Scrittura creativa

Perché scriviamo

Venerdì scorso ho presentato Càscara presso la mia libreria di fiducia, la Piola di Catia. La scrittura è trasformazione ed incontrare le lettrici e i lettori di persona aiuta ad esserne consapevoli.

Ogni presentazione è un momento emozionante, ma venerdì è stato davvero speciale, e non solo perché abbiamo avuto talmente tante richieste di presenza da dover dire dei no, ma perché c’erano molti amici che conosco da una vita venuti apposta per me.

Mi sono resa conto che avevo fatto un percorso dal primo romanzo, un percorso che parlava anche a me di trasformazione.

In una cosa però sono rimasta la stessa: come reagisco alle sorprese. 

Alla presentazione si è palesata la mia, adorata, maestra delle elementari, la Maestra Puppo. Pur essendo una donna fatta e finita, quando l’ho vista mi sono commossa. Sono troppi i ricordi di quei tempi in cui lei mi ha letteralmente presa per mano e mi aiutata a camminare nella vita per non mostrare l’emozione.

Inutile dirvi che è stato un momento fantastico.

 

In quel prezioso momento di confronto mi sono state sollecitate riflessioni che avevo già in parte fatto ma che avevano bisogno di una certa sistematizzazione.

E’ solo quando si guarda alla propria scrittura con il necessario distacco che si può vedere ciò che essa rappresenta nella nostra esperienza di vita.

Per me la scrittura è trasformazione. Della realtà che mi circonda, delle mie emozioni, di me stessa.

Di questo parlo in questo post del blog. Buona lettura!

 

Perché scriviamo? 

 

 

Non è la prima volta che mi trovo a parlare di questo tema.

Qualche tempo fa rilasciai un’intervista in proposito sul blog di Marco Freccero : Elena Ferro, scrittrice: il mio obiettivo è la trasformazione.

Come raccontavo martedì scorso a proposito del mio diario, tornare a leggere i pensieri di un tempo, per curiosità ma soprattutto per verificare quanto di essi sia ancora vivido, presente, nel mio cuore e nella mia testa in un dato momento, è un esercizio che trovo molto utile in questo momento della mia vita.

Lo testimoniano gli scambi durante la presentazione e il modo in cui sto parlando di questo romanzo.

Il tema riemerge, carsicamente. Voglio indagarlo più a fondo, perché sono convinta che il concetto di trasformazione colga in pieno il senso del mio lavoro con le parole.

 

 

La scrittura come trasformazione di emozioni, sentimenti, ricordi

La prima riflessione che faccio è legata ai sentimenti e alle emozioni che li caratterizzano. Alla domanda: perché scrivo, mi sono data questa risposta:

Scrivo per cambiare il mondo che ho intorno a me e per far defluire la quantità di immagini e pensieri che mi porto dentro in modo costruttivo.

Scrivo perché in fondo è un altro modo che conosco per cambiare ciò che non amo dell’esistente

Sono una persona fortemente emotiva. Nel tempo ho imparato a gestirne le conseguenze e persino a valorizzarne gli effetti, come ho sostenuto nel mio manuale Tecniche di oratoria. Guida all’arte di parlare in pubblico.

Nella scrittura le immagini e i pensieri che affollano la mia esistenza trovano un modo per riempirsi di senso. Non solo i sentimenti positivi, ma quelli negativi, come il dolore, che possono essere trasformati in qualcosa di positivo: una consapevolezza, un distacco, una presa d’atto e di distanza.

La prima funzione della scrittura è trasformare le emozioni che provo in storie. Questa funzione ha senso esclusivamente per me.

La seconda, potente e con un afflato sociale, è sognare il mio mondo migliore, quello che vivevo e vivo, proprio intorno a me e che non mi soddisfa abbastanza. Scrivo raccontando ciò che deve cambiare, usando metafore, similitudini, personaggi che assumono su di sé questo compito.

Trasformare il proprio vissuto

Non so se sia legittima la funzione che ascrivo alla scrittura, ma mi accorgo che serve innanzitutto a rielaborare, trasformare il mio vissuto.

La presenza della mia maestra è come se fosse lì a testimoniarlo.

Sono sempre stata una bambina diversa dalle altre. Non solo per carattere, ma per attitudine, gusti, interessi. Un maschiaccio.

