Giacca Bianca, Herman Melville
Pillole d'autore

Giacca bianca, di Hermann Melville

Giacca bianca, di Hermann Melville

Torna la rubrica Pillole d’Autore per parlarvi di un romanzo tanto bello quanto poco conosciuto di Herman Melville: Giacca Bianca.

Chi non ha apprezzato la scrittura franca e diretta dell’autore di Moby Dick? Un romanzo epico straordinario cui ho dedicato un post delle Pillole d’autore che trovate a questo link.

Giacca Bianca, o il mondo di una nave da guerra, ne è in qualche modo precursore, perché molte sono le assonanze con il capolavoro più noto dello stesso autore.

Scritto dopo un’esperienza di vita vissuta a bordo della nave da guerra degli Stati Uniti d’America USS United States durata quattordici mesi, dal 1843 al 1844, Giacca Bianca è un romanzo critico sulle condizioni di vita dei marinai arruolati nella marina militare statunitense.

Il livello della denuncia che il timido e impacciato protagonista porta all’attenzione di tutti è tale che per molto tempo il romanzo è stato celato e malvisto, fino a quando non è diventato oggetto e soggetto di una severa revisione delle normative che regolano la vita a bordo per i militari, specie quelli di ordine più basso.

Un romanzo che ha dunque una valenza sociale e umana incommensurabile, oltre che letteraria.

Racconta l’esperienza di un marinaio che, a differenza degli altri, indossa una giacca bianca permeabile al mare e alla pioggia e che lo rende visibile in qualunque angolo della nave si trovi.

Una sorta di capovolgimento di prospettiva ci fa porre l’attenzione sull’anatroccolo bianco sperduto in un mare di anatroccoli neri.

Il tiolo, l’oggetto del romanzo è l’occasione che Melville si da per cogliere tutti gli aspetti dell’isolamento che un comportamento differente può generare a bordo di una società in miniatura com’è la nave da guerra.

Il colore bianco, la catarsi di Melville

Come in Moby Dick, torna il colore bianco a fare da sfondo in una narrazione in prima persona defilata, in cui il protagonista è impegnato a nascondersi e a celarsi agli occhi dei suoi compagni di viaggio per evitare guai e le terribili conseguenze di un’azione compiuta in malo modo, la flagellazione.

Dopo la balena bianca, Melville affida a una giacca bianca, al suo “sudario”, come curiosamente il protagonista la definisce all’inzio e alla fine del romanzo, il compito di costituire allo stesso tempo la croce e la salvezza in un viaggio pericoloso tra gli oceani nel sud del mondo.

Un sudario che costituisce per il marinaio una condanna, ma anche una speranza tra tante ingiustizie, come una luce che illumina i meandri della nave ove si nascondono i più biechi comportamenti e delitti.

Una speranza che Herman non tradirà, una volta sbarcato, raccontando e denunciando le iniquità della vita di bordo.

Un romanzo di denuncia politica e sociale

Sarebbe riduttivo richiamare qui soltanto questa funzione importantissima che il romanzo di Melville assolve.

La sua narrazione è schietta, a tratti divertente, a volte ridondante ma sempre verace.

Quando descrive i  marinai a piedi nudi sul ponte a compiere le manovre più complesse, sotto il freddo polare e vestiti in modo inadeguato, pare di sentire sotto i nostri piedi il gelo del mare in burrasca che ci bagna le membra e le rende scivolose, esponendoci alla morte in mare.

Non si può trascurare il compito che egli assegna a quest’opera monumentale.

Il rigido ordine gerarchico a bordo determina una totale libertà e arbitrarietà nelle decisioni su vita, morte e punizioni dei marinai a bordo della Neversink, nome di fantasia dato da Melville alla fregata di cui parla in Giacca Bianca.

In un passaggio topico, Melville denuncia la differenza tra i diritti di un cittadino americano a terra e quelli a bordo di una nave, affermando che

la fustigazione nella Marina da guerra è contraria alla dignità essenziale dell’uomo […] una prosecuzione dei tempi peggiori di una barbara aristocrazia feudale

Quando Melville pronuncia queste frasi nel romanzo, e lo fa direttamente come voce narrante, il sistema navale americano era informato a questi comportamenti.

Una convinzione, quella che ha vissuto, che lo ha portato ad argomentare come la fustigazione non fosse affatto necessaria.

