Una stanza tutta per sé
Il lato femminile

Una stanza tutta per sé

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Una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza tutta per sé
Virginia Woolf

L’altro giorno ho organizzato in CGIL un momento di discussione e impegno in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, il prossimo 25 novembre.

Per cominciare mi è venuto spontaneo citare Virginia Woolf. Quella frase mi è venuta in mente senza che la cercassi. Sono grata alla geniale Virginia per averla pensata e scritta, credo rappresenti bene ciò di cui, a distanza di secoli, hanno bisogno le donne.

Siamo tutte donne che vogliono scrivere romanzi. Alcune danno sfogo a questa creatività con la scrittura, altre con l’immaginazione, altre ancora con le proprie speranze. Ciascuna di noi ha in mente una narrazione, la propria storia, e si impegna giorno dopo giorno a scriverla, fosse anche solo con il pensiero o con le azioni quotidiane, più che con la penna.

Ma cosa c’entra quella suggestione con la violenza contro le donne? C’entra, eccome.

Perché la violenza si combatte con la conoscenza, con la libertà, con l’autonomia economica. E una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi. Virginia questo lo sapeva bene.

Una stanza tutta per sé

Cos’è una stanza tutta per sé? E’ uno spazio dedicato solo a noi. Calmo, silenzioso, decoroso, in cui tenere le nostre cose senza doverle riporre di continuo. Un privilegio non soltanto nell’Ottocento, ma anche oggi.

Lo abbiamo capito durante la pandemia, quando ci siamo ritrovate in casa, alcune con veri e propri aguzzini da cui non sono più riuscite a fuggire. Case in cui gli spazi per noi sono spesso ridotti per fare spazio ad altri, figli, compagni, genitori da accudire.

A meno che non si parli di alta borghesia — ma non è il mio caso, questa è una condizione che riguarda molte.

Uno spazio privato è soprattutto il luogo in cui poter trovare quella calma e quella serenità per dedicarci a ciò che consideriamo importante. Scrivere, certo, ma anche pensare a noi stesse, farci del bene, proteggerci. Coltivare la nostra soggettività.

Virginia Woolf però parla anche di un’altra condizione necessaria: una donna, sostiene, ha bisogno della sua indipendenza economica, di risorse che le permettano di essere ciò che desidera. Di essere libera.

A questo pensavo l’altro giorno, guardando lo spazio colorato e caldo che avevo davanti. Un centinaio di persone che ascoltavano avidamente, regalando a sé stesse un momento per pensare alla propria condizione di donne e di lavoratrici, dentro una società, e un’organizzazione, pienamente intrisa di cultura patriarcale. Spazi di cui disponiamo sempre meno.

Per tutte le donne, per tutti gli esseri umani, l’indipendenza economica è un fattore sine qua no per il proprio sviluppo personale e per la propria sopravvivenza e incolumità.

La centralità dell’indipendenza economica per contrastare la violenza

Per questo quando parlo di violenza di genere, di violenza contro le donne, non riesco a non legarla alla dimensione economica e finanziaria della vita. Al lavoro, dignitoso e giustamente retribuito.

Determina la possibilità di ottenere ciò di cui abbiamo bisogno, che si tratti di salute, cultura, istruzione, socialità. Ma anche la libertà di denunciare una molestia sul lavoro, perché possiamo sfuggire a un ricatto e farcela da sole, se e quando troviamo la forza. E possiamo farlo solo se la nostra posizione lavorativa non è precaria, nel salario o nella durata del contratto.

Determina anche la possibilità di denunciare un marito o un compagno maltrattante: perché se procediamo, dobbiamo sapere dove andremo a vivere e con quali risorse. Spesso gli uomini maltrattanti sono anche uomini che abusano psicologicamente delle proprie compagne, convincendole dell’impossibilità di farcela da sole. E piano piano, esse scivolano nelle braccia di qualcuno che smette presto di essere fintamente dolce per rivelarsi aguzzino, violento, nei casi peggiori, femminicida.

