Scrittura creativa

Fate tesoro di un fallimento

Succede. Osserviamo il nostro progetto nascere, lo curiamo amorevolmente fino a quando non sboccia, poi, quando lo lasciamo andare, invece di viaggiare come un treno barcolla, talvolta si inciampa e cade.

Lo chiamiamo fallimento, una parola dal gusto amaro, perché non ci piace quando le cose non vanno come abbiamo previsto.

Quando il fallimento riguarda la scrittura siamo ancora più fragili. Tocca le corde intime di ciascuno di noi.

Gli spunti che troverete in questo post e il percorso e le domande che potrete rivolgervi, vi condurranno in un viaggio dentro quel fallimento per provare a comprenderlo e a ricominciare.

Parlo di libri, ma vale per qualunque ambito della vita in cui avete accettato una sfida: quella con voi stessi.

FATE TESORO DI UN FALLIMENTO

Fate tesoro del fallimento

Intendo cominciare questa riflessione usando come esempio un romanzo o un libro che immaginiamo abbiate pubblicato e che, avendo compiuto ogni sforzo possibile perché fosse tutto perfetto, proprio non decolla.

Le vendite languono, gli amici lo snobbano, il telefono e la mail sono silenti.

Sto parlando di un investimento durato anni che a un certo punto scopriamo non essere più attuale e dunque non più pubblicabile, oppure che appartiene a un filone da cui molti hanno pescato a piene mani, avendo successo, mentre il vostro è stato snobbato, oppure respinto perché “non originale”. E magari lo avete scritto quando gli altri ancora stavano pensando ad altro!

Accade talvolta ciò che noi scrittori temiamo di più: essere dimenticati. Così spesso reagiamo con un misto di ansia, rabbia e rassegnazione che ci avvolge e ci tenta nel mollare tutto e lasciar perdere. Ecco che la porta del fallimento si spalanca!

Non mollate! E’ il momento di imparare dai vostri errori!

La cosa più importante che potete fare adesso è fare tesoro di un fallimento.

Tempo fa avevo affrontato un argomento simile, quando avevo suggerito i miei 6 modi intelligenti per superare un rifiuto. Vi richiamo a quello per gestire i primi momenti di difficoltà in seguito a un no. Ahimè, sono all’ordine del giorno.

Qui vorrei offrire qualche spunto per imparare qualcosa da quel fallimento.

Perché un rifiuto fa male. Bisogna pur cavarci qualcosa.


Una delle cause più comuni del fallimento è l’abitudine a rinunciare quando ci si imbatte in una sconfitta temporanea.


Saggia considerazione di un tizio di cui ho parlato in questo blog: Napoleon Hill.

Perseverare nella stessa direzione però può essere deleterio. Meglio fermarsi e fare il punto, prima di ripartire. Vediamo in che direzione andare.

Un’ultima cosa: questo non è un post consolatorio. Desidero solo avvisarvi.

Uscire dal giardino incantato

All’inizio è la creatività ad essere protagonista, infarcita di sogni e vivide speranze.

Scriviamo, almeno così si dice, per noi stesse e siamo appagate da quanto rileggiamo. Ci piace, ci soddisfa, è la storia che volevamo raccontare. Ma proprio in quel momento, quello in cui tutto è perfetto, siamo irretite da un desiderio, pubblicare.

Leggere e trarre godimento dalla nostra scrittura non è più abbastanza, così lo editiamo, qualche volta spendiamo qualche soldo per presentarlo a qualcuno o per chiedere a qualcuno di renderlo presentabile, cominciamo a scrivere, a confrontarci, ad aspettare che qualcuno lo noti e lo pubblichi.

E quel momento, arriva. Non è meraviglioso? Il nostro bel giardino incantato!

Poi ci accorgiamo che il libro non è solo il frutto di una ricerca, di un sogno, di una bella storia, di un’accattivante scrittura. Ma è un prodotto, una merce. E come tale va considerato.

Uscire dalla visione romantica è necessario quando ci si approccia al mondo dell’editoria; il contrario garantisce una cosa soltanto: la condanna dell’oblio.

Lavorare come professionista significa superare l’approccio romantico e velleitario e considerare il libro come un servizio professionale che va svolto con la massima competenza.

Le cose che non sappiamo di noi quando cominciamo a scrivere in modo professionale

Sono troppe le cose che non sappiamo quando ci approcciamo alla scrittura professionale.

