Un asino affamato e assetato che si trovi a eguale distanza tra il cibo e l'acqua morirà inevitabilmente di fame o di sete. Ma può essere salvato grazie a una spinta casuale in una direzione o nell'altra.
Nassim Nicholas Taleb, Antifragile
Torniamo a parlare di incertezza, dopo aver affrontato il tema l’ultima volta nel post Dialogare con l’incertezza. L’immagine dell’asino tra due fuochi, il cibo e l’acqua, entrambi necessari, è una forzatura abbastanza utile per capire come talvolta avere più opzioni non offra un maggior ventaglio di possibili decisioni ma diventi in realtà un freno all’azione.
Mi è capitato più volte di restare ferma nell’incertezza, mentre pensavo di essere una tipa con le idee chiare e la decisione pronta. Quando ci sono due opzioni, entrambe valide, necessarie e nel caso del nostro asino, salvifiche, lo stallo è dietro l’angolo, credo lo abbiamo misurato tuttə.
Lo sostiene Taleb: soltanto un fatto casuale che irrompa nel nostro quotidiano può risolvere l’incertezza dell’asino in un’azione in qualche direzione, quello che amo chiamare stallo alla messicana1, anche detto triello.
Ma chi o che cosa sblocca l’asino quando l’asino siamo noi?
L’evento casuale è ciò che non avevamo previsto o programmato.
Nel caso di specie, un vento che spazza via la provvista di fieno e che rende l’acqua l’unica scelta possibile, ad esempio. Casualità, ma in qualche caso l’avremmo chiamata anche sfortuna, quando nemmeno in essa sappiamo cogliere quel quid di stranezza che ha qualcosa da dire alla nostra “normalità”.
L’asino di Buridano e l’incertezza che uccide
Intra due cibi, distanti e moventi – d’un modo, prima si morria di fame – che liber uom l’un si recasse ai denti
Dante, Paradiso IV, 1-3
Come leggete, persino Dante Alighieri si occupò della questione, nel terzo libro del Paradiso, segno che gli antichi riflettevano molto sul senso del caso e del rapporto con il nostro intelletto.
Ma torniamo alla citazione che dà inizio a questo post: essa si riferisce al paradosso raccontato da Giovanni Buridano, Jean Buridan, filosofo nato all’inizio del 1300 a Parigi, in cui divenne rettore della più famosa università, uno dei più importanti propugnatori della teoria dell’impeto, poi sviluppata nella teoria dell’inerzia.
Buridano aveva una grande fiducia nell’intelletto e analizzando la natura umana, era giunto alla conclusione che ognuno utilizza il proprio intelletto per effettuare una scelta, esaminandone nei dettagli le possibilità e opportunità.
Fino a quando non accade che ci si trovi di fronte a due opzioni razionalmente uguali e pur nella loro diversità altrettanto necessarie in un dato momento e allora diventi impossibile muoversi in una direzione o in un altra.
Questa breve e consapevolmente superficiale presentazione del pensiero di Buridano mi serve per collegare il tema della supremazia dell’intelletto alla dimensione concreta della nostra vita in cui spesso ci rendiamo conto che la razionalità, ovvero l’analisi precisa di ogni sfaccettatura della realtà data, non è sufficiente a fornire quei dettagli che ci servono per decidere.
Elogio dell’incertezza
Nel suo saggio Antifragile, Taleb riflette proprio sulla fragilità dell’intelletto e sul concetto di antifragilità, un sistema in cui trova spazio non solo il razionale ma anche il caso, ciò che non può essere previsto e che solo apparentemente ci rende più fragili, perché in realtà ci permette di scegliere una delle due opzioni, senza rimanere imbrigliate.
Pochi paragrafi prima di parlare dell’asino di Buridano, una semplificazione del pensiero di questo filosofo che accettiamo solo per praticità, Taleb parla delle persone fragili descrivendole addirittura come fortunate. Proprio così, la fragilità in tutto il saggio non solo non è esecrata, come accade ormai troppo spesso nella nostra società, ma addirittura celebrata, come unico elemento di vera resistenza e adattabilità al cambiamento.
Come cambia la prospettiva se si assume questa impostazione metodologica!
Accade che ciò che abbiamo sempre creduto negativo, debole, fragile, sbagliato o addirittura deviante, usando un termine coniato dalla sociologia mertoniana2, sia in realtà in alcuni casi addirittura una benedizione.
La fragilità ha in effetti un enorme vantaggio: chi è fragile spesso non è consapevole di esserlo e dunque si comporta come se non lo fosse. E qui, ancora una volta torno a Merton e alla sua profezia che si auto adempie.
Chi non sa di essere fragile, non lo è. Pur cullandosi in un falso senso di insicurezza, sopravvive.
