Il lato femminile,  Speaker's Corner

Storie di donne

Ci sono storie che sono così vere che non hanno bisogno di essere arricchite dall’immaginazione.

Parlano un linguaggio del cuore e lì arrivano, senza mediazioni.

Quando Brunella e io abbiamo deciso di raccontare storie di donne in un’apposita rubrica sul blog, non ci siamo date un vincolo né una traccia precisa.

Ci siamo dette: ” Partiamo, raccontiamo e raccontiamoci” e così abbiamo fatto.

Questo è il primo post della serie “Storie di donne” (che è anche un tag) annunciata come una delle due novità del blog per il 2021 in questo post.

Terremo insieme le nostre rispettive sensibilità, le nostre professioni, il nostro vissuto, i nostri caratteri, unite da storie vere che ci hanno colpite e che Brunella ha deciso di raccontare.

Ha cominciato a scrivere storie che traessero ispirazione dalla sua vita quotidiana e in particolare dalla sua esperienza nella professione di legale, spesso a contatto con situazioni complicate in cui sono coinvolte le donne. Un punto di vista interessante e nuovo che Brunella ha accettato di buon grado di testimoniare, le sono grata, davvero.

Così è nata questa rubrica e così proseguirà per tutto il 2021, una volta al mese; con storie di donne che riguardano vita vissuta. La loro vita e anche un po’ nostra.

Ci mettiamo in gioco. E vediamo come va a finire.

Le storie che Brunella ci racconta sono frammenti di vita che ho tenuto così come erano stati descritti perché avevano bisogno di passare senza filtri da questa pagine a voi che li leggete.

Chissà se vi riesce di gustarli e se vi va di dirci cosa suscitano in voi queste storie.

Ad ogni modo, godetevele.

Storie di donne

“Auguri, signorina!

Laureata di fresco e colma di sacro fuoco, ero andata nello studio personale del Presidente del Tribunale di allora per prestare giuramento come “patrocinatore legale “ : una figura marginalissima, che mi avrebbe dato la possibilità di esercitare davanti al Giudice Conciliatore ( non esiste più ora ), e di fare poco altro.

Con me, un altro ragazzo, entrambi impacciati, entrambi conformi al dress code: giacca e cravatta lui, tailleur io.


“Avevamo la stessa faccia

Dopo questo incoraggiante esordio, ho iniziato
la professione e la tutela di donne e minori è sempre stato l’aspetto del mio lavoro più importante e più sentito, quasi sempre il più faticoso e difficile.


L’ho vissuto come una opportunità per capire meglio me stessa e il mondo femminile, in genere, e di essere utile.


Questo mi ha portato però a incontrare la violenza, imparando a riconoscerla anche là
dove non è così manifesta ed evidente.

Storie di donne

Il Presidente fu gentile, ci fece leggere, prima lui poi io, la formula di rito, e alla fine ci diede la mano, prima a lui: “ Auguri, dottore! “ e poi a me: “ Auguri, signorina! “


Ho avuto un padre svalutante e molto autoritario, so di cosa parlo, e riconosco la fattispecie al volo.

Mio padre si è impegnato a fondo nel trattarmi come una cretina, esprimendo in ogni occasione la sua assoluta sfiducia nelle mie capacità e tentando di gestire anche la mia vita privata.

Per fortuna, oltre all’aspetto fisico (avevamo la stessa faccia ) avevo preso da lui la stessa testa dura: la mia caparbietà mi ha salvato, ma spesso dall’altra parte della scrivania ho visto ragazze tanto più fragili di me. Non facile, difendere una donna da se stessa, dalla propria educazione e dalla propria famiglia, nel momento i cui si sente più debole.

Che cos’è la violenza, Brunella?

La violenza ha molti volti. Botte e lividi sono solo uno dei tanti, paradossalmente neanche il peggiore.

La più drammatica è la violenza psicologica agita dall’uomo nei confronti della moglie o compagna, anche quando moglie e compagna la donna non si sente più.

