Il crowdfunding, l’altra faccia dell’editoria a pagamento

Il crowdfunding, l'altra faccia dell'editoria a pagamento

Il mercato editoriale è sempre in cerca di nuove soluzioni per promuovere e vendere gli autori che rientrano in target consolidati.

Ambientazioni, generi, temi, personaggi legati a ciò che in questo momento “tira di più” garantiscono una maggiore attenzione da parte delle CE, specie se il nome di chi scrive è già più o meno noto.

E per gli esordienti? O per coloro che non hanno, ancora, sfondato se non tra qualche centinaio di amici?

Evitando come la peste le EAP – case editrici a pagamento, ecco un articolo utile per riconoscerle subito – negli ultimi anni si è affacciato sul mercato editoriale il crowdfunding.

Il crowdfunding in editoria

Usato largamente per progetti anche al di fuori dell’editoria, come, per restare in ambito culturale, la promozione di uno spettacolo teatrale o il finanziamento di un’idea innovativa da realizzare, il crowdfunding è uno sforzo collettivo di ricerca di fondi per sostenere un progetto di una persona o di un’azienda.

Applicato al mercato dell’editoria, fare crowdfunding significa finanziare la pubblicazione del proprio libro attraverso un investimento “a scatola chiusa” da parte di potenziali fans di un lavoro letterario, di solito un romanzo.

Il meccanismo su cui si fonda è la fiducia. Un investimento che amici e fans fanno sul tuo lavoro, anche se non l’hanno ancora letto.

Va da sé che avere uno stuolo di conoscenti dispobili a investire qualche soldo per l’uscita del libro è un grande vantaggio.

Se non possiedi questa rete, non pensarci nemmeno.

Come funziona

Il crowdfunding può essere lanciato anche da un singolo autore che decide di raccogliere anticipatamente delle risorse che gli permetteranno non solo di stampare il proprio libro ma di diffonderlo, di poter organizzare presentazioni e perché no finanziare spostamenti qua e là per le città per farlo conoscere.

Questo è possibile, ma non è ciò di cui parlo in questo articolo.

Qui mi riferisco a società specializzate, che per convenzione chiamiamo case editrici, che propongono il crowdfunding come un meccanismo efficace e efficiente per vendere e promuovere il tuo romanzo.

Quando la campagna è lanciata, una volta stabilito insieme titolo e copertina (beh, non sempre insieme, talvolta ci devi pensare tu) e perfezionato il testo – alcune società forniscono editing seri, altre no – si pianifica il numero di copie necessarie per considerare quel romanzo pubblicabile.

Come? Posso solo azzardare, scusandomi se mi allontano troppo dalla verità delle cose, ma correggerete voi, se del caso.

Come potrebbe muoversi una società che deve fare business (come qualunque CE)? Calcola i costi di pubblicazione, pubblicità, consulenza, marketing ecc e li suddivide per copie da pre-vendere.

Il numero risultante è il piano di crowdfunding che l’autore dovrà sostenere per raggiungere il suo obiettivo.

Dovrà promuovere l’acquisto delle copie da parte dei suoi volenterosi sostenitori e se raggiungerà gli obiettivi, la società che lo promuove lo pubblicherà e forse, lo distribuirà.

Se non riuscite a pre-vendere le vostre copie, cartacee o in formato file che siano, e la somma necessaria pattuita non viene raggiunta, il libro non vedrà la luce.

Punto.

In pratica il famoso rischio d’impresa per l’editore, di cui ho parlato tempo fa in questo articolo, si annulla, venendo totalmente scaricato sui futuri acquirenti.

Osserverai che almeno non si scarica sull’autore, come le care vecchie EAP sanno fare bene, e hai ragione.

Ma alla fine della fiera, cosa cambia?

 

La mia esperienza da lettrice con il crowdfunding

Un amico autore scrive un romanzo. Gli piace, ne è entusiasta, ma non riesce a pubblicarlo. Dopo qualche mese di tentativi, pensa al crowdfunding.

Sembra accessibile, friendly, sono molto disponibili. Così invia il suo testo.

La società lo valuta, discute con lui di alcuni passaggi poi decide di lanciare la campagna.

Segue tutte le fasi pre-pubblicazione, dalla scelta del titolo alla copertina e correzione di bozze. Poi lancia il crowdfunding.

