Scrittura creativa

Il ruolo dell’editor

Qualche tempo fa ho letto una riflessione di Giulio Mozzi su Facebook che era già stata pubblicata sulla rivista “Scuola ticinese”, nel numero dell’ottobre 2022.

Giulio scrive su differenze di ruoli e competenze tra editor, editore, consulente editoriale e come una casa editrice seleziona e pubblica un libro sul quale farà editing.

Così ho deciso di ritornare sull’argomento e parlare di editor e di come una casa editrice seleziona e pubblica un libro. E’ uno dei contributi più chiari e illuminanti sulla questione, la ragione per cui ho chiesto a Giulio di ripubblicarlo per le lettrici e i lettori delle Volpi.

Giulio Mozzi non ha bisogno di presentazioni.

Scrittore, talent scout e consulente letterario, oltre che Direttore della Bottega di Narrazione, la sua scuola di scrittura, e della collana Fremen di Laurana Editore, che ha appena pubblicato “Ferrovie del Messico”, di Gian Marco Griffi.

Chi è l’editor per Giulio? Come lavora?

Come si seleziona un manoscritto per la pubblicazione?

Quando una casa editrice procede con l’editing?

Sono solo alcune delle domande che troveranno risposta in questo articolo. Non mi resta che augurarvi buona lettura.

Il ruolo dell’editor

Editor

Editor, una definizione

In Italia viene chiamato «editor», nelle case editrici medie e grandi, la persona che ha il compito di decidere che cosa pubblicare in un certo ambito, in una certa collana o in un gruppo di collane, e così via.

Si può dire così, per esempio, che Tizio è «editor degli italiani», Caia è «editor della divulgazione scientifica», Sempronio è «editor della collana Storie di vita»: e così via.

In questo caso l’editor è prima di tutto uno che prende decisioni: non è colui che fa il lavoro di «editing». Può darsi che un editor faccia anche dell’editing, magari perché ha deciso di seguire più da vicino alcuni autori o alcune opere; ma l’editing non è il suo lavoro principale.

In altri termini: un editor è una persona che ha un budget da gestire (per acquisire diritti di pubblicazione, pagare traduzioni, fare iniziative particolari di promozione eccetera) e degli obiettivi di profitto da raggiungere.

Quando la casa editrice è piccola, allora spesso l’editor è l’editore stesso; e se la casa editrice è piccola piccola, può essere che l’editor-editore faccia anche il lavoro di editing.

Come funziona una casa editrice

Quando la casa editrice è molto grande, può darsi che un editore vero e proprio non ci sia: ci sarà una proprietà, o ci saranno degli azionisti, ci sarà un consiglio d’amministrazione con un amministratore delegato, ci sarà un direttore generale o qualcosa del genere: sotto il direttore generale ci saranno dei direttori di area (per esempio: narrativa, instant-book, ragazzi, saggistica leggera, eccetera) e sotto ogni direttore di area ci saranno degli editor (per esempio, sotto il direttore della narrativa ci potranno essere un editor per gli italiani, uno per gli stranieri, uno per la narrativa gialla, uno per la narrativa rosa, uno per la narrativa letteraria).

Tra la grande e la media e la piccola casa editrice ci sono le stesse differenze che troviamo tra una catena di supermercati, un grande negozio e la bottega di quartiere.

La catena di supermercati ha una specie di super-identità: è quello che è, e rimane sostanzialmente quello che è, al di là del turnover di amministratori e dirigenti.

La bottega di quartiere, mettiamo la merceria della signora Pina, è la signora Pina: che conosce di persona tutti i suoi fornitori, che si prende a cuore i clienti, che non punta tanto a guadagnare su ogni singola operazione (quante volte avrà perso mezza giornata di lavoro per trovare un bottone esattamente identico a quello che la cliente ha spezzato?) quanto a stare nella comunità in cui opera e vive.

Il grande negozio può sopravvivere alla morte, o al ritiro, del suo fondatore e proprietario: i dipendenti ne conservano, e tramandano ai dipendenti nuovi, il sapere e la sensibilità; con un po’ di fortuna, il grande negozio può conservare la propria identità anche quando venisse assimilato in una catena.

Ecco: immaginatevi gli editor come dei capireparto: la signora Pina è evidentemente caporeparto di sé stessa, nel grande negozio i capireparto sono a stretto contatto con il proprietario, nella catena di supermercati tra i capireparto e la proprietà c’è una distanza stellare.

