Occhio di capra
Storie libri e racconti

Occhio di capra. Conoscere Sciascia attraverso la sua terra

 

Si può conoscere una terra attraverso la sua lingua?

La risposta è sì e giunge forte e chiara da un grande, grandissimo autore siciliano, uno di quelli che trovate lungo la Strada degli scrittori, la vecchia Statale 640 che da Agrigento, o meglio da Porto Empedocle, affaccio sul mare della città che sorge presso la Valle dei Templi, arriva fino a Caltanissetta.

Un strada che lambisce la vita di scrittori che hanno fatto la storia della cultura siciliana: Camilleri, Tomasi di Lampedusa, Russello, Rosso di San Secondo, Pirandello e, appunto, Leonardo Sciascia.

Talmente amata dai siciliani e non solo che la Strada degli Scrittori è diventata un’associazione culturale che in realtà è un itinerario che invita a ripercorrere i luoghi vissuti e amati dagli scrittori e quelli descritti nei romanzi. 

Trovate di più a questo link.

 

Per la verità io quella terra l’ho lambita da poco e in quel modo l’ho conosciuta, assaporandone il gusto tra i panorami dell’entroterra, la cultura dell’acqua e della pesca, l’apertura, la familiarità e l’immenso patrimonio culturale.

Ma la lingua, quella è stata una scoperta successiva, perché dal mio viaggio in Sicilia che vi ho raccontato a questo link ho portato a casa un bel ricordo e un libro, Occhio di Capra, non il più noto ma di certo, almeno secondo me,  il più intrigante e intimo di Leonardo Sciascia.

 

Una storia minima che io debbo l’attenzione che ho sempre avuto per la grande

 

scriveva Sciascia e come non essere d’accordo.

La cultura di quella terra è proprio questo: piccole successioni di perle che insieme fanno un mirabile prezioso.

 

Conoscere Sciascia attraverso la sua terra

 

Sono pochi gli autori che possiedono la capacità di restituire l’immagine del proprio mondo attraverso un dialetto.

Sciascia ha compiuto questo sforzo senza apparenti difficoltà nel suo libro “Occhio di capra“, pubblicato per la prima volta nel 1984 e scritto dal suo amato Rahal – Mahut, Racalmuto, dove l’immagine in copertina è stata catturata.

 

Sciascia lo avevo conosciuto leggendo “Il giorno della civetta” che ha guidato la mia crescita umana e politica negli anni dell’adolescenza, insieme ad altri grandi autori.

Di questo romanzo mi piacque l’afflato: libero, militante, coraggioso, sagace.

Qualità che apprezzo specie quando sono vissute sul limitare di quella linea sottile che separa la civiltà democratica, il rispetto per gli altri e la giustizia dall’abominio, dal baratro della illegalità e del disprezzo per la vita degli altri.

Sulle orme di quella famose distinzione che Sciascia fece degli esseri umani, ho valutato le persone che via via incontravo.

E i ripetuti esercizi hanno dimostrato ciò che tutti noi sappiamo, ovvero che quella distinzione è vera, reale, riconoscibile.
Quella distinzione è nella carne della nostra società.

 

Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà.

Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini.

E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.

Occhio di capra

 

Il libro consta di due parti: una sorta di prologo, in cui l’autore racconta il legame con la sua terra, e l’ordine alfabetico con cui elenca una serie di detti e parole di uso comune e ne racconta la provenienza e il significato profondo.

Una lingua contiene tutta la storia orale del mondo da cui proviene e da cui deriva.

Questo il senso di questo libro tanto potente.

Le parole che evocano, ora lo so, altipiani e sguardi da Girgenti a Porto Empedocle, l’azzurro del mare e i protagonisti di una storia così lunga e antica ma ancora così viva.

Lo sforzo di un uomo che ama la sua terra più di ogni altra cosa e che vuole mantenerla viva, non solo nel ricordo.

 

In Occhio di capra Sciascia ci permette di entrare nella sua Sicilia con i suoi occhi.

E lo fa aprendo la porta sulla sua porzione di terra, Racalmuto, il paese in provincia di Agrigento in cui abbiamo avuto il piacere di soggiornare l’anno scorso e le cui immagini porto ancora nel cuore, come i fuochi d’artificio per la festa patronale visti dalla collina, la notte, mentre la lavanda imbizzarrita dal vento diffondeva i suoi profumi nel cortile intorno alla casa.

Sciascia parla di  Racalmuto (Rahal – maut, villaggio morto in arabo, forse chiamato così per via degli effetti di una pestilenza) come di un essere vivente.

