Recensioni in pillole

Vita e destino

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Per leggere tutte le 971 pagine di Vita e destino di Vasilij Grossman, 2008 – Adelphi, occorre la tenacia di chi non smette mai di cercare la verità, qualunque essa sia.

Un viaggio che ho affrontato con entusiasmo dopo aver terminato la lettura di Stalingrado, chiudendo così il cerchio della dilogia di Grossman dedicata alla seconda guerra mondiale, dilogia che ha subito in patria pesanti censure per anni.

Solo giunta alla fine del romanzo mi sono resa conto della sua “pericolosità”. La condanna del male, anche quando è capace di nascondersi nel bene, ovunque esso si annidi è spietata e senza sconti per nessuno.

George Steiner ha detto di Vita e destino che: «eclissa quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio».

Aveva ragione. Vita e destino è un romanzo che va goduto, dalla prima all’ultima pagina. E com’era nelle intenzioni dell’autore, è a tutti gli effetti il Guerra e pace del novecento.

Vita e destino

Vita e destino

Vita destino è un grande romanzo del novecento giunto in Italia soltanto nel 2008. Perché?

Nella prefazione dell’editore, breve (il libro è privo di sinossi e trama) si legge che Grossman finisce di scrivere Vita e destino nel 1960, dopo quasi dieci anni di intenso e appassionato lavoro. Si dichiara felice per l’impresa portata a termine, che gli è costata una immensa fatica.

Non sa che mentre scrive quelle righe soddisfatte il suo manoscritto è già al vaglio del Comitato Centrale che ordinerà al KGB, nel 1961, di sequestrarne ogni traccia. Spariscono minute, copie di carta carbone, appunti, persino i nastri della macchina da scrivere vengono sottratti.

Ma la storia non si può cancellare. Essa torna sempre.

E così due copie, miracolosamente custodite, sfuggono alle perquisizioni e una di esse, microfilmata, arriva fino in Svizzera, dove vedrà la luce, nel 1980.

Un’epopea nell’epopea. Il segno di una verità ineluttabile.

Chi è Vasilij Grossman, l’autore di Vita e destino

Grossman è un giovane e sincero sovietico. Come giornalista di guerra narra i successi dell’Armata Rossa con trascinata commozione, ed è riconosciuto in patria come uno degli autori più noti del realismo socialista.

Conosce l’orrore della seconda guerra mondiale che ha visto da vicino, durante la battaglia di Stalingrado, una battaglia decisiva per la difesa dell’URSS e del mondo intero contro l’armata nazista di Hitler.

E’ al seguito dell’Armata Rossa come corrispondente di guerra di cui aveva già narrato le gesta in un romanzo a mio avviso più strutturato e fluido sul piano narrativo di Vita e destino, Stalingrado, che molto spiega della odierna guerra di invasione russa, come ho provato ad argomentare qui.

Dieci anni sono un tempo lungo per una vita ma non un eccesso se consideriamo il risultato letterario, che ha richiesto un notevole sforzo intellettuale anche sul fronte della riflessione sulla guerra e sull’eterna lotta tra il bene e il male.

E’ proprio questo tempo che gli permette di guardare con distacco scelte operate da Stalin molti anni prima: la collettivizzazione forzata, i gulag, l’annientamento degli oppositori politici. Il socialismo in un paese solo, a qualunque prezzo.

Scelte su cui Grossman non lesina più i giudizi, che affida all’ampio reticolato di personaggi. Talmente ampio da richiedere da parte dell’editore una sorta di mappa delle famiglie e dei protagonisti, capitolo per capitolo, alla fine del libro. Una mappa nella mappa.

E’ forse la sua personale identità che gli offre un punto di osservazione sulla guerra e sull’Unione Sovietica originale: è ucraino di religione ebraica, e vive sulla sua propria pelle la discriminazione contro questo popolo che non riguarda solo la Germania di Hitler, ma anche l’Unione Sovietica di Stalin, la sua patria, quella per cui ha scritto e combattuto la sua personale battaglia ideologica per anni.

Le tracce di questa oppressione sono in tutto il romanzo, in cui molti personaggi sono, per l’appunto, ebrei.

Grossman non è un soldato ma ha vissuto con loro, ha mangiato con loro, sofferto la fame e passato lunghe notti insonni e di terrore.