Come gli editor scelgono cosa pubblicare

Lasciamo perdere la grande casa editrice, nella quale regna sovrano l’obiettivo del profitto; lasciamo perdere la casa editrice piccola piccola, nella quale regna sovrano il gusto personale dell’editore-editor.

La media casa editrice, che è posseduta da una persona fisica (o da una famiglia) e non da azionisti-investitori, ha spesso una molteplicità di obiettivi.

  • Il profitto, certo (se non si fa profitto non si pagano gli stipendi ai dipendenti e i diritti agli autori: quindi non si sopravvive)
  • ma anche una certa idea di mondo, una certa idea di che cosa sia la letteratura (mettiamo che sia una casa editrice di letteratura).

L’editor cercherà, e pubblicherà, un mix di opere letterarie che in parte serviranno al profitto, in parte serviranno a dar corpo a quella certa idea di mondo e di letteratura, e nei casi più felici serviranno a entrambe le cose.

Un editore chic non può pubblicare un romanzo volgarmente commerciale: la clientela più preziosa, cioè quella più fedele, potrebbe sentirsi tradita (allo stesso modo, un editore volgarmente commerciale non può pubblicare un romanzo veramente chic).

L’editor è quindi, prima di tutto, un equilibrista.

Tutte le sue scelte devono essere sempre comprensibili, devono sempre poter essere inserite in un contesto e in un discorso. Anche il cliente che nulla sa di editoria, editor e cose varie, capisce che quei libri lì, che hanno quello stile lì di copertina, che presentano le opere di quegli scrittori lì, si sostengono l’un l’altro, fanno contesto, producono alla fin fine un discorso.

L’editor è quindi, prima di tutto, un affabulatore: uno che racconta una storia attraverso le storie che si raccontano nei libri che sceglie (ma anche raccontando delle storie con le scelte di libri che fa).

Materialmente, da dove arrivano i libri?

Be’: li scrivono le autrici e gli autori. Ma, al di fuori dell’editoria di manualistica o di divulgazione o di intrattenimento seriale eccetera, quasi mai un libro è scritto su richiesta, su commissione dell’editor.

Anche l’autore più fedele alla casa editrice (quello che ogni tanto va a cena con l’editor, e discutono di possibili progetti, di idee, di libri immaginabili) alla fin fine scrive quello che gli pare a lui.

Diciamo che l’editor è come un musicista che non può dire: voglio dieci tessere rosse e quattrodici bianche; no; si ritrova certe tessere davanti, può dire sì o no, prendo questa non prendo quella, ma non può chiedere quello che vuole.

E queste tessere, ovvero i libri, arrivano all’editore per molte vie: arrivano dagli agenti letterari, che rappresentano gli interessi di autrici e autori e aspiranti tali; arrivano dalle scuole di scrittura, che di anno in anno diventano sempre più importanti; arrivano dal passaparola degli autori e delle autrici, che hanno sempre qualche giovanotta o giovanotto promettente da presentare; arrivano dalla posta quotidiana, spediti più o meno timidamente da chi li ha scritti; arrivano talvolta dai concorsi, ma sono pochissimi i concorsi per inediti davvero attendibili.

Come si propone un’opera alla casa editrice: agenzie, concorsi, autori coraggiosi

In mezzo a tutta questa massa, l’editor deve fare delle scelte. Lui sa benissimo che le proposte più sicure sono quelle che vengono dagli agenti; ma sa anche che tra i plichi timidamente spediti dagli autori potrebbe annidarsi un uovo d’oro.

Perciò tutta questa massa di testi viene affrontata: c’è un ufficio apposito che fa una prima scrematura, ci sono i redattori che si portano a casa dattiloscritti da leggere, ci sono dei lettori professionisti che confezionano schede di lettura complete di tutto (valutazione sia letteraria sia commerciale): e può capitare perfino che qualche dattiloscritto venga letto personalmente dall’editor.

Di tutto ciò che arriva, dicendolo alla grossa, il 90% è molto brutto o completamente fuori fuoco rispetto alla casa editrice; il 10% va letto con attenzione. Di questo 10%, forse un 10% risulterà effettivamente pubblicabile.