Credo tutti i marinai della Marina Militare americana gli debbano essere riconoscenti!

La videorecensione del romanzo di Melville Giacca Bianca

Stanchi di leggere?

Guardate e ascoltate la video recensione di Giacca Bianca sul mio canale YouTube!

Curiosità

Si dice sempre che leggendo si imparano molte cose e di sicuro anche questa volta è andata così, ma con una differenza: mi sono tolta curiosità che tenevo in serbo da anni.

Eccole

Il gatto a nove code

Si parla spesso di questo strumento di tortura terribile di cui avevo soltanto uno sbiadito ricordo a proposito dell’omonimo film di Dario Argento del 1971.

Il gatto a nove code è lo strumento che a bordo il comandante usa a sua totale discrezione per infliggere la punizione più temuta: la fustigazione.

È costituito da nove lacci di corda o pelle annodati cui all’estremità sono legati artigli metallici.

E io che da piccola credevo che il titolo del film di Argento si riferisse a un bel gatto grigio con nove code!

Il grog

La benzina dei marinai o meglio ciò che faceva loro sopportare ogni pena.

Sulle navi militari degli Stati Uniti in quel tempo venivano caricate botti di grog bastevoli per coprire il fabbisogno di centinaia di uomini per tutto il tratto di navigazione.

Il grog era distribuito una volta al giorno e poteva essere sostituito dall’equivalente in denaro che sarebbe stato aggiunto alla paga, consegnata al momento dello sbarco.

Ma in pochi vi rinunciavano.

Togliete loro il grog e l’esistenza sarò del tutto priva di interesse

Il tot

Questo termine lo usiamo spesso e si riferisce a una piccola quantità di qualcosa.

A bordo il tot era una piccola misura di stagno che determina la quantità di grog cui ciascuno aveva diritto.

La bara di Lord Nelson

Lor Nelson torna spesso nel racconto di Melville come esempio di Commodoro illuminato e corretto.

Qui scopriamo qualcosa di più sulla sua… bara!

Dice Melville:

… mi domandavo se non fosse davvero una bara gloriosa quella in cui fu seppellito Lord nelson – una bara che gli regalò, quando Nelson era ancora vivo, il comandante Hallowell; e che era stata scavata nell’albero di maestra della nave da battaglia francese L’Orient, la quale, incendiata dal fuoco britannico, uccise, nella sua distruzione, centinaia di francesi nella battaglia del Nilo (la battaglia di Aboukir, ndr).

Avete notato come usa la punteggiatura Melville?

Allora, sono riuscita a stuzzicarvi con questa recensione?

Avete già letto Melville? Che ve ne pare?

16 Comments

  • Barbara

    Uhm, il gatto a nove code c’è anche in Fifty shades, ma è senza gli uncini… 😀 😀 😀
    Il grog c’è anche in Outlander, perché è una bevanda già in uso dal 1740 circa. Il rum annacquato era meno costoso e meno pericoloso per i marinai, che comunque dovevano lavorare. Se finiva quello (per esigenze mediche, dato che era pur sempre alcool) i marinai si trovavano a bere di tutto…

    «Santo Cielo, Mrs. Malcolm», aveva commentato il commissario di bordo, scuotendo la testa calva
    quando io mi lamentai del problema. «I marinai sono capaci di bersi qualunque cosa, madam! Brandy di
    prugne guaste, pesche schiacciate dentro uno stivale di gomma e lasciate a fermentare… caspita, ho
    persino sentito dire di uno sorpreso a rubare le vecchie bende dall’ambulatorio del medico di bordo per
    poi metterle a bagno, nella speranza di sniffare un po’ d’alcol. No, madam, dirgli che il bere uccide non
    servirà certo a fermarli».
    da La collina delle fate, Diana Gabaldon, trad. Valeria Galassi

    Ma per “bara di Lord Nelson” si intende il barile di brandy in cui fu immerso il suo corpo, per preservarlo durante il viaggio in mare verso l’Inghilterra, di ritorno dalla battaglia di Trafalgar dove morì? (barile piantonato dalle guardie per tutto il viaggio, che i marinai avrebbero bevuto anche quello!) 😀

    • Elena

      Quindi James e la Gabaldon hanno scopiazzato in lungo e in largo i lavori di Melville 😉
      Credo che lui parlasse propio della bara, perché la vedo dura fare un barile di brandy con un pezzo di nave nemica appena affondata 😀
      Tra parentesi, sai che amo le storie di mare e ho cercato disperatamente una biografia romanzata di Nelson in italiano senza trovarla. Dovrò arrendermi e leggerla in Inglese.

