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Quando il passato torna a bussare alla tua porta

Le presentazioni dei romanzi cominciano tutte così: facce amiche tra una platea di sconosciuti, brevi momenti iniziali per scambiarsi domande e riflessioni, emozioni e qualche dimenticanza, imperdonabile, come un paio di occhiali da vista se devi leggere un brano.


Ma senza imprevisti gustosi, sarebbe altrettanto divertente?


Ma cosa succede quando il passato torna a bussare alla tua porta? E’ accaduto anche questo il 26 novembre a Mathi, durante la presentazione di Càscara.

E poi c’è l’imprevisto, che qualche volta non è malvagio. Quella sera una parte del mio passato molto lontana si è palesata, provocando in me un temporale di ricordi ed emozioni.

Quando il passato torna a bussare alla tua porta accade che qualcosa di importante ormai dimenticato torni ad affacciarsi. A una vita ormai abituata a fare senza, giustificandone l’assenza, le chiusure troppo brusche, i ricordi scomodi di una bambina a disagio con il mondo com’ero io. Come siamo un po’ tutti, a quell’età.

Ritrovare quei ricordi aiuta a riconciliarci con chi siamo e chi siamo state.

Anche questo è un regalo che può farci il passato quando torna a bussare alla nostra porta.

Quando il passato torna a bussare alla tua porta

Non puoi sapere se hai lasciato alle spalle il tuo passato fino a quando non torna a bussare alla tua porta

Càscara, un romanzo di Elena Ferro

Sono un’autrice indipendente che ha poca dimestichezza con la promozione sui social e molta voglia di incontrare le persone per parlare della mia scrittura, come chi mi legge da tempo su questo blog sa bene.

Le presentazioni in pubblico permettono di incontrare le persone che leggeranno il tuo romanzo e quelle che lo hanno già letto, e che magari aspettano l’occasione utile per parlarne.

Non c’è un’occasione più speciale di un’altra, se non per ciò che accade nell’interazione tra le persone.

Il 26 novembre scorso sono stata ospite del Comune di Mathi nell’ambito delle manifestazioni organizzate per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

E’ accaduto che l’Assessora alla Cultura abbia letto Càscara e ne sia rimasta piacevolmente colpita tanto da includermi nelle iniziative ufficiali del Comune. Inutile sottolineare come l’invito mi è giunto ancora più gradito proprio per questo.

La serata a Mathi, un tuffo nel passato

Càscara si è adattato bene al tema della serata. E’ un romanzo in cui si parla esplicitamente di violenza anche se non è la chiave narrativa del romanzo. Le protagoniste vivono la violenza contro le donne, fisica o psicologica, come un fatto acquisito, normale, frutto di una cultura patriarcale che la giustifica, la integra nei comportamenti quotidiani che non sono ancora messi in discussione.

La storia parte dalla condizione sociale in cui vivono gli abitanti di Càscara, in cui le donne, da vittime consapevoli o inconsapevoli, diventano protagoniste del riscatto di questo piccolo borgo marinaro della Sicilia degli anni sessanta. Gli anni i cui sono nata.

La rinascita dell’Italia dopo il nazifascismo era appena cominciata e ciascuno di noi sperimentava gli effetti delle migrazioni dal sud al nord. I torinesi accoglievano i migranti dal sud con i cartelli Non si affitta ai meridionali, le donne sposavano uomini con un buon posto di lavoro, la fabbrica, per corrispondenza, e il divario nord/sud si ampliava, inesorabilmente.

Sono gli anni in cui alle donne sono assegnati compiti tradizionali di cura e familiari in cui è difficile essere avviate agli studi scientifici e lavorare è una conquista che profuma di libertà.

Anni in cui la violenza domestica è fatto orribilmente accettato come normale. Anni in cui il primo amplesso che ti rende un vero uomo è con una prostituta, spesso individuata dalla tua famiglia.

Sono storie di donne che cercano, ciascuna dalla propria esperienza personale di sofferenza e umiliazione, un riscatto, che troveranno soltanto insieme, unite in una causa più grande.

Alice, la maestra del paese, è la snodo che consente questo cambiamento a livello collettivo.

Perché la struttura del romanzo

Mettere in luce questi aspetti del romanzo è stato importante per me, come donna e come scrittrice.

Capita anche a voi? Che più vi trovate a parlare di una storia e più ne scoprite tratti non del tutto esplorati, anche dal punto di vista della scelta narrativa?

Per esempio mi ha colpita nella restituzione dei lettori la potenza evocativa dei personaggi e la forza delle loro storie. “Sono vivi”, sostengono, “e dopo che il romanzo è terminato, ci mancano”.