L’autore è coinvolto direttamente in tutte le fasi di preparazione, è soddisfatto. Sa che se non raggiunge il numero minimo di acquisti cash, il suo libro non esce, il meccanismo è semplice e spietato. Ma lui è convinto di farcela.

Ha calcolato tra amici di Facebook e conoscenti reali un centinaio di papabili acquirenti e così si butta.

E’ il suo momento.

Come lettrice la mia curiosità è grande. Ammiro l’autore per la sua tenacia, lo invidio persino un pò.

Chi crede così tanto in qualcosa, merita di essere aiutato. Così acquisto la copia in formato digitale del romanzo.

Raggiunti i numeri utili alla campagna, l’autore scompare dai social e io mi dimentico del suo romanzo, che ho altro a cui pensare.

Dopo circa sette mesi ricevo una mail dalla società promotrice (non faccio il nome, ma tanto in Italia non ce ne sono molte).

Abbiamo raggiunto il numero di prevendite stabilito, il romanzo tizio verrà pubblicato!

Seguono punti esclamativi e frasi che inneggiano alla vera gioia. Solo che io, dopo tutto quel tempo, non ricordo assolutamente di cosa stiano parlando.

Mi arrabatto a cercare qualche altra mail da quell’indirizzo che mi sveli l’arcano e finalmente trovo il titolo e l’autore del romanzo in questione, che avevo persino dimenticato di aver conosciuto, tanto era meteorico nella mia esistenza.

Non vi nascondo che una parte della voglia di leggere che mi era venuta in allora era sparita, ma che potevo fare, visto che non avevo ricevuto il romanzo?

Sono andata su Amazon a cercare il titolo, ma non ho trovato niente.

Ne deduco che il romanzo, stia per essere pubblicato, o qualcosa del genere.

Le mie sette euro spese attendono ancora di essere godute (sì, circa sette euro per un’edizione digitale in pre-vendita).

Rileggo meglio la mail. In effetti dice solo che il numero minimo per la pubblicazione è stato raggiunto, non che è stato pubblicato.

Okay, mi dico, passerà qualche settimana e poi finalmente lo leggerò e scoprirò chi ho finanziato e forse anche il perché.

Ma i mesi passano e da quell’indirizzo email più niente.

Poi, a un anno dall’esborso, casualmente sulla pagina Facebook dell’autore appare un post entusiasta sull’uscita del nuovo romanzo, come se ci fossimo sentiti solamente il giorno prima.

Di nuovo su Amazon, ancora niente.

Perché mi accanisco a cercare su Amazon? Perché mi piace! :mrgreen: 

Così mando un messaggio all’autore, il quale si incazza con me perché non l’ho ancora letto, il capolavoro e sono anche un pò imbranata.

Il file è sulla mia pagina riservata della società che lo ha pubblicato, aspetta solo che io vada a scaricarlo.

Saperlo, avrei evitato di farti incazzare, amico mio.

Vado all’area riservata che non sapevo di avere e scarico il romanzo. Giurano che se avessi fatto l’investimento sulla carta , lo avrei già ricevuto via posta.

Lo scarico, lo rendo compatibile con il mio device e comincio a leggere.

Indovinate un pò?

Non mi piace. Non riesco ad andare oltre le prime pagine.

Ecco allora la domanda: a che pro affrontare questo lungo percorso (per non chiamarlo calvario, per il lettore e per l’autore?) per un romanzo che non ti piace? Di cui sapevi poco e che hai acquistato solo per fare un favore all’autore?

C’è bisogno che vi sveli la risposta?

Io ho chiuso con il crowdfunding, sapevatelo.

Il crowdfounding, l’altra faccia dell’editoria a pagamento

Tralasciando il livello delle pubblicazioni, in termini di contenuti, originalità delle storie, cura dei dettagli tipografici, editing, correzione di bozze, concentriamoci esclusivamente sul business che queste forme di editoria determinano.

Il dato comune è che entrambe chiedono soldi a qualcuno per stampare il libro (termine che preferisco a pubblicare, poiché la pubblicazione di solito presuppone una certa distribuzione) mentre l’attività editoriale, come abbiamo già osservato, è di tipo imprenditoriale ovvero richiede l’assunzione di una qualche responsabilità.

Che in un caso sia l’autore e nell’altro il lettore a metterci i soldi non importa.

Il punto è che qualcuno li mette, ma non l’editore.

