Terminare la stesura del NewBo (il nuovo romanzo, ndr) sta richiedendo più energia di quanto pensassi.
Nonostante quest’estate passata in campagna rappresenti la condizione ideale per scrivere, arranco avanzando capitolo dopo capitolo verso la Fine.
Ogni volta che mi avvicino al termine di uno scritto, romanzo o saggio che sia, mi assale una sorta di ansia da distacco. Una definizione senza alcuna pretesa analitica.
Capita che rallenti, inspiegabilmente. Temo di non riuscire a dare la giusta enfasi a generare il necesario trasporto del lettore verso il gran finale. Così reagisco scrivendo per un numero superiore di ore al giorno, aspettando la giusta ispirazione. Non so se è un buon metodo, ma con me funziona.
Per quanto riguarda NewBo, so benissimo come deve andare a finire. La storia c’è. Devo solo scriverla.
Non avevo programmi diversi per la mia estate da lumaca se non scrivere, rilassarmi e fare sport. Perciò quando ho accettato di leggere il lavoro di un altro autore, la traccia semi compiuta di un buon romanzo, ne sono rimasta sorpresa.
Di solito non leggo o edito o faccio da beta al lavoro degli altri. Non ritengo di avere competenze specifiche in tal senso e non sono di quelle che abbozzano.
Il fatto che io curi un blog abbastanza seguito, o che recensisca i libri che amo nelle mitiche Pillole d’autore, non mi autorizza a dare opinioni, correggere, indirizzare o addirittura consigliare la pubblicazione di romanzi che puntualmente vengono inviati o proposti alla mia attenzione.
Men che meno di giudicare un testo
Non è per superbia o indisponibilità, ma per serietà che rifiuto sistematicamente queste proposte di lettura. Non è il mio mestiere.
Niente mi infastidisce di più della superficialità professionale di cui è pieno il mondo. Gli adepti di questa religione dell’improvvisazione possono tranquillamente fare a meno di me.
Il romanzo in questione però ho accettato di leggerlo, anche se non vi rivelerò nulla. È entrato prepotente nella mia routine quotidiana scrivi leggi cammina.
Sospetto di essere stata io stessa a indurre l’autore a chiedermi di leggerlo e di darne un parere e mi sono chiesta se c’era un motivo.
Arriva un momento in cui occorre cimentarsi con qualcosa di estraneo, sia esso un mestiere, un’esperienza, una storia.
Dunque alternando la stesura del NewBo (vi ho mai detto che il titolo provvisorio è Cáscara?) ho divorato quel testo e scritto all’autore un’opinione severa e senza mediazioni.
Pentendomene un attimo dopo aver cliccato sul tasto invio.
Le schede di valutazione sono piene di critiche e complimenti più o meno velati, a seconda della positività del lavoro svolto, in un equilibrio dinamico tra la tirata d’orecchio e la necessità di diventare un punto di riferimento per l’autore quando in futuro vorrà pubblicare.
Io non ho questa necessità se non di interloquire con un essere umano, lo scrittore, che ha speso molto del suo tempo e delle sue speranze in quel romanzo.
La prima cosa è il rispetto.
In questo cimento estivo mi sono accorta che le mie osservazioni erano dettate da una condizione emotiva da “amante tradita”. Conoscevo la trama e il focus del romanzo da prima di leggerlo e mi ero creata delle aspettative.
Per fortuna è scritto molto bene, non avrei potuto portarlo alla fine altrimenti, come mi capita con alcuni lavori già pubblicati che riposano beati nel Kindle quasi intonsi.
Dunque mi chiedo e chiedo a voi : si può fare il mestiere dell’editor senza mettere la propria emotività in campo?
Come se la cavano gli editor veri quando leggono qualcosa che non soddisfa le loro aspettative?
Si deve essere obiettivi anche in questo?
Sono ancora alla ricerca della ragione per cui una storia possa funzionare. Trama, personaggi, ambientazione non sono mai risposte sufficienti.
Sapete cosa mi ha agganciato subito della storia? L’identificazione con una situazione simile a quella vissuta dalla protagonista e che risale a molti anni fa, nascosta nei ricordi tabù della mia famiglia.
In fondo non serve molto di più per fare di una storia un capolavoro.
Buona scrittura a chi scrive, buona estate a tutti gli altri.