Sono storie di vita comune, storie che non si possono semplificare all’interno di un’unica linea narrativa.

Dal punto di vista della struttura del romanzo, mi rendo conto che questo per me è stato lo sforzo più grande.

Forse la scelta di introdurre punti di vista differenti, la terza persona con intermezzi di prima, ha agevolato il lettore nel sentirsi vicino ai personaggi, percependone finanche i battiti del cuore.

Gli stessi battiti che rumoreggiavano dal mio petto l’altra sera, quando l’interazione tra me e il pubblico era soprattutto parole, gesti, sguardi, emozioni. Viene da dire chi ascolta chi?

Quando il passato torna a bussare alla tua porta

Il mio passato che bussa alla porta

Ho passato la mia infanzia tra Torino, ai tempi della sua vocazione industriale, e un piccolo paese delle Valli di Lanzo, Chiaves, frazione di Monastero.

Situato sul cocuzzolo di una montagna e benedetto da una vista straordinaria sulla valle, Ciaves è il luogo in cui negli anni ’70 le famiglie torinesi passavano le loro vacanze agostane, così come rigorosamente programmate dalla FIAT.

Lavorare per un grande gruppo era la salvezza per molte famiglie, compresa la mia. Il proletariato urbano, di cui mio padre era emblematica rappresentanza, lavorava alacremente per il profitto degli Agnelli, dedicando interamente sé stessi.

La fabbrica soddisfaceva a ogni bisogno, dell’operaio e della sua famiglia. Nei turni di notte merce di ogni tipo veniva proposta all’acquisto e mio padre, come gli altri, tornava a casa con chili di cioccolato svizzero o vino o altro di inutile in quantità industriali.

La fabbrica era una sorta di piazza grande in cui ogni bisogno veniva soddisfatto. Anche quello sportivo, con squadre podistiche di cui ho fatto parte, seppure per qualche anno e di malavoglia.

Ricordo i regali di Natale che il “padrone” faceva arrivare a noi bambini. Aveva il volto di Romiti, quello dei 14mila licenziamenti, lo ricordo ancora come fosse ieri, perché si è mangiato mio padre anche senza licenziarlo. In particolare ho conservato per anni un pinocchio di plastica che poi ho gettato, e che arrivò insieme a cioccolatini e un corredo nuovo per le colonie estive, come compensazione per i sacrifici e il dolore e le perdite. E l’officina Stella Rossa.

Quindici giorni a Bellaria piuttosto che a Bordighera che facevamo io e mia sorella alle colonie estive erano l’unico diversivo, l’unica occasione di consocere un mondo diverso da Torino e da Chiaves.

Il nostro mondo era la nostra famiglia, sempre al lavoro, e Chiaves, appunto.

La montagna e Chiaves

A Chiaves avevamo in affitto una piccola stanza in un grande palazzo tutto rosa, con bagno in comune sul corridoio. Una favola. Occupavamo un piccolo appartamento al piano terra, poi diventato primo piano, con affaccio balcone sulla strada, segno della nostra emancipazione nella scala sociale.

Davanti alla Casa Rosa, così potentemente presente nei miei ricordi di infanzia da essere ancora protagonista dei miei sogni, si apriva una strada oltre la quale un muro a secco alto tre metri conteneva una sponda della montagna.

Lassù c’era il mio albero. Quello su cui passavo gran parte delle mie giornate. Il mio rifugio.

In quegli anni mi muovevo in uno spazio pubblico di cui sentivo di non conoscere abbastanza. Attribuivo ai miei coetanei una vantaggio competitivo inarrivabile e la qual cosa mi creava non poco disagio. La fuga e il ritagliare spazi solo miei, spazi protetti, mi sembrava l’unica istanza.

Il disagio di non essere mai a posto lo provai quando conobbi Silvia e Alessandra, figlie del proprietario della Casa Rosa. Me ne sono ricordata l’altra sera, quando sono venute a Mathi a sostenere l’iniziativa e a salutarmi.

Vedevo il balcone della loro casa dal mio albero. Doppia aria e appartamento di due stanze con bagno interno. Il simbolo del lusso.

Da quel balcone loro due, poco più che bambine più o meno della nostra età, mia e di mia sorella, cercavano semplicemente compagnia. E l’hanno trovata.

Vecchi amici, nuove emozioni

Ho passato molta parte della mia infanzia con loro, inventando i giochi più sciocchi, assurdi e provocatori. Oggi sembrerebbero ridicoli, come mostrare le terga alla auto che passavano certe di non essere riconosciute, a solo dieci metri da casa. Ma anche inventare negozi di cose usate raccattate qua e là e rivendute al massimo prezzo possibile per finanziare le nostre scappate al bar del paese non era male.