E come quando ci si lascia attrarre dalle sirene delle EAP, anche per il crowdfunding il bisogno che esprime l’autore non è scrivere un buon romanzo, ma pubblicare il proprio romanzo.

La differenza è tale che richiederebbe una riflessione a parte, qui mi limito a dire che ciò non significa che un romanzo pubblicato non sia un buon romanzo, ma certo c’è differenza tra i cataloghi di alcune grandi case editrici e di quelli che generano gli editori in crowdfunding, non trovate?

In un momento in cui lamentarsi non serve ma occorre tirarsi su le maniche per pubblicare, come dice Chiara Beretta Mazzotta in questo video, il crowdfuning per i libri sembra un’ottima via d’uscita.

Ma a che prezzo?

A prescindere dall’attesa, dai vantaggi (se ve ne sono) nei confronti del self publishing, dai compensi e dai problemi di distribuzione, l’autore come ne esce da un’esperienza come questa?

E come ne esce il lettore?

Ancora una cosa prima di salutarvi

Qualche tempo dopo aver scaricato il libro, ho ricevuto dalla società editrice un interessante sondaggio.

Tra le molte domande, due mi hanno colpito:

Risposte chiuse a scelta tra
  • è una splendida opportunità che si sta dimostrando vincente
  • è una buona laternativa per pubblicare evitando self publishing , editoria a pagamento e vanity press in genere
  • non credo sia la mia strada ma credo possa essere efficace per altri
  • non credo sia uno strumento utile.

Poi c’era una domanda sul tallone d’Achille del crowdfuning.

La prima tra le risposte chiuse era  quella relativa ai tempi tra l’inizio della campagna e la pubblicazione.

Dopo di che non so com’è finito il sondaggio.

Forse passerà un altro anno prima che mi tolgano la curiosità di come i loro lettori considerino questo “nuovo” strumento editoriale.

Per il momento, ho finito.

E voi, avete mai pubblicato un libro con il crowdfunding?
A questo punto, lo fareste?

 

Commenti

  1. Per me il crowdfunding non è assimilabile all’editoria a pagamento per la chiarezza del progetto: se ti affidi al crowdfunding infatti sai benissimo che come autore dovrai impegnarti al massimo per il marketing durante la campagna, mentre l’editoria a pagamento gioca sull’idea che per pubblicare sia “normale” che l’autore paghi (un minimo di copie o dei fumosi servizi editoriali, quando in realtà sta solo pagando uno stampatore). Senza contare che il crowdfunding fatto bene arriva anche nelle librerie fisiche, l’editoria a pagamento promette di arrivarci ma non mantiene quasi mai.
    Dal punto di vista del lettore, il crowdfunding mi ha permesso di conoscere Silvia e Nadia e apprezzare i loro romanzi, con gusto e partecipazione. Certo, loro si sono impegnate molto, mentre ho conosciuto autori che non erano proprio per nulla tagliati per questo processo. Non basta piazzare là un link, scrivere un post su un blog ogni tre mesi e sperare che la gente ti finanzi. Confidare solo sugli amici è sbagliato (gli amici si vedono nel momento del bisogno, nel senso che quando hai bisogno, non li vedi proprio 😀 ). E quelle volte che magari un altro blogger ti coinvolge, perché vuole darti una mano, gratis anche, rispondere in maniera arrogante. E’ chiaro che porsi in questi termini col pubblico, non aiuta. Eppure mi è capitato due volte, ovviamente i libri non sono arrivati all’obiettivo. Mi sembra che rientri nello stesso caso che dici tu, in cui l’autore non ha curato il dialogo con i suoi finanziatori, che si sono dimenticati del progetto.
    C’è stato anche chi è partito con la campagna di crowdfunding, con tanto di ufficio marketing, sito, blog, social, gadget, per poi mettere di mezzo gli avvocati, non ho capito esattamente per quale motivo, e campagna sospesa a risultato raggiunto. Per un attimo ho sospettato della piattaforma, ma continuando a seguire la persona, mi sono poi resa conto che il problema era decisamente suo. Dunque torniamo al punto che il crowdfunding non è per tutti.