Avviene svalutando giorno dopo giorno la sua persona e il suo ruolo, rilevandole critiche continue, anche al cospetto dei figli. Mostrando disinteresse sessuale, per mortificarla, o, al contrario, perseguitarla con pretese di continua disponibilità.

La violenza è autoritarismo, ostacolo a relazioni interpersonali con amici e parenti di lei e soprattutto, il più diffuso e il più devastante, il ricatto economico.

L’autonomia economica è un tema ricorrente nei rapporti disfunzionali tra uomini e donne, anche all’interno di una relazione di coppia. Durate la pandemia i divari si sono acuiti, molte donne hanno perso il lavoro e le loro case sono diventate prigioni. Il tasso di occupazione femminile è di 18 punti percentuali più basso di quello degli uomini e il lavoro part time, che riguarda per il 73,2% le donne, è involontario nel 60,4% dei casi. Per non parlare dei redditi, in media il 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini (qui i dati del rapporto del Ministero del Lavoro)

In un paese evoluto, in pieno terzo millennio, non immaginiamo neppure quante donne siano dipendenti economicamente dal proprio partner.

Se non hai un soldo, dove vai e soprattutto come dai da mangiare ai tuoi figli?

Nelle prigioni familiari, come le chiami tu Elena, il perdurante controllo che certi genitori (soprattutto padri) esercitano sulle figlie, in primis con un’educazione alla sottomissione e a principi patriarcali obsoleti, ma soprattutto attraverso la continua ingerenza nella loro vita, anche da adulte, genera insicurezze e fragilità che una volta fuori dal recinto protetto della famiglia non fanno altro che acuirsi. Alcuni padri arrivano addirittura a interferire con la gestione dei loro matrimoni o divorzi.

Ne incontro tante nel mio lavoro di donne così, immagino a te capiti lo stesso.

Le incontro, le riconosco, ma spesso non si palesano. I loro problemi restano sullo sfondo, nascosti da un velo di vergogna e timore. Il lavoro è uno spazio di autonomia fondamentale per le donne. Per questo è tanto grave quanto urgente intervenire per riportare le donne a credere in se stesse, a investire su se stesse in una società che liberi spazi di autonomia e di espressione anche in luoghi in cui di solito le donne non ci sono.

Penso sia una sfida per i prossimi mesi quella di garantire lo sviluppo professionale delle donne. Un obiettivo in capo a tutta la società, qualunque sia il genere di appartenenza.

Come donne abbiamo il dovere di non voltarci dall’altra parte.

C’è un’immagine che amo richiamare alla memoria ogni volta che affronto questi temi:

una donna con fatica supera l'ostacolo e sale il primo gradino di una scala verso uno spazio nuovo di conquista. Allinea l'altro piede, prende un attimo fiato, solo un attimo. Poi si volta, allunga il braccio più forte verso colei che è ancora a terra e, afferratolo, la solleva, facendole spazio sul suo gradino.

Si chiama solidarietà, io preferisco chiamarla sorellanza.

 

Tocca a voi, care Volpi: quanto vi riconoscete in queste storie?  Cosa significa per voi sorellanza?

 

 


Piccola legenda: nella parte del dialogo inserita in questo post, le parti in corsivo sono dedicate alle affermazioni di Brunella.

