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Perché leggere Stalingrado di V. Grossman proprio ora

E’ la prima volta che parlo sul blog di un romanzo che non ho ancora terminato. La ragione è che portare alla fine la lettura di Stalingrado, di Vasilij Grossman (edizioni Adelphi, 884 pagine) mi richiederà un tempo incompatibile con l’urgenza che sento nel comunicarvi questa scoperta.

Perché leggere ora Stalingrado, di Vasilij Grossman? Perché questa urgenza?

Perché credo davvero che questa lettura possa aiutarci a comprendere qualcosa di più su questa guerra.

E poi perché, forse per la prima volta, non ho bisogno di arrivare fino alla fine di una storia per dire, con tranquillità, che questo è un romanzo di una forza e di una necessità non indifferenti che entrerà a far parte del mio personale Vhalalla dei libri che più amo.

Perché leggere ora Stalingrado di V. Grossman

Devo ammettere che quando ho ordinato presso la mia libraia preferita i due romanzi di Grossman sulla seconda guerra mondiale, non credevo che avrei ricevuto due tomi di siffatta natura.

Così come quando ho letto le parole di Claudio Piersanti, sceneggiatore e autore di questo articolo sulla pagina culturale de “Domani” , ho deciso che avrei acquistato la dilogia di Grossman senza attendere oltre.

La presentazione che ne fa in quell’articolo è infatti tanto necessaria quanto convincente e non lascia spazio a dubbi circa l’urgenza di leggerlo.

Quella di Piersanti è più di una recensione, e io qui mi limito a richiamarla, con riconoscenza.


Coloro che non possono accedere all’articolo, ascoltino almeno la speciale intervista che Fahrenheit di Rai Radio 3 dedica a Claudio Piersanti proprio su Vasilij Grossman. La trovate qui.


Qualcosa su Stalingrado

Grossman comincia a scrivere Stalingrado nel 1943, attingendo dai suoi diari dal fronte. Ne conclude la stesura solo sei anni dopo, ma prima di farlo conoscere passano ancora tre anni.

Esce nel 1952, in Russia, a puntate su “Novyj Mir”.

Poi, nel 1954, viene finalmente pubblicato in un unico volume, ma con alcuni brani censurati.

La curatela dell’edizione che ho acquistato è riuscita a ricostruire buona parte del testo originale pre censura.

Un’ opera meritoria di cui dobbiamo essere grati a Robert Chandler e Jurij Bit-Junan, così come un particolare ringraziamento va a Claudia Zonghetti, che ne ha curato la traduzione.

Ho particolarmente apprezzato l’incipit di Stalingrado, che colloca il lettore immediatamente in un periodo storico ben definito: è il 29 aprile del 1942, quando Mussolini arriva a Salisburgo per incontrare Hitler e discutere con lui dei prossimi obiettivi bellici, in quella che diventerà l’anticamera della grande offensiva nel sud della Russia.

Perché leggere ora Stalingrado

L’incipit di Stalingrado

Pëtr Semënovič Vavilov si vide consegnare la chiamata alle armi nel momento meno opportuno: se al distretto militare avessero aspettato un altro paio di mesi, sarebbe certamente riuscito a lasciare la famiglia con cibo e legna per un anno. 
Quando Maša Balašova attraversò la strada con un foglio bianco in mano puntando diritto verso casa sua, sentì una stretta al cuore. 
Vedendola sfilare sotto la sua finestra senza guardarci dentro, per un attimo Vavilov pensò che proseguisse; poi, però, gli tornò in mente che di giovani nelle case vicine non ne erano rimasti, e che ai vecchi non si portavano avvisi di quel tipo. 
Difatti non era loro che cercava. 

I primi due capitoli del romanzo sono infatti dedicati a una ricca descrizione del periodo storico in cui il romanzo è ambientato.

L’invasione da parte di Hitler e dei suoi alleati verso il cuore dell’Unione Sovietica è in corso, dalla Polonia si sposta verso Sud, dove, attraverso il Dombass, raggiungerà Stalingrado.

Vi ricorda qualcosa?

Soltanto dal terzo capitolo in poi entriamo nella storia dei nostri personaggi, l’incipit proposto fa riferimento a questo.
A partire da qui assaporiamo la complessità delle relazioni, della psicologia così mirabilmente descritta così come ogni dettaglio di ciascun personaggio.

Un manuale di scrittura creativa, un grande romanzo.

I temi, l’ambientazione

Città simbolo dell’unione Sovietica, Stalingrado è costruita sul Volga, tra le cui anse le tranquille esistenze dei personaggi del romanzo si dipanano, ignare e talvolta incredule di ciò che grava su di loro come un presagio che si avvera, la terribile sciagura: l’arrivo dei tedeschi e l’assedio. La guerra.

