Coaching

Una questione di stile

La scorsa settimana è cominciato il Master Avanzato in coaching evolutivo, un percorso che avevo cominciato l’anno scorso con il Master in Coaching evolutivo e della cui evoluzione, positiva, avevo parlato in questo articolo.

Sono orgogliosa di aver utilizzato la pandemia come occasione per investire su me stessa. Il risultato è stato per me straordinario: ho imparato a gestire meglio le relazioni, rafforzato le mie competenze, incrementato la mia autostima e maturato abilità che oggi posso mettere, giorno per giorno, a disposizione del mio lavoro. Una questione di stile, quello che mi porta a non smettere mai di imparare!

Nel percorso avanzato noi coach certificati continuiamo a lavorare su noi stessi e sul perfezionamento della gestione del processo, oltre che dedicare tempo all’approfondimento delle competenze del coaching. Lo facciamo studiando ma, soprattutto, praticando coaching reciprocamente, sperimentando, mettendoci in discussione.

La scorsa settimana abbiamo tenuto una delle tante Demo di coaching che caratterizzano il nostro percorso. I trainer coach tengono di fronte a tutti una sessione di coaching mettendo in evidenza le competenze cardini di questa disciplina e chiedendo a noi di osservarle, riconoscerle, valorizzarle nel nostro lavoro.

Un apprendimento per osservazione, mai per emulazione: guai a copiare domande, atteggiamenti o altro che possa colpirci di chi abbiamo di fronte come coach.

A ognuno di noi tocca elaborare il proprio stile. A noi tocca partire da noi stessi.

Per poter portare a termine una Demo di coaching occorrono un trainer coach e un coachee.

Mi sono candidata come coachee. Avevo una questione da esaminare che mi stava molto a cuore.

Una questione di stile

Quando esercito la professione di coach sento forte alcune caratteristiche del mio stile di coaching: la presenza, la connessione emotiva, l’approccio egoless, la fiducia e il non giudizio nei confronti dell’altro. Mi sento anche abbastanza a mio agio nel processo e sono mossa da una sincera volontà supportiva nei confronti dell’altro.

In una sessione di coaching sono a mio agio, sia on line che in presenza. Mi sento nel mio ambiente, comodo e accogliente.

Come dico sempre, sento il mestiere nelle mani.

Ma come coachee (ovvero il cliente del coach, info qui)? Cosa prova esattamente una coachee?

Non mi è capitato molto spesso di essere “coccinata” da uno dei miei trainer coach, ma con Vittorio Balbi sono alla seconda esperienza e devo dire che è sempre un momento straordinario di apprendimento e di emozioni rafforzanti.

La lezione più importante che mi ha impartito l’altra sera e che più di altre mi ha segnata è stata la facoltà di essere specchio per gli altri nella nostra professione.

Specchio. Mirroring. Abilità di rinviare attraverso gesti, espressioni del viso o del corpo, rimandi verbali aspetti che il cliente porta e di cui non è consapevole.

Ci specchiamo nel comportamento del coach che, connesso con noi, percepisce anche i minimi spostamenti emotivi e li rimanda a noi perché possiamo vederli.

E così durante una sessione noi vediamo noi stesse attraverso il comportamento, gli atteggiamenti, le espressioni che il coach esprime rinviandoci il nostro modello comunicativo.

E’ importante capire che il coaching è un percorso timonato dal coachee. Il coach, per dirla in modo tranchant, non esiste.

Diventare lo specchio di qualcuno, riflettendone la posizione delle braccia e delle gambe, la postura, l’espressione del volto, è percepito dall’altro, anche inconsciamente, come empatia, affinità, somiglianza. Stabilisce fiducia.

Nella fiducia si può costruire una soluzione stabile e duratura perché parte da dentro di noi. Ed è nella fiducia in noi stesse che sappiamo ritrovare la nostra via verso ciò che vogliamo essere.

una questione di stile

Il mio stile di leadership

La mia domanda all’inizio della sessione era quella di indagare meglio il mio stile di leadership, ovvero il mio modo di dirigere il mio gruppo. Funzionale con qualcuno, meno funzionale con altri. Devo cambiare qualcosa?