Amavo sfidare i bambini nella corsa, sport in cui eccellevo per velocità e resistenza, ma mi tenevo a distanza da loro e dai loro sentimenti, in una sorta di superbia femminile (a proposito di superbia, trovate una dotta trattazione di questo vizio sul blog di Luz, qui. Ps: è un bell’articolo) che mi ha creato non pochi problemi e costato molti anni di lavoro per poterla superare e trovare con l’universo maschile un modo più positivo di relazionarmi.

E’ stato in allora che ho deciso di scrivere. Come raccontai a Marco in quell’intervista, la mia condizione di bambina diversa, essenzialmente povera (la maestra Puppo venerdì mi ha corretta in proposito “povera materialmente, ma ricca umanamente”) mi impediva di vivere quelle esperienze di scoperta, anche di luoghi, che alle altre mie compagne di classe erano riservati. Gite, specie al mare, ristoranti, cinema e quant’altro accade a bambine di quell’età.

Non me ne lamentavo, semplicemente cominciai a capire di avere a disposizione uno strumento potente dentro di me che poteva colmare quello e altre mancanze: l’immaginazione.

L’immaginazione che poteva concretizzarsi attraverso la scrittura.

Credo abbiano influito le scelte narrative di mio padre, che a quei tempi leggeva tutti i libri di Emilio Salgari. Personalmente non amavo molto quelle storie, perché mi facevano paura: chi aveva mai visto tigri, pugnali e lotte ardite per la sopravvivenza, con tutti quei cattivi che popolavano le mie notti di bambina?

Me le raccontava lo stesso, ripetendomi a ogni piè sospinto che Salgari non aveva mai viaggiato in vita sua.

Una sorta di suggerimento a protezione?

Quel suggerimento l’ho accettato e ho cominciato a inventare luoghi meravigliosi senza mai nemmeno averli visti in fotografia!

Ora so che attraverso quelle storie sono sopravvissuta all’età più terribile che conosciamo, l’infanzia e l’adolescenza.

Una trasformazione dunque, che mi ha tenuta al mondo.

La scrittura e il rapporto con il sociale

I miei inizi con la scrittura sono stati una questione di sopravvivenza, come abbiamo visto e come ho raccontato la scorsa settimana sul blog a proposito di diario personale.

Una scrittura da imprinting, istintiva, precoce, basata sull’osservazione e sull’emulazione di un comportamento di un riferimento emotivamente forte. Un padre che suggerisce, una madre, ma anche un surrogato di essa, mia nonna, in sua assenza.

Salvifica.

E il sociale? Che ruolo ha nella mia scrittura?

Ho fatto una scelta nell’ultimo romanzo: ambientare la storia in un periodo storico per me importante, gli anni sessanta.

Sono gli anni in cui sono nata di cui per molto tempo ho osservato da lontano gli eventi. Le lotte operaie, la migrazione nord/sud, lo sviluppo del nord Italia, la musica rock, splendida amica di sempre.

Sono gli anni in cui Primo Levi scrive La tregua, con cui vinse il Premio Campiello, nel 1963. Scoprii questo autore proprio grazie alla scuola e alla lettura collettiva di Se questo è un uomo. Mi parve subito un potente monito per l’avvenire e fui grandemente colpita dalla sua morte, che attribuimmo in famiglia alla consapevolezza che nulla fosse cambiato da quei giorni cupi di Auschwitz. Levi continuava a rivedere giorno dopo giorno nei volti dei protagonisti del suo oggi, le stesse figure che lo avevano martoriato nei campi di concentramento.

Sentivo il suo dolore sulla mia pelle, la sua disperazione, la sua disillusione. Mi aveva colpito. Mi ha colpito.

Credo sia nata da lì l’esigenza di contrastare quella non cultura, quell’orrore che ai campi aveva portato.

Non so se ci sono riuscita, ma nel romanzo ho trasformato anche quella tensione emotiva. A Càscara ci sono personaggi trasformisti, che non hanno fatto i conti con il loro passato e provano a riproporlo, semplicemente apparendo differenti ma essendo, tragicamente, gli stessi.

Una sorta di continuità con quelle emozioni suscitate da un grande uomo e scrittore come Levi. Lui sì che ha fatto della scrittura un grande tentativo di trasformazione.

Lo adoro per questo.

Una scelta per trasformare anche attraverso la scrittura ciò che oggi esiste e che non funziona, continuare a parlarne, rendere evidente quel trasformismo che è la vera preoccupazione dell’oggi.