Conosce a mena dito la vita militare, le sue gerarchie e le sue debolezze, ed è questa la ragione per cui il romanzo ha una potenza ed efficacia notevoli. Le racconta con dovizia di particolari e con la conoscenza che la lunga e attenta osservazione dei tratti personologici gli garantisce, nella più ampia tradizione dei grandi romanzieri russi, Tolstoj, cui si richiama esplicitamente più volte nel romanzo, e a mio avviso anche Dostoevskij.

Questa esperienza in presa diretta è abilmente trasmessa al lettore che è sempre presente, sui campi di battaglia, nelle trincee a difendersi dalle bombe, nelle case abbandonate in cui soldati asserragliati oppongono eroiche resistenze, nei lager nazisti e nelle prigioni sovietiche, dove il dolore e l’incredulità giacciono sui pavimenti sporchi di sangue e di confessioni estorte brutalmente.

Brutali, appunto, come la guerra.

L’esperienza del lager negli occhi di chi lo ha visto liberare

Come inviato di guerra, Grossman è tra i primi a entrare nel lager nazista di Treblinka liberato dall’Armata Rossa. Ne resta profondamente colpito. Lo immagino camminare a passi lenti tra l’orrore, osservando ogni cosa e registrando, con la memoria e con la penna, tutto ciò che vede.

Le latrine, i campi di lavoro, le baracche, il filo spinato, i luoghi della tortura, le case dei nazisti. Tutto è così vivido nelle sue descrizioni da rendere prezioso un racconto che andrebbe conosciuto da tutti e ciascuno.

Perché racconta quella realtà come se l’avesse vissuta sulla sua propria carne, scegliendo non l’arma della propaganda ma della cifra narrativa. Scelta vincente. Lo testimonia il suo successo e la sua diffusione, seppure avvenuta con grande ritardo.

Il sistema di comando del campo e delle gerarchie naziste, le SS, sono messe alla berlina. Non salva nessuno e anche coloro che a tratti paiono riflettere sulle azioni orribili che stanno compiendo sono presi da un rimorso che non è d’umanità ma un rimorso intellettuale, astratto, come se i crimini che stanno compiendo non stessero davvero accadendo per mano loro.

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Una delle parti più drammatiche del romanzo è il racconto delle camere a gas e di come all’arrivo del convoglio le famiglie siano divise, i forti dai deboli, le donne e i bambini dai più forti abili al lavoro nel lager.

Mentre quell’umanità ancora incredula si avvia alle docce, quasi godendo del momento di sollievo offerto dopo un viaggio fatto di fame, piscio, malattie, cadaveri stipati nei convogli, Grossman descrive il passaggio dall’illusione alla realtà descrivendo minuziosamente i fatti.

Le parole dei prigionieri, i sorrisi falsi degli aguzzini, le speranze dei bambini che muoiono prima ancora dei loro madidi corpi.

Descrizone mirabile e ferocemente dolorosa.

Romantico, anche nell’orrore

Grossman tuttavia è un romantico, nel senso più autentico del termine. Egli non si arrende mai all’orrore di ciò che descrive ed è capace di insistere sulla natura dell’uomo, talvolta imperscrutabile, talvolta fraintesa ma sempre con una finestra di speranza aperta dall’amore per l’umanità.

Affida il riscatto ai personaggi femminili. Il romanzo è in effetti la storia di una famiglia matriarcale in cui la vecchia Aleksandra Vladimirovna Saposnilova regge l’intera storia e le sorti della sua famiglia con mirabile forza e resilienza. Ma è solo una dei personaggi femminili di questa storia; impossibili citarli tutti.

Dunque ne scelgo uno. Un personaggio minore che ben rappresenta questa speranza, la ricerca dell’amore e la luce che nella brutalità genera intorno a sé.

Katja, marconista diciottenne, è inviata dal comandante dell’Armata di stanza a Stalingrado presso il civico 6/1, dove un manipolo di soldati sregolati e intrepidi resiste alla totale presa della città da parte dei tedeschi.

Soltanto una bambina di diciotto anni mandata al fronte, alla guerra che diventa oggetto delle attenzioni dei soldati, compreso il loro capo. Ma si innamora di uno soltanto di loro, il più timido e riservato dei soldati.