Sullo stile di leadership e in particolare sullo stile di leadership femminile rifletto da tempo. E’ un tema che mi riguarda direttamente, poiché come sapete vivo e lavoro da sempre in ambienti fortemente caratterizzati da energia maschile e vi assicuro che non è stato semplice “farsi strada” tra queste modalità che non mi appartengono anche se ho imparato a farci i conti. Schemi preordinati che determinano i processi di crescita, le relazioni, i rapporti e cui spesso, troppo spesso, si ritiene di doversi omologare, per sopravvivere.

Per carattere non mi accontento di adattarmi, di assumere camaleonticamente il mood degli altri, anche se è quello dominante, anche se è quello che funziona meglio in un determinato contesto.

Sono da sempre una ribelle, nel senso che affermo i miei schemi e i miei bisogni anche quando sono in contrasto con il pensiero dominante. Perché li sento profondamente miei, mi caratterizzano.

Questo comportamento mi porta a fare cose che altri non farebbero, o a compiere scelte che in qualche occasione potrebbero apparire incomprensibili.

Non è raro che mi senta dire “Ma chi te lo fa fare?” oppure “Nessuno mi ha mai chiesto di fare così…” eccetera eccetera.

La diversità, quale ricchezza! Mi interessa e mi appassiona da sempre, la cerco negli altri, la rivendico per me stessa.

Sono tutte consapevolezze che emergono dopo una sessione di coaching, un processo talmente potente da far paura per quanto può cambiare il tuo modo di vedere te stessa e il mondo che ti circonda.

Sono entrata nella sessione preoccupata di non aver compreso bene come rapportarmi con alcuni componenti della mia squadra e ne sono uscita rafforzata nell’idea che la leadership non è una questione di genere, né di schematismi e di abitudini consolidate.

La leadership è un compito in continua evoluzione.

Un compito che ci porta a scoprire tutte le nostre carte ed essere noi stesse.

La cosa più importante che mi sono portata a casa dalla sessione è l’aver imparato ad applicare lo stile di leadership di Elena.

La leadership, una questione di stile personale

Uscire dagli schemi. Osservare gli stili funzionali o abitudinari di un determinato contesto lavorativo, sociale, politico e dapprima apprenderli, poi digerirli, infine rielaborare tutto e consolidare il proprio stile. Questi sono i fondamenti per uno stile personalizzato, nel coaching così come nella leadership.

Se non facciamo questo non saremo mai in grado di trasformare (ancora trasformazione, è il tema di questo periodo) quello che l’ambiente in cui viviamo presenta come comportamento abilitante, ovvero quella serie di azioni, comportamenti, cliché utili a “stare nel mood”, “sopravvivere”, “funzionare bene”.

Vi torna? Ve ne vengono in mente alcuni che vi riguardano?

Qualche tempo fa avevo scritto questo articolo sullo stile di leadership femminile, pensando alle donne che avevo incontrato in questo ruolo, a me stessa, alle abilità che avevano mostrato, immaginando di poterle raccogliere in alcuni tratti omogenei per definire un nuovo modo di essere leader, essere cape, tutto al femminile.

Ne ho individuati una bella sfilza: il coraggio, la capacità di lavorare in gruppo, il multitasking, un approccio al conflitto più di accoglienza che di forza e molto altro, trovate un approfondimento nell’articolo linkato qui sopra.

Oggi confermo quelle abilità, tutte.

Ma so anche che la cosa più importante è che non abbiamo alcun bisogno di entrare in uno schema preordinato, ma abbiamo il dovere di costruire la nostra propria risposta, la nostra originale risposta, al ruolo che stiamo interpretando. Lo dobbiamo a noi stesse. Lo devo a me stessa.

Alla me che si è costruita con fatica la propria corteccia, esterna e interna, e che è cresciuta nelle difficoltà, nell’affrontare decine e decine di tavoli negoziali in cui gli uomini, sempre l’assoluta maggioranza, dettavano modi, tempi, emozioni. Partecipando a discussioni in cui, qualunque ruolo o responsabilità avessi, la mia opinione era sempre meno importante di quella di colleghi uomini. A questa gavetta devo un grande riconoscimento. Ce l’ho fatta, nonostante tutto.

La mia individualità e la mia consapevolezza di me stessa mi hanno permesso di crescere in un ambiente per certi versi ostile senza perdermi.

Sono grata al coaching che mi ha fatto scoprire una cosa tanto preziosa. Ve la racconto perché possa essere di stimolo a chiunque di voi in questo momento stia combattendo una battaglia per esprimersi fino in fondo.