    1. Ciao Barbara, nel mercato editoriali ci sono molti soluzioni disponibili ma poche rispettano l’autore e i suoi lettori. La discriminante? La chiarezza e la trasparenza, per me valori assoluti. Ma anche quando ci sono queste garanzie, non significa che il progetto sia buono. Per me il crowdfunding, così come lo promuove l’editoria in Italia, resta un ciapa rat. Mi scuso con chi lo ha già sperimentato, niente di personale. Ma continua a non convincermi. Resta sempre un modo per fare soldi piazzando un prodotto con l’energia degli altri, per usare un eufemismo. Anche se la vita mi ha insegnato ‘mai dire mai’…

  2. Non mi piace l’idea che qualcuno debba sborsare soldi per permettere a me di pubblicare. I libri non sono farmaci salvavita; il mondo va avanti benone anche senza le mie storie. Ma poi, perché non autopubblicare? Puoi farlo gratis, chiedendo sforzi a te stesso e non ad altri. Cosa non ho capito?

    1. Io l’ho capita come te. Ma che i mondo possa andare avanti lo stesso senza le nostre storie non sono daccordo . Ah, ho finito di leggere Veronica c’è. Ho già fatto una video recensione un pò particolare…

  3. Mi dispiace che i soldi che hai speso in buona fede non abbiano costituito un buon investimento, Elena.
    Personalmente non ho nessuna esperienza di crowdfunding né mi impegnerò mai in tal senso. Concordo abbastanza però con quanto afferma Marco, anche se c’è da dire che pure Silvia ha fatto un ragionamento condivisibile, per non parlare dell’altarino scoperto da Gian Paolo.
    Un dubbio mi rimane: Se la quota non viene raggiunta il malloppo raccolto dalla società di crowdfunding che fine fa? I soldi vengono restituiti, si fa una grigliata tutti quanti in allegria, fanno fifty-fifty la pseudo CE e l’autore “impubblicato” o cosa?

      1. Posso dire che se le cose non sono cambiate il capitale viene restituito ai lettori in totale trasparenza perché raccolto su piattaforma esterna all’editore che non incamera nulla fino al momento del raggiungimento del goal

        1. Sono onesti allora. Grazie per la tua testimonianza. Anche se non è per me il crowdfunding potrebbe essere la soluzione per altri. Sempre meglio avere informazioni complete, sia che le cose vadano per il verso giusto oppure no

        2. E’ una buona notizia. Se il lettore viene risarcito quantomeno non perde del tutto la fiducia che ripone nell’autore, nella CE e nella letteratura.

  4. Ricordo che feci un lungo commento negativo sul crowdfunding qualche anno fa sul blog di Salvatore. E nonostante il tempo il mio giudizio non è diventato positivo, magari si è ammorbidito, perché Silvia, ma anche CBM, mi hanno offerto visioni differenti sul tema.
    Credo che quel che dice Silvia sia molto bello, col crowdfunding il romanzo diventa parte di un progetto di condivisione con i futuri lettori e sappiamo tutti quanto questo metodo sia importante al giorno d’oggi.
    In America finanziano di tutto, da invenzioni tecnologiche a musical, film, e anche libri. Però lì funziona diversamente e qui è il grande limite del crowdfunding italiano.

    Il crowdfunding perde valore e senso dal momento in cui la piattaforma che dovrebbe essere neutra, diventa giocatore e arbitro della partita diventando editore.
    In pratica il crowdfunding non è più un raccogliere fondi per il libro, ma un modo di guadagno tout court della piattaforma.
    Per quel che ne so io, tempo fa era così, la piattaforma, dalla raccolta fondi intasca la metà come fee, e l’altra metà per la creazione del libro, dall’editing, alla correzione bozze, all’impaginazione.

    Questo è il guaio, il doppio mestiere. Perché è chiaro, che dal momento in cui tu piattaforma editore trai un profitto dall’opera, chi te lo fa fare a promuovere il libro? La stessa ragione dell’EAP.
    Promuovere un libro è difficile, impegnativo, per questo l’editore imprenditore deve sbracciarsi per riuscirci.

    Ma se la mia fonte di utile è alimentata costantemente da campagne di nuovi autori, se a spaccarsi la schiena per raggiungere il goal sono gli autori e io piattaforma mi limito a dare consigli su come essere più efficaci, ecco che il sistema è sproporzionato lato piattaforma.
    L’editore deve vendere libri. Un caro amico ha abbandonato la piattaforma e addirittura rinunciato ai diritti del libro dopo tanta fatica, proprio perché tu autore hai fatto tutto per racimolare la somma, ma poi hai zero diritti nei confronti dell’editore.
    Non puoi scegliere il prezzo di copertina. Ti mettono un prezzo per l’ebook elevato e anche se vuoi fare promozione amen, non puoi variarlo. Inoltre l’editore/piattaforma gli aveva detto bello chiaro e tondo, io ti promuovo a libro pubblicato su tre livelli. Se tu vendi zero cavoli tuoi, se vendi tot libri hai questo bonus, se vendi oltre questa soglia facciamo promozione.
    Ora non so se questo vale per tutti gli autori, ma evidentemente queste sono condizioni inaccettabili.
    L’editore deve vendere il libro punto, deve essere suo il rischio di impresa.

