Femminile, plurale

1522

1522

Mi hanno portata nell’angolo più buio del pronto soccorso, avviluppata in una coperta. Ma fa ancora freddo.

Accanto a me un uomo sta vistosamente controllando se laggiù tutto funziona. Ogni tanto mi scruta. Mi fa schifo, non posso allontanarmi. E’ un incubo.

Ho chiamato l’infermiera, dopo un’ora è arrivata. “C’è troppa gente” ha detto, “mi creda, non vorrei essere qui” ho risposto.

Le ho chiesto di essere trasferita in un luogo più tranquillo e mentre chiedevo ho indicato l’uomo che ora sembra appagato ma ha sempre una mano lì, lo so. Lo vedo.

Vorrei solo un po’ di tranquillità. E se gli altri capiscono cosa mi è successo? Me lo sento stampato addosso. La mia non è colpa, ma violenza subita. Eppure non riesco a nascondere la vergogna.

Ora sono nel reparto geriatrico. Ci sono persone distrutte nel corpo e nell’anima. Come a me, solo qualche anno più vecchie.

Le tumefazioni che ho sul viso sono evidenti, questa volta non sono stata capace di nasconderle. Lui era così furioso, non smetteva più di colpirmi, di punirmi … non sono riuscita a proteggermi. Ho atteso che finisse l’orrore, ho chiamato Marisa e siamo venute qui. Mi ci ha portato lei, per la verità.

L’infermiera all’accettazione mi ha domandato cosa fosse successo, ho avuto un sussulto. Se avessi detto la verità di certo lui sarebbe venuto a saperlo. Sa tutto lui, è come se mi leggesse dentro.

La solita scusa “sono caduta dalle scale”, non ha retto. Non ricordo quante altre volte l’ho accampata, ho perso il conto. Ho capito che non mi hanno creduta quando l’infermiera ha detto alla sua collega: “È un codice rosa, la passiamo subito. Avvisa di là”.

Non so cosa sia questo codice rosa, ma ho intuito. Cambio ospedale ogni volta che posso e in questo non ci avevo mai messo piede, ma è come si mi stessero aspettando. Fanno ciò che devono fare mentre io resto muta, senza fiato.

L’infermiera mi ha guardata e mi ha sorriso. Mi piace questa giovane donna bruna, minuta e decisa, ha una grinta che le invidio. Chissà come avrebbe reagito lei alle sue botte. Magari si sarebbe ribellata. Magari lei è migliore di me.

La scruto, attraverso la fessura che c’è tra la palpebra e il bordo dell’occhio, mentre mi afferra la mano bluastra e la fascia con delle bende elastiche che tengono il polso fermo.

Mi ha fatto male ma ho taciuto. Con tutto il dolore che ho sentito questo non era niente. Poi mi ha detto di sedermi, mi ha riempito di domande inutili cui ho dato inutili risposte e nel mentre tra me e me pensavo: “Non ti dirò mai la verità, te lo puoi scordare. Poi ci devo tornare io a casa, sta’ sera. Fatti i fatti tuoi”. Avrei voluto dirle così, ma mi è mancato il coraggio.

Lei si è arresa al mio silenzio ed è andata via. Sono di nuovo sola con Marisa, che mi guarda e non sa
cosa dire. Comincia a insultarlo, a minacciare una denuncia. Non capisce, Marisa, non capisce niente. Lei non sa cosa significa avere paura.

Esce in corridoio. Sembra nervosa, sta chiamando qualcuno al telefonino. Resto sola, e come molte altre giornate e serate e notti penso solo che mi vergogno di me stessa. Mentire alle persone cui voglio bene, solo una buona a nulla si comporta così. Io.

Eppure, devo. Come posso ammettere con me stessa che la coppia che tutti credono innamorata è in realtà il mio carcere a vita, la mia “stanza delle torture”?

Solo Silvia secondo me ha capito. La mia vicina di casa quando ci sente urlare, me e mio marito, e capita quasi ogni sera, batte i pugni sul muro forte, per farci smettere.

Le prime volte bussava alla porta e chiedeva “Va tutto bene?”, poi io uscivo e la tranquillizzavo e lei se la beveva.

Poi però, il giorno dopo, facevo di tutto per non incontrarla, perché non sapevo cosa dirle, visto che la verità non potevo raccontarla e sapevo bene che tempo qualche sera e tutto sarebbe ricominciato.

Io e Silvia ci siamo conosciute appena trasferiti in questo quartiere del centro. Palazzi d’epoca e portinerie quasi sempre vuote ma piene di boria e di lettere da consegnare.

Avevo appena dovuto abbandonare il lavoro. Ancora ci penso e mi commuovo a quell’ufficio. Era così mio.

Silvia mi, piace sono sicura che avremmo potuto essere ottime amiche, se lui non avesse il carattere orribile che si ritrova.

Non vuole che frequenti nessuno, specie chi abita accanto a noi. Mi sa che è lui a vergognarsi, anche se non vuole ammetterlo.

