La prima volta che ho percepito la sua presenza è stato attraverso un sonoro rimbrotto.
Oltre la rete, un uomo con il cappello ben calzato e la camicia a quadri stava di fronte a un altro uomo che lo guardava strano, come in un eterno duello.
Ognuno sapeva esattamente cosa fare e come farlo, ma erano due modi diversi. Quelli di un padre e di un figlio.
Toni, per tutti noi “Il Flecchia”, 103 anni raggiunti con dignità, occupava lo spazio della sua vecchia casa dove teneva gli attrezzi, i tini, una bottiglia di vino e un bicchiere sul tavolo della cucina.
Ci vollero alcune settimane prima che mi avvicinassi a lui e scambiassi parole di circostanza. Presto divennero confronti sulle cose della vita, sulla politica e, infine, fortunatamente, racconti di una vita dura e straordinaria. La sua.
L’ultima volta che l’ho visto è stata una settimana fa, quando sono andata a salutarlo pensando che il mondo lo avrebbe presto cacciato via a calci. Perché lui, da solo, mai se ne sarebbe andato. Indossava ancora il suo capello e aveva lo stesso sguardo e gli occhi maledettamente stanchi.
Sulla terra Toni c’è rimasto 103 anni. E questo è il mio ultimo saluto.
103 anni di Toni sulla terra
Io e Toni abbiamo fatto amicizia. Mi piaceva vederlo sempre al lavoro, che fosse un’attività pesante come la potatura della vigna o la spremitura, o leggera, oserei dire delicata, come la cura dei suo fiori. Da tempo sono lasciati al volere del cielo.
Toni era di bassa statura, aveva mani e piedi grandi, grandi davvero, di quelli che hanno lavorato e faticato tanto. E una passione per la lettura che lo rendeva la persona più interessante di Viverone.
Il Flecchia e le sue storie
Quando si metteva in testa di raccontarmi la sua storia, che poi avrebbe condiviso con giornali e persino interviste televisive, lo ascoltavo avida, perché di quegli anni bui del nazi fascismo, della povertà e della guerra, non avrei mai smesso di apprendere.
Mi raccontava delle patate, che erano state per lui cibo e salvezza, in quella Germania dove arrivò scansando la fucilazione, e risparmiato dai campi di lavoro, poi diventati di sterminio, perché sapeva coltivarle.
Trattava la terra e i suoi frutti in modo magistrale. D’altronde, non aveva fatto altro e non avrebbe fatto altro per tutta la sua vita. Un mestiere che l’ha salvato, più di una volta.
Toni parlava volentieri dei suoi giorni a La Spezia, dell’8 settembre e dello smarrimento che ne derivò per molti. Di come su quel mare non pensasse ad altro che alla sua terra.
Seppi dalla sua voce sottile e limpida che da quella casa, che ora osservo, vuota, dal mio balcone, fu cacciato al suo ritorno dopo la fine della guerra. A piedi raggiunse l’uscio che aveva calpestato, da cui venne cacciato, da suo padre in persona, che non lo aveva riconosciuto.
Doveva essere tanta la differenza, dopo tutti quegli anni di stenti e il ritorno dalla Germania all’Italia, tra il ragazzo che suo padre vide partire per il militare e quel vagabondo cencioso che si era trovato di fronte.
Sacerdote, testardo, della sua terra
Mi divertiva ascoltarlo su argomenti di cui non mi ero mai interessata, come la coltivazione dei kiwi, l’impatto delle stagioni, sempre più bizzarre, gli insetti che infestano le coltivazioni, come la famigerata cimice nera, che ogni anno si prova a sconfiggere, con sempre nuove strategie.
Quando qualcuno lo sorprendeva guidare la sua pandina (che le era stata proibita, per ovvie ragioni), sebbene venisse redarguito, dalla Polizia Locale o dal figlio, alla fine nessuno aveva il coraggio né l’ardire di trattarlo bruscamente, come forse sarebbe stato necessario, dato che il tratto di strada breve non lo teneva al riparo da incidenti.
Se ne fece una ragione, anche del fatto che guidare non avrebbe potuto più. Allora camminava da un cascinale all’altro, con il suo bastone e quel cappello che, estate o inverno, indossava sempre, come una divisa.
Ricordi di un sacerdote della terra che aveva usato per tutta la vita il corpo come uno scudo, come un aratro, come uno strumento per trasformare quella terra di cui era interprete vivo.
Ora non ascolteremo più le sue storie, né sapremo più che stagione farà, leggendo segni che io non saprò più decodificare.
Non resta che salutarlo brindando alla sua salute, con un buon vino fatto con le sue uve.
Prosit Toni. Sappi che ti volevo bene.
Come saranno i nostri ultimi giorni?
Arrivare a 103 anni è un traguardo enorme. Eppure, alla fine, forse non fa tutta questa differenza.
Mi sono chiesta come saranno i miei, i nostri ultimi giorni, dopo aver vissuto quelli di mio padre e di mia madre.