Tenete a mente questi punti:

  • ciò che credete incontrovertibile, assolutamente vero, immutabile, non lo è
  • al contrario, ciò che pensate sia il vostro peggior punto debole, spesso si rivela la caratteristica fondante del vostro lavoro
  • non è sufficiente saper scrivere, dovrete anche studiare. L’impianto della costruzione della storia, per esempio, o la struttura psicologica dei personaggi e la loro parabola, ascendente o discendente. Cos’è un intreccio, una fabula e come volete realizzarli nella vostra storia. Oppure come si caratterizza un’ambientazione, e molto altro ancora. Dovete necessariamente frequentare un corso di scrittura creativa? Valutate voi, io non sono di questo avviso. Ma dovrete conoscere le basi e, naturalmente, la lingua italiana. Appuntatevelo.
  • ciò che sapete o che avete appreso, una volta fatto vostro, dimenticatelo. Scrivete senza alcun condizionamento
  • ricordatevi che investire nella vostra crescita scrittoria è necessario. Ma bilanciate bene i costi e i benefici. Anche le spese eccessive distolgono l’attenzione da ciò che è importante e creano inutili ansie. Vale non solo per la scrittura.

Ammettiamo il bisogno di aiuto

Chiedere aiuto sembra facile, ma non lo è. Spesso diventiamo così auto referenziali che ammettere i nostri limiti è difficile, talvolta impossibile. Abbiamo giustificazioni da avanzare a riguardo di ogni situazione, ma quando qualcosa va storto, quando pensiamo di aver fallito un obiettivo, quello è il momento di fermarsi e fare una cosa semplicissima: chiedere aiuto.

Personalmente, imparare a chiedere aiuto è stata una delle traversate più difficili della mia esistenza, dunque so bene cosa significa e quanta energia richieda.

Ma quando ammettiamo i nostri limiti e ci affidiamo a qualcuno che possa aiutarci possiamo per un momento sollevare dalla nostra mente quel cruccio e riposare. Quanto è importante prendere fiato in talune circostanze!

Attenzione però a chi ci rivolgiamo.

Penso in particolare a chi ci offre troppo facilmente aiuto: a meno che non sia qualcuno di cui avete già testato in precedenza, magari anche in altri contesti della vostra vita, l’amicizia e l’affidabilità, procedete con cautela. Chi preme o garantisce sostegno spesso lo fa per un tornaconto personale.

Mi è capitato più volte di ricevere, quando non ne avevo ancora bisogno, molte disponibilità di sostegno, anche di recente prima della pubblicazione di Càscara, poi scomparse non appena ce ne sarebbe stato davvero bisogno!

Sono sicura che anche voi non faticherete a trovare esempi nella vostra vita di situazioni analoghe.

Voglio dire che fare affidamento agli altri non vi porterà vantaggi se non sarete in mano a professionisti affidabili e amici veri.

Non preoccupatevi di come farete a distinguerli. La vita è piena di momenti di apprendimento, anche doloroso. Solo appuntatevi ciò che imparate e in seguito non sbagliate più.

Scrivete per voi ma anche per chi vi legge

Dovrete tenere in conto questo adagio, specie se siete particolarmente sensibili al numero di vendite.

Personalmente, ho deciso da tempo di privilegiare la mia vena creativa, contando sulla fiducia e sull’affezione dei miei lettori e accontentarmi delle vendite che ne conseguono.

Se per voi è importante affermarvi anche da un punto di vista dei numeri, allora riflettete su questo paragrafo.

E’ possibile che i vostri lettori si affezionino a qualche personaggio e che tale circostanza si congiunga positivamente con una certa disponibilità da parte vostra di continuare ad approfondirlo, di proseguire a raccontare la sua o le sue storie.

Così nasce una serie, o almeno dovrebbe.

Quando scegliete questa strada, siete in un vicolo stabilito: la nuova storia del personaggio che avete creato e di cui, a quanto pare, non siete gli unici ad esservi innamorati (bene!) deve corrispondere in qualche modo alle aspettative dei vostri lettori.

Per questo a mio avviso le serie sono molto amate dai lettori, ma molto difficili da tenere vive. Lo dico come lettrice, perché, come sapete, non ho, ancora, percorso questa strada come scrittrice e non so se mai lo farò.

