Qualche giorno fa ho trovato tra i miei appunti un vecchio commento di NewWhiteBear al mio articolo Come tenere la rabbia lontano da noi e vivere meglio . Parlava di paturnie, una parola che ha attirato la mia attenzione perché di recente sono stata testimone di alcune paturnie di altri, tanto da decidere di affrontare il tema sul blog :)
Il succo della sua riflessione era il seguente: sfogare le proprie paturnie sugli altri fa male a chi le riceve ma soprattutto a sé stessi. La ragione? Si rischia di accendere un fuoco incontrollato che può travolgere tutti.
Voi siete d’accordo?
Le paturnie sono solo fissazioni transitorie e superficiali o coltri di pesante velluto che nascondo altro?
E perché quelle degli altri dovrebbero preoccuparci?
Le paturnie degli altri
Ammettiamolo: tutti abbiamo le nostre piccole paturnie. Quelle fissazioni irrazionali, quei momenti di paranoia che ci fanno girare in tondo su pensieri che, a mente lucida, ci sembrerebbero del tutto assurdi.
L’etimologia di questo termine curioso è incerta: l’ipotesi più accreditata è che paturnie, usata quasi sempre al plurale, sia la crasi tra patire e Saturno. In astrologia Saturno è il pianeta degli influssi malinconici e dei cambiamenti drastici e inattesi. Ricordo un bellissimo film che gioca su questa interpretazione, Saturno Contro.
Le paturnie producono un diffuso malumore associato a malinconia e irritazione. Quando le percepiamo su di noi, vorremmo che tutti ci lasciassero stare e ne tenessero conto.
Personalmente quando ho le paturnie tendo a stare alla larga dagli altri. So che solo nella mia tranquilla solitudine posso trovare la calma che mi serve per superare i miei momenti no, perché so bene che affrontare una discussione quando non sono in palla rischia di scatenare la guerriera che è in me. Le conseguenze non sono sempre pacifiche.
Quando le paturnie sono degli altri, agisco più o meno nello stesso modo. Metto spazio, distanza, segnalo che l’atteggiamento è sbagliato e quando la tensione cala, torno sull’argomento. Se le paturnie mi vengono a cercare, assecondo. Quando però il confronto è inevitabile, mantenere la calma è necessario. Soprattutto quando sono gli altri a perderla.
Gestire le nostre stranezze è già un lavoro a tempo pieno, figurarsi sopravvivere a quelle degli altri.
Risorse utili sono la leggerezza, l’empatia e una buona dose di ironia, ma senza fare passi indietro o cedere alle reazioni più violente. Se gli altri sono nervosi e stizziti, esserlo anche noi non porta da nessuna parte.
E poi spesso ciò che sta accadendo non riguarda noi ma chi abbiamo di fronte. Se ne assumano la piena responsabilità, una volta per tutte!
Non è (sempre) un fatto personale
Prima regola che ho imparato nell’affrontare le paturnie altrui é non prenderla sul personale. Spesso la ragione di una battuta pungente o di un’aggressione verbale non siamo noi, ma una tempesta di debolezze, insicurezze, stanchezza o preoccupazioni che l’altra persona sta cercando, maldestramente, di gestire.
Naturalmente le cose si possono fare molto sgradevoli se a queste insicurezze si aggiunge una certa violenza verbale, espressione di una aggressività chissà da quanto tempo latente. In questo caso ho sperimentato che la cosa più importante è non permettere al fuoco di divenire incontrollato, come suggeriva Gian in quel commento, e fare ogni sforzo, anche impiegando molte energie personali, per non reagire con la stessa moneta.
Ho imparato questa regola nel tempo a mie spese, come ciascuna di noi. All’inizio le paturnie degli altri mi ferivano profondamente e mettendo sempre in primo piano il punto di vista dell’altro capitava spesso che addirittura mi mettessi in discussione, attribuendo a me stessa una parte di senso di quella reazione saturnina.
