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Occhio di capra. Sciascia, la sua poetica, la sua terra

Si può conoscere una terra attraverso la sua lingua? La risposta è sì e giunge forte e chiara da un grande, grandissimo autore siciliano, Leonardo Sciascia. Talmente importante da essere ritratto lungo la così detta Strada degli Scrittori, la vecchia Statale 640 che da Agrigento, la “Sua” Porto Empedocle, arriva fino a Caltanissetta.

Un strada che racconta la vita di scrittori che hanno fatto la storia della cultura siciliana: Camilleri, Tomasi di Lampedusa, Russello, Rosso di San Secondo, Pirandello e, appunto, Leonardo Sciascia. Una Strada che è anche associazione culturale e itinerario che invita a ripercorrere i luoghi vissuti e amati dagli scrittori e quelli descritti nei romanzi. Trovate di più a questo link.

La Sicilia l’ho apprezzata grazie ai panorami dell’entroterra, alla cultura dell’acqua e della pesca, all’apertura, familiarità e l’immenso patrimonio culturale ed enogastronomico dell’isola.

Ma la scoperta più potente è stata la sua lingua. Dopo il mio viaggio in Sicilia ho portato a casa un bel ricordo e Occhio di Capra, di cui vi racconto in questo post. Forse non il più noto, ma di certo, almeno per me,  il più intrigante e intimo racconto di Leonardo Sciascia.

Sciascia, la sua poetica, la sua terra

Una storia minima cui debbo l’attenzione che ho sempre avuto per la grande

Così Sciascia parlava di Occhio di capra e dopo averlo letto ne comprendo appieno il perché. Sciascia è riuscito con questo libro a restituire l’immagine del suo mondo, della sua terra, attraverso il suo dialetto, la sua lingua.

Di Sciascia conoscevo già “Il giorno della civetta” , un testo che ha influenzato la mia crescita umana e politica negli anni dell’adolescenza e di cui ancora oggi conservo tutta la potenza, affascinata dall’afflato libero, militante, coraggioso, sagace.

Il “mio” Sciascia è capace di sondare quella linea sottile che separa la civiltà democratica, il rispetto per gli altri, la giustizia dall’abominio, dal baratro della illegalità e del disprezzo per la vita degli altri.

Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà.  Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.

Non è forse un bignami potentissimo per valutare le persone che via via incontriamo sulla strada? Di certo una mappa ineguagliabile che mi ha mostrato come quella sua distinzione sia sempre vera, reale, riconoscibile. Una distinzione nella carne della nostra società.

Occhio di capra

Occhio di capra è suddiviso in due parti: un prologo in cui l’autore racconta il legame con la sua terra. Una seconda parte in cui, in ordine alfabetico, elenca una serie di detti e parole di uso comune e ne racconta la provenienza e il significato profondo. E mi pare che il senso di questo lavoro sia proprio questo: una lingua contiene tutta la storia orale del mondo da cui proviene e da cui deriva. Parole che evocano, ora lo so, gli altipiani e gli sguardi da Girgenti a Porto Empedocle, l’azzurro del mare e i protagonisti di una storia così lunga e antica ma ancora così viva.

Sciascia ci permette di entrare nella sua Sicilia con gli occhi di chi l’ama più di ogni altra cosa e che vuole mantenerla viva, non solo nel ricordo.

Occhio di capra fu scritto a Rahal – Mahut (in arabo villaggio morto), ovvero Racalmuto, il “suo” paese. Sciascia ne parla come di un essere vivente e ci racconta come ne ami persino i silenzi.

Così ne parla:

Un silenzio memore e, sulla realtà effettuale, intelligente.

Un silenzio che fortifica il raro parlare dei suoi compaesani, che quando parlano sanno essere precisi, affilati, acuti e arguti.

Occhio di capra è una storia minima, capace di spiegare il senso della grande storia, quella che tutti conosciamo e che oggi è all’onore delle cronache. Porto Empedocle, ormai noto come porto dei migranti, dopo quello di Lampedusa, con tutto il dolore di cui è testimone, ogni giorno.

Avventurarsi nelle pagine di questo testo significa scoprire il significato di parole ormai desuete e il senso di detti e motti radicati e in parte perduti.

Non un esercizio di stile. Un percorso, nei meandri di una cultura profondissima e vasta che suona ancora come uno strumento accordato che solo l’orecchio fino può ascoltare.

Curiosità

Leggendo scopriamo l’usanza di storpiare i cognomi, imponendo soprannomi che chiamano ‘ngiuria ma che ingiurie non sono.

O meglio, ne sono una sottospecie, più familiare, accettabile.

L'imporre soprannomi, l'ingiuriare, altro dunque non è che un rinnovare i cognomi adeguandoli ai caratteri costitutivi - fisici o morali - di uno o più membri della famiglia.

Sciascia ci svela l’avversione dei siciliani per il rosso (ricordate “Rosso malpelo” di Verga?),  che associa alla parola tintu che viene usata con disprezzo.