    Un crowdfunding sano, dovrebbe prevedere una fee alla piattaforma massimo del 30%, col restante 70% sei tu autore a sceglierti l’editor che deve editare il tuo testo. Perché altrimenti l’editor che ti affianca la piattaforma, farà il minimo indispensabile, ti dirà il libro è già buono, correggi qui e qui e ci siamo, perché più rapido è l’editing maggiore sarà il loro profitto. Tanto o il libro è efficace o non lo è, loro non promuovono e il guastagno è già stato conseguito.

    L’editoria è una questione di ruoli. Perché altrimenti, il rischio di questo crowdfunding, è avere un autore che si è speso tanto prima di pubblicare il libro e a libro pubblicato ritrovarsi con un libro morto. I suoi possibili lettori li ha già raggiunti, l’editore non promuove, ha fatto guadagnare alla piattaforma e lui ha ottenuto zero royalty. Poi è chiaro che esistono eccezioni, ma nell’editoria dovrebbe valere la regola.

    1. Caro Marco sottoscrivo ogni parola. A questo punto è meglio il self, almeno il prezzo lo decido io. Argomento questo su cui non ho detto abbastanza. Hai fatto bene a tornarci

  5. Articolo molto interessante. Non ho modo di esprimere un’opinione personale perché non ho mai sperimentato il crowdfunding. Tuttavia, forse involontariamente 😉 , tocchi un tema che secondo me meriterebbe di essere ampliato: l’editoria a pagamento. Tu, dopo la tua esperienza, giustamente ti chiedi se il crowdfunding non sia l’altra faccia della medaglia dell’EAP. Ora, cosa sia l’EAP penso che lo sappiano più o meno tutti. Quello che mi chiedo però, visto che si parla di altre facce di medaglia, è se l’EAP non sia presente anche in altra forma: ovvero nei SERVIZI EDITORIALI A PAGAMENTO, non solo come generica EDITORIA A PAGAMENTO.

    Può sembrare una sottigliezza ma ci sono piattaforme che offrono il selfpublishing affiancato a servizi editoriali tipici da EAP…

    Ecco, è in questo senso che il discorso che tocchi meriterebbe di essere ampliato (condizionale d’obbligo). Perché io credo che esistano società che facciano servizi editoriali a pagamento di dubbia efficacia: l’autore arriva, paga il servizio editoriale X, ma poi il servizio o viene fatto male o non viene fatto proprio.

    Dunque: cosa è peggio? Una piattaforma che offre uno strumento valido ma usato male perché non si è capaci di usarlo (come potrebbe accadere con il crowdfunding)? Oppure una piattaforma che offre servizi dubbi?

    1. Ciao Darius, il sottotilo di questo articolo è l’editore a pagamento. Un’esperienza che ho passato e che ho raccontato sul blog, come ho parlato spesso di editoria bluff. Questo pezzo fa parte della serie, diciamo che nel mercato dell’editoria su questo fronte non finiamo mai di imparare a tenervi lontano da facili lusinghe. Vale anche per il crowdfunding a mi modesto parere. Il punto è sempre chi si accolla il rischio. E l’ingenuità di noi autori, fammi aggiungere

  6. Dici: “Il pubblico non esiste indipendentemente dal libro”. Certo, sono più che d’accordo. Ma nel crowdfunding – che per sua natura è un progetto collettivo – le dinamiche sono completamente diverse da quelle dell’editoria classica. E alla base deve esserci un progetto che parta da una domanda. Il libro è la risposta alla domanda. Se la domanda non c’è (o non è stata identificata) e/o non c’è un pubblico che se la ponga, allora la campagna non ha senso di esistere. Può continuare a esistere il libro, certo, ma la campagna,no. Perché altrimenti diventa un surrogato di un altro metodo di pubblicazione, con tutti i limiti che tu, giustamente, segnali.
    Ecco perché la campagna è il punto finale (o un nuovo punto di inizio) di un processo molto più lungo da cui non si può prescindere.