In particolare, tra i manoscritti spediti spontaneamente dagli autori e dalle autrici ce ne sarà uno su mille, di veramente degno di interesse; tra le proposte delle agenzie, soprattutto tra le proposte di quelle agenzie che hanno capito qual è il contesto, qual è il discorso che ha in mente l’editor, le opere interessanti saranno magari una su dieci, una su cinque. Nelle case editrici piccole piccole ovviamente il flusso è minore, e la scelta alla fin fine è dell’editor-editore; nelle case editrici grandi il flusso è inimmaginabilmente vasto, e mi è capitato di assistere a una discussione nella quale l’editor e i suoi assistenti cercavano di ricordare il motivo preciso per cui avevano deciso di pubblicare quel certo libro lì; nelle case editrici medie l’editor difficilmente sceglie proprio da solo, di solito si confronta con i pari grado e con l’editore in apposite riunioni: però ci si fida molto di lui.

Punto, e a capo.

L’editing comincia solo quando si decide di pubblicare

Una volta che si è deciso di pubblicare una certa opera letteraria può cominciare il lavoro di editing. E qui ripartiamo dalle definizioni.

«Editare» un’opera letteraria significa portarla alla pubblicazione nelle migliori condizioni possibili.

Diciamo che ci sono tre livelli di lavoro.

  • Un livello generale: di un romanzo già scritto si può ridiscutere la trama, il montaggio, il registro linguistico e così via.
  • Un livello specifico: si vanno a controllare tutti gli aspetti di coerenza (sia narrativa sia linguistica sia per così dire culturale), la validità delle soluzioni sia linguistiche sia narrative adottate punto per punto, eccetera: si può arrivare alla lettura ad alta voce, con l’autrice o autore, di tutta l’opera (e può capitare di farlo due volte).
  • Un livello materiale: si controlla che tutti i riferimenti al mondo contenuti nell’opera siano esatti e compatibili (per esempio: se in un romanzo ambientato al giorno d’oggi un personaggio accennasse alle Guerre Puniche come a qualcosa in cui c’entrava suo nonno, potrebbe essere un errore; a meno che quel romanzo sia ambientato non esattamente al giorno d’oggi bensì in un flusso temporale un pochettino più indecidibile – se fosse un romanzo distopico, tanto per non negarsi la parolaccia).

L’editing non deve mai essere troppo invasivo

Tutto questo lavoro può essere grande o piccolo, lungo o breve, a seconda delle dimensioni dell’opera (editare ottocento pagine non è come editarne centoquaranta) e a seconda della capacità dell’autore o autrice di presentare un’opera davvero finita e rifinita.

Può sembrare impossibile: ma non mancano scrittrici e scrittori bravissimi, per dire, nell’invenzione e nel montaggio della storia, ma trasandati e approssimativi nell’ambientazione; o strepitosi linguisticamente ma un po’ fiacchi nell’affabulazione; e così via.

Naturalmente il lavoro di chi esegue l’editing non consiste nel prendere un’opera e prenderla a martellate finché non assume una certa forma. No. Anche se non mancano le storie di editing clamorosamente invasivi, nella maggior parte dei casi l’editing fila via liscio, con un serrato lavoro di controllo, un po’ di ripulitura stilistica, e nessuna messa in questione dell’opera nella sua forma complessiva.

Tra l’altro, il lavoro sul terzo livello – quello materiale – viene normalmente fatto dai redattori, mentre i primi due livelli sono spesso affidati a collaboratori fissi ma esterni (i «consulenti» degli editori).

Scommettere sui giovani

Diverso è quando un editor decide di fare una scommessa su un autore molto giovane, o comunque ancora un po’ grezzo.

Tra il primo contatto e la pubblicazione possono passare molti anni. A me è successo di pubblicare nel 2022 il primo romanzo di una persona conosciuta ne 2014: in mezzo ci sono state centinaia di ore di conversazione, tanti scambi di libri, ragionamenti sul Tutto il Nulla e il Qualcosina, una scazzottata, ripetute riletture di un’opera che, a conti fatti, si è presentata all’editing (che non ho fatto io) con una buona dozzina di riscritture alle spalle. In questi casi, quando si genera una sorta di relazione pedagogica tra l’editor più anziano e l’autore più giovane, parlare di editing diventa un po’ insensato. Ma in realtà – e lo dico avendo affrontato una relazione così in entrambe le direzioni: come editor e come autore – è la cosa più bella.