E’ lecito chiedere come proseguire, cosa accadrà a quel personaggio, dove andrà a parare la sua vita. Se il vostro fallimento dipende da questo, allora capitalizzatelo: la prossima volta chiedete a chi lo ha letto non un’indicazione ma una traccia di ciò che lo ha colpito che vi offra uno spunto utile a proseguire.

Non fatevi scrivere da qualcun altro ma tenete conto degli altri quando scrivete.

Come potreste fare?
Siate diretti con le vostre domande. Chiedete esplicitamente.

Spesso non c’è modo più efficace di conoscere qualcosa se non chiedendolo apertamente.

Sono convinta che scrivere per voi stessi soltanto non sia sufficiente. Occorre anche interpretare i bisogni e le aspettative degli altri. Vale in ogni ambito del vostro impegno, tanto più nella scrittura.

Come equilibrare questo con la nostra creatività è il compito che la Letteratura ci consegna. Non un compito facile, mi rendo conto.

Come potreste applicare questo concetto a un libro già pubblicato?

Invitate i vostri lettori a donarvi un feedback, positivo o negativo che sia. Vi sarà molto utile per perfezionare la vostra prossima storia.

Spesso non vediamo ciò che è davanti ai nostri occhi. Ma un lettore attento e amorevole, anche con qualche stroncatura, vi aiuterà a rafforzare la vostra scrittura la prossima volta.

Non è vero, Orso Bianco? 😉

Sfidate credenze e convinzioni

Tutti abbiamo solide convinzioni, quanto a scrittura.

Per esempio io prediligo la terza persona perché sono convinta che mi riesca meglio.

Eppure, le pagine più convincenti del mio romanzo sono proprio quelle scritte in prima persona, almeno a quanto mi dicono i lettori!

A volte facciamo qualcosa con la sincera convinzione che ci venga meglio e che sia il modo migliore per farla.

A parte la questione del punto di vista, di cui ho già parlato circa la mia personale esperienza, pensate al genere del romanzo. Quante occasioni perdiamo restando aggrappate alle nostre convinzioni e convenzioni!

Sfidare le nostre credenze ci porta a scoprire nuove strade e anche nuovi talenti.

Perciò, quando un vostro progetto non funziona o addirittura è stato esposto al fallimento o non ha trovato l’accoglienza che auspicavate, pensate se quel progetto non sia stato troppo nel flusso di ciò che avete sempre fatto/scritto/trattato. E cambiate prospettiva!

Forse i vostri lettori desiderano addirittura essere sorpresi. Chiedetevi come potreste sorprenderli.

Lo so, lasciare le nostre abitudini scrittorie può spaventare a morte. Se dovessi scrivere un romanzo in seconda persona penso che impiegherei qualche settimana soltanto a immaginare come raccontarlo!

Ma dietro queste apparenti soglie invalicabili c’è un mondo che attende di essere esplorato.

Non so voi, ma nella mia esperienza le cose migliori vengono fuori proprio quando abbiamo il coraggio di sperimentare e di correre qualche rischio.

Lasciate i prodotti in serie a chi fa dell’editoria un business o agli scrittori che non hanno idee e percorrono sempre la stessa strada.

Riappropriatevi dell’arte che è essa stessa sperimentazione.

Concedetevi la libertà di passare attraverso momenti di up and down

Nonostante tutto, il dolore e i momenti di down arrivano e quando ci sono devono essere accolti.

Anche una brutta figura, un fallimento, un intoppo, fanno parte delle cose che dobbiamo ascoltare.

Le cose vanno come pare a loro. Intanto, riflettete, migliorate, guardate il problema da un altro punto di vista.

Un libro può essere ignorato per mesi, addirittura anni e poi, d’improvviso, tornare di attualità.

Magari la ragione è il tema trattato, prematuro o incompreso quando ne avete parlato. Oppure perché il mondo in quel momento ha bisogno di quelle parole, quelle che avete scelto, come un balsamo su una ferita.

Oppure perché, finalmente, lo stile e la scelta narrativa che vi sono propri sono apprezzati, accolti. A volte ci vuole tempo. E pazienza.

Certo, quando vediamo progetti editoriali che esplodono letteralmente in pochi giorni ci struggiamo e ci chiediamo perché non è accaduto a noi.

C’è una dimensione imponderabile che si chiama Universo (o chiamatela come meglio credete, fortuna, fato, destino).

Non dipende tutto da noi. Prima impariamo questa verità, meglio staremo in futuro.

Sono gli up and down della vita, capitano anche con la scrittura.