La scrittura può smuovere le coscienze.

Ricostruire la speranza, affidando la storia a chi di solito non ne diventa protagonista: le classi più deboli, le persone più fragili. Gli ultimi, i sommersi, perché diventino i salvati.

E come evitare di affidarla proprio a coloro che da secoli sono considerate escluse, le donne? Ecco un’altra scelta che rivendico: il ruolo potente del femminile.

Nell’intervista a Marco scrivo:

Il mio obiettivo è la trasformazione secondo giustizia della società. Per una persona piccola come me una meta come questa si puo’ raggiungere solo compiendo un passo alla volta. E usando gli strumenti adeguati, quelli capaci di raggiungere più persone possibili

La considero militanza che prosegue nella scrittura, dove la realtà può essere osservata da più punti di vista, quella dei personaggi chiamati a svolgere il compito di ricomposizione di un’esistenza che va indagata e rappresentata per poterla “digerire” e “trasformare”.

Credo che senza questa idealità la mia scrittura, al momento, non esista.

E in fondo è un bene: occorre ci sia coerenza tra chi siamo ogni giorno e chi siamo quando riusciamo a ritagliare del tempo per scrivere le nostre storie.


E voi, care Volpi, per quale ragione scrivete? Il concetto di trasformazione riguarda anche la vostra scrittura?

8 Comments

  • Grazia Gironella

    La trasformazione è al centro della mia scrittura, anche se non ho mai usato questo termine per definirla; trasformazione dell’individuo attraverso la forza dell’emozione, ancora prima che attraverso la riflessione razionale. Credo che tutto parta essenzialmente dal cuore. La dimensione sociale della storia, invece, mi è lontana, anche se inevitabile: quando l’individuo cambia, la realtà cambia. Quindi mi capita di trattare tematiche che toccano la collettività, ma sempre da un punto di vista individuale. Mi sembra molto coerente: io orsa, tu sociale. 🙂

    • Elena

      Mi hai strappato un sorriso cara Grazia! Orsa tu e sociale io, ma non come l’aringa, che si agita se viene separata dal suo gruppo, piuttosto come il cane, che pensa a sé stesso in termini collettivi. Che dici, scriviamo un post che parli delle similitudini con gli animali? In fondo anche questa è trasformazione 😀
      Torno seria, dici la realtà cambia se l’individuo cambia. E’ una grande verità, ma sento che è vero anche il contrario. Anzi, nella scrittura molte volte sono proprio gli eventi che ci colpiscono nostro malgrado a “produrre” storie, narrazioni, racconti, intimi o meno. Per come la sento io, trasformazione significa dare e avere stimoli che a poco a poco (ma anche drasticamente) ci cambiano. Come in una spirale che sale verso l’alto…
      Comunque, ammetto che non avrei mai usato la parola trasformazione se non avessi avuto quello scambio con Marco, e forse è un termine che parla soprattutto a me. Pensa che ho poi costituito il gruppo di lettura di cui parlo e, senza che mi fossi preparata, mi sono sorpresa a richiedere l’aiuto di chi aveva aderito nel portarmi alla scoperta di mondi letterari molto distanti da me. Un po’ mi sono sorpresa, non esco dal mio giro letterario da tempo. Ma forse avevo proprio bisogno di trasformare anche i miei gusti tradizionali in qualche cosa di nuovo. Sono in ascolto, insomma, e mi è tornata la voglia di scrivere… Grazie per il commento cara, noi ci sentiamo presto

  • Giulia Lu Dip

    Le motivazioni per cui scriviamo sono diverse a seconda dell’individuo, io per esempio ho cominciato a sentire questo forte impulso fin da bambina perché volevo esprimere me stessa in qualche modo, ma soprattutto inventare una realtà diversa da quella che vivevo: se ci pensi scrivere dona un potere molto forte sotto questo aspetto. Era un’idea nebulosa da bambina che poi si è concretizzata più avanti nel corso degli anni, poter scrivere per inventarsi una realtà diversa oppure semplicemente approfondire la realtà che si conosce. Sotto l’aspetto sociale, scegliere il contesto di una storia comporta un impatto anche sul sociale, se io racconto di un cambiamento dovuto alla forza delle donne in una determina situazione, come hai fatto tu, decido di trasmettere un determinato messaggio.
    I libri possono trasformare la realtà certo, io per esempio ho sempre trovato conforto nelle storie che leggevo, se avevo un problema cercavo storie che ne parlassero e dopo la lettura del libro mi sentivo più consapevole, in questo caso la trasformazione riguardava soprattutto la mia vita. Questa sensazione si è poi estesa dalla lettura alla scrittura, quando ho cominciato a farlo con lo scopo di pubblicare…