Ho imparato a distinguere e a mettere il giusto spazio tra Saturno e la Luna, cioè tra le cose vecchie, scure, decadenti e tristi e l’ancoraggio alla mia parte femminile fatta di accoglimento, adattamento, ferma determinazione e poi, rigenerazione.
La comunicazione è un’arte, non una battaglia
Mi è capitato giusto l’altro giorno di trovarmi di fronte a una persona particolarmente suscettibile, intrappolata nelle sue paturnie al punto da farle somigliare più a paranoie.
Ho faticato parecchio a resistere alla tentazione di controbattere con la moneta dell’aggressività e per farlo ho tentato con pazienza e determinazione di stare sui fatti.
Ho notato che riportare le persone ai fatti concreti è un esercizio meno semplice di quanto sembrerebbe e tuttavia è oltremodo necessario. Ognuno di noi ha una sua opinione sulle cose e tale opinione può essere talmente radicata e influenzata dal giudizio proprio e degli altri da rendere quasi impossibile riconoscere la semplice e chiarificante realtà del dato di fatto.
Ricostruire quanto accaduto è però l’unico strumento che spesso abbiamo a disposizione per definire quanto accaduto e guardarlo, possibilmente insieme, da più punti di vista.
Non sempre è tempo sprecato. Occorre dedicare il giusto tempo ed energie ad ogni relazione, anche le più problematiche, se pensiamo che ciò ne valga la pena.
Questo non significa non perdere mai la pazienza (mi capita, eccome!) ma è buona norma evitare con tutti i mezzi di farlo quando l’altro l’ha già persa.
La trappola della reazione va scongiurata per salvaguardare la nostra interità. Difendersi in altro modo, contrattaccando, cosa in cui sono stata per molto tempo imprigionata, specie durante le mie prime esperienze politiche, si rivela una strategia poco efficace e spesso non solo non serve ma può peggiorare le cose.
E’ una delle cose più importanti che ho imparato dal Manifesto della comunicazione non ostile: praticare l’ascolto attivo, fare domande aperte che permettano all’altro di uscire dalla propria trappola, e dimostrare interesse sincero. E, senza pensare che questo possa in alcun modo sminuirci, chiedere scusa.
Anche perché spesso le paturnie sono qualcosa che riguarda soltanto noi, una coltre di velluto spesso che nasconde la maschera che portiamo con fatica e talvolta sofferenza sul palco della vita.
Quando dire “basta” alle paturnie degli altri
Qualcuno ora penserà: ma non sono mica una psicologa o un’assistente sociale h24!
Giusto.
Va bene il chiarimento, vanno bene l’accettazione delle paturnie e la pazienza di scantonarle, ma è super importante decidere quando per noi è il momento di mettere dei confini, il momento di dire basta.
Quando le paturnie degli altri diventano tossiche o invadenti, o scaricano su di voi responsabilità in capo ad altri, allora si può (e si deve) dire basta. Si può fare senza essere aggressive, magari dicendo qualcosa del tipo “Capisco il tuo punto di vista, ma adesso non posso occuparmene” oppure “Non posso farmi carico delle tue difficoltà“. O qualcosa del genere.
Chiara e rispettosa, questa comunicazione preserva la nostra energia mentale che in quel momento è decisamente la cosa più importante di cui dobbiamo occuparci.
Difendere i confini
La leggerezza non è superficialità: è la capacità di sdrammatizzare senza sminuire. Un sorriso al momento giusto, una battuta gentile, possono alleggerire anche le situazioni più tese.
Perché le paturnie, diciamo la verità, sono umane. Quando superano i confini del rispetto tuttavia dobbiamo essere noi a chiudere i cancelli e scrivere un bel non si passa.
Sarà pure che spesso sono solo il segnale di bisogni e difficoltà, ma oltre il rispetto non si va. Anche perché tuttə noi abbiamo i nostri momenti no e abbiamo bisogno di essere supportatə e ascoltatə.