    1. Iibro è la risposta alla domanda. Intendi forse che la comunità esprime un “bisogno” (tipo vorrei sentirmi raccontare un fantasy in cinese ) e l’autore si attiva per realizzarlo?

      1. Esatto. Intendo proprio questo. Può essere un bisogno, un desiderio o un tema comune su cui si riunisce una comunità. Ed è quella la base perché ci possa essere un progetto di cui i sostenitori si fanno parte attiva.

  7. Grazie di aver condiviso questa esperienza sul crowdfunding, anche se mi sentivo stanca soltanto a leggere, figuriamoci a sperimentare. 😉 Non ho mai provato con questa modalità, la considero troppo impegnativa. Sarei disponibile a darmi da fare soltanto se fossi sicura di un supporto dalla casa editrice e soltanto dopo che il libro è uscito in cartaceo ed ebook. Dopo aver letto il tuo articolo, mi sono detta che allora tanto vale la strada dell’autopubblicazione – o come vogliamo chiamarla – che ti dà subito dei risultati concreti (o meno) e perlomeno hai la soddisfazione di vedere il tuo libro pubblicato.

    1. Ciao Cristina, forse dietro il mio giudizio ci sta proprio la pigrizia, chi lo sa . Ma è davvero impegnativa come soluzione e soprattutto mi pare proprio indigeribile attendere così tanto. È come se ti offrissero l’aperitivo a colazione…

  8. mai usato il crownfunding – sono un cultore del selfpublishing – né ho mai partecipato a una campagna. Perché? Se una CE – o pseudo CE – lavora su questo è una forma di CE a pagamento mascherata. Certo ci sono voci in dissenso su questo, come è ovvio che ci siano. Forse sono prevenuto ma il chiedere a scatola chiusa l’acquisto di un testo, come dici, è elemosina. Se poi questo non viene nemmeno distribuito è ancora peggio.
    Io uso due piattaforme per pubblicare: KDP per Kindle e Smashwords per EPUB. Non verrò mai ripagato dai soldi spesi per l’editing – se fosse così sarei in cima alle vendite 😀 – ma non è mai una passeggiata la pubblicazione, perché i criteri per farlo sono severi.

    1. Ecco, è importante a mio avviso che ci siano dei criteri di pubblicazione e che siano trasparenti. Questo farebbe bene a tutta l’editoria, anche se sappiamo bene che un “nome” vende meglio anche se si è affermato in campo culinario, ecc. Poi si tratta sempre di persone: qualcuno lo interpreta nel modo corretto, altri no. Diciamo che lo strumento non aiuta, nonostante le buone premesse. MI piacerebbe sapere quanti di questi lavori in crowdfunding abbiano successo…

  9. Come sai ho partecipato a una pubblicazione in crowdfunding e quindi accettato di prevendere il mio libro prima che esistesse materialmente. È stata un’avventura impegnativa, in cui ho imparato moltissimo. A come interagire con i lettori, a come promuovermi, ad avere fiducia negli altri, a mettere nelle mani altrui il mio più grande sogno che era appunto pubblicare. E grazie a questo progetto, ho incontrato persone che ancora stazionano nella mia vita con una medaglia ad honorem per l’importanza che ricoprono.
    A cose fatte mi sono resa conto del piccolo scalino che avevo salito e di tutto il percorso che ancora avevo da fare, ma la grande soddisfazione è rimasta. Certo ho dovuto sbrigare qualche impiccio come fare da tramite con i lettori per le copie ebook da scaricare sul loro profilo, ma mai mi è venuto in mente di maltrattare chichessia, di usare anche solo un tono di fastidio nei loro confronti, dimenticandomi di colpo di aver ricevuto così tanto. Questo per dire che il tipo in questione è un caso a sè, forse non unico, ma di certo da non confondersi con il crowdfunding, che resta uno strumento. Buono, meno buono, dipende dal contenuto che si vuole pubblicare, e questo in teoria dipende da quanta gente è interessata alla sua lettura, da quanto si riesce a convincerla della bontà del progetto. Tanta roba, lo ammetto. Ma so che nel resto del mondo funziona, che moltissimi progetti si sono realizzati proprio grazie a questo sistema, mi chiedo solo se in Italia la mentalità sia sbagliata, se ci si aspetti troppo, se chi lo fa funzionare sbagli da qualche parte, perché nella teoria è ottimo, davvero.