Ecco, torna l’infermiera, è il momento della visita con il medico di turno. Dietro di lei sbuca un ometto tarchiato e con un vistoso parrucchino grigio chiaro sulla sommità del capo. È gentile. Appoggia la mano con delicatezza, ed è una fortuna, mi fa male dappertutto. Mi chiede le generalità, poi, ancora la stessa domanda: “Cosa è successo?”

Gli rispondo di getto: “Ho solo dimenticato di cancellare un maledetto sms”.

Lui mi ha guardato stranito, sembrava non capire. Sono scoppiata a piangere. “Non vorrà mica che le racconti i dettagli, non vede cosa mi è accaduto” gli ho spiegato, perché mi sono resa conto che non poteva capire.

“Sono sua, solo sua. Nemmeno l’aria che respiro possiedo. Verrà il tempo che gli restituirò anche quella”

“Non le creda”, dice ma io lo so che la sua verità è più forte della mia.

Lui non è sempre stato così, glielo giuro signor dottore. E’ cambiato, credo sia successo quando ha capito che era sterile. Dapprima è diventato solo scontroso, poi sempre più irruento. La violenza è venuta dopo, quando non riusciva più a far l’amore e mi costringeva a sollecitarlo, inutilmente. Diceva che la colpa era mia, che non ero all’altezza, che non ero capace di far godere un uomo. Io volevo solo che si calmasse,
volevo solo consolarlo e continuare ad amarlo, come avevo fatto fino ad allora. Mi faceva tenerezza, sa, dottore? E’ così fragile…

Il medico mi guarda senza aggiungere nulla. Mi afferra il polso della mano sana e mi guarda dritta negli occhi.
“Vuole davvero tornare a casa?”, mi domanda.
“E dove potrei andare, altrimenti?”, rispondo.
Non ho un lavoro, non ho un reddito, mi sento spacciata.

“Parli con l’infermiera per questo, è qualcosa che possiamo risolvere, almeno temporaneamente”, dice lui, fermo e pacato.

La visita termina qui. Non ricordo il suo nome, so solo che gli sono grata, ha fatto tutto senza infastidirmi, senza farmi male.

Poi, prima di congedarmi, mi ha chiesto perché avessi smesso di lavorare. Gli ho spiegato che non si può fare l’insegnante con il volto ricoperto di botte viola. I bambini domandano e bisogna sapere cosa rispondere. Ha annuito, poi ha passato la cartella all’infermiera.

Mi dicono che non devo preoccuparmi, che mi ricoverano una notte per tenermi sotto controllo, per via delle botte in testa, secondo loro domani starò meglio. C’è la possibilità di stare in una casa protetta, mi dice, e quando mi sentirò al sicuro potrò sporgere denuncia.

Ma tutto accade troppo in fretta, non ho la forza di decidere, ora.

Il medico se ne va e l’infermiera torna da me con un sorriso largo e un paio di denti storti che non avevo notato. Mi scappa un sorriso, lei se ne accorge, ma non sembra arrabbiata.

“Allora starà qui con noi, questa notte, d’accordo? Sarà al sicuro”, afferma, con quella sua voce brillante che sembra tutto così facile.

Benedetta regina dei denti storti, non sai da quanto tempo non mi sento al sicuro! Come sarebbe bello poter dormire una notte intera, profondamente.

Quanto vorrei risponderti di sì, che accetto, ma se lo faccio lui capirà subito che l’ho messo nei guai, dio solo sa cosa può combinare.

Non potrò più tornare a casa, lo capisci, signora infermiera?

Forse mi ha letto nel pensiero, fatto sta che mi guarda negli occhi e mi porge un biglietto, poi mi dice: “Impara questo numero a memoria, ti salverà la vita”.

Quando se ne va lo apro. Non è un numero, sono quattro. 1522.

Li ripeto all’infinito, 1522, 1522, 1522, come un mantra. E’ strano ma già mi sento meglio. Dal fondo del corridoio un volto familiare mi sorride. E’ mia sorella e c’è anche Silvia.

Sono felice di vederle, entrambe. E’ bello sapere che non sei sola.

Mostro a Marisa il biglietto che mi ha passato l’infermiera.
“Che ne pensi?”, le chiedo, trepidante.
“Chiameremo insieme” mi risponde mia sorella, mentre tenta di abbracciarmi dolcemente, attenta a non farmi male.

Non so se se ne accorge che sto sorridendo, con questo gonfiore che mi deturpa il viso. Ma il calore di quell’abbraccio mi ha restituito la vita che mi lui mi ha provato a togliermi.

Stringo il mio biglietto nella mano e vado verso l’uscita.

“Adesso basta con la violenza”.

E finalmente ho sentito dentro di me una flebile eppure nitida speranza.


1522

Ho scritto questo racconto/testimonianza nel 2017, ho pensato di riproporlo dopo una minima revisione di forma, non di sostanza.

Quando scrivo di certi argomenti nutro sempre la tiepida speranza di poter un giorno cestinarlo, pensando che la sua funzione possa essere terminata.

Invece non è così. Siamo ancora a raccontare storie come questa o peggio di questa, come la cronaca di questi giorni testimonia.

Credevo di poter trovare sempre conforto nelle parole, dette e ascoltate, ma contro la violenza sulle donne se ne sono spese troppe e francamente ancora non hanno prodotto azioni conseguenti.

