Crescita personale,  Il lato femminile,  Speaker's Corner

Cosa vuoi fare da grande?

 

Cosa vuoi fare da grande? Quante volte vi siete sentite fare questa domanda! Quante aspirazioni, sogni, desideri evoca ora nei vostri ricordi… Siete riuscite a realizzarli?

Oggi i racconti personali ospitati nel blog parlano proprio di questo. Torna l’appuntamento mensile della rubrica del blog delle Volpi “Storie di donne“, in collaborazione con l’amica scrittrice Brunella Borsari (qui il lancio della rubrica e qui gli articoli già pubblicati), in cui vi presentiamo due storie che appartengono al nostro passato e che pur parlando di noi, forse dicono qualcosa anche di voi.

Il tema che abbiamo scelto ci è molto caro. Cosa vuoi fare da grande? ovvero quali desideri e ambizioni avevamo da bambine e il modo in cui le abbiamo accolte e realizzate nella nostra vita.

Un’occasione per riflettere sulle legittime aspettative delle donne e sul modo in cui la famiglia e la società fanno di tutto per contribuire a realizzarle od ostacolarle.


Cosa vuoi fare da grande?

Qual è il vostro vissuto rispetto alle aspirazioni che avevate da piccole o piccoli? Avete realizzato i vostri sogni?
Cosa ve lo ha impedito? Cosa lo ha favorito?

Potete raccontarcelo al fondo di questo articolo, nello spazio dedicato ai commenti, mentre leggete le nostre storie.

Comincia Brunella, ça va sans dire! A te la parola, avvocato! Cosa vuoi fare da grande?


Avevo dodici anni quando ho deciso di fare l’avvocato


Cosa vuoi fare da grande?

Avevo dodici o tredici anni quando ho comunicato a tutti che avrei fatto l’avvocato.

Non so perché mi sembrasse cosi urgente decidere che cosa avrei fatto da grande, ma ricordo bene le ragioni della mia scelta: volevo un lavoro che non fosse “ da donna “.

Ero disastrosamente negata nelle materie scientifiche, non avrei potuto studiare ingegneria, o medicina.

Giurisprudenza mi sembrava alla mia portata. E l’avvocatura non era un lavoro prettamente femminile, giusto? Quindi, deciso. E naturalmente, prima avrei fatto il classico: un avvocato deve sapere bene il latino!

Mia madre era costernata: avrebbe voluto che io facessi le magistrali ( lei era maestra elementare ) perché l’insegnamento era l’ideale, per una donna, con tempi e orari conciliabili con la famiglia e i figli.

Ricordo di averla sentita al telefono con una sua amica, non sapeva che stavo ascoltando:

“ Figurati, vuol fare il liceo classico, dice che farà l’avvocato, e il peggio è che …conoscendola, magari lo farà sul serio! “

Povera mamma, inconsapevolmente mi aveva istillato proprio lei il seme della ribellione. Era successo quando trovato delle vecchie foto di un tizio neanche brutto, col baffetto da sparviero e i capelli impomatati, che sul retro delle foto dedicava a mia madre poesie e frasi romantiche. Alla mia richiesta di spiegazioni aveva confessato: ebbene sì, costui era stato il suo fidanzato!

Era un ingegnere napoletano di buona famiglia, quindi un buon partito, e poi sembrava così innamorato: che cosa aveva fatto saltare il fidanzamento, proprio in prossimità delle nozze?

Ebbene, l’ingegnere non voleva che, una volta sposati, mia madre continuasse a insegnare: sarebbe stato disdicevole avere una moglie che lavorava. Lei aveva tenuto duro: non voleva dipendere dal marito, dovergli chiedere soldi “… anche per comprare un paio di calze! “.

E poi, che ne sarebbe stato di lei, se disgraziatamente fosse rimasta vedova, magari con dei figli?

Lui aveva la soluzione pronta: “ Ti risposi! “.

Mia madre era una ragazza del 1922, una gioventù passata a fare la fame, sotto le bombe, e poi a fare la maestra in certi minuscolii paesini sperduti sull’Appennino, dove rimaneva bloccata mesi, senza mai tornare a casa perché aveva paura del mulo, unico mezzo di trasporto possibile fino al paese più grande dove passava la corriera.