Galleggiare, mai affondare. Come riuscirci
E qui riesplode dentro di me l’eterno dilemma: sapere o ignorare? Essere fragile, o essere forte? Conoscere e dunque esporsi alla probabile crisi, o ignorare e vivere galleggiando?
fluctuat nec mergitur3
Galleggiando, mai affondando.
Ma anche per galleggiare, occorre buttarsi in acqua! L’unico vero errore che possiamo a questo punto compiere è lasciare che la paura ci impedisca di giocare la nostra partita.
Ecco dunque che ci serve accettare che ciò che otteniamo ha un prezzo ed è temporaneo, come tutto ciò che ci riguarda.
Che le regole che crediamo di conoscere e che il nostro intelletto traduce in comportamenti, spesso non hanno nulla a che vedere con il merito o la competenza. In questo quadro, scegliere le battaglie giuste sembra essere l’unico modo per restare fedeli a sé stesse.
L’incertezza uccide anche me. Soprattutto nella scrittura
L’indecisione paralizza. Sapete quante volte ho avuto un’idea per un articolo, un romanzo, un post sui social, ma ho esitato troppo a lungo nello scriverlo o pubblicarlo?
Se conto solo le bozze che sono qui sul blog, fa 207 volte. 207 volte in cui, una volta abbozzato, mi sono chiesta se fosse abbastanza buono, abbastanza originale, o se fosse il momento giusto. Nel dubbio, finivo per non pubblicarlo e rimandare ad altra occasione. Qualche volta è successo di esserci tornata sopra e di averci cavato qualcosa, ma le 207 bozze parlano da sole.
Quanto tempo ancora dovrà passare perché possiamo capire una volta per tutte che il pubblico non cerca la perfezione, ma si aspetta autenticità?
Decidere è meglio che restare fermi
Ecco perché la lezione dell’asino di Buridano è preziosa: non importa quale mucchio di fieno scegli, l’importante è scegliere. Non esiste il testo perfetto, il messaggio infallibile, il timing ideale. Esiste solo il coraggio di agire.
Se sei uno scrittore, scrivi. Se devi inviare un’email importante, premi invia. Se hai un’idea per un post, pubblicala. Se devi dire a qualcuno che le o gli vuoi bene, fallo.
Il rischio di sbagliare è sempre meglio della certezza di rimanere fermi.
L’unica via d’uscita per l’asino di Buridano è smettere di chiedere il permesso e agire.
Lasciando che il caso completi il quadro di opportunità che abbiamo di fronte e che troppo spesso non vediamo.
Vi siete mai trovate in una sorta di stallo alla messicana, o, se preferite, nella stessa posizione dell’asino di Buridano?
Quale valore attribuite al caso?
1 Stallo alla messicana: detto anche “triello”, è un termine che indica una situazione nella quale due o più persone (solitamente tre) si tengono sotto tiro a vicenda con delle armi, in modo che nessuno possa attaccare un avversario senza essere a propria volta attaccato. Ho parlato del triello in questo post dedicato a una citazione sbagliata appositamente nel mio primo romanzo,. Così passano le nuvole
2 Robert K. Merton, Teoria e struttura sociale, tr. it. Il Mulino, Bologna, 1971
3 locuzione latina, da molto tempo è il motto della città di Parigi




Io sono un istintivo in qualunque campo. Sia nella scrittura sia nel quotidiano. Se mi affido alla razionalità, che comunque ho sarei come l’asino di Buridano. Faccio delle scelte istintive, che qualche volta appaiono senza senso ma che nel lungo periodo si rivelano azzeccate. Se devo scegliere tra la strada a o b lo faccio senza ragionarci su troppo . Se le opzioni sono tre o più di tre ci ragiono su e non sempre con la scelta giusta. Quando scrivo non seguo un percorso preordinato ma quello che l’istinto al momento mi suggerisce. Perché? Ho in mente due punti fermi: l’inizio e la fine, quello che sta in mezzo è affidato alle scelte del momento.
Ciao Gian, credo che avere le idee chiare su come debba partire e concludersi una storia sia già una bella bussola. In questi anni di scrittura mi sono resa conto che esistono moltissime “scuole” o consulenti vari che razionalizzano l’iter e prevedono specifici percorsi di strutturazione di una storia. Apprezzo gli sforzi ma, come te, preferisco lasciare un po’ di spazio alla fantasia. All’inizio della mia esperienza ero più sregolata: affidavo ogni scelta a quello che tu chiami istinto. Poi però mi sono resa conto che un mino di programmazione ci vuole per far riuscire bene le cose. vale per i romanzi e anche per la vita. La metafora dell’asino trovo che sia molto utile invece per farci riflettere sul rischio, oggi oltremodo presente, di eccessiva razionalizzazione. In fondo non si può prevedere tutto e nemmeno quando pensi di aver previsto ogni cosa puoi essere pronta a scelte difficili che richiedono quello che spesso chiamiamo “cuore” e che in realtà, almeno dal mio punto di vista, rappresenta la grande saggezza del nostro inconscio che da anni ci sostiene, anche senza che ce ne rendiamo conto. Sa tutto, molto di più della nostra mente. Bello lasciarlo emergere, non solo nei sogni
Mi sto accarezzando le lunghe orecchie pelose: l’asino di Buridano sono io! In questa fase della mia vita, almeno. Non è sempre andata così. Forse, di decisioni ne ho dovute prendere anche troppe, per me e per altri, con il conseguente accollo di responsabilità. Ora sono stanca, vorrei stare ferma, vorrei che nulla si muovesse e che , se propro bisogna decidere, qualcuno lo facesse al mio posto.