Ed è il racconto della guerra, con le sue atrocità e i suoi dettagli militareschi che Grossman mostra di conoscere bene, che domina tutto il romanzo.

Una guerra che è terreno di conoscenza e di crescita per molti di questi personaggi.

[…] la guerra non poteva essere costretta in teorie nate da una esperienza individuale limitata, per quanto preziosa.

E il cervello fino di Novikov tornava a rivolgersi con sempre maggior tensione e intensità all’insieme di quant’era accaduto e alla realtà nel suo fluire, che è la fonte della conoscenza e del pensiero e il primo giudice di formule e teorie.

Siamo subito attratti dal realismo senza scampo di Grossman, che usa metafore efficaci per dire ciò che ha imparato, al fronte e nelle retrovie: che non esistono teorie o filosofie sulla guerra, ma solo decisioni da prendere ogni istante senza badare a quelle già previste o immaginate.

La guerra è il grande evento che si può valutare e sfidare soltanto nel qui e ora.

Compagno generale, lei ragiona come uno scienziato su una barca con un buco sul fondo. “Come potete vedere, questo bordo è sott’acqua e quello è fuori, la poppa è sollevata e la prua è sommersa…” Ma il punto è un altro: invece di spiegare come va a fondo la barca, bisogna tappare il buco per non farla affondare.

La violenza della verità

Una ricerca della verità che gli procura dapprima gli allori e poi la marginalità, additato come scrittore controrivoluzionario per la sola ragione di aver descritto ciò che ha visto e come la verità si sia dipanata sotto i suoi occhi.

Quella sì, violenta e non manipolabile, nemmeno con la scappatoia della speranza. Perché sola una delle verità che vogliamo vedere è vera e tocca farci i conti.

Grossman ce lo spiega attraverso le parole di un suo personaggio:

Ci sono due verità, al mondo. la verità di un presente che ci è stato imposto dal nostro maledetto passato, e quella di un presente che quel passato lo sconfiggerà. E che è in questa verità che voglio vivere. […]

Ti sbagli. Te lo dico da chirurgo: la verità è una sola, non ne esistono due. Quando amputo una gamba, non ho due verità. Se volessimo giocare alle due verità, finirebbe tutto molto male… […] se insegui due verità non ne acchiapperai neanche una.

E sarà la fine.

La parabola interiore di Grossman è senza sconti, nemmeno per se stesso o per le sue convinzioni.

Fin dalle prime pagine, che ho divorato e sto divorando, si capisce bene perché in questo romanzo, anzi nella dilogia che comprende anche Vita e destino, l’ideologia si dissolve.

Ma non il sogno di un mondo migliore.

Claudio Piersanti, nell’intervista di cui parlavo poc’anzi, parla di violenza della verità.

Il brano che vi ho proposto, che si trova nelle prime cento pagine del romanzo, mi pare si addica bene a questa definizione.

Se decidete di leggerlo, come io vi invito caldamente a fare, preparatevi: forse ci troveremo e mi troverò di fronte alla fine delle illusioni.

Davanti a una me ancora più consapevole e radicata nella realtà delle cose, dopo esserci passata attarverso.

Perché leggere ora Stalingrado e più in generale Grossman?

Perché dobbiamo sapere da dove tutto l’orrore che abbiamo di fronte da ormai troppi giorni è cominciato.

Per comprendere le radici e le ragioni di entrambi i contendenti e tornare a quei giorni del 1942, a quei territori stepposi e freddi, su quei lembi di terra che da sempre significano il confine tra i mondi.

Ma, soprattutto, dobbiamo leggere Stalingrado perché è uno splendido romanzo.

Forse è anche il mezzo per approcciarci a una realtà terrificante, lasciando fare alla letteratura ciò che è più difficile: porci di fronte alla verità.

Siamo pronti a sostenerla?


E voi care Volpi, conoscevate già questo autore? Avete letto Stalingrado o qualcuno dei suoi libri?

Cosa ne pensate?


Qualcosa su Vasilij Semenovic Grossman

Vasilij Semenovic Grossman (1905 – 1964) è nato a Berdicev (Berdyčiv), in Ucraina, un importante Shtetl , con l’80% di popolazione ebraica presente che fu oggetto di terribili violenze da parte dei tedeschi.

Ingegnere, autore di due romanzi prima della seconda guerra, Grossman, scampato alle persecuzioni contro gli ebrei, si presenta al comando per partire in guerra, ma viene scartato per inadeguatezza fisica.

