose vadano bene. Ha detto che il baratro è vicino e farà molto male.

Alla fine ero così presa dai miei pensieri che ho superato il civico del posto delle zanzariere e ho fatto po’ di strada inutile sotto un sole cocente.

E ce ne sarebbero altre di cose da dire, tante sull’astensionismo trasversale a ogni età, ma pare che i 40/50 siano stati i più assenti al voto, io ne ho convinti 2 di quell’età ad andare, poi vabbeh sui voti, uno 4 sì e 1 no, l’altro 3 sì e 2 no. Cioè io il no al quesito sugli appalti non lo riesco proprio a concepire. Poi ho istruito bene mia mamma 87enne.

newwhitebear
1 anno fa

Sono andato a votare con mia moglie e mia figlia perché primo è un dovere, secondo il mio piccolo puntello serve a qualcosa.
Mi hanno stupito i ma non troppo i toni trionfalisti del governo perché sette su dieci ha disertato le urne. Se volevano far fallire il referendum dovevano andare al voto massicci e tutti con il NO. Però il sapere di essere un’esigua minoranza li ha spaventati e hanno preferito nascondersi dietro il non voto. Quindi ne è uscita sconfitto l’intero popolo italiano. Però riuscire a mobilitare circa 14 milioni di italiani per cinque quesiti che molti non hanno nemmeno capito, perché troppo tecnici, credo che sia un motivo di vanto.
L’estrazione di un dente? Purtroppo sono in attesa di farlo anch’io ma per altri problemi fisici aspetto che si liberi un posto in ospedale.

Brunilde
Brunilde
1 anno fa

Permettimi un sussulto di orgoglio: a Bologna affluenza al voto 47,67. Sono molto fiera che la mia città dimostri un coscienza civile , sempre meno di quento vorrei,ma insomma.
Sono andata a votare soltanto per dare un segnale in questo senso, perchè il quorum, conti alla mano ( normale astensione cronica più elettorato di destra ) era oggettivamente IMPOSSIBILE da raggiungere, anche con la più intensa compagna elettorale.
Mi chiedo: a chi giova fare , ancora una volta, queste imprese da Don Chisciotte? Per dimostrare che cosa, che non si è sufficientemente numerosi ( dati affluenza ) o abbastanza maturi ( dati cittadinanza ) per meritare e ottenere i risultati?
C’è molto da pensare.
Anche sulla questione della cittadinanza, che mi ha colpito e ferito.
La paura dell’altro, la bombardante campagna informativa su crimini commessi da immigrati…nessuno ci spiega le percentuali ( gli italiani delinquono eccome ), nessuno ci spiega la genesi. Quando vieni trattato come una bestia, facile che tu finisca per comportarti come tale.
Pare che la questione immigrazione sia a livello mondiale il grande spauracchio, utilizzato ad arte da una certa parte politica.
E poi c’è la realtà. Appena si rompe un tubo, va bene anche un muratore albanese, o moldavo.
Appena la nonna diventa inferma, si corre a cercare badanti di svariate nazionalità, va bene tutto, basta che prendano servizio subito, e sollevino la famiglia dall’ingrato compito.
Però no: la cittadinanza non si regala!
Triste, e sconcertata. Non riesco a vedere un futuro…

Franco Battaglia
1 anno fa

A me fanno malinconia questi sette su dieci che per svariati motivi hanno disertato le urne. Spero che il quorum sia inserito anche per le politiche, così si che mi farei grasse risate. Così come vorrei il voto palese in aula, altro che scrutinio segreto.. mi rendo conto che miro quasi alla rivoluzione elettorale, e che non avverrà mai, perché ci stiamo perfezionando nel ruolo di succubi.. accetteremo anche una guerra se dovesse scoppiare, manderemo figli al fronte che fino a ieri giocavano a playstation, ci chiuderemo in novelli bunker aspettando il suono delle sirene, sospenderanno il campionato di calcio e forse, allora, qualche barlume di rivolta animerebbe le nostre decisioni..

Giulia Mancini
Giulia Mancini
Rispondi  Franco Battaglia
1 anno fa

Come sai, sono andata a votare e ho tanto sperato che i referendum andassero bene, ma purtroppo non è stato così anche se mi rallegra leggere nel commento di Brunilde che Bologna ha avuto un una quota di partecipazione altissima. Ho sentito dai notiziari che anche altre città hanno avuto alti quorum di partecipazione. “La cittadinanza non può essere regalata”, assurdo, un’affermazione del genere mi sconforta, a parte il fatto che ci sono molti italiani “cittadini per nascita” che delinquono molto più di certi stranieri e comunque la cittadinanza sarebbe stata data a persone con la fedina penale pulita, il sito referendario tendeva soltanto ad accorciare i tempi da dieci a cinque anni per maturare questo diritto. C’è molta disinformazione e disinteresse, ed è piuttosto avvilente.

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