Pia illusione: nulla rimane mai uguale e io sono l’asino più frustrato del mondo!
Adorabile asinella, ma tu una bella pausa dalle decisioni te la meriti proprio. Viva dunque il nostro Buridano che ha pensato anche a far riposare un po’ le nostre testoline pensanti che proprio perché tali alla fin fine non ci lasciano a bagno ma trovano sempre un modo per tirarci fuori, alla grande ;)
Sono andata a controllare le mie bozze e ne sono dodici, ma una è un post che penso di pubblicare entro il mese, se riesco a completarlo. In realtà le mie bozze sul blog sorgono non tanto a causa del dilemma dell’ asino di Buridano, ma a causa della mancanza di tempo, nel senso che inizio a scrivere un post, non riesco a finirlo subito, poi passa molto tempo e non mi ricordo più come pensavo di svilupparlo.
Io non sopporto di restare nell’ indecisione, anche se non nego ogni tanto di finire in uno stallo di incertezza, però tendo ad agire cercando di non soffermarmi troppo su dubbi ardui che spesso mi creo da sola. Ovviamente va bene riflettere più a lungo sulle cose importanti che richiedono un certo approfondimento, però una volta definiti i pro e i contro bisogna scegliere. Di solito quando sono indecisa lascio scegliere al mio istinto e mi butto, è sempre meglio che star fermi.
Ribadisco, viva l’istinto. Ma anche la notte funziona bene. LE decisioni più difficili con il tempo e la maturazione ho imparato a prenderle almeno il giorno dopo. Quanto inutile lavoro, stress e complicazioni ho evitato aspettando! Con questo non voglio finire come il nostro asinello, ma affermare che l’istinto è utile nelle situazioni in cui non ho tutto chiaro razionalmente, e se lo aiuto con un (buon) sonno è anche meglio. Ti capita? Quanto al numero di bozze, scusa tanto ma sembri proprio una dilettante a confronto :DDDD
Scherzi a parte, la verità è che ho moltissime idee e le butto giù subito. Ma per svilupparle, quanto tempo ci vuole, hai ragione! Il vantaggio di un numero così grande di bozze è che trovo sempre qualche articolo che corrisponde al mood del momento. Completarlo i appare a quel punto un lavoro molto più leggero.
207 post in bozza sono un’enormità. Sulla pubblicazione dei post è raro che io scriva qualcosa che pio non pubblico, e se accade è perché rileggendolo a un paio di giorni di distanza mi sembra troppo cupo, probabilmente frutto di un momento no, in cui il post è diventato lo sfogo. Mediamente scrivo e pubblico subito.
Dubbi e indecisioni ne ho, credo come tutti, anche i più spavaldi chissà cosa celano nel loro profondo.
Le decisioni importantissime della vita, tipo l’acquisto della casa per cui fu necessario decidere ben prima di quanto si era ipotizzato perché chi vendeva volle improvvisamente accelerare, le ho prese un po’ buttandomi, ed è sempre andata molto bene, se ci sono limiti temporali a un certo punto tocca proprio fare un salto, interrompendo i ragionamenti.
Non amo il cambiamento, sono una fifona, ma alla fine vado e gli altri pensano sempre che io sia una persona piena di grinta.
Cara Sandra, proprio oggi pensavo qualcosa di simile a proposito di me: sono una persona che ha sempre le idee chiare, prende le decisioni, quasi quasi più sono sotto pressione più performo. In realtà sono anche io spesso titubante ma se ho inteso bene quello che hai scritto, affidandoci al nostro istinto non sbagliamo mai. Preferisco di gran lunga buttarmi piuttosto che restare imbrigliata nel pantano, anche assumendomi qualche rischio. Personalmente ho molto condiviso il senso del pensiero di Buridano, ovvero la necessitò, a un certo punto, di un fattore sterno che cambia la situazione, la smuove, la rende dinamica. Il caso esiste e fa del bene. Per esempio io sono stata a lungo incerta se vendere o meno la casa dei miei genitori. Poi è spuntato un vecchio amico che fa l’agente immobiliare che si è messo a disposizione. Et voilà, una cosa che mi sembrava pesantissima alla fine è diventata gestibile. A volte basta solo un aiutino… Comunque confermo, l’impressione che ho di te è di una con tanta grinta