Saranno salvati con un espediente un attimo prima che la fine di quel presidio avvenga per opera dei tedeschi proprio dal comandante di quella casa, messo sotto accusa dal Commissario Politico dell’Armata Rossa, uno dei personaggi principali del romanzo, Krimov. Ha il compito di tenere alti tra i soldati i valori universali per cui l’Unione Sovietica combatte.

Sarà quella stessa Unione Sovietica a incriminarlo per tradimento per colpa di una opinione non ortodossa sul suo leader.

Qualche citazione su Tolstoj, la guerra, la vita e il conflitto tra bene e male

Lo dichiara apertamente: Vita e destino sarà il nuovo Guerra e pace.

Il rapporto con Tolstoj è continuamente richiamato nel romanzo, sembra quasi un’ossessione. Mi appare come il tentativo di uccidere il padre, autore eterno.

Lo dileggia il generale Guer’ev, parlando con Krimov degli scrittori in guerra:

Se ne stanno belli nascosti a scrivere, quei figli di buona donna, non vedono nulla di persona, restano oltre il Volga, nelle retrovie. E scrivono di chi li tratta meglio. Lev Tolstoj, lui sì che ha scritto Guerra e pace. Lo leggono da cent’anni e lo leggeranno per altri cento. E perché? Perché c’era anche lui a combattere. e sapeva di chi bisognava scrivere.

– Mi perdoni, compagno generale – disse Krimov – ma Tolstoj non ha mai combattuto. […] Ai tempi della guerra con Napoleone Tolstoj non era ancora nato.

Tornerà più volte il riferimento al capolavoro dell’ottocento. Ma è chiaro che Grossman non vuole solo emularlo, vuole superarlo.

Il senso della vita

Quando la giornata è fatta solamente di frastuono e sei immerso fino alle orecchie nel calderone della guerra, non la vedi, la tua vita, non la capisci: serve almeno un passo indietro. Solo dalla riva lo sguardo coglie tutta l’imponenza del fiume. Eri davvero tu, qualche minuto prima, in quella furia di acqua e schiuma?

Quanta saggezza in queste parole che non hanno bisogno di ulteriori commenti!

L’eterno conflitto tra bene e male e il giudizio sullo stalinismo

Resta inconfutabile un cruccio: là dove si leva l’alba del bene eterno che mai sarà vinto dal male – quel male, anch’esso eterno, che mai trionferà sul bene -, là muoiono vecchi e bambini e scorre il sangue. E dinanzi al male della vita non solo gli uomini, ma anche Dio è impotente. […]

[…] Era un’idea bella e grande e ha ucciso senza pietà, ha rovinato le vite di molti, ha separato le mogli dai mariti, i figli dai padri. Ora sul mondo incombe l’orrore del nazismo tedesco. L’aria è impregnata dalle grida e dai lamenti dei giustiziati. Nero è il cielo, e il sole si è spento nel fumo dei forni crematori. Ma anche questi crimini … sono compiuti nel nome del bene

Qual è il cruccio di Grossman che troviamo distillato nei suoi personaggi più riusciti?

La somiglianza del regime nazista con la rivoluzione sovietica nelle scelte di Stalin.

Lo lascia intendere nuovamente Krimov, a mnio avviso suo alter ego letteraio, anche se in molti suoi personaggi si percepisce l’essenza dell’autore.

Dirà costui, verso la fine del romanzo, quando, tristemente, sta per finire anche la sua vita in attesa dell’ennesima tortura nella sua cella:

Ma dov’è il socialismo, in tutto questo? Perché la rivoluzione non ha pietà di noi?

Una domanda che scuote le menti e il lettore.

Ricorre più volte nel corso di questo volume il richiamo, doloroso, alla collettivizzazione del ’37 e alle uccisioni e deportazioni di massa dei contadini, i kulaki cui verranno confiscate le terre dallo Stato e che saranno deportati nei campi di lavoro con la condanna più estrema, dieci anni senza corrispondenza. Ovvero, la morte.

Ancora l’autore usa Tolstoj per dare il suo giudizio su questa vicenda:

Noi non facciamo ciò che pensiamo. Sentiamo una cosa e ne facciamo un’altra. Ricorda cosa disse Tolstoj sulla pena di morte? “Non posso tacere!”. noi invece abbiamo taciuto, quando nel trentasette hanno mandato a morte migliaia di innocenti. Hanno taciuto i migliori!

