Crescita personale

Il bello del coaching

 

Come forse ricorderete, negli ultimi mesi del 2020 ho cominciato un corso avanzato per la professione di Coach.

E’ passato qualche tempo e questa esperienza sta sedimentando dentro di me al punto che posso cominciare a parlarne.

Ciò che sto imparando influenzerà la mia intera vita, dunque anche il mio blog.

La scelta di regalarmi un percorso formativo di qualità è stata lunga e meditata.  Il parto, se così si può dire, è durato quasi dieci anni.

La difficoltà più grande è stata quella di concedermi uno spazio tutto per me, lasciarmi camminare sul filo dei sogni per raggiungere un altrove che all’inizio riuscivo soltanto a scorgere e che ora comincio a vedere più chiaramente.

Ci sarà tempo per avvicinarsi alla riva, ma intanto posso già dire che non solo l’esperienza formativa in sé mi entusiasma, ma il ruolo di coach è qualcosa che sento nelle mani.

Il bello del coaching
Ponte di legno sul torrente Chiusella

Quando penso al coaching, penso a un’attività, una professione, che posso fare bene e che, cosa assai più importante, mi piace parecchio.

Il bello del coaching

Ci sono scoperte che riveliamo gradualmente a noi stessi. Come regali sommersi da tempo che piano piano riafiorano alla superficie.

Altre esplodono all’improvviso; sorprese, appunto che nemmeno ti aspetti.

Nella mia relazione con il coaching riconosco entrambe: i dieci anni di meditazione intorno a un progetto che solo un anno fa ho riconosciuto pienamente, e la sorpresa, straordinaria, di essere proprio dove desidero essere. Probabilmente dove avrei dovuto essere da sempre.

Non avevo mai provato una sessione di coach, né come coachee (il termine utilizzato per indicare il cliente) né tantomeno come coach.

Questa professione, che ha in sé il significato della sua stessa esistenza, mi è esplosa nelle mani e nel cuore. La sento profondamente mia, nelle mie corde.

Lo so, direte, è presto per dirlo. E se non ne caverai nulla? Se non dovessi infine riuscirci?


Sono dubbi legittimi. Ma dentro di me non risuonano affatto. Sento che sono pronta per questo e sono grata di aver ricevuto autentiche “rivelazioni”, quelle di cui ho intenzione di parlarvi oggi: il valore dell’ascolto attivo e delle domande potenti.

Non ho alcuna autorità per affermare ciò che scrivo come verità intrinseca, né ho la pretesa di sostituirmi a chi della formazione al coaching ne fa una professione.

Dunque vogliate prendere queste mie considerazioni al pari di una innamorata quando descrive l’amato (a forza di parlare d’amore sul blog poi metaforizzo solo su questo !) .

L’ascolto attivo, la chiave di volta del coaching

Chi di noi sarebbe disponibile ad ammettere la sua incapacità di ascolto?

Credo nessuno. Per una forma di auto tutela spontanea di impossibilità di ammettere un deficit che è strutturale alla società e che dunque riguarda anche noi.

Tuttavia è davvero difficile trovare qualcuno che razionalmente possa ammettere di non essere capace di ascoltare pienamente l’altro.

Io stessa appartengo, o sono appartenuta, a questa fattispecie, per lungo tempo.

L’ascolto fa parte del mio lavoro, della mia scala di valori, della mia quotidinaità. La mia capacità di ascolto fa parte delle mie credenze.

Quando proviamo a metterci di fronte a uno specchio, strumento fondamentale del coaching, per analizzare la nostra capacità di ascolto, scorgiamo, intuiamo, ma non possiamo vedere. Non con la necessaria, chiarezza.

Soltanto uno “stress test” può farlo. Accompagnato. Come un questionario che ho compilato, in quanto parte del corso.

Così mi sono accorta che il mio punteggio, incredibilmente, era basso. Molto più basso di quanto mi sarei aspettata.

L’ascolto attivo non è una funzione che si può accendere o spegnere. E’ essenza, presenza, compartecipazione. Rinuncia al nostro io.

Non è attenzione, ma compenetrazione. Accettazione, piena fiducia nell’altro.

Ascoltare significa lasciare spazio a chi è di fronte a noi per esprimere totalmente se stessa, nei modi e nei tempi che le sono necessari.

L’ascolto attivo è essere nel momento, pienamente dentro la relazione con l’altro, a coglierne ogni più piccolo aspetto, in modo naturale, quasi necessario.

L’ascolto attivo richiede uno sforzo apparentemente scontato, ma che scontato non è.

Richiede l’abbandono di se stesso, dimenticare chi siamo e cosa ci convince per abbracciare totalmente il pensiero dell’altro.

Abbracciarlo non significa condividerlo.
Non c’è giudizio né valore nell’ascolto, solo accettazione. Lasciar passare ciò che normalmente fermiamo. Il punto di vista dell’altro.