Su quelle montagne aveva preparato il concorso ed era entrata di ruolo. Aveva sempre lavorato, d’inverno a scuola e d’estate nelle colonie, al mare. Non ce la faceva a rinunciare ai bambini, alla sua passione per l’insegnamento e soprattutto alla sua indipendenza economica

Aveva mollato il baffetto da sparviero, che forse non era poi questo grande amore…

Aveva un forte rispetto per se stessa, per propria autonomia e in qualche modo me lo ha fatto respirare. Le sono grata, penso a lei con stima, credo davvero fosse una donna intelligente ed evoluta. La sua foto è sempre stata sul mio tavolo di lavoro, fin dal primo momento in cui ho avuto uno studio mio.

La perdono per aver tentato di farmi fare l’insegnante, come lei.

La perdono per avermi educata a essere modesta, decorosa, rispettosa, casta ( per carità! ) a chiedere sempre scusa e permesso, a parlare a bassa voce e soprattutto ad essere carina e dolce.

Non poteva sapere che avrei avuto bisogno di tutto l’opposto ma pazienza, ho imparato presto. E’stata, è ancora una gran fatica, ma non si può fare diversamente.

Brunella Borsari, avvocata e scrittrice bolognese, amica e sodale del blog delle Volpi (il suo ultimo romanzo lo trovate qui) .

Anche la Volpe di casa è stata stimolata dal racconto di Brunella. Così lo chiediamo anche a Elena: Cosa volevi fare da grande?


Il mio destino in mano ai… Salesiani


C’era un gioco cui i “grandi” giocavano di continuo e che mi metteva fortemente in imbarazzo: era il gioco del “Cosa vuoi fare da grande?”, una domanda ricorrente, che divenne un must quando superai il secondo anno delle medie.

Non avevo le idee chiare, non ho mai saputo rispondere a quella domanda. Perché avrei dovuto? Ero solo una ragazzina che pensava di avere il mondo nelle mani.

Ma i grandi non si sarebbero chetati se non avessi trovato una risposta.  Così la cercai e di getto la trovai.

Voglio fare la missionaria! 

A mio padre, ricordo bene, venne un colpo. Mia madre invece derubricò la faccenda come la solita bambinata di una monella, sentita chissà dove e chissà da chi. Sarebbe passata, non aveva nessuna importanza.

Quella reazione mi deluse molto.

Finite le scuole medie mi convinsi che avrei dovuto fare il Liceo Scientifico. Nel frattempo lo scherzetto della missionaria prendeva piede dentro di me, come una profezia che si autoavvera.

Fui molto colpita dalla visione di un film, Ben Hur, e da una scena, credo verso la seconda metà della lunga pellicola, in cui alcuni lebbrosi vivevano isolati e trascurati dalla società in un antro di caverna ai bordi della città, poveri, sporchi, umiliati. Soltanto alcune pie donne si prendevano cura di loro e io mi identificai.

Così decisi che avrei fatto il Liceo, e poi l’Università. Solo in seguito, con la mia solida preparazione, sarei partita per l’Africa, il mio paese di elezione.

Davanti a questo i miei genitori cominciarono a cambiare atteggiamento e persino ad essere orgogliosi di me. Le mie amichette avevano scelto tutte altri percorsi e altre scuole: perito tecnico, magistrali, liceo classico. La loro ambizione era lavorare in banca, in fabbrica, fare la segretaria d’azienda, aprire un negozio.

L’unica preoccupazione era che essendo la prima della famiglia a frequentare “una scuola alta”, potessi avere delle difficoltà che nessuno avrebbe potuto affrontare con me.

Mio padre, dopo una lunga discussione, mi disse che se avessi deciso di frequentare lo stesso lo Scientifico, nonostante le inevitabili difficoltà, mi avrebbe sostenuto. Ma voleva essere certo che ce la facessi, così prese la terribile decisione di farmi “valutare” in un test attitudinale presso i preti Salesiani, ordine che a Torino aveva grande risonanza e prestigio proprio per la formazione dei giovani, anche se prettamente professionale.