E le passeggiate nei campi o in montagna a raccogliere fiori, fare dispetti agli altri bambini, giocare libere e senza paure alcune.

Non vedevo Silvia e Alessandra da allora, dai tempi in cui diventate maggiorenni ci siamo allontanate dalla culla della nostra infanzia per seguire ciascuna la propria strada.

Da quel paesello meta di torinesi che preferivano la montagna al mare della Liguria, anch’esso massivamente frequentato, come ben sappiamo, dai cittadini piemontesi e lombardi.

Rivederle a Mathi è stato un vero e proprio colpo al cuore.

Ho cominciato al presentazione con un groppo in gola, perché ci sono cose nella vita che restano di una importanza straordinaria senza nemmeno rendercene conto.

Sono le nostre radici, è il nostro passato che torna a bussare alla nostra porta, per svelare cosa conta davvero, oltre tutti i dissidi e le incomprensioni. Che l’amicizia, la condivisione di un momento così importante della nostra esistenza, è quanto di più autentico e prezioso che possiamo possedere.

Radici che con Guido, l’altro passato, sono sempre state annaffiate, anche se a fasi alterne. Di carattere diametralmente opposto al mio, cupo e depressivo, Guido ha fatto in modo che la presentazione marciasse, spendendosi in prima persona.

Insieme a Monica e Lorella, vere fautrici di questo prezioso appuntamento di cui credo nemmeno sospettino la grande importanza che ha avuto per me.

Anche lui frequentava Chiaves, ma veniva dalla bassa, da Mathi. Saliva lassù un paio di volte alla settimana, con un motorino CIAO (mitico, quanto mi piacerebbe riaverlo) su cui viaggiavamo in due, stremandolo.

Guido è sempre stata un ‘anima tormentata. Quando qualche anno fa mi ha chiamato erano anni che non ci sentivamo. Stava per sposarsi e voleva le amiche più care accanto a sé. Quando sono arrivata presso la sala consiliare del Comune ho avuto un deja vù e non sbagliavo: le coincidenze non sono mai tali. Fu quella stessa sala in cui ho presentato Càscara in cui Guido e Monica si sono sposati. Me ne sono accorta soltanto all’ultimo momento.

Non ci sono presentazioni migliori di altre, solo momenti in cui ci scambiamo sentimenti, ricordi, emozioni. Pensiamo che il compito dello scrittore sia suscitarle. Invece siamo solo mezzi attraverso cui le emozioni transitano, si scambiano, si condensano e producono quel benessere che viene solo dallo scambio che siamo capaci di generare.

Chi ascolta chi? dicevo poc’anzi. Chi emoziona chi? potrei aggiungere ora.

Una storia che parla di un passato con cui dobbiamo fare i conti e colei che l’ha narrata. Felice di aver messo in ordine i suoi. Anche questo significa crescere.


E voi care Volpi, avete partite aperte con il vostro passato?

In che relazione vi sentite con esso? Quali emozioni suscitano i ricordi?


Se ti è venuta voglia di leggere il mio romanzo, lo trovi qui.

Le foto dell’evento invece le trovi qui. La prossima emozione? Giovedì 2 dicembre a Torino. Chi può, passi!

13 Comments

  • Brunilde

    Che belli questi tuoi ricordi del passato, intrecciati con il presente della tua avventura scittoria e della presentazione di Cascara, la tua ultima fatica!
    Io credo che il passato non passi, ma sedimenti dentro di noi, rendendoci le persone che siamo.
    Anch’io ho un luogo di elezione, teatro delle mie estati di bambina: la Versilia, in particolare Marina di Massa,ai piedi delle Apuane, dove allora una spiaggia di sabbia diventava di sassi, sulla battigia, a incontrare un mare trasparente verde smeraldo. Mia madre, pur di famiglia emiliana, era nata e aveva vissuto la sua giovinezza proprio lì, dove si erano trasferiti i miei nonni per motivi di lavoro.
    La costruzione del porto di Carrara ha poi eroso progressivamente la spiaggia di Marina di Massa, ridotta a una striscia sottile protetta dai frangiflutti artificiali, e il colore dell’acqua ..è un po’ diverso. Non ci torno da tanto tempo, per pura vigliaccheria sentimentale: ho paura di quello che proverei, vedendo tutto ancora più cambiato.
    Per citare Piperno, temo ” il fuoco amico dei ricordi “.
    Un abbraccio e in bocca al lupo per la tua prossima presentazione!