Se davvero tutto ciò che abbiamo fatto ci passa davanti agli occhi, o se restano solo le cose che abbiamo sentito davvero nostre.
Se il dolore del corpo copre quello dell’anima. O se accade il contrario.
Se, alla fine, desideriamo lasciare qualcosa agli altri o solo qualcosa per noi: un gelato al pistacchio, uno sguardo fuori, un ultimo saluto alla nostra terra.
Se chiamiamo chi ci ha preceduto, la mamma o il papà, per chiedere aiuto.
O per annunciare che stiamo arrivando.
Mi piace pensare che, proprio negli ultimi istanti, quell’aldilà si faccia luogo, non assenza.
Con una pace infinita. Quella che solo l’impermanenza sa dare.



La mail dei tuoi ultimi post è finita nello spam, ma stasera ho provato a controllare direttamente il tuo blog.
bello il tuo racconto di Toni e dei suoi 103 anni di vita. Certe persone sembrano magiche con il loro lungo passaggio sulla terra quasi inossidabili.
Mi spiace per il disguido @Giulia, ho cambiato sistema e forse devi segnalare che spam non è. Ad ogni buon conto, eccoti qui, bene! Grazie per l’apprezzamento per il mio racconto di un uomo inossidabile e magico. Non avevo mai conosciuto un centenario ed è stata una esperienza magnifica. Una persona che ha attraversato un secolo, quante cose doveva conoscere. Molte non le sapremo mai
È questa gente che ci ricorda che cosa significa vivere. In una relazione sempre viva con gli altri, ma anche con la terra.
Precisamente
Bellissimo il tuo racconto, sono sicura che Toni lo avrebbe apprezzato. Quando si pensa alle età più avanzate, non si sa bene di cosa si parla. C’è chi già a 90 anni ha perso le facoltà intellettive, ma dal punto di vista fisico resiste per lungo tempo; ma cosa significhi questo resistere, impossibile saperlo. Penso naturalmente anche alla mia mamma, 97 anni. Auguro un buon viaggio a Toni.
Grazie cara @Grazia, per il momento so che lo ha apprezzato suo figlio e la sua famiglia e questo mi fa molto piacere. Volevo che il suo ricordo restasse, non solo nei cuori di chi gli ha voluto bene. 97 anni sono un traguardo più che onorevole, chissà se a quella perdita di facoltà intellettive corrisponde una perdita di consapevolezza. Da quel che ho visto, anche se non così da vicino come capita a te, quel mondo in cui sembrano vivere è in qualche modo sereno. MI attrae questa possibilità Davvero penso a cosa accadrà di noi negli ultimi giorni: come ci arriveremo e come staremo. Tu che ne pensi?
Questa mi sembra la grande incognita finale: non solo non avere idea di come si arriverà all’età avanzata – se ci si arriva – ma anche non avere idea di cosa sarebbe auspicabile. Adoro che quasi niente dipenda dalle mie scelte, in queste cose.
In effetti è l’unico sollievo. Come sai, ho paura della morte. Ma l’idea che alla fine accada qualcosa cui abbandonarmi inevitabilmente, mi fa sentire più leggera. In ogni caso, alla famigerata età avanzata arriviamoci, va. Il più possibile lucide (ma mentre lo scrivo, mi vengono dubbi: meglio ignare?)
Anch’io ho letto volentieri questo tributo di amicizia e testimonianza di una persona degna, che ha vissuto un’epoca indimenticabile, e forse incomprensibile a noi, arrivati dopo.
Forse noi non arriveremo a 103 anni ma possiamo seguire il suo esempio, ricercando la semplicità e l’essenziale nelle nostre vite, giorno dopo giorno, anche nelle piccole cose.
Si @Brunilde, possiamo apprendere e replicare questa attenzione per cose che solo apparentemente sono piccole. Al funerale il prete ha cominciato con una sorta di ricordo ed è emersa tutta l’importanza che anche quel paese, il suo. dava al suo lavoro e alla sua presenza. In una città come la mia non accadrebbe. C’è una ragione per cui ho deciso progressivamente di spostarmi in campagna. Cerco semplicità e cose vere. A te non capita?
Sono queste le persone che possono riempire le nostre giornate, ascoltandoli. Perché? In 103 di storie da raccontare ce ne sono davvero molte.
Un bel traguardo che per molti noi, io compreso, sarà un miraggio.
Lui davvero è stato un uomo incredibile, che tempra, che fibra! Mi piaceva un sacco come mi spiegava le malattie dei kiwi, la cimice e come di anno in anno cambiavano le dosi per concimi ecc. Insomma, un pozzo di scienza. Io che non capisco poco o niente di agricoltura da lui assorbivo tutto. Poi ho scoperto che ha fondato una delle cantine più importanti del Piemonte, quella di Piverone, il paese accanto a Viverone. Una cooperativa di piccoli produttori che fanno un vino magnifico. Ha raggiunto un traguardo e non lo avrebbe tagliato mai, fosse stato per lui. Già manca. Ma tu non demrordere!