Non dubitate mai delle vostre caratteristiche. Non fatevi compromettere dal giudizio degli altri. Esistete e basta.

Com’è andato il 3 x 3

E’ ora di un aggiornamento sull’esperimento che ho fatto all’inizio di settembre sul blog con il post Una sorpresa per gli iscritti alla mailing list del blog. Lo faccio volentieri, con la forza della premessa che riguarda questa mia storia.

Ero piena di entusiasmo quando ho lanciato l’idea, dedicata esclusivamente alle lettrici e ai lettori del blog. La vostra risposta mi ha colpita: ho ricevuto tre contatti, ma solo con uno di questi abbiamo cominciato il percorso di tre sessioni, completamente gratuite, che avevo messo in palio.

Mi sono interrogata sul perché qualcosa che io reputo una grande ricchezza sia stato percepito in modo differente dalle mie aspettative.

Mi piacerebbe saperlo, in un confronto aperto sul blog o privatamente, via mail.

Vi anticipo qual è stata la mia sensazione, così vediamo quanto e se sono andata fuori strada: ho notato una certa difficoltà nell’immaginare e definire obiettivi concreti da portare nella sessione.

Qualcosa di misurabile, raggiungibile, operativamente coinvolgente sin da subito, senza attendere che da qualche parte giungano le risorse per portarlo a termine.

Mi sono resa conto che definire obiettivi concreti in un bailamme come quello che stiamo vivendo non è cosa facile o forse sono state le parole che ho usato ad essere sbagliate.

Comunque sia, la sessione di coaching portata a termine mi ha regalato autentiche emozioni. Ce ne saranno molte altre, ce ne sono state e molte altre sono in arrivo.

Mi piacerebbe lavorare con gli artisti per supportare il loro processo creativo e con i manager che, come me, stanno cercando uno stile di leadership che punti alla valorizzazione e allo sviluppo delle competenze piuttosto che alla censura e al controllo.

Mi piacerebbe lavorare con i giovani che sono il futuro del nostro mondo, perché raggiungano presto la consapevolezza del loro valore e non permettano a nessuno di metterlo in discussione.

Un’ambizione per cui vale la pena di cominciare a lavorare subito 🙂


Quali sono gli obiettivi fondamentali della vostra vita?

Quali i vostri sogni?

A che punto siete con la loro messa a punto?

Se vuoi approfondire il tema del coaching, scrivimi a [email protected]


Càscara, 25 novembre

Con chi di voi abita nei pressi di Mathi, l’occasione per incontrarci e celebrare la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne 2021 sarà il 26 novembre alle ore 21 presso la Sala Consiliare del Comune, insieme al Sindaco e alle coraggiose donne di Càscara.


12 Comments

  • Sandra

    Cara Elena,
    sono tra le persone che non hanno risposto al tuo appello. Al momento ho due obiettivi concreti: il primo è gestire meglio l’ansia e abbattere i momenti di picco che l’ansia porta con sé talvolta, mi sono affidata a un team di psicoterapeuti eccezionali, il boss è docente di psichiatria all’università, non me ne vergogno ma è un percorso che solo con questo genere di professionisti può garantire risultati. Il secondo obiettivo molto diverso è pubblicare la mia serie per ragazzi con un editore importante, e qui mi sono affidata a un’agenzia con una scout che si occupa specificatamente di narrativa per l’infanzia. Il resto della mia vita non è perfetto, figuriamoci, ma non presenta traguardi o tappe per i quali un coach potrebbe indirizzarmi o aiutarmi.
    In generale se – e vedo che è così – il coaching ti sta dando soddisfazioni, piacendo e ne sono felice. Avrei diversi manager da mandarti, del tutto incapaci di valorizzare competenze e risorse umane, o anche piccoli responsabili inadeguati, ma non sono tra loro. Un abbraccio

    • Elena

      Ciao Sandra, grazie per questa condivisione. Hai perfettamente ragione, il coaching non è una terapia e guai a considerarsi in questo modo, non abbiamo le competenze né sarebbe deontologicamente corretto proporsi per percorsi di questa natura. Hai fatto passi importanti, scegliendo di farti sostenere. Sono sicura che presto, prestissimo, coglierai i primi frutti. Il coaching si applica bene al campo dei manager, così come a qualunque altro ambito della nostra esistenza. È uno strumento, ce ne sono altri, giusto individuare quello che ci convince di più. Mi interessava capire come avevate preso questa offerta, perché non c’è stato modo di tornarci su. Dovesse capitarti un coach a tiro alla prima occasione dovresti provarlo, ti stupirebbe . Abbraccio ricambiato