E in questo silenzio perpetrato all’infinito, che nel romanzo viene continuamente ricordato sotto la minaccia della censura staliniana che è ovunque, come le sorti di alcuni dei personaggi principali dimostrano, silenzio colpevole ma inevitabile se si vuole conservare la pelle, sta tutta la tensione di chi vorrebbe perseguire la verità ma non può andare fino in fondo.

Lo fa lo scienziato Strum, che si opporrà all’abiura che gli chiede la comunità scientifica dopo aver tacciato la sua straordinaria scoperta nel campo della fisica come esecrabile poiché contraria all’ideologia sovietica.

Resisterà perché orgoglioso e testardo più che per assoluta convinzione. E avrà la meglio. Salvato da una telefonata di Stalin che riconoscerà il merito del suo lavoro con una semplice frase. Una frase che significa vivere.

Da quel momento, senza bisogno di comunicati o altre forme di diffusione del placet staliniano, tutta la comunità cambierà con lui atteggiamento, mostrando ancora una volta la forma dell’opportunismo e il pericolo più grande per ogni sistema sociale: l’omologazione di tutto il popolo, compresa l’intellighenzia.

Dell’orrore nazista, e specularmente di quello stalinista, Grossman parla solo e sempre con cognizione di causa, privo di pregiudiziali ideologiche, interrogandosi su come sia stato possibile che questa tirannia sia dilagata così facilmente in tutta la società, non solo tedesca.

Nell’orrore si conosce la natura dell’uomo

Leggiamo pagine sociologiche di grande interesse. Come la classificazione dei capi che ci offre per bocca del tenente Liss, Obersturmbannfurer delle SS nel campo di concentramento tedesco. Se leggiamo tra le righe, può essere estesa a ogni essere umano.

Pareva a Liss esistessero quattro categorie fondamentali. La prima era quella degli uomini tutti d’un pezzo, solitamente privi di grande acume e di capacità analitiche. Gente che attingeva da slogan e formule dei giornali e riviste, che citava i discorsi di Hitler, gli articoli di Goebbels e i libri di Franck e Rosemberg. Senza simili puntelli erano buoni a nulla. […]

La seconda categoria era quella dei cinici intelligenti. Costoro sapevano dell’esistenza della bacchetta magica. E in una cerchia selezionata di amici si permettevano di ridere di molte cose: dell’ignoranza dei nuovi professori ed esperti, dei costumi. mai del Fuhrer e dei massimi ideali, però. Gente avvezza alla bella vita.

La vetta era il regno della terza categoria, sette otto persone in tutto, con al possibilità di ammetterne altre quindici-venti; un mondo privo di dogmi dove si poteva discutere liberamente di qualunque argomento. niente ideali lassù in alto, solo numeri e uomini potenti, allegri e spietati.

Se i maestri della meccanica sociale (la terza sfera) concedevano ai dogmatici (la prima categoria) di salire a certe altezze era per affidare loro incarichi particolarmente cruenti. Quegli ingenui si godevano per qualche tempo il potere sommo, ma una volta conclusa l’opera sparivano, quando poi non andavano a condividere le sorti delle loro vittime. E gli allegri maestri sulla vetta restavano di nuovo soli.

Poi c’era la quarta categoria: gli esecutori, assolutamente indifferenti al dogma, alle idee e alla filosofia, e del tutto privi di qualsivoglia facoltà analitica. Il nazionalismo li pagava e loro servivano.

Quanta verità in questa amara descrizione della variabilità umana al potere!

La pietas

In tanto orrore Grossman ci offre anche autentiche pagine di pietà umana. Come quando il prigioniero del lager Semenov viene liberato e dopo molti giorni di viaggio in condizioni sfavorevolissime, incontra in territorio russo una vecchia che lo accoglie, lo lava e lo sfama come se fosse suo figlio.

Anche lei moglie di un kulako, ammazzato durante la collettivizzazione, deportato per non tornare più, senza lasciare tracce né parole di commiato. Leggiamo e sentiamo il dolore lacerante di quella donna ed è anche un po’ nostro.

Ecco allora che il romanzo assume un orientamento mi pare preciso nei confronti di questi uomini e donne che di tanto in tanto appaiono a offrire un momento di pietà e di pausa all’orrore della guerra e della violenza.