Sappiamo che chiedere aiuto, chiedere supporto è per talune persone la cosa più difficile da fare.
Teniamone conto, ma senza fare il lavoro al posto loro.
E voi care Volpi, siete consapevoli delle vostre paturnie?
Qual è la paturnia più pesante che vi siete trovate ad affrontare?




Io ho puntualmente le mie paturnie in determinati periodi dell’anno. È strano, come vivere il peso dei nostri irrisolti tutto assieme. Sono passaggi obbligati, perché sfogarli aiuta ad alleggerire.
Come Marina, sono una brava ascoltatrice e pertanto uditrice di paturnie altrui. Per esempio, in questo periodo un’amica in procinto di separarsi dal suo compagno e affetta da dipendenza da lui mi cerca per confidarsi. Io scelgo con molta attenzione quando incontrarla perché finisce con l’essere un intero pomeriggio di paturnie, davvero pesante. Poveri noi. :)
Cara Luz, ma le paturnie delle amiche non valgono :)
Non avevo pensato a una periodizzazione delle paturnie. Un tempo le paturnie si affacciavano periodicamente, in concomitanza con il ciclo che è già una paturnia come tale. Faccio mente locale e affermo che i periodi più paturniosi sono quelli invernali. Secondo me l’assenza di lue del sole e freddo non giovano alle lamentine…
Sono spesso vittima delle paturnie altrui, ma ormai ho finito la pazienza da tempo, quindi negli ultimi anni ho imparato a difendermi per cui ascolto in silenzio ma poi taglio corto, tanto ogni soluzione che propongo non va bene. Ho anch’io le mie paturnie, ma le risolvo da sola, mi piace fare l’orso ogni tanto e stare per i fatti miei, lo trovo così rigenerante per il mio spirito.
Ecco una possibile soluzione alle paturnie degli altri: incassare alla grande ascoltando e poi congedandosi, tagliando corto. Però io non lo vedo applicato alla mia realtà quotidiana. Ma mentre scrivo mi rendo conto che anche questa è una mia fissazione, quella di dover arrivare sempre a una “soluzione” di cui nella maggior parte dei casi non c’è assolutamente bisogno o, nei peggiori, non serve assolutamente a niente!
Quindi prendo in considerazione anche l’opzione taglio corto !
Grazie Giulia per avermici fatto pensare e sempre viva le orse!
Sono felice che hai completato quel post che commentato sollevando il termine paturnie.
Concordo con te che quando sono nostre è meglio appartarci, stare fuori dai fari luminosi delle altre persone. Però non sempre è possibile, perché viviamo in mezzo alla gente, all’interno di una famiglia.
Per quelle degli altri… è sì diventa dura contare fino a dieci, stare zitti, defilarsi, perché quando la paturnia è diretta contro di noi prevale l’aspetto negativo della nostra personalità e tendiamo ad accettare il contraddittorio.
Comunque il tuo post è illuminante e da mettere in cornice per come comportarsi quando siamo investite dalle paturnie.
Grazie Gian! Sai, per riprendere la bozza del post scritto dopo il tuo commento, ci ho messo solo 4 anni, poteva andare peggio! :D
Veniamo a noi, al tema della difficoltà di appartarci all’interno di una famiglia. Fino ad alcuni anni fa avevo un dogma: le cose che non vanno si discutono, si affrontano, si approfondiscono nel contesto di relazioni affettive privilegiato che tu chiami famiglia. Ero convinta che fosse una forma di rispetto per me e per l’altro (non ho figli, come sai) e dunque giù a riportare ogni malessere, paturnia, in forma domiciliare! Ma in realtà, la cosa migliore che posso fare è curare le mie ferite emotive da sola, per quanto transitorie possano essere. Perché in realtà fa bene a me e all’altro. La vivo come un prolungamento di quella forma di rispetto di cui tu giustamente parli
Le mie paturnie sono momenti di malumore, stanchezza e nervosismo, e come tali li tratto: cercando di non farli pesare, e senza dar loro troppo peso, tanto passano presto.