Buon giorno Elena, innanzitutto complimenti per l’articolo. I tuoi dubbi sulla professione dell’editor sono più che legittimi. Aggiungo anche che, chi nei commenti ha fatto cenno ai “beta reader”, ha ragione. I pareri del lettore beta non sono mai professionali, sono semplici opinioni (utili) ma soggettive (mi piace/non mi piace), mentre quelle di un editor sono valutazioni professionali (approfondite), vale a dire che derivano da una esperienza e una preparazione necessarie per essere definite tali. Questo per dire che la differenza sta proprio nella parola (magica) “professionale”. La professionalità non lascia spazio all’emotività fine a se stessa, o meglio, attribuisce a questo stato d’animo il giusto peso in fase di lettura (sempre professionale). Un buon editor ha la mente allenata a una valutazione critica, tecnica e oggettiva. Spesso ci si domanda se questa figura si lasci prendere da un vissuto personale e quindi da un coinvolgimento emotivo. Nonostante l’editor non sia un robot, la risposta è no. Al massimo si può parlare di sensibilità letteraria, questo sì. Il curatore editoriale, in fondo e anche in superficie, è un artista che si prende cura di un testo e che è in grado di riconoscerne le potenzialità, con obiettività. Egli può valutare, attraverso criteri ben precisi, se un libro può piacere al lettore, se è fruibile, se tocca le corde del target cui è destinato. Io sono un editor freelance e per diventarlo ho dovuto fare un paio di corsi parecchio impegnativi e dispendiosi, ma non solo. Ho studiato, letto e scritto tanto imparando dai miei stessi errori prima di arrivare a sviluppare queste capacità. Tuttavia, occorre fare una precisazione: se non avessi avuto alle spalle studi umanistici e, una passione smisurata per i libri e la parola, sarebbe stata un’impresa, non impossibile, ma piuttosto ardua, farne una professione. Poi, tutto può succedere. Continuerò a seguirvi. Un caro saluto.
Buon giorno MArina e benvenuta nel blog! Ti ringrazio per il tuo contributo, in effetti mancava il punto di vista di una professionista, anche se nella discussione i temi che poni sono emersi e ci è chiaro che l’equilibrio di un giudizio deriva dalla professionalità di chi lo esprime. Una professionalità che “costa” ma che unica può portarci sulla strada del “successo” inteso come capacità di andare avanti nel proprio lavoro. Il tuo percorso mi pare molto lineare, devi essere una persona decisa e con le idee molto chiare, brava!
A proposito di Beta: tra le tante esperienze che hai fatto per diventare editor, ti è capitata anche questa? Come ti è saltato in testa di provarci, e anche come freelance? Scusa la curiosità, ma quando mi ricapita :)
A presto e quando vuoi noi Volpi siamo qui. Elena
Buon giorno Elena, rispondo molto volentieri alle tue curiosità. Mi chiedi se ho fatto anche “il Beta” prima di diventare un editor. Assolutamente sì. Ho letto un numero periodico misto di libri recensendone altrettanti sul mio blog. Poi ho fatto anche il giurato in alcuni concorsi letterari e, ancora prima di tutto questo ho scritto alcuni libri. Ecco, è stato proprio leggendo e scrivendo come se non ci fosse un domani, che mi sono accorta di voler andare oltre il mio personale progetto artistico e occuparmi dei testi degli altri come professione. A onor del vero, facendo ancora qualche passo indietro, fino all’era mesozoica (scherzo!), quando andavo a scuola, mi perdevo nelle parafrasi, nella comprensione del testo e nei temi. Mentre quasi tutti i miei compagni tremavano all’idea del compito in classe d’italiano, io non vedevo l’ora di scrivere le mie pergamene o di essere interrogata su Baudelaire e la consecutio temporum. In compenso avevo tre di matematica, ma questa è un’altra storia.
Comunque sia, tornando a bomba sulla “questione beta”, leggere e dare un’opinione (con maggior distacco possibile) sui testi degli altri allena la mente e sviluppa il senso critico, quindi consiglierei entrambe queste esperienze come palestra. A presto, Marina.
Grazie Marina per aver condiviso la tua esperienza. Chissà se qualcuna leggendoti non faccia un pensierino su un mestiere che immagino difficile ma che può dare grandi soddisfazioni. Io per il momento cerco di scrivere, ma chissà… E voi care Volpi? Vi piacerebbe fare il salto che ha fatto Marina?
Ciao Elena, ben ritrovata.
I dubbi che hai e le domande che ti poni sono legittime, laddove, oltreché scrivere, ti è capitato qualche volta anche di “leggere” come se fossi editor alle prese con il giudizio su un lavoro altrui. Ho detto “come se” non a caso: solo i professionisti sanno che il loro mestiere deve tenerli lontani dall’ombra di pregiudizi e opinioni soggettive; è difficile non farsi influenzare, ma necessario se hai la preparazione adeguata. Un tempo volevo fare l’editor anch’io e ho preso informazioni, cercato corsi accreditati, poi qualche esperienza da beta-reader mi ha fatto cambiare idea: non so essere obiettiva. Non mi sento a mio agio con letture che non mi trascinano (e io nei gusti sono abbastanza settoriale), non ho la giusta equidistanza, in pratica ho capito che non è un lavoro che fa per me.