Mio padre era cresciuto con loro, aveva frequentato i loro oratori, e si fidava.

Il prete presso cui mi condusse doveva essere un pezzo grosso.

Portava un abito nero impeccabile, un colletto candido che spiccava persino sui capelli, bianchi anche loro, leggermente arruffati. Mi accolse con uno sguardo che colsi di disprezzo e che non riesco a dimenticare. L’ho sempre attribuito alla mia attitudine da maschiaccio che mi faceva apparire totalmente al di fuori dei canoni della fanciullezza femminile, ma potrebbe essere stato altro, non so dire e non voglio insinuare.

Il suo studio invece mi fece restare a bocca aperta. Era quanto di più bello avessi mai visto: l’intero perimetro dell’ampia stanza era circondato da una libreria altissima e stracolma di libri e sulla scrivania era poggiato un mappamondo di legno dipinto che mi proponeva, manco a farlo apposta, proprio l’Africa che avevo in mente. Era così vicina che potevo toccarla con un dito.

Nonostante le premesse, mi mise subito a mio agio e congedò mio padre, che imparò ad attendere tutti i miei esami che nella vita avrei fatto dietro una porta, ad ascoltare in trepidante silenzio l’esito che la loro figlia più grande, in cui riponevano ogni speranza per un futuro di riscatto rispetto al loro, fondato sulla fame e sul duro lavoro, passasse il suo test d’ingresso in società.

Il prete mi fece dapprima molte domande sulla mia vita, tanto che cominciai a sentirmi in imbarazzo. Poi mi interrogò sul programma scolastico e io risposi brillantemente, forte della mia buona riuscita nel corso di studi. In seguito mi mostrò forme geometriche da inserire in altrettanti buchi (?) e mi chiese di risolvere astrusi problemi.

Faceva domande di “cultura generale” e provava in ogni modo a mettermi in difficoltà. Ma non ci riusciva.

Sentivo, una sensazione talmente forte che mi pare di riprovarla proprio adesso, mi si accappona la pelle, come se mi stessero chiedendo di correre con una saponetta sotto i piedi.

Così, scivolai su una domanda. Ricordo il suo sguardo, di sollievo, soddisfazione. Un ghigno che mi diceva, esplicitamente, che se lo aspettava, che lui lo sapeva che non avevo le competenze per frequentare il Liceo e che una “bambina come me” avrebbe potuto al massimo fare le scuole magistrali.

Rideva e il suo sorriso scalfiva ogni mio sogno.

Mio padre a quel punto fu invitato ad entrare. Capì subito dallo sguardo che era molto deluso, ma ascoltava il responso quasi ricurvo, incapace da un lato di controbattere e dall’altro di accettare.

Il prete disse che la figlia di un operaio poteva considerare comunque un avanzamento sociale poter frequentare le superiori per fare la maestra, dell’asilo, aveva specificato, mentre per il Liceo, per quello no, ci volevano altre caratteristiche.

Essere una maestra d’asilo e frequentare le magistrali sarebbe stato un ottimo impiego, meglio senza dubbio della fabbrica cui evidentemente secondo lui ero destinata, se loro non mi avessero salvato e avviato verso il mio “giusto corso di studi”.

Mio padre si congedò, tenendomi per mano. Ricordo che restai silente per tutto il tragitto fino a casa, dove mia madre mi riempì di domande perché in fondo lei sapeva che sua figlia meritava di seguire le sue aspirazioni e non riusciva ad accettare quel giudizio, visto che mio padre, suo malgrado, difendeva l’operato del prete. Io, tacevo. La vergogna e la rabbia si confrontavano e nessuna delle due riusciva ad avere la meglio.

Io mi rinchiusi nella mia stanza. Quel destino che era stato disegnato per me lo percepivo sbagliato, forzato, falso.

Non seppi mai cosa successe di là, ma mio padre a un certo punto aprì la porta, per farmi la fatidica domanda:

 "Cosa vuoi fare da grande, Elena?"

Risposi: “Voglio studiare allo Scientifico!” risposi, e lo dissi proprio così, con la S maiuscola.