    • Elena

      Cara Giulia, mi sento molto in sintonia con questo tuo commento. Anche io da bambina avevo molte cose da “trasformare”. Un po’ riguarda tutte, credo, il fatto di non sentirsi pienamente giuste, accettate, e di cercare un modo, inventandoselo, per trasformarsi appunto. MI vengono in mente certi travestimenti, più o meno estrosi ed evidenti, che hanno lo stesso significato. Ma noi cerchiamo il cambiamento nella scrittura, o meglio, lo abbiamo trovato nella lettura e poi abbiamo imparato a “metterci dall’altra parte della pagina” e a scriverlo. La lettura inoltre ti offre un sostegno quando hai un determinato problema. Anche a me, ma solo attraverso i saggi. O meglio, quando sento di avere un problema specifico che mi assilla, cerco in un manuale o in un saggio una possibile soluzione. Quest’estate ho letto Dale Carnegie che di ansia ne sa tanto ad esempio :). Quando leggo narrativa lo faccio per cambiare completamente scenario. Poi c’è da dire che alal fine in ogni romanzo trovo sempre qualcosa che mi fa riflettere eh… Buona giornata cara e grazie per il commento

  • Franco Gabotti

    Parto da lontano, precisamente da una tecnica terapeutica ancora sperimentale scoperta per trattare soggetti affetti da gravi crisi epilettiche. Ad essi vengono separati i lobi dei due cervelli guarendoli dall’epilessia e inducendo, come conseguenza, disturbi percettivi non molto disabilitanti, tuttavia sconvolgenti per le considerazioni sviluppate poi sugli effetti dei disturbi stessi. Interrogato il cervello sinistro sul nome di un oggetto qualsiasi il paziente lo riconosce per termine linguistico, forma, uso eccetera; la stessa operazione svolta dal lobo destro denuncia l’incapacità di nominare l’oggetto, di comprenderne la collocazione nella quotidianità ma riesce a rappresentarlo con un disegno, senza sapere che cos’é. Attraverso alcuni passaggi di speculazione scientifica si giunge alla conclusione che ciò che definiamo “coscienza” esiste in modo apparentemente slegato dal cervello nella sua funzione attiva. Lo testimonia l’esperimento effettuato per stabilire il momento in cui prendiamo la decisione finalizzata ad un’azione ed il momento in cui l’elettrodo che misura l’impulso partito dal cervello rileva lo stimolo ad agire: la decisione (coscienza) appare significativamente in ritardo sulla risoluzione del cervello.
    Ho annoiato, lo so, e l’ho fatto in questo caso per ipotizzare un trasferimento in chiave poetica, e forse filosofica, di come vediamo il mondo, le azioni materiali e immateriali subite e fatte deliberatamente.
    E’ bello scrivere e rappresentare un mondo che promuova la nostra ispirazione: tutto ciò elabora il mondo che avevamo di fronte prima di scrivere e ce lo restituisce più comprensibile, forse anche più accettabile; in questo fatto vedo la “trasformazione” perché noi ci riflettiamo in quella versione aggiornata del mondo. Potrebbe essere la nostra coscienza che è chiamata a giustificare quel mondo (non necessariamente in termine positivo) per rendercelo più leggibile, e allora sarà la nostra coscienza che si sposta nel fitto di un canneto con lo scopo di trovare il punto in cui traguardare al di là ciò che ci viene nascosto? Sarà la trasformazione un necessario adattamento per riposizionarci rispetto a qualche cosa che mettiamo al centro del pensiero?