Riesce a farsi arruolare successivamente come corrispondente di guerra per il quotidiano ufficiale dell’Armata Rossa ed è così che acquisisce, in presa diretta, le informazioni, l’orrore e i dettagli bellici che si trovano anche nei suoi romanzi successivi.

Dopo la guerra, quando si riprende da un grave esaurimento nervoso, inizia a scrivere la sua trilogia sulla guerra, il che gli procura parecchi guai.

La critica dei nazionalismi nazista e sovietico infatti, prodotto della sua crisi morale e filosofica, si trova nei romanzi che ora giungono a noi per offrirci una visione più completa della sua e della nostra verità storica.

Nel 2010 è stato onorato come Giusto al Giardino dei Giusti di Milano.

10 Comments

    • Elena

      Aspettavo il tuo commento, sei il più russofilo dei miei amici blogger. Questo è davvero bello, gli altri ti dirò. Ma tu lo hai letto? Sono curiosa di sapere come lo trovi, a me ricorda proprio il nostro mitico Fedor, ma anche Tolstoj

  • Brunilde

    E’ un libro che mi spaventa un po’, non solo per le dimensioni ma soprattutto per il contenuto, così impegnativo in un periodo in cui, per mille motivi, avrei invece bisogno di leggerezza. So che il tuo entusiasmo mi porterà a leggerlo,così come ho accolto altri tuoi suggerimenti di lettura, ma non certo ora. Sono infatti alle prese con un romanzo di più di 800 pagine, che mi ha attirato perchè non è soltanto una saga familiare ( famiglia ebraica, oltretutto ) ma anche un affresco storico, guarda a caso degli anni post seconda guerra mondiale in Germania: Gli Effinger, di Gabriele Tergit. Credo che quando l’avrò finito per un po’ mi dedicherò a… Pippo Pluto e Paperino, poi forse affronterò Stalingrado!

    • Elena

      Pippo è un mito, meglio di qualunque medicina per quanto riguarda il morale! Cara Brunilde, la sintonia tra noi non ha eguali. Siamo tutte e due alle prese con dei “tomi” di oltre 800 pagine, anche Grossman era ebreo e in fondo il periodo è quasi quello. Nessun libro dovrebbe essere letto nel momento sbagliato, rischieremmo di non apprezzarlo. Ti ringrazio per la fiducia e per leggermi sempre, anche quando il tempo è poco. Ti abbraccio forte e ti penso

  • Giulia Lu Mancini

    La storia é maestra di vita mi dicevano a scuola e crescendo ho capito sempre meglio il profondo significato di questa affermazione, leggere un romanzo che racconta la guerra dagli occhi di chi l’ha vissuta é sempre un’esperienza profonda, aiuta a capire certe dinamiche. Non conoscevo quest’autore ma ho preso nota, lo metto in lista.

    • Elena

      Cara Giulia, è stata una riflessione lunga, per tante ragioni. Il sovvertimento delle idee di cui accenno nel post è anche un po’ il mio (temo) dopo la lettura di questo e dell’altro. Dover ammettere che anche ciò che ha nutrito la mia gioventù, i miei ideali e la mia ideologia di ragazza, rimasti tali nella sostanza, ha fallito, perlomeno nella pratica non è facile. MI sono tenuta lontano, proteggendo. Ma ora devo vedere con occhi diversi. In fondo anche il mio diario di viaggio a Cuba aveva un approccio simile: andando là molte cose in cui credevo si sono rivelate fallaci. Ho saputo mantenere vivi gli ideali non nascondendo i problemi. MI auguro di poter fare allo stesso modo questo percorso. Oggi si aggiunge il tema della guerra e del suo orrore. Fai bene a metterlo in lista, secondo me merita. Un caro saluto

  • Luz

    Anch’io sento il forte bisogno di leggere questo libro. Sento che lo aggiungerò alle mie prossime letture. C’è bisogno di capire i tanti meccanismi che hanno portato a questi tragici eventi, di cui speriamo non si accresca sempre più pericolosamente l’escalation. Mi piacciono le citazioni che riporti, mi suggeriscono l’idea di un autore solido, che sa entrare nelle coscienze dei personaggi (un po’ Dostoevskij).

    • Elena

      Eh cara mia, hai visto giusto, Dostoevskij e anche Tolstoj (che peraltro lo stesso n fa citare a uno dei suoi personaggi, nello specifico Guerra e Pace) . La sostanza dei russi è quella in fondo: personaggi e psicologie molto dettagliate, grandi epopee, grandi ambientazioni, ampie quanto la loro terra. E di conseguenza, sommi tomi. Ma questo è il bello. Leggilo. Ti piacerà

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