I servizi di editing on line

Oggi la rete brulica di persone che propongono agli aspiranti autori e autrici di acquistare servizi di editing.

Si tratta talvolta di persone con buone competenze, il più delle volte – lo dico basandomi sulla lettura dei loro siti e delle loro inserzioni in Facebook o in Instagram – di persone dall’aria piuttosto improvvisata, se non addirittura rapinosa.

Ma anche nei casi migliori c’è sempre qualcosa che mi lascia perplesso.

L’editing è un lavoro che si fa presso l’editore, con una persona scelta dall’editore, in vista dell’edizione. Un medesimo romanzo, se pubblicato presso due editori diversi, potrebbe essere lavorato diversamente: magari non tanto diversamente, ma un po’ diversamente: perché un libro deve poi incastonarsi dentro quella specie di macrolibro che è il catalogo dell’editore.

E, non so: mettersi nelle mani di una persona che ti fa un editing senza avere una minima idea della destinazione editoriale dell’opera è un po’ come andare da un sarto a chiedere un vestito senza specificare per quale occasione. Vorreste presentarvi in marsina all’amico che vi ha invitato per un giro in barca a vela?


Grazie a Giulio per la chiarezza che spero abbiate apprezzato.

Non è difficile incappare in vie tortuose e deludenti, come io stessa ho raccontato in questo articolo. Spero che questa piccola mappa aiuti ciascuno di noi a evitare direzioni sbagliate in futuro.


E voi care Volpi, quali e quante di queste strade avete percorso per pubblicare il vostro libro? Che sensazioni vi restano addosso?

Non vedo l’ora di leggere i vostri commenti e vi auguro uno splendido inizio di primavera (leggete l’ultimo articolo per sapere come cominciarla al meglio!)

12 Comments

  • Marina

    Seguo anch’io Giulio Mozzi, tutto ciò che scrive è super interessante. Lui spiega le cose talmente bene e nel dettaglio , che quasi ti viene voglia di mollare la scrittura! 🙂

    • Elena

      Lo seguo perché con me funziona così :più cercano di deprimermi e più scrivo
      Un pò una sfida e un pò una ripicca . Ora che so che leggono e guardano tutto devi proprio darmi da fare… Pensavo il contrario

    • Elena

      Grazie Andrea e benvenuto nel blog. Sono parole leggere ma chiarissime. Questo è un settore davvero ad alto tasso di aria rapinosa e io aggiungo fritta!

  • Giulia Lu Mancini

    È un post interessante perché chiarisce bene la funzione dell’editor, mi è piaciuto anche il paragone con il piccolo negozio, quello medio e la catena di supermercati, anche in questo ambito mi pare che la virtù sia nel mezzo come afferma il proverbio. Non mi sono mai rivolta a un editor a pagamento anche se qualche volta ci ho pensato, alla fine ho preferito il lavoro dei beta reader perché il mio scopo era l’autopubblicazione e mi interessava l’impressione del lettore oltre che arrivare a un testo il più possibile pulito da refusi e frasi ridondanti. Per questo mi conforta l’ultima considerazione:
    “L’editing è un lavoro che si fa presso l’editore, con una persona scelta dall’editore, in vista dell’edizione. Un medesimo romanzo, se pubblicato presso due editori diversi, potrebbe essere lavorato diversamente: magari non tanto diversamente, ma un po’ diversamente: perché un libro deve poi incastonarsi dentro quella specie di macrolibro che è il catalogo dell’editore.”

    • Elena

      I beta reader sono una risorsa preziosa ma trovare la disponibilità a dedicare del tempo, spesso molto, per leggere e correggere un testo è difficile. Ma se ti dicono che lo fanno di solito ci mettono l’annima. Quanto alle letture per avere pareri, da parte di amici e conoscenti, beh su questo sono più pessimista. Difficile esprimere con sincerità un parere, almeno nella mia esperienza. Quindi meglio affidarsi all’editore o a chi per esso. Ma bisogna sceglierlo bene: sono da scolpire sulla pietra le parole di Giulio “un libro deve poi incastonarsi dentro quella specie di macrolibro che è il catalogo dell’editore”. Selezionare i soggetti cui inviare il manoscritto è la cosa più importante se hai un buon libro in mano. Buono, non per tutti, naturalmente…