    1. Cara Nadia, sono felice che la tua esperienza sia stata positiva. Il tuo modo di essere non è minimamente paragonabile all’esempio in questione, bisogna di re però che lo strumento porta a una certa mercificazione, se non usato correttamente, come suggerito da altri. A parte che in effetti promuovere il nostro libro è SEMPRE fatica, in Italia mi pare che molte delle modalità anglosassoni riescano male o siano tradotte italianizzandole. Nel nostro caso, diventa un modo come un altro per far business. Vendere libri lo è di certo, ma se almeno ci fosse qualche minima garanzia di qualità… E’ che a mio avviso prende le cose peggiori del self e della piccola editoria. Lo rifaresti?

      1. No, non lo rifarei una seconda volta, ma non rinnego o rimpiango di averlo fatto. Invece conosco più di un autore che ha ripetuto l’esperienza, ora non so bene quantificarne i risultati ma evidentemente a loro giudizio era il percorso più adatto. L’editoria è un mare immerso!

  10. Non parlerò della mia esperienza personale perché ne ho scritto alla nausea, ma ti dico la mia opinione più in generale. Faccio subito outing: io sono una fan del crowdfunding in tutti i campi.

    Mi piace la filosofia per la quale un progetto (perché di questo si tratta, al di là del prodotto “libro” finale) viene sostenuto da una serie di persone che, con il loro appoggio, non solo economico, ne permettono la realizzazione.
    Ci sono molti livelli a cui leggere questa operazione. Quella più diffusa (ma che a mio parere non tiene affatto conto dei presupposti reali del crowdfunding) è quella del “sostituisco la casa editrice, il self o l’eap con il crowdfunding“.
    Ecco, in linea di massima questo modo di intenderlo è il livello base, che spesso non funziona e che produce scontento e non raggiunge il pubblico giusto.

    Il crowdfunding vero parte dalla comunità che l’autore riesce a costruire intorno alle sue idee e alle sue opere.
    Ed è fondamentale che questa ci sia perché fa sì che il sostenitore abbia un proprio interesse personale a che il progetto si realizzi.
    In quest’ottica – lo sostengo da tempo, ma purtroppo inascoltata – il lavoro di costruzione della comunità andrebbe iniziato mesi prima che la campagna abbia inizio. Altrimenti il rischio è che non si lavori né sull’idea né sul target giusto, ma che si faccia una sorta di colletta stile elemosina.

    Invece, esempi più che virtuosi ci sono e funzionano proprio perché lavorano in questo senso. Se si può citare, ti posso dire che la casa editrice Flacowski (casa editrice in crowdfunding nata da Flaccovio editore) ha permesso la traduzione della monumentale di The art of SEO (che ho sostenuto e sto aspettando con ansia) raccogliendo oltre 40,000€ dai 2,500€ previsti. Ma perché funziona? Prima di tutto, perché tutta quanta la casa editrice in crowdfunding lavora alla pubblicazione di testi tecnici attorno ai quali c’è un pubblico di nicchia particolarmente interessato. Poi, perché si basa sull’esperienza e sul modus operandi di Flaccovio editore, che di per sé è una garanzia in termini di qualità.
    Ecco perché in questo caso l’attesa non è un problema: sto aspettando The art of SEO da oltre un anno ma so benissimo di cosa si tratta, perché lo desidero come i bambini il Natale.

    Forse sul crowdfunding c’è una comunicazione sbagliata, forse le stesse piattaforme che lo ospitano e promuovono non riescono a trasmettere il senso vero del percorso da fare.
    Io quello che dico sempre a chi mi chiede se fare una campagna di crowdfunding è di tenere a mente che è un’impresa che poco a che fare con l’editoria in senso stretto e che richiede una grandissimo lavoro di comunicazione, ancor di più che per pubblicare un libro in self. L’obiettivo non è spingere le persone a prenotare il proprio libro, ma coinvolgerli in un progetto che deve diventare il loro. Non è una sfumatura, ma una differenza abissale.

