Storie libri e racconti

La vita degli animali

Un giorno mi metterò a contare quante differenti ragioni stanno dietro i miei acquisti di libri: gli ultimi sono stati suggeriti da recensioni sulle pagine della cultura dei quotidiani, acquisti compulsivi stile “arraffa arraffa” tra le pile colorate delle librerie, il passa parola (che mi delude sempre), foto e colore della copertina, titolo accattivante, autore preferito.

Per quanto riguarda gli autori in voga di cui sento tanto parlare, di solito non fanno parte della mia lista acquisti, sono una bastian cuntrari piemontese e me ne vanto.

Devo ammettere che la modalità più preziosa è per me la segnalazione o il regalo di un’amica. C’è sempre qualcosa che mi sembra di dover scoprire in quel suggerimento, come un messaggio cifrato rivolto a me soltanto.

Qualcosa che spesso mi dice cosa l’altro vede in me e cosa vuole trasmettermi.

Non so quali di queste casistiche abbia spinto Anna a segnalarmi La vita degli animali, di Auður Ava Ólafsdóttir.

Il bello è che non ho fatto altro che domandarmelo, lungo tutto il tempo di lettura; alla fine ho trovato la mia risposta.

Ve la svelo in questa mia Pillola d’Autore. Questa volta le Volpi vi portano in Islanda.

La vita degli animali. La trama

La vita degli animali

Siamo alla vigilia di Natale, in una Reykjavík ricoperta di neve, precisamente nel corridoio del reparto natalità dell’ospedale cittadino.

Dýja non aveva progettato di fare l’ostetrica. Ma osservare sua zia Fífa confezionare completini a maglia per neonati da regalare alle neo mamme impaurite mentre studiava teologia le ha fatto venire in mente che quei gesti forse avrebbero potuto appartenere anche a lei.

Deve aver pensato, Dýja, che in assenza di figli propri, far nascere i bambini degli altri fosse una sorta di compensazione biologica, una missione più concreta dello studio dei caratteri del divino.

Fare l’ostetrica le piace.

Quei padri spaventati cui affidare parole di conforto, madri che stringono mani sudate e guardano con una smorfia mista di paura e speranza il proprio bambino uscire dalle viscere della terra materna, tra strazianti urla di dolore.

Sono momenti in cui lei si sente viva.

Il numero impressionante di bambini che ha visto nascere ha fatto dimenticare a Dýja il diritto e la gioia di averne di propri.

Proprio come è successo a Fífa, la zia quasi mitologica che nel reparto in cui lavorava, lo stesso di Dýja, era capace di elargire tanta saggezza quanta quella raccolta dall’umanità che ha messo al mondo.

Ed è tra le scartoffie di sua zia che Dýja trova qualcosa di inatteso, che struggeva e ossessionava Fífa: la luce, la vita degli animali e la nostra.

Cosa mi è piaciuto di questo romanzo

Non avevo mai letto nulla di questa autrice islandese ma ammetto che negli ultimi tempi sono molto attratta da autori scandinavi e dai libri di Einaudi. In questo caso le cose coincidono e forse un caso non è.

La scrittura è piacevole, anche se la trovata degli appunti in una vecchia scatola in casa mi pare di averla già sentita. Non lo nota il lettore alla ricerca del senso delle complicate quanto elevate riflessioni della zia che è nei fatti lo specchio in cui Dýja si guarda, scoprendo via via qualcosa di sé.

Ho trovato molto delicata e avvincente questa parte del rispecchiamento, forse la più potente dell’intero romanzo.

Ma anche le incursioni nel paesaggio urbano e nelle vite delle famiglie del reparto sono pregevoli, piccoli camei per definire la rotta.

Essere madri non significa solo avere figli

Mentre leggevo, come vi ho raccontato all’inizio, ho cercato la ragione per cui Anna mi avesse segnalato questo romanzo con tanta intenzione ma, con mio disappunto, dopo le prime ottanta pagine ancora non l’avevo trovata. Per fortuna non ho mollato l’osso 🙂

Poi è arrivato il dettaglio che, dal mio punto di vista, ha chiarito tutto.

Dýja non ha figli. E’ una donna adulta che ama il suo lavoro, dedicato a far nascere la vita e prendersi cura delle famiglie nel loro momento di massima fragilità, senza aver mai provato cosa significa.

Il fatto che possa manifestare ed esprimere la sua maternità anche al di fuori della procreazione ha consolidato il mio punto di vista. Ho respirato un po’ di senso in una vita che ho scelto e che mi è costato difendere sempre, così tante volte che in certi momenti non sai più se è davvero una scelta o una reazione a un insopportabile condizionamento sociale.

Avete presente quelle domande indelicate?

Tipo le amiche di mia madre che mi vedevano con un po’ di pancetta e subito chiedevano “Sei in cinta?” (evitate domande del genere, sono insopportabili).