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Barbara
3 anni fa

Per fortuna non mi riconosco in queste storie. Mia madre se ne è dovuta andare presto da una famiglia patriarcale e violenta, ma ha lottato duramente per dare alle sue figlie un titolo di laurea e la capacità di reagire con forza a qualsiasi angheria. Mio padre l’hanno sempre preso in giro, dicendogli che è la moglie che porta i pantaloni (e lui è un sarto XD ), solo per dire che le avversità hanno reso lei (e di conseguenza anche me, perché alcuni aspetti del nonno materno ahimè li ho visti) una donna forte.
Purtroppo però sono anche testimone scomoda di mancanza di sorellanza nel mondo del lavoro. Se devo dirla tutta, le peggiori cattiverie, subdole perché elargite col sorriso, le ho avute da donne in qualità di superiore. Al mio primissimo posto di lavoro, giovanissima ma non stupida, la figlia del capo rivolta ad una collega le disse, in presenza di clienti: “Ma non li fanno i libretti di istruzioni per gli handicappati come te?” Un’arroganza che poi, ho saputo molto tempo dopo, le è costata molto cara, in altri modi. Non è comunque stata l’unica, il periodo peggiore era quando frequentavo troppo gli ospedali, e la cosa non piaceva proprio alle mie colleghe donne, da cui mi aspettavo invece proprio sorellanza.
Sono rare le donne che arrivate su quel gradino si girano indietro per aiutare, in genere sono persone che hanno sofferto, ma chi ci è arrivato facilmente la fatica proprio non la conosce.
E comunque sono contenta di vedere il bel viso di Brunella finalmente! 🙂

Brunilde
Brunilde
3 anni fa

Ciao a tutti e bentrovata Collega Marina!
Grazie di cuore per la condivisione e l’accoglienza. Un ringraziamento speciale a Elena per la sua forte sensibilità a questo tema di cui, stando alle cronache, non si parla abbastanza, e per avermi offerto questo spazio fra le Volpi.
Sulla questione se un avvocato debba rappresentare o meno chi è accusato di reati particolarmente infamanti occorre riflettere.
La nostra Costituzione garantisce il diritto di difesa a chi è accusato di aver commesso reati, e che non può essere lasciato solo di fronte alla magistratura inquirente ( la cosiddetta pubblica accusa ) in fase di indagini, e alla magistratura giudicante ( I giudici che decidono o meno la condanna ) nel corso del successivo processo: lo squilibrio di mezzi e di forze sarebbe eccessivo e iniquo, e non sarebbe neppure utile alla ricerca della verità.
Nelle difese penali, l’impatto etico ed emotivo è forte: può un avvocato che sia anche una brava persona difendere un violento, un assassino, uno stupratore?
Un avvocato può comunque rifiutare un incarico, oppure può prestarsi a svolgere una semplice difesa tecnica, nel rito e non nel merito, per garantire un equo processo, nulla più. E’ accaduto, accade, e in certe situazione mi sembra l’unica soluzione.
In ambito civile è diverso ma non troppo: il diritto di famiglia deve tutelare in particolare i soggetti più deboli, i minori e le donne, quasi sempre entra ingioco il fattore economico anche come strumento di pressione e ricatto, a volte non è semplice capire la reale portata delle situazioni.
Entrano in gioco tante valutazioni: personalmente io mi regolo in base all’intuito e soprattutto ai miei principi.

Luz
3 anni fa

Anzitutto complimenti per questa bellissima idea. Le collaborazioni sono sempre stimolanti, ne sappiamo qualcosa io e Marina. 🙂
Il tema preso in esame è delicatissimo. Nell’ultimo ventennio è diventato uno dei temi di grande emergenza sociale. È evidente che ci sia una forte spinta verso l’autonomia da parte delle donne, che stanno lasciando il loro consueto abito e considerando una certa autodeterminazione. Io sono nata da una donna che ha mortificato il proprio talento di sarta (cuciva negli anni Sessanta perfino abiti da sposa, ma era davvero bravissima in tutto, in una grande città sarebbe entrata nell’ambiente dell’alta sartoria) per indossare i panni di moglie e madre. Mio padre non era un uomo cui mancava la capacità di capire le persone, ma gli faceva comodo, e fu gioco-forza, che lei non continuasse a esercitare la professione. All’epoca sarebbe potuta diventare anche un’attività part time da svolgere in casa. Se mia madre ne avesse sentito la spinta, mio padre non le avrebbe impedito nulla. È stata lei piuttosto a non sentirne più la voglia, e si è spenta dietro all’accudimento della famiglia. Dico “spenta” perché so che non è mai stata una donna veramente contenta di ciò che fosse e facesse. Le fu naturale abbracciare quel tipo di vita, senza neanche un soldo che fosse prodotto da lei, assecondando la forte personalità di mio padre (neanche a lui fece bene che lei fosse così accomodante). Insomma, era la donna di ieri. Quella che al momento tende a sparire, e per fortuna, dietro a personalità che si accorgono di volere di più, di poter avere di più e vogliono cambiare la loro direzione. Spesso con tragico epilogo.
Accanto a ciò, questa svalutazione della donna in quanto tale. Me ne accorgo in qualsiasi ambito, perfino in quello teatrale, dove devi usare i denti per farti spazio ed essere credibile.

