Femminile, plurale

L’urlo ignorato delle donne

«La violenza è frutto di un momentaneo raptus dell’uomo»

«Le donne a volte sono esasperanti»

«Se l’è meritata»

«Non dovrebbe rispondere/vestirsi a quel modo»

Quante affermazioni come queste dobbiamo ancora ascoltare? Cosa deve accadere perché la società, non solo i maschi, smetta di autoassolversi?

L'urlo ignorato delle donne

L’urlo ignorato delle donne

Un altro 25 novembre sta arrivando e il 2021, immerso nella pandemia, rischia di essere ricordato come l’anno peggiore di sempre.

In Italia ogni tre giorni una donna viene assassinata, brutalizzata, violentata da un marito, un ex partner, un amante, qualcuno che la conosceva bene, uno “di famiglia”.

Questo scempio non dovrebbe accadere. Non dopo gli interventi legislativi che dovrebbero rafforzare la denuncia delle donne e l’introduzione del numero dedicato, il 1522, su cui ho scritto questo racconto che potete ascoltare in forma di podcast.

La recente riforma penale introduce correttivi per garantire che il procedimento penale prosegua celermente. L’accelerazione delle attività di indagine è essenziale al pubblico ministero che deve poter, ove necessario, assumere rapidamente determinazioni a protezione delle vittime.

Invece accade. Ancora.

Che vittime denuncino un marito o compagno o ex violento, magari da tempo, e che si siano affidate allo Stato con fiducia. Alla comunità, alla capacità del sistema penale di tenerle al sicuro. In troppi casi, invano.

Perché non sono state protette? Perché non è possibile individuare forme di protezioni dirette, immediate, sorveglianza attiva, per mettere al sicuro le donne che denunciano mentre invece i denunciati, i femminicidi, escono dopo qualche mese di galera per mettere a punto il loro piano criminale?

E’ tempo che l’urlo ignorato delle donne squarci il silenzio. Non c’è niente di più doloroso del vederlo soffocare dall’autoassolvimento, dall’inedia, dalla superficialità, dall’ignoranza in cui siamo immersi.

1522, il numero che raccoglie l’urlo delle donne

La pandemia ha esasperato le situazioni di disagio e violenza, ma anche quelle economiche e reddituali, specie delle donne.

Uno sguardo sulla condizione delle donne in Italia ce lo offre l’Istat, attraverso i dati relativi alle chiamate che riceve il 1522, operativo dal 2018 per opera del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Nel rapporto si legge che nel secondo trimestre del 2021 le segnalazioni, via telefono e via chat, hanno continuato ad aumentare. Rispetto al precedente trimestre sono state 8.508 chiamate valide, pari a un +6,7%. Le vittime, fortunatamente, hanno registrato un lievissimo calo (4.243 vittime -1,5%).

Il picco era occorso nel secondo trimestre 2020, in piena pandemia, quando improvvisamente migliaia di donne sono rimaste prigioniere di relazioni abusanti, disfunzionali, violente.

C’è una indubbia correlazione tra la permanenza continuativa tra le mura domestiche e il fenomeno della violenza.

Nel 66% dei casi le donne chiamano per segnalare di aver subito più tipologie di violenze, mentre il 26,3% delle vittime denuncia una forma “soltanto”. Fa differenza? Nessuna.

Purtroppo non ci sono dati che correlano quelle denunce con ciò che accade dopo.

Non sappiamo se quelle donne, un volta contattato il numero, siano prese in carico, possano allontanarsi dalle loro prigioni ed essere messe in sicurezza. Ricevano assistenza, riparo, sostegno economico.

Sappiamo solo che ogni tre giorni una donna viene uccisa. Troppe.

La cultura, a partire da quella giuridica e forense

La Commissione Parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, istituita con delibera del Senato della Repubblica del 16 ottobre del 2018, ha di recente pubblicato il Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria (trovate gli atti della Commissione a questo link)

Dal 2018 al 2020, su 100 eventi organizzati sul tema “violenza di genere e domestica” rivolti ad avvocati professionisti, soltanto 1.000 di loro vi hanno partecipato, di cui l’80 per cento donne, in maggioranza civiliste.

Sono 243.000 circa gli avvocati complessivamente e potenzialmente coinvolti. Il Rapporto deduce che in tre anni, solo lo 0,4 per cento degli avvocati ha partecipato a eventi formativi su questo delicato quanto urgente tema. Accogliere la testimonianza di una donna vittima di violenza richiede una specifica professionalità. Questi dati lasciano trasparire la scarsa sensibilità della classe forense, soprattutto maschile, verso il fenomeno della violenza di genere e domestica.