Rispondevo di no, scocciata più per i chili di troppo che per il fraintendimento di fondo.

Serena, perché sul fatto di non avere figli non ho mai avuto dubbi, anche se sentivo dentro di me il bisogno di esprimere comunque il mio lato materno.

Credo che sia per questa ragione che mi prendo cura delle persone che mi vivono accanto, al massimo delle mie possibilità.

Non sarò stata madre ma come Dýja di figli ne ho fatti nascere e crescere tanti. E in fondo una vita si può spendere bene anche così.

Che siano queste le vere ragioni che mi hanno fatto apprezzare il romanzo?

Sull’istinto materno

Mi piace che uno dei capitoli del manoscritto in bozza di Fífa, quello ritrovato nella scatola dei ricordi segreti da Dýja , “La vita degli animali”, si intitoli Sull’istino materno.

La protagonista ammette che le parole che sua zia usa per gli altri si rivolgono in realtà a sé stessa.

Bellissime le parole con cui il capitolo comincia:

lo scopo della vita non è moltiplicarsi

E qui so di aprire un bel putiferio e magari anche una sana discussione teologica.

Ma sentite come prosegue:

Non ho mai incontrato l’istinto materno dentro di me

Credo che sia esattamente in questo passaggio in cui è scattata per me l’identificazione con la zia ovvero con la vera protagonista del romanzo.

Perché non tutte le donne vogliono diventare madri e non tutte le donne lo diventano.

Sul mestiere dell’ostetrica

Einaudi ci fa sapere che nel 2013 gli islandesi hanno votato la parola più bella dell’anno. E’ prevalso nel contest un sostantivo di nove lettere, liosmodir, ovvero ostetrica. Singolare, non è vero?

Nelle motivazioni della commissione giudicante si legge che il vocabolo unisce due fra le parole più belle: madre e luce. Madre della luce.

Ovvero una donna che assiste un’altra donna nel mettere al mondo, alla luce, un bimbo.

Concludo con un’altra citazione, che trovo altrettanto bella:

Si dice che l’uomo non si riprenda mai dal fatto di essere nato. Che l’esperienza più difficile della vita sia questa, venire al mondo. E che la cosa più difficile sia abituarsi alla luce.

Coraggio, se ha ragione Fífa la cosa più difficile l’abbiamo già fatta.

Non ci resta che abituarci alla luce


Eccoci alla fine di questa Pillola d’Autore che arriva nella settimana della Festa della Donna. Mi permetto quest’anno di dedicare l’8 marzo a tutte le donne che non hanno avuto figli naturali e che hanno adottato il mondo.

Vi abbraccio tutte amiche mie. Siate orgogliose di voi.


E se volete dare una sbirciatina alle altre Pillole, cliccate qui.

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Giulia Lu Mancini
1 anno fa

per me va bene! un post a otto mani 🙂

Luz
1 anno fa

Anche a me è capitato che parenti mi dicessero “qualcuno mi ha detto che sei incinta”, solo perché ero ingrassata di 5/6 chili dopo essermi sposata. Il fatto grave stava pure in quel “qualcuno mi ha detto”, perché significava o che si parlasse di me oppure quella persona mentiva per schermirsi dietro la supposizione. Invece no, risposi, ero solo grassoccia.
Questo tema è molto particolare e importante. Io non ho scelto di non avere figli, semplicemente non sono arrivati e non me ne sono fatta un’ossessione. Non mi sono mai sentita una potenziale madre di elezione. Li avrei accolti e suppongo sarei stata anche brava ad allevarli, ma non me ne sono fatta un cruccio. Piuttosto gli altri. Ma sai che qualche tempo fa m’era venuto in mente un post a quattro, fra me, te, Barbara e Giulia? Quattro blogger che si frequentano sui rispettivi blog e che non sono madri, un confronto a quattro (se tutte voi accetterete, altrimenti si può fare anche a due/tre).

Giulia Lu Mancini
1 anno fa

Madre della luce, bellissimo significato. Nel nostro paese (al sud Italia ancora di più) il valore di una donna viene ancora percepito come “madre”, se non fai figli sei una persona inutile, questo disse una “signora” per di più parente del mio paese parlando di me con mia sorella che litigò con lei furiosamente. Comunque a parte l’ignoranza di questa signora, questo diffuso concetto appartiene all’intera società. Si può essere grandi donne anche senza figli, così come l’istinto materno non appartiene solo alle donne con figli. Mi ritrovo molto nel tuo racconto.

Grazia Gironella
Grazia Gironella
1 anno fa

Proprio così, non la conoscevo. 🙂

newwhitebear
newwhitebear
1 anno fa

Un libro interessante anche per noi maschietti che a volte non capiamo il motivo per cui nostra moglie o compagna non desidera procreare. Sono scelte che a prima vista sembra egoismo ma in realtà non è così. L’ultima citazione racchiude tutto il senso di questa non scelta di essere madre.

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