  • Giulia Lu Mancini

    Cara Elena, anch’io non ho raccolto la tua offerta del coaching infatti, come ti ho scritto nella mia mail, sono in un periodo in cui non perseguo nessun obiettivo particolare per il quale sia necessario un percorso di coaching. Forse qualche anno fa sarebbe stato diverso, ma oggi, dopo 30 anni di lavoro (in cui ho anche frequentato dei corsi di coaching imposti dall’alto legati al mio ruolo di responsabilità) e dopo anni di scrittura, ho raggiunto una mia personale e serena consapevolezza di quello che sono e che voglio essere, nessun obiettivo specifico da realizzare.
    Per partecipare a un coaching, tra l’altro, oltre ad avere un obiettivo preciso da realizzare è necessario avere una forte motivazione altrimenti non ha senso.

    • Elena

      La motivazione è tutto, se non c’è è impossibile prendere e “portarsi via” qualcosa da qualunque situazione. Vengo da una giornata di formazione al mio gruppo dirigente sulla gestione dell’assemblea e fino a un paio di anni fa avrei applicato soltanto le conoscenze sul public speaking e, naturalmente, l’esperienza. Oggi ho usato le tecniche apprese e devo dire che i risultati sono arrivati, anche dai feedback. La tua consapevolezza è senza dubbio tutto ciò che ti serve in questo momento per stare bene. Mi congratulo per questo percorso che ti sei costruita. Cosa in particolare t ha aiutato nel tuo ruolo di responsabilità? Parlando di leadership, il tema su cui mi sono messa in gioco e che mi par di capire riguarda anche te , mi chiedevo quali delle esperienze che hai fatto più di tutte ti ha sostenuta nel tuo incarico di responsabilità. Sono sempre alla ricerca di risposte… Abbracci

    • Elena

      Hai detto una cosa fondamentale: la perfezione non esiste. Ci ho messo una vita intera a imparare questo insegnamento e chissà che non lo stia ancora facendo. Da sempre cerco il meglio. Forse non è tanto la perfezione, ma il meglio, ecco, il meglio di ciò che posso fare. La formazione, caro Gian, è uno degli strumenti che ho e cui accedo per migliorare me stessa. Mi accorgo che non sia costume di tutti sai da cosa? Quando incontro qualcuno che conosco da tempo e che non trovo in alcun modo cambiato. A volte di dicono frasi del genere per fare un complimento “Sei sempre la stessa” oppure “Non cambi mai”. Ti confesso che mi hanno sempre fatto orrore, anche se capisco che sono cose che si dicono tanto per introdurre la conversazione o talvolta per fare un complimento. Personalmente preferisco quando qualcuno mi fa notare quanto e come è cambiato qualche atteggiamento, modo di fare, modo di scrivere, perché no. Significa che sono in evoluzione. E mi sento viva. La perfezione è una distorsione della percezione di questo processo di crescita. Porta solo immensa fatica e grandi frustrazioni. C’è sempre qualcosa da imparare… Abbraccio

  • Giulia Lu Dip

    Su quello che mi ha aiutato nel mio ruolo di responsabilità ci sarebbe da fare un discorso lunghissimo. Tuttavia cercherò di essere breve. Ho avuto diversi incarichi nel corso di questi anni, ogni volta ho cercato di organizzare le attività prioritarie ma sempre con attenzione al personale che mi veniva assegnato, cercando di contemperare le esigenze del lavoro con le esigenze personali e familiari. Se la leadership consiste nella capacità di motivare i collaboratori per raggiungere degli obiettivi in questo riuscivo abbastanza bene, certo dipendeva anche dai collaboratori e da come si comportavano.
    Per usare dei termini tecnici il mio stile di leadership oscillava tra quello “democratico” con il coinvolgimento di tutti nelle decisioni cercando anche di valorizzare tutti (valido ma molto faticoso da sostenere, un vero macigno) e lo stile “armonizzatore” che puntava molto sull’armonia del gruppo di lavoro nonché, elemento fondamentale, su una buona comunicazione.
    Non sempre però ho avuto dei risultati soddisfacenti, perché spesso i colleghi scambiano lo stile democratico per “rapporto amichevole e facilone” e la mia figura di “guida” diventava figura di “balia”, con i collaboratori intelligenti, capaci e responsabili non accadeva, ma non tutti erano così e qualche volta mi sono trovata a farmi carico di un lavoro a ridosso della scadenza per la faciloneria di un collaboratore.
    Al contrario ho sempre avuto dei capi autoritari e molto poco empatici, spesso anche incapaci sia nelle competenze sia nella gestione del personale (i cosiddetti forti con i deboli e deboli con i forti).
    Aiuto ho scritto un trattato! un abbraccio