Un punto di vista che mi capita, nelle “palestre di coaching” ovvero nelle esercitazioni che durante i corsi e nel nostro tempo libero ci regaliamo tra compagni di corso, di pretendere di conoscere a priori ma che spesso mi obbliga a fermarmi, disconnettere il mio giudizio, e tornare ad ascoltare.

Ascoltare è uno dei verbi più abusati. Ma quanto sappiamo davvero declinarlo? Quanto lo rendiamo fattuale, concreto, sorprendente, per noi e per l’altro?

Senza ascolto non c’è comprensione. Senza comprensione non c’è coaching.

Questa la prima cosa che ho imparato.

Le domande potenti

Il secondo aspetto di cui vi parlo oggi tocca altre corde sensibili della mia esistenza.

Cosa intendo dire con “Domande potenti“?

Le domande potenti sono quelle che il coachee non si aspetta. Quelle che lo lasciano senza parole, che lo “costringono” a cercare nei meandri del suo inconscio la risposta, a volte grattandosi la testa istintivamente, o levando gli occhi verso l’emisfero destro, come nel mio caso, per attingere alla sua capacità di intuizione.

Potenti, perché sono capaci di sollecitare le parti ancora inesplorate di noi dove spesso si annidano tutte le risposte alle nostre domande più intime e profonde.

Bene, direte voi, che c’è di strano nelle domande potenti?

Intanto, almeno per quanto mi riguarda, ho scoperto che non sono per niente abituata a farle.

Una domanda potente è una domanda aperta, che non suggerisce, pilota, indica o indirizza in alcun modo la risposta, ma lascia all’altro il compito di esplorare la sua realtà.

La domanda potente non è neutra, la neutralità non esiste, ma è aperta a ogni possibilità che il coachee possa esaminare e ritenere opportuna.

Per generare domande potenti occorre, come nel caso dell’ascolto attivo, mettere da parte il proprio ego e rinunciare alla manipolazione per abbracciare l’inesplorato.

Accettare l’idea che chi conduce la sessione, ovvero il coach, non sappia assolutamente la soluzione al dilemma portato dal coachee prima di giungere insieme al coachee alla soluzione.

E’ difficile da accettare, almeno all’inizio del percorso. Ma è fondamentale farlo, poiché necessario.

L’unico modo per liberare le energie del coachee e determinare la propria soluzione autentica è che giunga da lui/lei e da li/lei soltanto.

Sembra facile, ma non lo è.

Da sempre sono chiamata a formulare risposte, non domande, forse questa è una condizione comune a molti di noi.

Il coaching è dunque una bella palestra.

Ci metterò tutta me stessa perché già sento che qualcosa sta cambiando dentro di me.

Chissà se riuscirò a superare quel ponte. Di sicuro ci proverò.

E intanto mi godrò il viaggio.

E voi care Volpi avevate mai sentito parlare del coaching? Lo scegliereste come strumento per la vostra crescita personale?

Approfondisci il ruolo delle emozioni a questo link

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Luz
3 anni fa

Mi sono imbattuta in questa parola molti anni fa, quando mi sono affacciata sul web. Un utente di un forum che amministravo stava studiando alacremente per entrare in questo universo e gli veniva spontaneo raccontarsi e sottoporci alcune curiosità.
Se penso ad anni molto difficili della mia vita, penso che ne avrei avuto molto bisogno, oggi non penso che mi affiderei a questo metodo. Anche se devo ammettere che è una figura affascinante, una specie di tutor che entra nel problema e trova una chiave per uscirne.
Mi piace la parte riguardante l’ascolto profondo. Sai che credo di esserci portata per natura? È come se mi sintonizzassi con l’altro, sono una grande ascoltatrice e mi sembra di penetrare il senso del problema. Colgo le difficoltà, anche nel tono di voce. Mi piace mettermi in ascolto profondo. Forse sarei stata una buona coach. 🙂
Però so anche che certe pratiche, o anche mestieri legati all’ascolto di problematiche altrui, espongono al rischio di assorbire troppo di quello che si ascolta. Una mia cugina che fa l’assistente sociale mi dice di aver bisogno di “disintossicarsi” di tanto in tanto.

Grazia Gironella
3 anni fa

Molto, molto interessante. Mi piacerebbe come esperienza, sì. Mi è capitato un paio di volte nella mia vita di fare quelle che definisci domande potenti, e… bè, te ne accorgi, quando le fai, per come suonano alle tue stesse orecchie e per la reazione della persona dall’altra parte. Mi sbaglio?