Se diciamo “no”, quel “no” ha un peso. È un peso che ci salva, ma che ci interroga subito dopo su come sostenerlo nel lungo periodo.

Per questo denuncio con forza la gravità delle parole che sento pronunciare in questi giorni, che non solo non perseguono l’obiettivo della riduzione della violenza contro le donne, ma tendono a normalizzarla, a renderla un fatto normale e dunque inevitabile.

Parlo di esponenti del Governo che sostengono che l’educazione affettiva e alle relazioni non tuteli dalla violenza — quando è universalmente noto il contrario. O che fanno riferimento a bizzarre e sconclusionate teorie genetiche che giustificherebbero gli uomini in quanto tali, qualcosa al limite dell’imbarazzo e profondamente falso. Le ultime teorie su razza e genetica che ho sentito appartengono a un passato che non voglio più si ripresenti.

Così la violenza economica diventa quotidiana, diventa un fatto strutturale e dunque ineludibile. Lo affermano i numeri: poco più del 50% delle donne che potrebbero lavorare lo fanno, contro il 77% degli uomini. Di queste, più del 60% ha contratti di part-time involontario: contratti che vorrebbero a più ore — e dunque con più salario — ma che non possono ottenere perché all’impresa serve flessibilità e una debolezza salariale che le renda ricattabili.

Ne ho parlato di recente sul blog nel post Il pavimento di cristallo.

Così, qualche giorno prima del 25 novembre, richiamare Virginia Woolf significa riconoscere che gli elementi fondanti, come ci ha insegnato lei, per la piena libertà e autodeterminazione delle donne sono uno spazio, fisico o interiore, tutto per sé, e l’indipendenza economica.

Diritti negati alla maggior parte di noi. Cosa possiamo fare insieme per riconquistarli?

Un discorso pubblico tossico

Intanto non credere alle teorie della normalizzazione e saper scegliere con oculatezza chi pretende di rappresentarci. Altrimenti, un pezzo alla volta, conquiste come il diritto all’aborto, al divorzio, alla parità salariale (ancora tutta da conquistare), o la più recente definizione di stupro come rapporto sessuale senza esplicito consenso, rischieranno di diventare soltanto una parentesi che alcuni vorranno cancellare.

Non ce la faranno.

Ma occorre vigilare e, credo, anche lottare. Il 25 novembre e ogni altro giorno dell’anno.


E voi, che ne pensate care Volpi? Avete una stanza tutta per voi? Come l’avete arredata o come la immaginereste?


E per chi il prossimo 26 novembre fosse a Torino… Eccomi alla presentazione del libro di Berizzi su Casapound. Poi ve lo racconto, ma chi c’è, passi!

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newwhitebear
8 mesi fa

Le istituzioni non fanno nullo solo siparietti per lo più maldestri e indisponenti. Ci vuole rispetto verso la donna, moglie o compagna. Servono azioni più incisive e consapevoli. La parità incomincia in casa e prosegue fuori.
ottimo post Elena da condividere in pieno.

Giulia Mancini
Giulia Mancini
8 mesi fa

La stanza tutta per me, me la sono conquistata con grande fatica, proprio conquistando la mia indipendenza economica, lasciando la Puglia dove non vedevo prospettive, andando contro i pregiudizi del luogo in cui vivevo (dove le donne o si sposavano oppure non avevano grandi prospettive), insomma cercando di realizzarmi attraverso l’università e poi il lavoro. Tuttavia nel mio matrimonio ho rischiato più volte di restare prigioniera di un ruolo che non volevo.
Vincere la violenza parte dalla indipendenza economica delle donne, non è possibile sottrarsi alla violenza fisica sé non hai una fonte di reddito, se dipendi economicamente dal tuo aguzzino. Poi sono necessarie altre azioni ma questo è l’inizio.

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