Marina
3 anni fa

Ciao Brunella, piacere di conoscerti e ciao Elena. Una bella idea, anche questa rubrica.
A te, Brunella, mi lega l’affinità con la professione. Sono avvocatessa non più in esercizio e, nei primi anni, mi sono occupata, al fianco dell’avvocato presso cui avevo fatto pratica, di un paio di casi di violenza domestica, che mi hanno traumatizzata al punto da convincermi di non essere fatta per questa professione. Difendevamo l’accusato di violenza sulla moglie e, credimi, non avrei mai voluto farlo. Non riuscirò mai a giustificare nessuna forma di sopruso ai danni di una donna, mai, anche se di fatto tanti sono i motivi che spingono al crimine, psicologico o fisico, che sia. La pandemia ha acuito certe difficoltà già esistenti dentro alcune realtà familiari ed è terribile anche il solo pensare che non si possa stare chiuse in casa con il proprio marito/compagno senza vivere il costante terrore di subire violenza. Per quanto se ne parli, noi donne non riusciremo mai ad affrancarci dall’inveterato pregiudizio sulla condizione femminile: la sorellanza conta, certo, la solidarietà, lo spirito di comunione di fronte a problemi condivisi, ma resto scettica e pessimista sulla possibilità di ottenere certe “vittorie” nella società.

Brunilde
Brunilde
Rispondi  Elena
3 anni fa

Ciao a tutti, grazie per i vostri commenti e la vostra accoglienza.
E un grazie speciale ad Elena per la fiducia e lo spazio che mi ha offerto qui, fra le Volpi!
Cara Collega Marina, anch’io ho fatto penale soltanto per un po’, all’inzio del mio percorso professionale: giusto il tempo di capire che preferivo fare altro.
Il diritto di difesa, come tutti sappiamo, è garantito dalla Costituzione, un cittadino – imputato – non può essere lasciato solo di fronte alla magistratura inquirente ( la cosiddetta pubblica accusa ) nel corso delle indagini e a quella giudicante ( i giudici che decideranno o meno la condanna )nel successivo processo: lo squilibrio di forze sarebbe eccessivo e iniquo.
In una difesa penale l’impatto emotivo e il dilemma etico sono forti: può un avvocato che sia anche una brava persona difendere un violento, un assassino, uno stupratore?
Un avvocato può rifiutare una difesa, per motivi etici o personali. Oppure garantire il diritto costituzionale svolgendo una semplice difesa ” tecnica”, nel rito e non nel merito: è accaduto, accade. E mi sembra che in certi processi, dinanzi a certe efferratezze, sia l’unica soluzione possibile, almeno per il mio modo di sentire.

Giulia Lu Dip Mancini
3 anni fa

Molto bella e interessante questa rubrica, complimenti Elena e complimenti Brunella, non si parla mai abbastanza di donne, soprattutto in questi contesti.
La sorellanza è importante ed è bellissimo quando si realizza perché una donna in difficoltà se trova l’alleanza di un’altra donna può davvero essere più forte e meno sola.
Le donne spesso sono fragili e insicure a causa di una società che continua a metterle in secondo e terzo piano e finiscono per essere sempre pronte a mettersi da parte per un uomo, così magari non lavorano e rinunciano all’indipendenza…

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