Stiamo parlando di uno dei primi anelli della catena della denuncia, quello che deve immediatamente far sentire la donna protetta e gestita, seguita e supportata.

Parliamo spesso di educazione alla differenza e alla pace a scuola e di giovani generazioni, e facciamo bene. Ma che possiamo fare se coloro che professionalmente dovrebbero essere preparati e preparate per difenderci dedicano la loro attenzione altrove?

Perché accade?

Non so dare una risposta. Qui mi basta che la domanda risuoni, in rete, in te che mi leggi, nella coscienza collettiva di un paese ancora patriarcale e arretrato sotto il profilo del diritti (non abbiamo dimenticato le urla e gli sbeffeggi di certi parlamentari quando hanno affossato il DDL Zan!)

Manca una formazione specifica non solo nell’ambito dell’attività forense, continua il rapporto, ma anche in quella dei consulenti tecnici, in particolare gli psicologi.

Professionisti che sono giustamente tra i primi a dover intervenire per sostenere, curare, guarire le donne vittime di violenza.

Purtroppo, sia gli avvocati che gli psicologi hanno soltanto avviato percorsi di sensibilizzazione e risultano in grave ritardo nella specializzazione dei professionisti. Mi pare un vulnus molto, molto pesante.

Si tratta forse di mancanza di sensibilità?

La mancanza di approfondimento, anche dal punto di vista delle professioni coinvolte, contribuisce alla sottovalutazione ormai dilagante degli eventi di violenza di genere e domestica, che non viene letta in modo corretto.

Vi è ancora molto da fare perché si possa parlare di un sistema veramente democratico.

Il lavoro, una risorsa per uscirne vive

L’autonomia economica è spesso ciò che impedisce alle donne di fuggire, di allontanarsi, di affrontare eventuali dipendenze psicologiche e affettive.

Nel 2021 la perdita di posti di lavoro per le donne è spaventosamente grave.

A titolo esemplificativo, pensate che nel mese di agosto 2021 sono evaporati 80 mila posti di lavoro, 68 mila riguardavano le donne, l’86%.

Le statistiche parlano di una lieve ripresa, ma è fatta soprattutto di tempi determinati, di contratti precari. Il divario tra i generi resta e, se possibile, si amplia, anche in relazione alla fascia d’età.

Nei luoghi di lavoro, una donna su cinque subisce molestie fisiche, e oltre a guadagnare di meno (circa il 21% in meno, in media) non ha accesso ai posti di potere.

Oggi il Global gender gap report ci pone fra i peggiori Paesi europei per le differenze economiche fra uomini e donne.

Tra i CEO, soltanto una posizione su dieci riguarda una donna.

Una questione di cultura, di istruzione? No. Le Amministratrici delegate sono il 6,3% del totale; le donne professore associato sono il 38% del totale, cifra che scende a 23% se parliamo di professori ordinari.

Nella mia organizzazione, la CGIL, purtroppo non siamo messi meglio. Su ventuno posizioni apicali di direzione generale nella mia regione, soltanto quattro sono affidate a donne.

Non tutto è fermo, s’intende. Dopo il 2018, anno in cui una serie di provvedimenti sono stati presi, di recente è stata approvata la legge per la parità retributiva tra uomini e donne.

Certo, è incredibile che nel nostro paese sia stato necessario “declinare” la Costituzione scrivendo una legge per la parità. Eppure, è accaduto.

Ha unificato dieci testi di legge sull’argomento e prevede meccanismi di trasparenza e garanzia per le donne lavoratrici attraverso il rapporto sulla situazione del personale e la creazione di una certificazione di parità di genere per premiare le aziende virtuose.

Serviranno oltre 200 anni per raggiungere la parità. Una strada ancora molto lunga e non sembra esserci molto a disposizione, nemmeno in questa pandemia, che, se possibile, ha relegato le donne ai margini in modo ancora più evidente.

Sarò a Mathi il 26 novembre alle 21 (qui il link all’evento) per parlare di questi temi con il Sindaco e l’Assessore alla Cultura in occasione della Giornata Internazionale per la lotta alla violenza contro le donne.

L’occasione è la presentazione del mio romanzo, Càscara, ma c’è da scommettere che parleremo anche di questi temi.