Grazia Gironella
Rispondi  Elena
3 anni fa

Accetterei il giro anche solo per fare qualche chiacchierata con te. 😀

Barbara
3 anni fa

Ho sentito parlare di coaching, inteso come processo di sviluppo personale assistito da un professionista? Si. Come Giulia, ho frequentato alcuni corsi di coaching all’interno della vecchia azienda, quando erano finanziati dalla comunità europea. Proprio quando si entrava sul più bello, venivano sospesi perché i fondi erano terminati (o perché il coach che si occupava della dirigenza aveva esagerato con qualche domanda troppo potente… 😉 ). Sceglierei il coaching come mia crescita personale? Sì, l’ho già fatto, ho avuto (e ho ancora, seppure ci sentiamo meno di prima) un “life coach” a tutto tondo. Persona di grande esperienza, maturata sul campo, quando non esistevano corsi e attestati, ma la qualità del suo lavoro era nei risultati delle persone assistite. Di base lui utilizza i principi della PNL, dove sia le parole che l’ascolto hanno un ruolo fondamentale. Proprio perché conosco questa persona e i suoi metodi, vedo che ci sono coach meno incisivi, formati più sulla carta: l’ultimo era in un’azienda dove lavora un amico, mi ha mostrato i materiali e mi ha spiegato cosa gli aveva detto/chiesto, ne è uscito con la sensazione di essere stato preso per i fondelli da un’ora di colloquio. Ergo, qualcosa non funziona. A me bastano cinque minuti e una sola domanda del “life coach” per cambiarmi tutti i progetti, gran parte delle decisioni e rivoltare la prospettiva. La nebbia diventa una strada luminosa. Ma non è uno psicologo o uno psicoterapeuta, quelle sono professioni che richiedono una laurea, un’abilitazione e l’iscrizione all’ordine. C’è anche stata una condanna in tribunale per una counselor, fece scalpore all’epoca, perché aveva esercitato attività di psicologo senza autorizzazione. Mi pare che tra una cosa e l’altra, le costò 10.000 euro di risarcimento danni e spese istruttorie.
Sull’ascolto, credo di avere una capacità media in proposito, certamente dipende da quando le persone si aspettano il mio ascolto. Se sto leggendo e qualcuno pretende che lo ascolti, è difficile che lo ottenga. Ma se sono all’interno di una conversazione, l’ascolto c’è eccome. Mi è capitato giusto la settimana scorsa che in una riunione le persone non mi ascoltassero: ho fatto un’affermazione, l’hanno negata con altre informazioni, e tempo dieci minuti sono giunti alla mia stessa analisi, senza manco accorgersene. Non ascoltavano me ma non ascoltavano manco sé stessi, si sarebbero accorti dell’errore lampante, e hanno dimostrato pure malafede nell’argomento (tempo tre giorni e si è dimostrata la mia analisi). Chi scrive dà importanza alle parole, chi non scrive invece non si accorge che le parole usate di getto rivelano molto del pensiero in atto. Ho chiuso quella comunicazione ridendo… 😀
Spero che il coaching ti porti grandi risultati, ma il bravo coach è come il bravo sarto: va in giro con i calzini bucati e spaiati. 😉

Giulia Lu Dip Mancini
3 anni fa

Mentre leggevo il tuo post mi sono fatta delle domande: sono davvero capace di ascoltare gli altri? Diciamo che sono sempre stata interpellata (e anche assillata) da amiche, sorelle e nipoti sui loro problemi e sulla loro risoluzione. Probabilmente non è la stessa cosa, però credo di aver sempre avuto una buona capacità di ascolto (non ricevendo altrettanto in cambio). Negli ultimi tempi tuttavia sono diventata piuttosto insofferente, Sarei curiosa quindi di fare il test per capire la mia capacità di ascolto, ma solo per curiosità.
Conosco abbastanza il coaching perchè spesso la mia azienda ce ne ha fatti fare, soprattutto quando c’erano dei cambiamenti organizzativi. Ogni volta ho partecipato per dovere e li ho percepiti come un voler “indorare la pillola” del cambiamento che eravamo costretti a subire.
Non nego che siano stati anche interessanti. La coaching dell’ultimo al quale ho partecipato (4 anni fa) mi ha detto che io sono una roccia, una persona estremamente resiliente e che tuttavia riesce a trovare l’aspetto positivo e l’entusiasmo in ogni cosa (cose di me che sapevo già, ma averne conferma mi ha fatto piacere).
Sono contenta nel leggerti così entusiasta, del resto se sei arrivata a questa consapevolezza di voler fare il corso in dieci anni vuol dire che eri pronta. Mi sembra una bellissima cosa per te.

Cristina
3 anni fa

Non avevo idea che coach potesse significare questo, di solito l’ho sempre letto in relazione a uno sport. L’ascolto attivo è molto raro e penso che debba essere una vera e propria arte leggendo il tuo post. Hai ragione, nessuno ammetterebbe di avere un livello di ascolto molto basso…penso che la velocità con cui viviamo riduca ai minimi termini la capacità di empatia e attenzione.

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