Magari mentre state leggendo vi è venuto in mente che, sì, una cosa del genere vi capita anche per altri progetti di vita, che nulla hanno a che vedere con la scrittura. E’ normale. Tutto regolare. Capita, perché siamo fatti così.

Quello che è meglio non accada è permettere a questi momenti di trascinarci sulle vette più alte senza paracadute. O, al contrario, nelle fosse più ime senza una corda cui aggrapparci per risalire.

Siate equilibrati nei confronti del vostro lavoro e quando notate un qualche fallimento, datevi il tempo di digerirlo prima di abbattervi.

Intanto, continuate a scrivere.

Arrendetevi alla realtà

Abbastanza in fretta, aggiungerei.

I tempi per valutare l’andamento di un titolo, nella mia esperienza, si compongono di due parti: i primissimi giorni sono fondamentali per capire se il vostro lavoro ha colto nel segno ed è entrato nel cuore dei vostri lettori.

Ma è solo durante le prime settimane, o il primo mese, che vi renderete conto se le scelte che avete fatto dal punto di vista del prodotto libro (titolo, copertina, quarta, promozione, ecc) sono azzeccate.

In questi casi è utile correggere il tiro, ove possibile.

Naturalmente non potete più toccare alcuni elementi, come la copertina o il titolo, ma potete targettizzare meglio la vostra audience.


Come?

Interrogatevi su cosa avete puntato come contenuti. Di solito, è ciò che emerge dalla quarta di copertina.

Poi verificate se avete trascurato alcuni aspetti del libro che per voi non erano centrali ma che potrebbero esserlo per gli altri. Come potete saperlo?

Un momento di verifica fondamentale sono le presentazioni in pubblico. Non solo perché avrete da parte del pubblico la misura della curiosità destata dal testo, ma perché avete la possibilità di un aiuto prezioso che arriva da chi vi presenta.

Sono talmente importanti che ho dedicato un post a riguardo di come presentare un libro al pubblico a questo link.

Perché è importante il confronto aperto con i lettori? Perché sono loro a darci il feedback di cui abbiamo bisogno per valutare la nostra scrittura!

Ma le presentazioni non sono utili solo come momento di incontro con i lettori (qui il video amatoriale dell’ultima mia presentazione a Siena), ma anche come momento prezioso di confronto con chi avete scelto o è stato scelto per presentare il vostro romanzo.

Il presentatore o la presentatrice ha il compito di leggere il vostro libro e di rappresentarlo al meglio, secondo ciò che ha letto e vissuto durante la lettura.

E’ un osservatore privilegiato che vi restituirà immagini, frasi, scene che voi magari non ricordate nemmeno o che non considerate così importanti, perché fanno parte del vostro mondo interiore così a fondo che sono ormai scontate.

Vi offre uno spaccato originale, autentico e diverso da quello su cui avete puntato, utile per eventualmente rivedere il tutto in futuro.

Conclusione

Che poi come si fa a concludere questa riflessione che potenzialmente potrebbe durare all’infinito?

Forse suggerendovi la visione di questo video, girato un paio di anni fa (capelli lunghi e castani, un dolce ricordo!) su un tema che riguarda ciascuno di noi: combattere la paura del fallimento.

Buona visione.

Vi è mai capitato di non ricevere da un vostro romanzo il consenso che vi aspettavate? Come avete reagito e cosa avete imparato?

C’è qualche altro ambito della vostra vita che avete considerato, leggendo questo post?

17 Comments

    • Elena

      Ciao Marco, oggi è una giornata nera: mi sono accorta solo nel pomeriggio che il sito restituiva un errore 500, probabilmente dovuto a un plug in , il solito Jetpack. Spero questo commento si legga e nel contempo mi scuso con tutti i miei cari lettori, sto cercando di risolvere. Ricordo bene la sperimentazione su Facebook, non ti nascondo che ho ceduto anche io all’ennesima tentazione. Molte visualizzazioni ma difficile misurare le vendite che comunque non hanno a mio avviso subito quell’incremento straordinario che una pubblicità produce. Ma lo sapevo eh, mi accontento di aver fatto conoscere il mio lavoro. Fare degli esperimenti, mi pare un ottimo suggerimento da aggiungere alla mia lista! Buona serata, caro Archimede!