Nel romanzo ho raccontato storie di donne e violenza. Tutte diverse e tutte maledettamente familiari. Nord e sud non c’entrano più.

C’entra invece l’urlo ignorato delle donne che può e deve essere ascoltato, innanzitutto dagli uomini che si reputano civili e dalle nostre sorelle. Della loro vicinanza c’è sempre maledettamente bisogno.


Cosa deve accadere secondo te perché il nostro diventi un paese pienamente democratico e sicuro, per le donne e per ogni genere?

14 Comments

  • Giulia Lu Mancini

    Cosa deve succedere perché questo paese diventi un paese di piena parità per le donne e senza una tale violenza nei loro confronti? È difficile ma non impossibile, serve però una grande volontà da parte delle istituzioni che mi sembra, invece, assai carente, persino il tanto decantato governo Draghi ha poche donne nella sua formazione, davvero erano così distratti? Istituzioni a parte ( comunque vanno bene le quote rose oltre a ogni legge che tuteli la parità) è importante la diffusione di una cultura a tuteli delle donne, i bambini devono crescere con la consapevolezza che ogni donna (ma anche ogni animale o uomo o qualsiasi altro essere) meriti rispetto, che l’amore non significa possesso o proprietà, ma reciproca comprensione e affetto e, ancora, rispetto.

    • Elena

      Sono anche io convinta che le quote rosa siano necessarie, per lo meno per stabilire davvero delle condizioni di parità in partenza. Le istituzioni dovrebbero dare l’esempio. Troppo spesso invece non .lo fanno. Sottovalutano. Così soffriamo due volte. Confido molto nelle giovani generazioni, penso che abbiano in partenza una cultura meno paternalista in cui la mia generazione è cresciuta e un modo differente di vivere la sessualità, più aperto, fluido. Spero che cambi le cose, anche se per contro il fenomeno del bullismo mi spaventa, parecchio. Grazie Giulia per il commento e buon 25 novembre!

  • newwhitebear

    tutto quello che hai scritto è verissimo. Io vorrei aggiungere che la giustizia è troppo lenta ma anche se fosse più celere all’uomo violento dopo pochi anni è di nuovo fuori e con la voglia di vendicarsi.La pena esemplare? sarebbe quella di lasciarli marcire in carcere. Forse qualcuno ci penserebbe due vole prima di uccidere, violentare o brutalizzare.

    • Elena

      La repressione in carcere è una strada, credo che ancora più efficace sarebbe la così detta “riprovazione sociale”. Per ottenerla serve appunto rispetto e cultura. Qui volevo puntare l’attenzione su professionalità che dovrebbero garantire le donne e che invece, per mancanza di approfondimenti e preparazione, abbozzano, come se il femminicidio o la violenza fossero un reato come gli altri. Grazie Gina per essere passato di qua. Buon 25 novembre anche a te. La cutlura e il cambiamento lo facciamo insieme

  • Franco Gabotti

    Mi associo a quanto espresso sopra da parte di tutti quanti, l’evoluzione culturale è a buon punto, ma deve toccare ancora lo zoccolo più duro e la repressione purtroppo è urgente e necessaria. Osservando il target medio dei destinatari di eventuali sanzioni e dissuasioni mi vengono in mente, chissà perché, soggetti quasi mai sperticatamente intellettuali: suggerirei, per esempio, alla prima segnalazione della vittima, una sospensione della patente di sei mesi, alla seconda segnalazione una sospensione di cinque anni, la volta successiva a vita, oltre alle conseguenze penali che dovrebbero comunque essere pesanti.

    • Elena

      Hai buttato il sasso nello stagno, lo faccio anche io, poiché, pragmatica come sono, mi trovo d’accordo con te sulla necessità di agire qui e ora e contemporaneamente sulla cultura, un lavoro di lunga lena. Sono per una scorta individuale per le donne che denunciano e per inserire gli uomini maltrattanti, subito, in un percorso obbligatorio per “un recupero sociale” Grazie per la provocazione e buon 25 novembre anche a te, caro Franco

  • Brunilde

    Oggi, 25 novembre, al di là delle ricorrenze, grazie ad Elena per mantenere SEMPRE accesa la luce su questo tema oggi così dibattuto, ma di fatto mai veramente affrontato con soluzioni efficaci.
    Continuo a credere che un vero cambiamento non ci potrà essere se non con l’educazione, familiare ma anche scolastica. La cultura del rispetto si deve insegnare, non vedo alternative.
    Un pensiero a uttte le donne in difficoltà in questo momento, e ai loro figli