    • Elena

      Cara Brunilde, i ricordi, belli e malinconici dell’infanzia, sono dentro di noi. Non so tu ma io nel tempo ho selezionato. Ci sono alcune cose che ho proprio rimosso, non necessariamente negative ma, chissà perché, incapaci di essere “bagaglio pesante” della memoria. Non me ne rammarico,anzi, mi piace pensare di aver conservato soltanto ciò che è stato ed è utile. I luoghi dell’infanzia fanno parte di ciò che è indelebile dal cuore. Tornano spesso e qualche volta si trasformano in anime e carne. Sono passata a Massa dal mare. Lo spettacolo con la cava e il porto e i frangiflutti è imponente ma ti capisco. Anche io torno poco a Chiaves e mi va bene così. Grazie per gli auguri cara, stasera sono di turno mi serviranno

  • newwhitebear

    Fa piacere quando qualcuno che si ricorda di te ti viene a salutare scatenando ricordi a iosa. Ricordo che quindici anni fa sono tornato nella mia città di origine dopo un lungo girare per l’Italia e una vecchia fiamma mi ha fermato per chiedere se ero proprio io. Un vero tuffo nel passato.

    • Elena

      Un vero tuffo al cuore! Che incontri! Capitò anche a me di incontrare un mio filarino dopo molti anni. Mi sembrò di rivivere esattamente quei momenti di fanciullezza pieni di timori ed emozioni contrastanti. Preziosi ricordi …

  • Giulia Lu Mancini

    Il passato è spesso fermo in un angolo del nostro cuore pronto a tornare, per farci sorridere o tremare.
    Il mio luogo del passato è il paese in cui sono nata, nel quale torno periodicamente per trovare sorelle e nipoti, più qualche amico. È un luogo con il quale ho un rapporto di amore e odio, amore per i ricordi belli legati all’infanzia e all’adolescenza e odio perché non mi ha dato motivo per restare, per questo ogni volta che ci torno provo emozioni contrastanti, ogni volta è un po’ un déjà vu.

    • Elena

      Leggendoti Giulia mi è venuta in mente mia sorella. Cresciuta con me, ha sviluppato un odio (anche lei usa questa parola) per questi luoghi di cui non sa nemmeno bene il motivo. Ho sempre avuto il sospetto che sia successo qualcosa di negativo che l’abbia segnata e di cui o non ha contezza o non vuole parlare. Tu invece conosci la ragione di un sentimento tanto netto. Non ti ha trattenuta, non ti ha offerto nulla per restare. Quando una radice si consuma, è bene trovare nutrimento altrove. Il tuo paese è ancora ricco di persone care. Forse non di opportunità, ma di affetti si. Credimi, è tanta roba. Io per esempio a Chiaves non ho più niente di tutto questo…

  • Luz

    Proprio in questi giorni mi sta capitando di pensare al mio passato e in particolare a tre anni che mi sono particolarmente casi, dal 1991 al 1994. Ora che mia madre non è più la stessa, ora che la sua casa, giù al sud è deserta e lei è altrove, mi capita di pensare proprio a quelle mura, a tutti i ricordi di quel triennio, a quanto mi siano cari. Questa tua ricostruzione è bella, nostalgica, si vede quanto peso abbiano i ricordi nella memoria, che dai nostri 50 anni diventa sempre più preziosa.

    • Elena

      Mi hai molto incuriosito circa quel triennio. Capisco che ha a che fare con tua madre. Mi piacerebbe saperne di più. Qui, se ti va. Ma sono pronta a scommettere che prima o poi troverò la storia sul tuo blog…

  • Marco Lazzara

    Mio papà lavorava alla Avio, prima a Torino e poi gli ultimi anni prima del pensionamento a Rivoli. Ricordo tutte le cose da te citate: la festa di Natale per i figli dei dipendenti, con la consegna dei regali a seconda dell’età (un anno lo skateboard, poi rotto purtroppo ai giardinetti, un altro un microscopio, primo assaggio dei futuri studi scientifici) e le colonie estive (un’estate a Marina di Massa, un’altra in montagna, non ricordo più dove, troppi anni), che ho davvero detestato, a cui andai solo per far contenta mia mamma.

    • Elena

      Caro Marco, quante cose in comune senza saperlo! Ricordo bene lo skateboard, blu con le ruote rosso, mi è durato un sacco e l’ho adorato! Anche io detestavo le colonie, ne ho fatto una malattia. Forse un giorno scriverò qui il perché. MI fa ancora molta tristezza pensarci. Ma sei ancora a Torino?

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