Racconta di amare persino i silenzi.

Così ne parla:

 

Un silenzio memore e, sulla realtà effettuale, intelligente.

Un silenzio che fortifica il raro parlare dei suoi compaesani, che quando parlano sanno essere precisi, affilati, acuti e arguti.

 

Occhio di capra è una storia minima, come la definisce l’autore, capace però di spiegare il senso della grande storia, quella che tutti conosciamo e che oggi è all’onor delle cronache:

Porto Empedocle, ormai noto come porto dei migranti, dopo quello di Lampedusa, con tutto il dolore di cui è testimone, ogni giorno.

Avventurarsi nelle pagine di questo piccolo testo significa scoprire il significato di parole ormai desuete e il senso di detti e motti radicati e forse anche un po’ perduti.

Non un esercizio di stile ma un percorso nei meandri di una cultura profondissima e vasta che suona ancora come uno strumento accordato che solo l’orecchio fino può ascoltare.

Così scopriamo l’usanza di storpiare i cognomi, imponendo soprannomi che chiamano ‘ngiuria ma che ingiurie non sono.

O meglio, ne sono una sottospecie, più familiare, accettabile.

 

L’imporre soprannomi, l’ingiuriare, altro dunque non è che un rinnovare i cognomi adeguandoli ai caratteri costitutivi – fisici o morali – di uno o più membri della famiglia.

 

Sciascia ci svela l’avversione dei siciliani per il rosso (ricordate “Rosso malpelo” di Verga?)  che associa alla parola tintu che viene usata con disprezzo.

Presa in prestito dallo spagnolo “tinto” con cui si definisce il vino rosso, qui travalica nel significato e viene dai siciliani di quelle terre allargata a tutto ciò che è in qualche modo malvagio, rossomalpelo appunto, di uomini che hanno la perfidia che si manifesta con i capelli rossi.

Un modo per dare un senso al dolore anche questo, ma quanta strada per emanciparsi dal pregiudizio!

 

L’ultima curiosità che voglio svelarvi, mentre vi invito a leggere il libro, sta nel significato dell’espressione nel titolo:

Uocchiu di capra

Che si dice del sole quando al tramonto viene tagliato obliquamente da strisce di nuvole, per cui ci appare come una pupilla strabica, proprio come quella delle capre.

Indizio di pioggia per l’indomani.

E chissà che quel segno del cielo non sia ciò che Sciascia ha rappresentato e rappresenta: un monito per tutti noi a togliere il velo dai nostri occhi e ricominciare a vedere.

 

Ora che ho calpestato la sua terra, lo porto nel mio cuore come se fosse un amico che bussa in silenzio alla mia porta.

 

Risidedevo già qui. E poi vi sono nato

J. L. Borges

Sono certa che conoscevate già Leonardo Sciascia.

Come ha influito questo autore sulla vostra formazione?

Cosa ricordate con maggior affetto?

16 Comments

  • Barbara

    Sciascia è un autore che associo, purtroppo, alla scuola e quindi alla lettura imposta. Credo di aver letto Il giorno della civetta al biennio delle superiori, ma della trama non ricordo nulla. Mentre ho più memoria per I malavoglia di Verga.
    Sulla credenza che la perfidia si manifesti con i capelli rossi non mi pronuncio, che gli Scozzesi sono rossi per lo più. Ed è un pregiudizio che va al pari con quelli sui capelli biondi… 😛

  • Mimmo

    Ciao Elena, io ti seguo sempre attraverso blog Volpi che camminano sul ghiaccio. Non so come mi è sfuggito l’articolo sul tuo viaggio a Valguarnera per il matrimonio di tuo cugino. Adesso capisci perché noi siciliani quando partiamo lascia il nostro cuore li? Si sono di Licata, una bellissima città e non mi meraviglio che che sei stata accolta ne miglio mo di possibile, noi siciliani sappiamo essere molto ospitali e generosi. Naturalmente non siamo tutti così, ma quei pochi non rovinano tutto. Ho appena rivisto la storia di Peppino Impastato I cento passi, e per ultimo assessorato alla sicilianità a un leghista. E’ il colmo.
    Spero che la granita che hai mangiato a Valguarnera è così buona come quella che fanno al bar azzurro di Ciciu u lordo che si trova in piazza Attilio Regolo, d’avanti alla guardia costiera e all’imbocco del molo che porta al faro. Non ti impressionare del nome Ciciu o lordo come hai capito è solo unghulito come usiamo noi. Quest’anno ormai non vado ma spero di andare l’anno prossimo e spero di vederti nella mia bella terra. Ciao Elena ricambio con affetto il tuo forte abbraccio. E ricordati che io ti seguo sempre.