    1. Ciao Silvia, il tuo ragionamento arricchisce la discussione. Ti cito: “Il crowdfunding vero parte dalla comunità che l’autore riesce a costruire intorno alle sue idee e alle sue opere.”, sono assolutamente d’accordo. L’esempio che fai è di altra natura rispetto a ciò di cui parlo. Dietro la Flacowski (che non conoscevo, grazie per la segnalazione) c’è un editore strutturato come Flaccovio. Siamo di fronte a una casa editrice che prima di veicolare sul mercato il prodotto che hai citato, deve tradurlo, con notevole dispersione di risorse. Se c’è molta attesa, perché è un testo utile o riconosciuto, allora la campagna funziona. Ma se si trattasse del romanzo di uno sconosciuto? Io aiuterei volentieri qualcuno che crede talmente tanto nella sua opera da lanciare una campagna di raccolta fondi. Ma non chiamiamola editoria, per favore. Per me continua a valere tanto quanto chi paga per pubblicare. Sapendo, ce lo ripetono ormai anche i sassi, che molti grandi autori (divenuti grandi dopo) hanno creduto così tanto nelle loro opere da pagarne la pubblicazione. Stiamo parlando di grandi. Il resto è truppa per facili incassi. Scusa la franchezza

      1. Secondo me, vale lo stesso principio che vale per il self: c’è chi lo fa bene e (troppi) che lo fanno male.
        Questo, purtroppo, fa sì che si critichi il mezzo quando la colpa è della sbagliata applicazione del mezzo stesso.
        Se parliamo di piattaforme, c’è molto da perfezionare, ma la mia esperienza rimane sostanzialmente positiva.
        Quello che mi sento di criticare è la comunicazione che non sempre riesce a trasmettere il valore di questo metodo, proponendolo, appunto, come un sostituto di altre forme di pubblicazione, mentre invece ha proprio una filosofia diversa.
        Spero che col tempo si superi questo errore comunicativo e che si recuperi il valore della comunità che deve essere lala base di ogni progetto di crowdfunding. Ci vorrà, temo, parecchio tempo.

        1. Aggiungo una cosa: di fatto, Flacowski fa un’opera molto simile a quella delle altre piattaforme. La particolarità risiede nella nicchia a cui si rivolge scegliendo (pochi) testi di grande valore. Potrebbe pubblicarli come Flaccovio? Forse e probabilmente avrebbero successo ugualmente, ma sceglie un metodo che “salda” la comunità attorno a un progetto. Questo per dire che l’errore non sta nel metodo, ma nella applicazione.
          Bisognerebbe dire agli aspiranti autori che fare crowdfunding non è una scorciatoia per essere pubblicati ma il punto di arrivo di un percorso in cui si è costruito un pubblico che desidera leggere un libro.
          Quindi l’obiettivo non deve coincidere con il sogno dell’autore di pubblicare il proprio libro, ma quello del pubblico di leggerlo. Se non c’è già il pubblico, allora non ha senso.

        2. La comunità è un valore, ma resta il fatto che il modo in cui si pratica dalle nostre parti continua a farmi dubitare proprio del mezzo. Non ho alcuna fiducia in società o soggetti che speculano sulle debolezze altrui

  11. Mi proposi alla più celebre piattaforma di crowrunding di libri e mi presero, rinunciai senza partire con la campagna perché nel frattempo mi arrivò una proposta che valutavo più interessante, proposi poi proprio il romanzo che sto per pubblicare, ma in una primissima stesura malconcia e mi presero di nuovo. Azz. iniziai a pensare che prendessero tutti. Rinunciai di nuovo, senza una proposta alternativa, ma temendo che non sarei stata in grado di reggere la campagna. Mi dimenticai della faccenda. Al Book Pride incappo nello stand, lì davanti c’è un ragazzo che dichiara di essere stato scartato, io penso (stronzissimamente) madò, devi scrivere un gran male! Il filtro bocca cervello non si attiva ed esclamo “Mi spiace, ma almeno sei la prova che non prendono proprio tutti!” e la tipa dietro il banco “ma facciamo tantissima selezione!”
    Selezione o no, non si accollano il rischio di impresa. E nel tempo le regole sono cambiate diventando meno favorevoli all’autore.

    1. Ciao Sandra, nel tuo caso penso fossero davvero convinti della bontà dello scritto ma c’è anche da dire che in giro c’è davvero di tutto e penso che anche per una società (come vedi ci tengo a non chiamarla editore) certi orrori siano troppo. Non si accollano il rischio d’impresa e non sono editori. Punto. Basta saperlo (ma anche una volta saputo, è facile lasciarsi trasportare…)

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