Nei giudizi, invece, sulle cose che leggo sono abbastanza sincera e onesta, sempre per il principio che ogni critica, se costruttiva, è un aiuto prezioso per uno scrittore. Mi sono imbattuta, però, in persone che si sono sentite offese dalle mie notazioni e questo mi è dispiaciuto, perché, ignorando tutto e tutti, sono convinta che non abbiano saputo cogliere l’opportunità di migliorarsi.
Ciao Marina, felice di ritrovarti. Come stai lettrici abbiamo idee chiare e modi di di esprimerle che sono coerente con la nostra personalità. La delicatezza è d’obbligo, ma non significa che un eventuale intoppo non debba essere segnalato. Aiuta, come sostieni, sempre. Anche se subito non lo raccolgono poi quella osservazione, se ben circostanziata, diventa un tarlo. Prima o poi arriva al cervello . Sulla professionalità siamo d’accordo. Accidenti è un bel mestiere, forse averlo scoperto prima
Ciao Elena, credo che il fattore Professionalità sia l’elemento fondante di ogni attività. Il lettori Alfa e Beta non sono editor, se no tutti lo saremmo, io ho frequentato un corso professionale per diventarlo, ma, ci tengo a precisarlo, non è il mio mestiere. Un editor professionista è colui che si è preparato e campa di questo, semplicemente. Fa un lavoro e come tutti, può esercitarlo bene e ambire al successo, o, al contrario, farlo mediocremente, e restare nell’ombra. Sono convinta altresì che chi scrive con passione, legge e studia quotidianamente come fai tu, cara Elena, abbia le carte in regola per offrire un aiuto competente all’autore nel cercare soluzioni azzeccate. Un abbraccio;)
Sei troppo cara Rosalia, e ci sveli anche un segreto! Sei una editor! Ora schiere di lettori volpini si faranno avanti! Ebebne, mi hai tolto un dubbio che effettivamente avevo e di cui ho parlato in qualche commento precedente. Ci sono corsi per diventare editor, non avevo dubbi, aggiungo grazie a Dio! Dunque non ci si improvvisa. Lo studio e la passione sono dei buoni viatici per non rpendere troppe cantonate. La Volpe di casa, lo misi anche sul mio profilo tempo fa, tutto ciò che sa lo mette a disposizione. Ma cum grano salis e soprattutto senza oltrepassare la soglia. Poiché conosco la tua scrittura e le tue capacità, mi sorge spontanea una domanda, cui puoi anche non rispondere: perché non hai scelto di proseguire con quetsa attività? Abbraccio ricambiato
Credo che l’obiettività esista, ma copra solo una parte della valutazione; il resto è comunque soggettivo e relativo. Ti capisco bene, perché io stessa mi presto raramente a fare beta-reading per gli amici più stretti, mai a valutare testi di persone che non conosco o conosco poco. L’unica volta che ho accettato di farlo, anni fa, me ne sono ampiamente pentita, perché ho impiegato un tempo spropositato a cercare di esprimere le mie critiche (tante) in modo che l’autore non si sentisse ferito, ammesso che esistesse questa possibilità. Questo senza nemmeno dare alla mia opinione un grande valore… no, non fa per me. :)
Si @Grazia, credo che valutare testi di gente sconosciuta sia quantomeno complicato, se non lo si fa per mestiere. Un professionista invece penso che sarebbe avvantaggiato da una sì fatta condizione. Ricordo quando diedi da leggere la mia prima stesura di Così passano le nuvole al mio miglior amico. MI fece molti complimenti e ne fui davvero felice, incoraggiata. Poi passai all’editor della casa editrice, che mi fece stravolgere la storia, mettendo in evidenza alcuni macroscopici errori. Non l’ho mai detto a lui, ma tuttavia gli sono grata. Probabilmente se non mi avesse incoraggiata, omettendo o dicendo sommessamente qualcosa che io non volli raccogliere (quanto è difficile accettare le critiche, lo sappiamo bene!) non sarei nememno andata all’appuntamenot con l’editore. Oggi sono più consapevole e meno irritata dalle ciritiche, anche se la mia permalosità, come tempo fa colse giustamente Maura, mi rende più lento l’apprendimento dei miei limiti :)
Tuttavia li conosco. Per questo penso di essere pronta a confrontarmi con qualche patela vacche (in piemontese, qualcuno che va giù per le trippe). Se avete suggerimenti, fatevi avanti!
Sulla concordanza con Barbara, vedi commento precedente . Sul resto: credo fondamentale il ruolo del beta non solo per questioni stilistiche ma per l’incoraggiamento, il sostegno la tirata d’orecchi di cui spesso abbiamo bisogno. Il punto è certo la professionalità, un percorso lungo e faticoso
Non ho idea se esistano corsi professionali per editor, a mio avviso dovrebbero. Condivido poi il fatto che sia impossibile accontentare tutti. Ma se ne accontentiamo pochi, è abbastanza?