  • Luz

    Direi illuminante. Scommetto che tanti sedicenti editor nemmeno sanno cosa significhi realmente. Mi piace questa distinzione fra i ruoli, si vede che Mozzi conosce bene la propria materia. Mi piace anche il passaggio sull’editore potenziale mentore di un giovane.
    Riguardo a chi si millanta tale, e di editor la rete pullula, mi sono imbattuta in una editor su Intagram che pubblicava in una storia una parola di cui aveva imparato il significato “editando” un libro. Ora non la ricordo, ma era una parola molto semplice e diffusa. Io mi chiedo, come fanno a cascarci?

    • Elena

      Ho appreso dell’esistenza di Mozzi quando faceva il talent scout per Marsilio Editori, una casa editrice che adoro. Inviai a lui una copia di Càscara ma era così spuria e immatura che non mi ha mai risposto. Non lo biasimo e non ho mai insistito. Ho commesso un errore superficiale di cui mi sono pentita. Mi è servito da lezione. Oggi vedo le cose in modo diverso. Sto scrivendo un manuale e cerco un editore o un editor con cui discutere prima. Ma non penso di trovarlo su Instagram. Ho sempre diffidato da chi si promuove sui social, per qualunque attività. Mi pare poco professionale e in qualche caso controproducente, anche per uno scrittore. Una delle ragioni per cui non uso quasi più i social network, fatta eccezione per Facebook che uso anche per lavoro. La tua esperienza è significativa di un mondo che abbozza e ci prova. Per portarti dove? Ciao Luz

  • newwhitebear

    Molto interessante l’articolo per la chiarezza espositiva di Mozzi. IO ho affrontato il problema dell’editing dei miei romanzi non tanto con l’ottica di proporrlo a una casa editrice ma piuttosto per affrontare l’auto pubblicazione con un testo presentabile senza refusi, che comunque ne scopro anche dopo, e con l’eliminazione di parti ridondanti o mal collocate.

    • Elena

      L’auto editing, se mi permetti di chiamarlo così, non è quassi mai definitivo ovvero completato. Si trovano sempre nuovi errori, refusi, ma soprattutto parti d riscrivere o da eliminare. Almeno questo è accaduto a me. Una delle ragioni per cui una volta pubblicato non rileggo mai un mio libro… Ti capita la stessa cosa?

  • Grazia Gironella

    Interessante e piacevole, come sempre, leggere qualcosa di Giulio Mozzi. Nel mio percorso ho tentato diverse strade: ho proposto i miei scritti a editori importanti, ho scritto un manuale per cui avevo già un contratto con un piccolo editore, mi sono rivolta a un agente, poi ho deciso per l’autopubblicazione – una decisione che non avrei preso se avessi avuto riscontri diversi, ma che ho poi imparato ad apprezzare. All’editing a pagamento ho sempre preferito il lavoro con i beta-reader. Esito a impegnare qualcuno e me stessa in una collaborazione delicata (e costosa), senza certezze sulla qualità dell’editor, né sulla destinazione finale del testo. Se anche ne esce un buon lavoro, ma poi non se lo fuma nessuno? Quindi è importante ricordare che l’editing può servire a migliorare un testo, ma non va visto come primo passo verso la pubblicazione. Può esserlo, se va bene, o può essere niente. Meglio saperlo in anticipo.

    • Elena

      Condivido Grazia il tuo giudizio sugli scritti di Mozzi, sempre sagaci e sferzanti Leggendolo mi sono resa conto che viviamo in una specie di sogno o almeno l’ho fatto io per molto tempo circa la scrittura e la pubblicazione. Ho pensato di cercare un agente ma non l’ho trovato, ho auto pubblicato, pubblicato con piccole case editrici che hanno fatto editing molto soddisfacenti, non solo per il risultato tecnico ma soprattutto sul piano relazionale, e altre che hanno fatto lavori mediani. Ma non sono mai riuscita ad essere pienamente soddisfatta del lavoro finito. Forse non ho trovato nessuno che mi facesse davvero sentire seguita e corretta quando necessario. Un editor come lo descrive Giulio. La pubblicazione è un percorso fatto insieme che fa crescere, rafforza, migliora. Dev’essere direzionata da chi sa bene da dove deve arrivare

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