  • newwhitebear

    Fallimento? È una nota negativa ma anche se è così, di sicuro possiamo trarci degli indizi positivi.
    Gli editori rifiutano il tuo testo? Qualche ragione ci sarà di certo. Quindi si deve cercare cosa non funziona e trarne un insegnamento. I lettori non ci sono? Vuol dire che l’argomento non interessa. L’insegnamento è quello di scrivere ciò che un lettore vuole? Potrebbe non essere la strada giusta per raggiungere il successo. Ma davvero si deve avere successo a tutti i costi oppure è meglio rinunciare e dedicarsi ad altro.

  • Sandra FAE'

    Dalla mia esperienza se un libro non vende (non ho ben chiaro se questo sia il focus del post) può anche essere “colpa” dell’editore. Sono passata da 1300 copie a 40 con lo stesso editore che, nel frattempo, aveva fatto scelte diverse con il suo partner, cioè Amazon. Magari quello da 40 copie era un po’ meno interessante/bello ma numeri di questo tipo parlano chiaro.
    Mi soffermo su questa frase

    Chi preme o garantisce sostegno spesso lo fa per un tornaconto personale.

    Cantonate e delusioni ne prendiamo tutti, ma non sono giunta a una visione tanto pessimista e triste delle relazioni. Sinceramente questo post mi ha un po’ spiazzata perché non ho capito da dove partano le tue riflessioni né se voglia essere un post di incoraggiamento in caso di cadute o di presa di coscienza per un fallimento, che brutta parola, per Càscara.

    • Elena

      Noooo Sandra, ma come hai pensato che parlassi di Càscara? Forse ti sei persa gli ultimi articoli, qui e su Insta, in cui mi rallegro per il suo successo! L’accoglienza è stata molto calorosa, persino di miei colleghi (in tanti l’hanno letto, abito un palazzo di circa 150 persone!) e come sai proprio in ufficio è difficile ricevere pareri favorevoli, sono sempre lì a contarti i peli fuori posto! 😀
      No, non parlo di Càscara, se non nella frase che tu citi ma solo per dire che anche nel suo caso in molti hanno promesso aiuti che non sono arrivati. Lo scriverei di nuovo perché è proprio la verità. Il mio non è un blog intimistico, per fortuna i miei interessi e il mio lavoro mi mettono in contatto con molte esperienze e situazioni diverse. che mi offrono un punto di osservazione privilegiato.
      Nei giorni in cui ho scritto il post avevo accanto persone che avevano vissuto un fallimento e che erano concentrate solo ed esclusivamente su quello e non su cosa quel fallimento stava loro insegnando.
      Ho usato la pubblicazione di un romanzo per esemplificazione e per continuità con uno dei temi principali del blog, la scrittura, usando la mia esperienza dove ha prodotto risultati positivi, e anche per trasmettere sensazioni che in passato ho provato con l’altro romanzo che ha subito una storia molto tumultuosa. All’inizio del post dico apertamente che non si tratta di un post consolatorio e che queste riflessioni si applicano a qualunque situazione. Il punto, secondo me, non è da dove partano le mie riflessioni, questo tema riguarda me, ma come e se queste riflessioni siano utili a qualcun altro per scoprire nuove cose che lo/la riguardano e che magari, sebbene palesi, non siamo disponibili ad accogliere. Poi ognuno condivide ciò che desidera e se lo desidera, come tu stessa hai fatto raccontandoci del calo di vendite. Penso che i momenti in cui guardiamo lo specchio siano i più forti e utili per capire davvero chi siamo e chi abbiamo intorno.
      Ps: il blog, mannaggia, sta subendo, come ho detto agli latri, problemi con un plug in che non si sono risolti perché riguardano lo sviluppatore e l’ultimo aggiornamento WordPress. Questo significa che i commenti sono quelli del tema del blog e tutto ciò che prima facevo, statistiche, mi piace, approvazione dei commenti in automatico e chissà che altro di cui ancora non ho contezza, devo farlo a mano (quando capisco che c’è il problema, ovvio). Per questo non vedevi il commento che era finito in moderazione, figurati, tu, una delle lettrici più assidue. Sono nervosa per questo? Abbastanza! Questa cosa mi infastidisce ma devo aspettare. Scusami, ora dovresti vedere tutto, almeno me lo auguro. Buona giornata

  • Grazia Gironella

    Non mi è mai capitato di essere delusa dall’accoglienza riservata a un mio libro, semmai dai suoi risultati. Credo sia normale, quando un romanzo richiede tanto tempo e lavoro, per poi magari raggiungere venti persone. Anche così è comunicazione – per me la scrittura è questo – ma la sproporzione è impossibile da ignorare. Eppure le attività creative sono così. Forse tutto sommato a penalizzarmi è il fatto di avere iniziato a scrivere subito come se fosse la mia professione, e non un passatempo. Mi è venuto così, senza che potessi farci niente. Gli appunti per il mio primo romanzo, quando ancora scrivevo a istinto, sembrano nati dopo la lettura di qualche decina di manuali… ma era troppo presto, secondo me.