Sono stanca.

La protagonista di questa storia ha potuto raccontarla, ma molte non ce la fanno.

In cosa credere ancora, dopo tutta questa indifferenza e questo dolore?

Nella salvezza che può affacciarsi alla vita di ciascuno di noi quando meno te lo spetti.

A noi il compito di afferrala o farla afferrare, perché altrimenti passa.

Se temiamo di non riconoscerla, occorre sapere che spesso è racchiusa nel sorriso caldo di una sconosciuta, in un paio di braccia pronte a sostenerti, nella mano delicata di un uomo che si prende cura di noi e nel cuore delle persone che sono ancora capaci di amare.

Ma anche in quattro piccoli numeri che a molte hanno salvato e salveranno la vita.

Anche questa è speranza.


1522 è un numero di telefono gratuito promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e attivo 24 ore su 24 su tutto il territorio nazionale. Trovi tutte le info a questo link.

 

Con la Legge 69/2019 il Parlamento ha introdotto il codice rosso contro la violenza di genere.Ne ho parlato qui e qui trovi un approfondimento a cura della Polizia di Stato.

 

Scopri a cosa servono i Centri Antiviolenza (dove sono le case protette in Piemonte) .

 

Proteggiti e proteggi. Amati.


Altri articoli sul tema

7 Comments

  • Elena

    Ho imparato molto in questi giorni sul tema, grazie anche alla moltiplicazione delle iniziative. È un bene assoluto che ora se ne parli, possibilmente senza sminuire come a volte capita per le questioni che ci riguardano. Grazie per avermi scritto la tua opinione. Più che un racconto è quasi una piccola sceneggiatura. Vorrei che questo tema fosse presente a tutti noi sempre. Un abbraccio

  • Elena

    Ciao Rosalia, ti chiedo innanzitutto scusa per non aver visto prima questo tuo commento… Ti ringrazio per le tue osservazioni, sempre molto apprezzate e significative. Sposo appieno le tue parole, specie l’ultima frase. Sono nata un’essere profondamente libero, mi sono scontrata sempre per difendere questa mia libertà perché so cosa significa uno spazio occupato dall’ego o dal volere di qualcun altro. Non so come si faccia a identificarsi con il carnefice e prendere addirittura le sue parti, ma succede. Spesso per paura, debolezza economica, solitudine. Sono stata all’iniziativa che la Boldrini ha realizzato il 25 novembre a Montecitorio, invitando ad “occupare” i banchi della camera a moltissime donne, di ogni razza, provenienza geografica e sociale, differenze politiche. Eravamo tutte lì ed alcune hanno preso la parola mostrando per la prima volta il loro volto offeso dalla violenza. E’ stato un momento incredibile, molto emozionante, non so, forse dovrei raccontarlo sul blog. A volte sorrido per la piccola goccia che rappresenta questo spazio virtuale, e mi chiedo “Che mai potrò cambiare?”. Poi penso che il coraggio di ribellarsi viene ascoltando storie di chi l’ha fatto prima di te. E allora, scrivere diventa una delle strade per combattere la violenza. Che ne pensi?

  • Giulia Lu Mancini

    È un racconto che trasmette bene il senso di angoscia, impotenza e paura della protagonista. La cosa terribile che questi uomini fanno, oltre alla violenza, é creare l’isolamento della propria vittima, dove può andare una donna che non ha un lavoro, né degli amici? Per questo i centri antiviolenza sono ancora più importanti per supportare le donne vittime di violenza, soprattutto per trovare il coraggio di ribellarsi e di salvarsi.
    Ogni anno però sembra andare peggio, davvero un bollettino di guerra.

    • Elena

      Cara Giulia, è difficile mantenersi salde nella speranza di poter sconfiggere un fenomeno tanto orribile. Ogni volta che sento di un femminicidio alla televisione noto tratti comuni nella storia delle vittime: avevano già dato segnali di disagio, alcune avevano denunciato formalmente o alle famiglie. Nessuno è riuscito a proteggerle. Perché? Eppure non è difficile. C’è un problema culturale dietro questa inazione che è anche un giudizio sulle donne. E’ un bollettino di guerra che non si vuole cancellare. Sai che qui nella mia regione nessuna istituzione ha ancora detto nulla sul 25 novembre? Mah

  • newwhitebear

    Un racconto ma è storia vera quello che hai scritto. Purtroppo numero o non numero casi come questo e anche di peggio sono il quotidiano e questo non va bene, perché significa che qualcosa non funziona. Cosa? Nella giustizia, nelle forze dell’ordine, in politica. Se io denuncio e questa cade nel vuoto perché la volta dopo forse non riesco più a denunciare, qualcosa tocca e tocca vistosamente.

  • Luz

    A scuola stiamo dedicando un percorso di riflessione a questo grave problema.
    L’educazione inizia da lì, da questa età delicata in cui stanno per affacciarsi alla fase difficile dell’adolescenza. Dedicherò un post a questo percorso didattico. Intanto grazie per questo racconto così toccante.

Che ne pensi?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.