  • Luz

    Sai che non avevo mai sentito parlare di questo romanzo? Di Melville si tende a ricordare l’immenso “Moby Dick”, che di fatto ha avuto e conserva grande fortuna, mentre magari qualche opera minore meriterebbe, proprio come questa. Mi incuriosisce, perché finisce con l’essere una specie di romanzo realista che per altro tocca un argomento fra i meno trattati della letteratura, e con una volontà di denuncia dei metodi utilizzati in quel particolare settore.
    Il prossimo 10 febbraio avrò modo di assistere a uno spettacolo teatrale tratto da Moby Dick, l’ho scelto nella mia direzione artistica del Festival di Albano Laziale. Ecco, non vedo l’ora di vedere dal vivo quelle prodezze dialettiche!

    • Elena

      Ciao Luz, nonostante mi stupisce. Non capita di rado che il mercato valorizzi un autore spingendo solo e soltanto uno dei suoi romanzi. Certo, Moby Dick è più solido ma se ti capiterà di leggere Giacca Bianca ne riconoscerai le atmosfere. Ho imparato molte cose. Se ti incuriosisce la vita di mare, ti conviene tuffati! Intanto, buono spettacolo teatrale. Poi ci racconti

  • Rosalia Pucci

    Bella recensione, particolareggiata e piena di approfondimenti. Moby Dick è stata una lettura giovanile, quest’ultimo invece non lo conoscevo, hai reso bene l’dea, Elena. Incisi a gogo, ma lui può… è Melville:)

    • Elena

      Incisi a gogo e descrizioni fluviali. Ma lui può. L’unico avviso ai “naviganti” che mi sento di dare, quando si decide di approcciarsi a un romanzo di Melville, è: prendetevi il vostro tempo. Ci vuole un pò per entrarci dentro (e per arrivare alla fine vive!)

  • Brunilde

    Ho letto Moby Dick un paio di anni fa, mi piace leggere qualche cosiddetto “classico”, e questo parlava di mare! Confesso invece che ho fatto molta fatica, l’ho trovato una lettura impegnativa e affatto scorrevole. Certo, grandi temi e grandi descrizioni: dell’animo umano, delle emozioni e della natura. Quest’altro romanzo che tu proponi mi sembra invece più rivolto alla denuncia sociale. Forse per merito tuo troverò il coraggio di riaffrontare Melville…chissà!

    • Elena

      Ecco una appassionata di mare come si deve! Brubilde, ti piacerebbe, poi la denuncia sociale è nelle tue corde. Melville è un mattonaro professionista capace però di attorcigliarti alla storia raccontandoti nei minimi particolari ciò che accade. Sembra quasi di navigarci sul Neversink e di sentirsi addosso tutta la tensione di una manovra che deve essere eseguita a pennello. E poi le curiosità: io ne ho citate alcune, ma Melville descrive abbastanza nei dettagli un’operazione chirurgica a bordo. Non ti dico nulla, solo per stomaci forti !

  • Banaudi Nadia

    Non avevo nemmeno mai sentito parlare di questo libro, mentre Moby Dick sì l’avevo letto in età giovanile. Ammetto che la sua punteggiatura non mi si addice molto, è lunga e ricca, forse un po’ datata. Di certo affrontare un argomento tanto scomodo con una valenza sociale tanto importante ha giocato il suo ruolo e fatto del libro un simbolo. Alla sola idea del gatto a nove code ho provato orrore!

    • Elena

      In effetti non è molto noto questo romanzo, anche se le atmosfere mi hanno ricordto pù volte il più famoso Moby Dick. Sarà che amo la letteratura di mare, mi ci sono appassionata. La punteggiatura old style è interessante per l’uso del punto e vergola, ormai desueto. Ci credo che non ti si addice, tu ami le frasi brevi e a effetto, Melville invece…
      Mi raccomando non trasformare le tue quattro pesti in uno strumento di tortura (o lo sono già?). Buona serata!

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