Presa in prestito dallo spagnolo “tinto” con cui si definisce il vino rosso, ma qui travalica nel significato. Viene dai siciliani di quelle terre allargata a tutto ciò che è in qualche modo malvagio, rossomalpelo appunto, di uomini che hanno la perfidia che si manifesta con i capelli rossi.

Ma cosa significa il titolo “Occhio di capra”?

Uocchiu di capra

Si dice del sole quando al tramonto viene tagliato obliquamente da strisce di nuvole. Appare come una pupilla strabica, proprio come quella delle capre e che è, nella credenza popolare, indizio di pioggia per l’indomani.

Una mirata tagliente, un segno del cielo che Sciascia vuole diventi un invito a togliere il velo dai nostri occhi e ricominciare a vedere.

E ora che ho calpestato la sua terra, porto nel cuore questo invito come se fosse un amico che bussa in silenzio alla mia porta.

Risidedevo già qui. E poi vi sono nato

J. L. Borges


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Barbara
4 anni fa

Sciascia è un autore che associo, purtroppo, alla scuola e quindi alla lettura imposta. Credo di aver letto Il giorno della civetta al biennio delle superiori, ma della trama non ricordo nulla. Mentre ho più memoria per I malavoglia di Verga.
Sulla credenza che la perfidia si manifesti con i capelli rossi non mi pronuncio, che gli Scozzesi sono rossi per lo più. Ed è un pregiudizio che va al pari con quelli sui capelli biondi… 😛

Mimmo
Mimmo
4 anni fa

Ciao Elena, io ti seguo sempre attraverso blog Volpi che camminano sul ghiaccio. Non so come mi è sfuggito l’articolo sul tuo viaggio a Valguarnera per il matrimonio di tuo cugino. Adesso capisci perché noi siciliani quando partiamo lascia il nostro cuore li? Si sono di Licata, una bellissima città e non mi meraviglio che che sei stata accolta ne miglio mo di possibile, noi siciliani sappiamo essere molto ospitali e generosi. Naturalmente non siamo tutti così, ma quei pochi non rovinano tutto. Ho appena rivisto la storia di Peppino Impastato I cento passi, e per ultimo assessorato alla sicilianità a un leghista. E’ il colmo.
Spero che la granita che hai mangiato a Valguarnera è così buona come quella che fanno al bar azzurro di Ciciu u lordo che si trova in piazza Attilio Regolo, d’avanti alla guardia costiera e all’imbocco del molo che porta al faro. Non ti impressionare del nome Ciciu o lordo come hai capito è solo unghulito come usiamo noi. Quest’anno ormai non vado ma spero di andare l’anno prossimo e spero di vederti nella mia bella terra. Ciao Elena ricambio con affetto il tuo forte abbraccio. E ricordati che io ti seguo sempre.

newwhitebear
newwhitebear
4 anni fa

in questi giorni sto leggendo di Linda Barbarino La dragunera scritto metà in italiano e per metà in siciliano. Una bella storia.

newwhitebear
newwhitebear
Rispondi  Elena
4 anni fa

penso di sì. Al momento sono a metà. Non posso procedere velocemente perché sevo digerire le parole dialettali.

Luz
4 anni fa

Ah, Elena. Tutto quello che scrivi sento appartenermi intimamente, perché, come forse avrò scritto nel tuo post sulla Sicilia, questa è la terra delle mie origini, essendo mio padre nato e vissuto fino ai 20 anni a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento. La Sicilia è nelle mie ossa, ogni volta che mi è capitato di andarci, resto come suggestionata, colpita, sfranta di bellezza.
Non conosco questo libro di Sciascia, autore che amo moltissimo. Il suo linguaggio così potente lascia il segno, come ho potuto constatare anche nella versione teatrale de Il giorno della civetta.
Anche mio padre metteva nomi nuovi alle cose! A tutto, tutto quello che aveva dinanzi, persone, animali e cose. Era uno spasso mio padre. Non c’è giorno che non gli rivolga un pensiero nostalgico. Questa strada degli scrittori mi piace molto come idea. La prossima volta che andrò, devo scoprire i luoghi di Montalbano.

Mimmo
Mimmo
4 anni fa

Ciao Elena, attraverso questo post ho visto che che l’anno scorso sei stata in Sicilia, che allora mi era sfuggito. Ho visto che sei stata a Valguarnera ( che noi siciliani chiamiamo “carrapipi”) e ho visto che hai citato pure la mia Licata. Tutto questo bel dire verso la Sicilia e dei siciliani mi ha fatto molto e sono contento che vuoi tornare. Io sono stato a Licata il mese dopo che sei andata tu, Agosto. Quest’anno questa pandemia non mi consente di fare qualche programma, se fosse per me mi trasferirei definitivamente , ma non posso. Volevo dirti hai capito il significato della parola in dialetto essere Tintu. is dice tintu e laidu (cattivo e brutto.

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