    • Elena

      cara Giulia, questo trattato mi parla moltissimo! Scherzi a parte, hai evidenziato alcuni temi per me molto significativi: quello che tu chiami gestione democratica e il fatto che possa essere in qualche modo fraintesa o poco funzionale, è qualcosa di molto simile a quanto accade a me. La condivisione delle questioni e degli obiettivi non significa la ripartizione della decisione. In un gruppo la responsabilità della scelta e della decisione è assegnata a uno o più individui (in questo caso, il capo ovvero tu ovvero io nel mio caso). Ho imparato che se questa responsabilità non è pienamente assunta non è chiaro per gli altri quali siano i meccanismi di funzionamento, ivi compresi quelli premiali (gratificazioni, consenso) e quelli di censura (segnalazione di obiettivi non raggiunti o comportamenti scorretti ecc. ecc). Il risultato del non chiarire chi f he cosa ed entro quando comporta che pi qualcuno debba sopperire. Tralasciamo il carico e la stanchezza che produce. La parte di motivazione ed energia offerta agli altri l’ho sentita anche attraverso il commento. C’è tanta consapevolezza, tanta empatia, tanta voglia di fare bene nel modo più giusto. Leggendoti farei carte false per lavorare con te. Forse anche i tuoi capi le hanno fatte 🙂

  • Luz

    Obiettivi… uhm. Sono in una fase di transizione, in cui il trasferimento in altra casa e in altra cittadina ha un peso enorme. Uno dei miei obiettivi è ampliare il mio parterre di conoscenze, magari di amicizie, puntare sulla qualità di chi si frequenta. Mi piacerebbe avere un gruppo di amici vero, fisso, con cui trascorrere tutto un pezzo importante di vita. Non avendo figli, puntando soprattutto su una mia potenziale formazione permanente, vorrei arricchire il mio percorso di vita di esperienze nuove, stando attenta a fare le scelte giuste.
    Ho imparato a distinguere quelli che sono tutto un bluff, per dirtene una. Quelli che si mostrano persone di mondo e quando vai a vedere sono dei pusillanimi da far paura. Io che vengo dal basso, mi pongo sempre nell’atteggiamento di imparare dagli altri, sono fiera di essere così umile e pronta a imparare dagli altri. Ma nel farlo, devi stare anche molto attenta a non lasciarti turlupinare.
    Insomma, mi sento in viaggio. La vita in fondo è sempre e comunque proprio questo.

    • Elena

      Non ci credo, ma quanto dura un trasloco! Pensiamo che si tratti di trasferire qualche cosa, le nostre cose, rimetterle in ordine ma poi c’è il resto. Prendere nuove abitudini, conoscere e cambiare i riferimenti, dalla spesa all’autostrada e quant’altro… E gli amici
      Quelli veri restano ma se ci allontaniamo inevitabilmente qualcosa cambia.
      Ti ammiro per aver avuto la forza di fare questa scelta, tra non molto la farò anche io. Ho un vantaggio su di te: io non frequento più amici da molto tempo. Ci pensavo mentre ti leggevo. Manca anche a me il gruppo in cui sono vissuta e cresciuta fino diciamo ai 25 27 anni. Poi tutto è cambiato. Ma quelle vacanze in gruppo o le cene pantagrueliche oh sì che mi mancano! Però ho conquistato il vero amore. Diciamo che c’è abbastanza per dirsi contente. Un saluto carissimo Luz, mi pare che tu abbia idee e obiettivi molto chiari. Che tutto ti consenta di raggiungerli

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