    • Elena

      Grazie Brunilde, ben ritrovata. Ognuno di noi faccia ciò che può per tenere viva l’attenzione su un tema tanto dibattuto, ma come osservi tu mai davvero affrontato con soluzioni efficaci.
      Resto sempre dell’idea che la cultura, scolastica e familiare, sia il centro di una comunità civile. Chiedo anche che ci siano interventi dell’oggi. L’idea che non si possano fare momenti di approfondimento a scuola sulle differenze di genere, ragione per cui abbiamo visto sbeffeggiare il ddl Zan, certo non lascia tranquille. Anche la cultura è tutta da conquistare… Un abbraccio e buon 25 novembre !

  • Cristina

    Ti ringrazio moltissimo per questo articolo che fa il punto della situazione su un tema drammatico che ci riguarda tutti da vicino, donne e uomini. Le buone leggi ormai ci sono, ma c’è un vuoto spaventoso per quanto riguarda il meccanismo di protezione a favore di una donna che denuncia. E mi metto nei panni di una donna che subisce violenza, quale forza di volontà potrebbe bastare a vincere il timore di ritrovarsi il violento ancora tra le mura di casa, o a poca distanza e libero di avvicinarsi e uccidere? Chiaramente molte donne subiscono in silenzio, minimizzando agli occhi del mondo le ecchimosi, i segni del pestaggio. Ho letto episodi di cronaca atroci, dove donne sono state uccise dopo una vita di violenze, anni e anni.
    Sulla necessità di una indipendenza economica, con me sfondi una porta aperta. Secondo me sono due gli strumenti affinché una donna sia davvero autonoma:
    – istruzione, che forma lo spirito critico per comprendere anche che certe situazioni non possono essere tollerate
    – indipendenza economica, anche sotto forma di accesso alle posizioni apicali, di un’equa retribuzione a pari mansioni, tutele per agevolare ancora di più la maternità e i figli, in modo che la maternità sia un valore aggiunto e non un elemento penalizzante.
    E temo che i 200 anni per mettersi al pari con questi temi e raggiungere un’autentica parità di genere, e non di facciata, siano approssimati per difetto.

    • Elena

      Ciao Cristina, grazie per il tuo contributo. Il pessimismo circa la possibilità di accorciare i tempi della parità è più che comprensibile, visti gli atteggiamenti. Istruzione e lavoro sono fondamentali ma come tu hai colto qui il punto è proteggere. Se una donna denuncia e dopo poco accade l’irreparabile vuol dire che il sistema non l’ha protetta. Parliamo, discutiamo, teniamo viva l’attenzione. Indossiamo le scarpette rosse ogni giorno perché su questo tema c’è ancora tanta strada da fare. Ieri sera sono stata a presentare Càscara per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne presso il Comune di Mathi. Parlando del tema, alcune donne hanno raccontato le loro esperienze di discriminazioni subite e percepite. Sono troppe. Se non c’è rispetto non può esserci astensione dalla violenza. Anche questo piccolo blog non si stanca mai di sottolinearlo. Grazie per averlo sottolineato

  • Marina

    Non ho risposte e io, sull’argomento, sono molto pessimista. Gridiamo a squarciagola la situazione insopportabile che riguarda certi rapporti malati, ne parliamo, non voltiamo le spalle, recitiamo sempre la stessa preghiera e poi, che accade? Il resto di nulla. Tutto rimane immutato, forse succede anche di peggio, i numeri aumentano. E anche la strafottenza di chi dovrebbe occuparsene: istituzioni, figure professionali… Ripeto, non ho soluzioni, forse infliggerei punizioni solenni, forse darei più credibilità a tante donne che vengono ignorate nel bisogno, forse educherei anche loro a riconoscere i soggetti pericolosi, forse… e intanto qualcuno, in questo momento, continua a sentirsi libero di esercitare tutta la sua finta superiorità (fisica o psichica) su qualche povera vittima indifesa.

    • Elena

      Capisco il pessimismo che è anche sconforto. Poi guardo agli uomini che ci sono accanto, a quelli che camminano con noi e alle donne che hanno coraggio e penso che la speranza esiste davvero. Teniamo la fiamma accesa. Ti abbraccio Marina

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