Non disse più nulla. Il giorno dopo mio padre prese il documento in cui il prete aveva scritto il mio destino e lo strappò, davanti a me. Fu un gesto rabbioso, impulsivo, chirurgico. Poi mi prese per mano e andammo, a piedi, a vedere da fuori la mia scuola superiore. Il Liceo Scientifico A. Einstein di Torino, da cui sarei uscita cinque anni dopo con 57/60.

Inutile dirvi che quel voto lo dedicai a me stessa e a quel prete.

Oggi lo dedico a tutte le bambine che si ribellano a un destino disegnato per loro da altri.

Un destino che volli a mia immagine. L’immagine di una ragazza libera.


Cosa lasciano questi racconti

Desidero prima di tutto ringraziare Brunella perché la sua testimonianza, resa sotto forma di racconto, mi ha fatto tornare alla mente un episodio molto intimo della mia vita.

La ringrazio perché avevo bisogno di ritrovare quella bambina in questi giorni. Averlo fatto mi ha regalato commozione, forza e coraggio.

A questo punto penso che questo possa diventare uno scambio. Come lo è stato tra me e Brunella, seppure a distanza, potrebbe diventarlo tra di noi, qui, su questo blog.

Ci sono tante storie come queste: storie di condizionamenti, di aspirazioni censurate e vissute con determinazione, storie di donne con una mano sulla testa che cercano con tutte le loro forze di spostarla e di camminare da sole.

Le storie di ciascuna di noi.

Quelle che da un lato potrebbero apparire sintomi di fragilità, ma che dall’altro manifestano la nostra grande forza, quella che ci porta ad essere ciò che davvero vogliamo. Costi quel che costi.

Se volete, raccontateci la vostra esperienza. E grazie per averci ascoltate.

Tocca a voi:

Vi ricordate cosa volevate fare da grandi? L’avete abbandonato o l’avete realizzato? Cosa vi ha aiutato e cosa vi ha tenuto lontano dai vostri sogni?

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24 Commenti
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Barbara
3 anni fa

Prima volevo fare la disegnatrice o la pittrice, poi la costumista per la Barbie, poi pensavo a scrivere per Harmony, poi scrivere sceneggiature di film, poi volevo fare la deejay e ho pure mandato una cassetta con un provino, poi la grafica sì ma con i computer moderni, poi l’informatico che almeno quello lo pagano (ahahahhaha…), poi ho smesso di desiderare, perché ero già grande e niente era andato come volevo proprio io. Come Brunella, ho faticato parecchio e ancora oggi mi chiedo dove sarei, se non avessi avuto il nemico in casa. Poi ho “scollinato” i quarant’anni, ho iniziato a mandare a quel paese un po’ tutti, specie quelli che mi hanno detto per anni cosa “dovevo” fare da grande e ho ripreso quella malsana idea della scrittura. All’inizio mi ridevano dietro, adesso quando esco in edicola con una storia vera su Confidenze non ridono più. Anzi, i parenti sono terrorizzati… XD
Mi hanno detto che non potevo cambiare lavoro “alla mia età”, l’ho cambiato. Mi hanno detto che non potevo dimagrire “alla mia età”, e sono dimagrita. Mi hanno detto che non potevo rimettermi a studiare “alla mia età” e passare un concorso, e invece l’ho passato, sono idonea e nei prossimi mesi attendo una chiamata. Tutte le volte dicono che non posso, e io posso, eccome se posso. 😉
Nonostante tutto, sono la prima laureata di tutto il parentado, padre e madre con la quinta elementare, tutti i nonni con la sola terza elementare. Forse perché mia madre non è mai andata tanto d’accordo con i preti… 😀