    • Elena

      Ciao Grazia, grazie per questa condivisione. Mi ha colpita una frase “a penalizzarmi è il fatto di avere iniziato a scrivere subito come se fosse la mia professione, e non un passatempo.”. In che senso ti ha penalizzata? Forse in relazione alle attese? Perché io penso che tu SIA una professionista. Non mi stancherò mai di ripetertelo, e poi lo sai anche tu, e quella decina di manuali di scrittura che vivono dentro di te :D. Il senso è questo per me: fare tesoro di un fallimento, in ogni direzione. Non è facile ragionare su se stesse, più semplice giudicare o ragionare sugli altri. Ma è necessario vedere. Un fallimento, una sconfitta (io sono per chiamarle proprio così) hanno sempre qualcosa da insegnare e ognuno di noi trae la sua lezione. Io ne ho indicate alcune che mi parevano importanti, altri ne hanno aggiunte altre. Quando qualcosa accade di solito ci parla. Abbiamo il compito di comprendere di cosa ci parli. A me il fallimento faceva paura, per molto tempo della mia vita l’ho rifuggito. Ora so che mi insegna qualcosa. Le attese eccessive, gli errori, fatti con il primo romanzo, non li ho più ripetuti, altri non saranno ripetuti. Riflettere sul fallimento è difficile. Me ne rendo conto

  • Davide

    Ciao Elena 🙂

    Normalmente le delusioni arrivano quando ci si illude. Io trovo che sia più profiquo approcciarsi ai risultati attesi con il pensiero di scoprire i propri errori e non di sperare nell’avere in mano una miniera d’oro.
    In pratica, il primo pensiero è: “vediamo perché non lo pubblicano?”, quando viene pubblicato “perché vende poco?” e se vende poco: “perché non vende di più?
    Infondo quello che si ottiene è solo “un risultato”, che prende il nome di fallimento se non raggiunge le nostre aspettative o se costa più di quanto rende ma in sostanza è solo “un risultato” .
    E’ l’approccio psicoogico che cambia o meglio: la nostra risposta all’evento ma la nostra risposta possiamo sceglierla. Invece di scegliere la disperazione possiamo scegliere la ricerca del miglioramento dei risultati.
    E comunque, qualsiasi risultato si ottiene, ringraziare. Ringraziare sempre e di cuore. 🙂 E’ per la crescita spirituale 🙂

  • Barbara

    Beh, devo ammettere che è un po’ strano leggere questo post, con questo tema e questo tono un po’ dimesso, dopo aver letto nemmeno una settimana fa il post sulla presentazione del tuo romanzo a Siena, decisamente più allegro e carico di entusiasmo. Cosa sia successo nel mezzo non lo so, ma per la verità io sono di un’altra scuola di filosofia: il fallimento non esiste. E non perché voglio fare la superiore e cancellare dei risultati negativi, ma proprio questo sono: risultati. Come disse Edison, dopo 9999 test negativi: “Io non fallisco, semplicemente ho scoperto un altro modo di non inventare la lampadina elettrica.” Anche perché la parola “fallimento”, soprattutto nella nostra cultura, innesca una modalità negativa da cui si rischia di non risollevarsi più. Non ci sono fallimenti, ci sono risultati. Se i risultati non sono in linea con quanto ci attendevamo, ne va compreso il motivo e intraprese nuove azioni per aggiustare il tiro. Tutto questo si chiama semplicemente esperienza.
    Parlando di scrittura e pubblicazione, bisogna anche decidere bene cosa si vuole: se ci si approccia alla scrittura in modo professionale, gli amici non esistono. C’è un prodotto, forse anche un editore, e ci sono delle vendite. Ci sono dei lettori, che siano amici o no non va messo nel conto. Altrimenti si cade nell’errore di pretendere l’acquisto e la lettura da parte degli amici, ma allora anche l’amicizia verso di essi non è poi così disinteressata, no? E quindi non sarebbe più un approccio professionale, ma si cercherebbe di utilizzare la rete delle proprie relazioni affettive, e questo è un grosso rischio, specie per i libri su cui convergono denaro, tempo e gusti personali.
    Ma potrei dire anche per le riviste: mi hanno pubblicato cinque storie vere su Confidenze e ti posso assicurare che molti miei “amici” non hanno speso nemmeno 1,60 euro e 5 minuti di lettura. Anzi, capaci di chiedermi il testo sotto banco! Adesso poi con l’app la rivista in digitale costa solo 0,99, meno di un caffè, ma manco quello! XD
    Non sono lettori, non sono miei lettori, non sono lettori di quella rivista, non sono lettori di quel genere. Sono amici, è un’altra cosa. E se non piace a me essere obbligata a leggere qualcosa che non è nei miei gusti, perché dovrei “obbligare” loro in qualche modo a leggere me?
    D’altro canto è anche più bello sentire le parole di stima da un lettore che non è né amico né conoscente, un estraneo che compare dal nulla e ti dice che la tua storia gli ha toccato il cuore.
    Se si vuole parlare di scrittura in modo professionale, per risultati di vendita contenuti vanno analizzate le scelte fatte: testo del romanzo, immagini e testo della copertina, marketing pubblicitario, comunicazione dell’autore/editore verso i lettori, raggiungimento del target corretto, periodo di pubblicazione.