Per le paturnie altrui non ho più nè tempo nè pazienza.
Quindi, quando ne vengo investita, sto zitta, me le faccio scivolare via, senza commenti. Quando poi il titolare delle paturnie va oltre, gli rispondo senza mediazioni nè perifrasi.
Le difficoltà, il dolore, le tragedie esistono, e non solo al telegiornale, dove tutto sembra così astratto e in qualche modo lontano. Accanto a noi ci sono persone che vivono dolori inenarrabili, e non si permettono di importunare gli altri per sfogarsi, o lamentarsi.
Una mia amica, che fa di ogni cosa una tragedia e che si lamenta sempre, dice che uso le parole come un’accetta affilata. Pazienza!
Meglio coltivare la gratitudine, piuttosto che le paturnie. E un bagno di realtà non ha mai fatto male a nessuno!
Adoro la tua relazione con le paturnie! In due righe (io ce ne ho messe molte di più) hai scritto il manuale di sopravvivenza alle paturnie tue e degli altri. Certo, le tue parole sono affilate perché la tua consapevolezza è integra e l’esperienza di vita così grande da ottenere una capacità di vedere le cose per quelle che sono senza soffermarsi su ciò che non è importante.
Concentrarsi sulla gratitudine. Accetto questo suggerimento. Talvolta temo anche io di lamentarmi più del necessario, spero che questo post non abbia dato questa impressione… Hai ragione su tutto, illuminante e ammirevole. Ne vorrei tante di amiche così, ma la Valchiria basta per tutte :)
Non so se per vocazione o forse per una sorta di spinta missionaria ma io attiro molto le persone paturniose, perché possiedo la dote dell’ascolto e della pazienza (lo dico immodestamente, lo so ,ma sono le uniche doti, forse, che mi riconosco con orgoglio). Però ecco che al seguito arriva anche il difetto: se la paturnia altrui riempie troppo il vaso, purtroppo, poi, quel vaso io non so contenerlo, per cui ho una grande pazienza, ma non è illimitata. In genere, comunque, assorbo sempre, soprattutto se si tratta di persone a me molto care e tento di tenere la loro tossicità lontano da me il più possibile (un giorno parlerò della mia “casetta mentale”, luogo immaginario scelto per lasciare fuori dalla mia vita tutto ciò che potrebbe in qualche modo lederla). In genere mi difendo con molta ironia e autoironia, ecco questa è la mia arma più efficace, anche se non sempre è capita e rischia pure di fare peggio :)
Invece contengo molto le mie di paturnie, le sfogo solo in casa, quando proprio diventa per me vitale farlo. Coinvolgo quais mai il prossimo in questi accessi negativi del mio carattere: ecco sono altruista, non voglio pesare su nessuno! :D
Sai Marina, a melo sfogo fa bene. Lo trovo sano, per me e per gli altri. L’importante è che non superi certi confini. C’è senza dubbio della vocazione nella tua capacità di ascolto ed essere consapevole dei propri limiti ti impedisce di ammorbarti. Va bene la pazienza, va bene l’altruismo, ma va soprattutto bene il nostro benessere.
Interessante l’idea della tua casetta mentale, ti leggerò volentieri se ne parlerai. A me fa venire n mente due diverse suggestioni: un luogo sicuro, come nella meditazione, in cui rifugiare noi stesse e ripararci da ciò che non ci fa bene per recuperare spazio per noi; un luogo in cui rintanare i pensieri, gli accadimenti, le cose che non ci vanno/fanno bene. Questo secondo caso mi fa venire in mente la pentola del diavolo, che si sa, lascia sempre da fare i coperchi :)