Qualcosa che sotto traccia e anche apparentemente affiora a ogni piè sospinto, facendo sospettare all’autore che tra Hitler e Stalin non vi sia alcuna differenza.

E forse è questa la ragione per cui Vita e destino ha avuto la storia che conosciamo. Con Stalin al potere non poteva essere diversamente.

Qualcosa con cui coloro che hanno a cuore la verità debbono fare i conti, fino in fondo.


Vi ho incuriosito con questa recensione? Spero di sì, perché il romanzo vale la fatica.

Fatemi sapere se conoscevate già l’autore e cosa ne pensate della sua opera nei commenti qui in basso. A presto, care Volpi e buone letture settembrine!


Ho acquistato Vita e destino ordinandolo insieme a Stalingrado alla Piola Libreria di Catia.

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Federico Lalatta
Federico Lalatta
2 anni fa

Grazie, Elena, per la bella recensione.
Ho appena finito di leggere Vita e Destino, non senza fatica data la mole e l’intensità emotiva della narrazione. E’ davvero un libro straordinario e, desideroso di leggere le impressioni di altri lettori, ho trovato il tuo sito.
Il paragone con Guerra e pace viene naturale.
Viene naturale associarlo anche ad un altro capolavoro novececentesco largamente ignorato dalla critica e dai lettori, il Cavallo Rosso di Eugenio Corti.
Come Vita e Destino, è un grandiso affresco in mille pagine di importanti momenti della seconda guerra mondiale (che riguardano però le vicende italiane), raccontati attraverso i dettagli della vita e le emozioni dei membri di una famiglia. La narrazione di Cavallo Rosso è meglio organizzata e contiene tantissime pagine memorabili e commoventi, anche se forse Vita e Destino tocca corde ancor più prodonde.
L’altra differenza è che Cavallo Rosso è permeato da una profonda fede cristiana, attraverso la quale Corti riesce a dare una ragione della tragedia del nazismo e dello stalinismo, entrambe negazioni di Dio. In Grossman invece l’esplorazione della natrura del bene e del male conduce più ad una rassegnazione sulla stato dell’uomo che ad una speranza che possa esistere un mondo migliore.
Come tanti hanno detto in questo blog, sono letture che ti accompagnano a lungo, forse per tutta la vita.

Roberto Benas
Roberto Benas
3 anni fa

Una settimana di lettura per far si che ti entri dentro ed una vita per non scordarlo piu

Alluviola
Alluviola
3 anni fa

Sono quasi alla fine di Vita e Destino e anche io l’ho letto dopo Stalingrado. Vita e Destino è un libro che può esistere anche senza Stalingrado ma, secondo me, è solo leggendo la dilogia che si coglie e si apprezza l’evoluzione e il dramma dei personaggi. Di fatto, per me, sono un libro unico. Un libro magnifico! Una montagna che si scala in fretta per quanto è bella ma che necessita poi di una lunga meditazione per poter fare ordine tra le impressioni e le riflessioni che suscita. Finirò forse domani ma questi due libri, letti di seguito, continueranno ad accompagnarmi per un bel po’ o, più probabilmente, per sempre.

newwhitebear
3 anni fa

credo che meriti di essere letto perché è attuale. La tua recensione puntuale e dettagliata fa comprendere il valore del testo e la bravura di Grossman. Leggendo qua e là si avverte che questo grande scrittore del novecento è finito nel dimenticatoio e fuori dai circuiti editoriali di maggior presa.
O.T. Scrivi
E forse è questa la ragione per cui Vita e destino ha avuto la storia che conosciamo. Con Stalin al potere non poteva essere diversamente.
Ti riferisci al contenuto del libro oppure a quello che è successo nel 1960? Nel secondo caso Stalin era morto da sei anni (1954) e al potere c’erano i suoi eredi.

Giulia Lu Mancini
3 anni fa

Credo sia un romanzo molto interessante da leggere soprattutto per capire certe dinamiche che oggi, nostro malgrado, ci riguardano, forse in futuro lo leggerò, al momento non sono pronta.
Tra l’altro mi hai fatto pensare a un altro autore che si chiama Grossman, David Grossman, un autore contemporaneo che mi incuriosisce e che vorrei leggere, anche lui racconta un’altra guerra…

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