    • Elena

      Eccomi, approfitto di una finestra di funzionamento per rispondervi, sperando che compaiano! Sembra proprio che, come Sandra, anche tu sia rimasta spiazzata. In che senso, esattamente?
      Non parlo di Càscara, è chiaro, ma di altri fallimenti vissuti sì. E questa è solo una piccola riflessione per provare ad aprirne altre. Mi pare di esserci riuscita e questo mi fa contenta. Non sono d’accordo con te quando affermi che il fallimento non esiste: i fallimenti esistono e ognuno di noi ne riporta i segni, talvolta li racconta addirittura. Sono invece d’accordo che dai fallimenti si possano trarre delle grandi lezioni, ed è proprio il senso del post. Riconoscere una sconfitta è stato per me, sul lavoro, nella scrittura, nella mia vita affettiva, il modo più forte e nello stesso tempo più semplice di imparare una nuova lezione e di mettere da parte esperienza che mi ha aiutata a fare passi in avanti. Procedendo per gradi, ovvio, un passo alla volta o, per stare nell’argomento, un insuccesso dopo un altro, da vivere senza patemi. Serenamente. Chiamando le cose con il loro nome. Quanto agli amici, grazie per aver portato la tua esperienza, ti racconto meglio la mia: vivo una condizione di lavoro in cui c’è molta familiarità ma spesso anche competizione, come in ogni luogo di lavoro suppongo. Pensa che molti non mi hanno nemmeno detto di aver acquistato il romanzo fino a quando non lo hanno letto. E per contro, molti “amici” non lo hanno nemmeno considerato. Li giudico meno amici per questo? Proprio no. Non si possono costringere le persone e soprattutto non ha proprio senso. Lo chiamo fallimento? no, proprio no. Libertà. Degli altri e mia naturalmente.

  • Giulia Mancini

    Imparare da un fallimento è indispensabile nella vita, se ci pensi giorno dopo giorno facciamo i conti con l’errore ma é proprio questo che ci fa crescere e migliorare. L’ho presa un po’ larga perché non volevo focalizzarmi solo sulla scrittura ma toccare l’argomento in forma più ampia, anche perché di fallimenti ne ho attraversati diversi e sono stati tutti fondamentali per arrivare a essere quella che sono (una persona serena e abbastanza risolta). Riguardo alla scrittura ho avuto momenti di alti e bassi, c’è stato però il terzo episodio del commissario Sorace che appena uscito non andò molto bene, vendetti pochissime copie, poi estesi gli store di vendita ed ebbe un notevole rilancio, credo dipenda sempre dal tempo che si riesce a dedicare alla promozione…

    • Elena

      Sai, un fallimento di cui no ho parlato è quello in amore. Chissà perché mi è tornato in mente leggendoti. Ma forse come dici tu si tratta solo di una luuuunga strada per arrivare a chi siamo… Sagace l’idea di estendere gli store! Questa sì che si chiama presenza a sé stesse! E poi Sorace non se ne sarà manco accorto, ora che è innamorato…

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