    • Elena

      Buongiorno Franco, eccomi. Annoiare? Affatto, piuttosto hai instillato in me una grande curiosità sulla questione scientifica che poni, di cui, lo dico in premessa, non ho alcuna competenza. Sono andata a riguardare a grandi linee le specializzazioni del cervello, poiché non avevo mai sentito parlare della possibilità di “isolare” le funzioni dei due lobi, specie per guarire l’epilessia. Ma sì, pare che il lobo sinistro abbia questa funzione di calcolo, logica matematica, e che sia specializzato nelle funzioni del linguaggio Supponendo che si possa isolare, ecco che esso è in grado di riconoscere una serie di simboli che compongono una parola, ma è solo suo fratello, il lobo destro, se ho capito bene, che è in grado di disegnarlo e di apporre, questo lo aggiungo io, i “suoi colori emotivi” ovvero, interpretarlo. Ho sempre pensato che il cervello fosse un sistema co-dipendente e in fondo mi piace accarezzare questa idea, ma questa digressione è interessante perché ti fa dire, se ho capito bene, che esiste una parte che chiami coscienza che è in costante ritardo rispetto alla percezione istintiva delle cose e alla traduzione pratica degli impulsi ricevuti dall’ambiente. Ovvero che lo stimolo ad agire, a scrivere nel nostro caso, è precedente alla decisione di farlo? Intendi forse che si tratti di un “bisogno”, una necessità? Se è così ed ho capito bene mi trovi assolutamente d’accordo. Anche la forma del diario, di cui ho parlato nell’articolo scorso, in fondo esprime la stessa necessità di comunicare di cui qui parliamo. Ma questa necessità è solo una parte del processo. Come tu stesso affermi nel prosieguo, esiste un processo inverso, un feed back in cui la nostra scrittura elabora quel mondo che abbiamo contribuito a generare per restituirlo trasformato, fammi dire, “digerito” e rappresentato in modo a noi più comprensibile. La nostra coscienza allora svolge la funzione di “traduttrice” della realtà che uno scrittore rappresenta con la scrittura appunto, come un illustratore con un disegno. Un processo biunivoco. Molto, molto interessante. Per me la coscienza ovvero il mio intelletto ha proprio questo compito: guardare oltre il canneto. Farlo è una scelta, osservarlo negli altri una sorta di divertimento, proporlo un rischio azzardato: non tutti sono pronti a raccoglierlo. Ma in fondo, si tratta solo di esercizio. Grazie Franco per questo commento, anche la mia risposta, ovvio, può essere oggetto di noia ma ho provato davvero a comprendere il tuo punto di vista. Fammi sapere se mi ci sono minimamente avvicinata. e se hai immaginato un disegno per tutto questo, mandamelo. Lo pubblicherò riprendendo il contenuto di questo scambio di commenti. Buon inizio giornata!

  • Franco Gabotti

    Ebbene Elena, ringrazio l’acume che ti ha permesso di raggiungermi nella fuga in avanti azzardata. Vedi che la mia passione per il ciclismo affiora anche sotto forma di figura retorica. Lo studio scientifico che si occupa del funzionamento del cervello umano ammette il suo “immenso non sapere” ma fa progressi sia nel campo biologico che in quello della chirurgia sperimentale e aggiunge conoscenza anche grazie a sofisticati rilievi strumentali. Da visionario amo ronzare attorno all’argomento scientifico per ricavarne suggestioni colorate da usare poi come attrezzi di scrittura e, se faccio un salto nel vuoto delle emozioni, posso ipotizzare che il nostro cervello addirittura sia una parte di noi più autonoma di quanto pensiamo e che noi siamo soprattutto quella coscienza che legge e giustifica le azioni del cervello. Se credi puoi complicarti il quadro ancora di più attribuendo l’ipotesi di una funzione anche al nostro “cervello” intestinale, nel quale recentemente è stata individuata una notevole quantità di cellule neuronali. L’argomento che riguarda la dualità tra cervello e coscienza mi è sembrato pertinente al tema della trasformazione, quando ho letto del tuo legame con la scrittura e con l’evoluzione indotta dalla pratica della scrittura. A farla breve hai colto bene la mia intenzione quando ho immaginato la coscienza come un’operaia costantemente al lavoro per modellare l’incastro tra le nostre sensazioni e la realtà percepita: nello scrivere si incomincia già a modellare la realtà narrata per farla corrispondere alla nostra coscienza e si persegue, forse inconfessabilmente, lo scopo di proiettarne l’effetto su quella del fruitore attraverso il processo inverso e speculare della lettura.
    Ciao.

    • Elena

      Noi siamo continuamente alle prese con la trasformazione della realtà che ci circonda! Siamo artigiani del nostro mondo, caro Franco. Grazie per questo scambio e buon domenica

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