  • Luz

    Ah, Elena. Tutto quello che scrivi sento appartenermi intimamente, perché, come forse avrò scritto nel tuo post sulla Sicilia, questa è la terra delle mie origini, essendo mio padre nato e vissuto fino ai 20 anni a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento. La Sicilia è nelle mie ossa, ogni volta che mi è capitato di andarci, resto come suggestionata, colpita, sfranta di bellezza.
    Non conosco questo libro di Sciascia, autore che amo moltissimo. Il suo linguaggio così potente lascia il segno, come ho potuto constatare anche nella versione teatrale de Il giorno della civetta.
    Anche mio padre metteva nomi nuovi alle cose! A tutto, tutto quello che aveva dinanzi, persone, animali e cose. Era uno spasso mio padre. Non c’è giorno che non gli rivolga un pensiero nostalgico. Questa strada degli scrittori mi piace molto come idea. La prossima volta che andrò, devo scoprire i luoghi di Montalbano.

    • Elena

      Cara @Luz il tuo commento sprizza gioia vera. Sono contenta di averti suscitato piacevoli ricordi. I luoghi di Montalbano li ho esclusi perché mi hanno riferito essere diventati oggetto quasi di processione e io non amo questo tipo di cose. Avrei invece voluto percorrere tutta la strada degli scrittori ma l’ho scoperta troppo tardi. La prossima volta… Buona serata

  • Mimmo

    Ciao Elena, attraverso questo post ho visto che che l’anno scorso sei stata in Sicilia, che allora mi era sfuggito. Ho visto che sei stata a Valguarnera ( che noi siciliani chiamiamo “carrapipi”) e ho visto che hai citato pure la mia Licata. Tutto questo bel dire verso la Sicilia e dei siciliani mi ha fatto molto e sono contento che vuoi tornare. Io sono stato a Licata il mese dopo che sei andata tu, Agosto. Quest’anno questa pandemia non mi consente di fare qualche programma, se fosse per me mi trasferirei definitivamente , ma non posso. Volevo dirti hai capito il significato della parola in dialetto essere Tintu. is dice tintu e laidu (cattivo e brutto.

    • Elena

      Ciao Mimmo! Che piacere risentirti dopo tanto tempo. Non sapevo che fossi di quelle parti è una vera sorpresa per me. L’anno scorso ci andai per un matrimonio e mi sono innamorata della tua terra. Misconosciuta e bistrattata, a volte con ragione. Ma occhio a non fare di tutta l’erba un fascio! Carrapipi, sapevo di questo nome. Siamo stati molto bene, accolti da una splendida padrona di casa che ci ha rimpinzato a colazione di granita al limone e brioches. Mi sono portata a casa tanti colori, panorami mozzafiato, tanta tanta cultura e persone accoglienti e gentili. E qualche libro.Occhio di capra è questo. Ho imparato tanto, e ora tintu farà parte del mio vocabolario. Anche se sono piemontese. Ma nel cuore c’è spazio per tante, tante culture. Ti abbraccio forte forte, ti spero bene caro Mimmo

  • Brunilde

    Leggerò senz’altro Occhio di capra. Ho riletto Il giorno della civetta recentemente, la prima lettura risaliva…meglio non pensarci! Sono rimasta colpita dalla sua straordinaria attualità: una prosa semplice, quasi dimessa nella sua sapiente fluidità, una storia apparentemente minima, un messaggio universale e senza tempo. In poche parole, un grandissimo libro. Di quelli che risvegliano il meglio che c’è in noi, e tengono la luce puntata sulla coscienza civile.
    Certo, c’è un retrogusto amaro: passano gli anni, cambiano le epoche, tutto cambia affinchè – gattopardescamente – niente cambi davvero ( per ricordare un altro grandissimo Tomasi di Lampedusa ).
    Grazie Elena per questo bellissimo post, t che attraverso la letteratura e i nostri amati romanzi ci riconduce ai valori che celebriamo con la festa di oggi.
    Felice 2 giugno a tutti!

    • Elena

      Cara @Brunilde, grazie per gli auguri e Buon 2 giugno. C’è bisogno di tornare i valori, anche se oggi la giornata è stata caratterizzata dal l’ennesima strumentalizzazione. C’è una parola creata da questo grande autore anche per tutto questo. Sono in dubbio tra ominicchi e quaquaraqua. Di sicuro è uno scenario tintu quello cui siamo di fronte… Un abbraccio

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