Cristina
3 anni fa

Che belle storie, e poi il passaggio di Brunella “nata dopo la fine della seconda guerra punica” mi ha proprio fatto ridere, non tanto per la “seconda guerra punica” ma per l’ulteriore precisazione temporale sul suo termine. 😀 Anche il tuo racconto, Elena, mi ha molto colpita, poiché è stato un tentativo di incasellarti in binari prestabiliti. Penso che la classica domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” non mi sia mai stata rivolta in maniera così diretta. Tuttavia sapevo benissimo che cosa desiderava per me mio padre: che diventassi un medico. Ma sarei stata un medico pessimo perché mi immedesimo in maniera totale e non sarei mai riuscita a scendere a patti con la sofferenza del mondo. L’alternativa, e viste le mie attitudini umanistiche, sarebbe stato frequentare Lettere e andare a insegnare, il che sarebbe stato un’altra catastrofe, più che altro per i miei poveri allievi. Quindi dopo il liceo linguistico ho scelto quello che volevo, cioè andare a lavorare all’età di diciannove anni e non me ne sono mai pentita. Ora sto recuperando con l’università! Però ero già grande e capisco che a undici anni bisogna avere un carattere molto forte per scontentare i genitori e lottare per realizzare le proprie aspirazioni.

Marina
3 anni fa

Ma che belle queste storie!
Elena, il tuo racconto mi è piaciuto molto: ho provato rabbia per le certezze degli adulti, che talvolta sono talmente condizionanti! Sei stata una ragazza pervicace e sei stata premiata. Brava.
Brunella, tu hai sempre voluto fare l’avvocato. Per me è stata una scelta di ripiego. E nel mio caso, non devo dire grazie ai miei genitori, nemmeno a me stessa, perché ho fatto quello che faceva piacere a mio padre, senza mai impuntarmi su ciò che, invece, mi avrebbe fatta più felice. Io volevo studiare psicologia, mia madre mi vedeva bene a fare ciò che faceva lei, l’insegnante, mio padre voleva che studiassi in Giurisprudenza “perché apre tutte le porte”. Non che non avesse ragione, ma io avevo altri sogni e non volevo studiare il diritto, nemmeno lettere. Ho volentieri frequentato il liceo classico (lunga tradizione di famiglia), ma poi, al momento di scegliere l’università, la psicologia era a Roma, mio padre non mi voleva mandare da sola nella capitale a quell’età (ironia della sorte, ci sono finita da adulta!) e allora mi ha consigliato la facoltà di legge a Palermo. Ho ceduto, perché o era psicologia oppure qualunque cosa andava bene. Non mi sono pentita, col senno del poi, anche la giurisprudenza è stata un’esperienza gratificante, ma fare l’avvocato non era e non sarebbe mai stato il lavoro della mia vita. A un certo punto, già grandetta, mi sono riposta la domanda: “Marina, ma tu cosa vuoi fare da grande?” e la risposta è stata facile e immediata: la mamma. Ecco, questo è il sogno che ho veramente realizzato.

BRUNILDE
BRUNILDE
3 anni fa

Ancora una volta ringrazio di cuore Elena, per l’occasione di raccontare e raccontarmi e tutti voi per la condivisione delle vostre storie.
Credo sia importante venire a patti con ciò che si è realizzato e le aspirazioni iniziali.
Il mio percorso di studi è stato un tesoro prezioso che mi ha dato molto e reso migliore, ne sono orgogliosa, anche se oggi, mentre divento matta davanti al pc con il processo civile telematico e altre diavolerie, penso che forse studiare greco antico da piccola non sia stata un’idea furba.
Per Giulia, mia concittadina di adozione: Bologna è un città – madre, un luogo del cuore. Noi bolognesi abbiamo radici grosse come tronchi di sequoia, e un orgoglio di appartenenza fortissimo, quindi mi fa piacere sentire vivi qui per scelta di libertà!

Giulia Lu Dip Mancini
Rispondi  BRUNILDE
3 anni fa

Grazie Brunella, Bologna è una città che ha accolto e adottato molta gente, io ci vivo ormai da 37 anni e riesce ancora a farmi battere il cuore…

Grazia Gironella
3 anni fa

La vena di tristezza è rivolta a me stessa, semmai. Fino a quando non ci si conosce e non si individua con chiarezza ciò che si ama, si è sempre in balia di tutto e tutti. I miei genitori hanno cercato per me il classico posto di lavoro sicuro, il che era anche normale, visto che vivevamo con il solo stipendio di mio padre. Quanto all’animale che avrei voluto studiare, non puoi indovinarlo, perché non avevo un preferito. Adesso studierei gli uccelli, probabilmente. Però sono curiosa: quale creatura mi avevi assegnato? 😉

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